Tempesta di metallo


Oggi in Turchia, il paese musulmano a cui l'Unione Europea ha recentemente
dato l'assenso all'inizio dei negoziati per l'adesione, il successo
editoriale dell'anno è un romanzo di fantapolitica con più di trecentomila
copie all'attivo e che descrive uno scontro armato tra gli eserciti di
Ankara e di Washington.

Pubblicato nel dicembre del 2004, il libro si intitola "Metal Firtina"
(Tempesta di metallo) e secondo gli autori, Burak Turna e Orkun Ucar,
immagina un evento non impossibile e contribuisce a rompere un tabù
rappresentato dall'oltre mezzo secolo di alleanza strategica e militare tra
gli Stati Uniti e la Turchia.
Il libro è venduto ovunque, persino nelle bancarelle dell'Anatolia centrale,
dove neanche la stampa nazionale arriva regolarmente. Si tratta di un evento
editoriale di prima grandezza in un paese in cui il successo letterario di
un'opera si misura in non più di trentamila copie e rappresenta il segnale
più evidente che, negli strati più profondi della società turca, l'atteggiamento
verso la tradizionale alleanza con la repubblica stellata sta cambiando.

L'avvicinamento tra la Turchia e gli Stati Uniti risale all'epoca della
guerra fredda quando Washington, nel tentativo di contrastare l'espansione
sovietica nel Mediterraneo attraverso lo stretto dei Dardanelli, prima
intervenne con aiuti economici e militari in favore del paese islamico con
la proclamazione della Dottrina Truman nel 1947 e poi, sfruttando i forti
contrasti tra Unione Sovietica e Turchia, favorì nel 1952 l'ingresso di
questa ultima nella Nato, unica nazione musulmana chiamata a farne parte.
Per oltre mezzo secolo Ankara, insieme con Israele, ha rappresentato il
principale avamposto statunitense in Medio Oriente, un vero e proprio ponte
tra l'Occidente e il mondo musulmano.

Per le stesse ragioni per cui favorirono l'ingresso della Turchia nella
Alleanza Atlantica, gli Stati Uniti sono sempre stati i principali fautori
dell'ingresso del paese anche nella Unione Europea. Accanto agli interessi
strategici e geopolitici, i due paesi condividevano obiettivi comuni anche
riguardo la politica energetica. In particolare la Turchia intendeva
trasformare il paese in un corridoio tra le riserve petrolifere del Mar
Caspio e l'Occidente attraverso quello che viene conosciuto come East-West
Energy Corridor, un sistema integrato di oleodotti che include, per parte
asiatica, il progetto Baku-Tbilisi-Erzum (Bte) e il Trans-Caspian Project
che trasporta il gas del Turkmenistan. Questi progetti sono sempre stati
fortemente sponsorizzati dagli Stati Uniti nell'intento di sottrarre il
trasporto delle risorse petrolifere al transito in territorio russo.

Tuttavia, negli ultimi anni alcuni contrasti su temi di politica estera
hanno contribuito a indebolire la forza, seppure ancora notevole, dei legami
che uniscono le due nazioni. Certamente la sparizione del pericolo sovietico
con la fine della guerra fredda ha notevolmente ridotto il ruolo della
Turchia come baluardo occidentale verso il Medio Oriente, tuttavia le reali
divergenze tra i due paesi anno avuto inizio con la guerra in Iraq. Tale
conflitto è stato iniziato dall'amministrazione di George W. Bush per
spodestare Saddam Hussein, accusato di disporre di armi di distruzione di
massa con cui attaccare le forze americane e lo stesso suolo statunitense.

La guerra ha sconfitto il rais di Baghdad, ma di tali presunte armi non se
ne è trovata traccia, tuttavia Washington, al fine di organizzare un attacco
più efficace alle forze irachene, aveva chiesto al governo di Ankara di
concedere il passaggio delle proprie truppe sul suolo turco. Gli americani
intendevano attaccare le forze dell'esercito iracheno sia da sud,
utilizzando le basi in Kuwait e in Qatar, sia da nord, attraverso il
territorio turco, con una manovra a tenaglia che avrebbe probabilmente
stroncato sul nascere ogni residua capacità di resistenza dell'esercito di
Saddam. In quell'occasione le autorità di Ankara non permisero agli
ottantamila soldati americani di attraversare il loro territorio per entrare
in Iraq.

Benché il partito islamico moderato Akp (Giustizia e sviluppo) che alle
elezioni del 2002 aveva ottenuto la maggioranza relativa dei voti e quella
assoluta dei seggi e che di lì a poco avrebbe espresso il primo ministro
Tayyip Erdogan, insieme ai militari suggerisse ai parlamentari di votare a
favore della richiesta americana, molti deputati tennero conto dei timori e
delle riserve dell'opinione pubblica (nonché delle pressioni
franco-tedesche, che minacciavano ulteriori ostacoli all'ingresso della
Turchia nell'UE) e per tre voti la proposta non ottenne la maggioranza
assoluta dei voti richiesta.

Qualche giorno dopo Erdogan divenne primo ministro e concesse agli Stati
Uniti almeno lo spazio aereo tentando di iniziare a ricostruire lo strappo
con Washington. La durezza del contrasto con l'alleato maggiore venne
evidenziata da una intervista rilasciata alla Cnn il 6 maggio 2003 dall'allora
sottosegretario alla difesa Paul Wolfowitz. In quell'occasione l'attuale
presidente della Banca mondiale sostenne che il suo paese era disposto a
"declassare" il valore della Turchia come alleato affidabile.

Negli anni successivi i rapporti sono divenuti meno tesi e il sostegno della
repubblica stellata all'esperimento politico condotto dal governo dell'Akp e
del suo leader Erdogan non è mancato. Qualche tempo dopo l'intervista di
Wolfowitz, Condoleeza Rice provò a gettare acqua sul fuoco della polemica
turco-americana, sostenendo che il paese dell'Asia minore rappresentava l'esempio
più evidente che islam e democrazia non erano necessariamente incompatibili.
Il Partito giustizia e sviluppo presentava infatti un programma in cui la
legge islamica, la shari'a, era indicata come orizzonte ideale piuttosto che
come insieme di precetti fissi e immutabili e in cui prevaleva l'ideale
democratico, l'economia liberista e l'atteggiamento filo-occidentale.

Lo stesso Erdogan aveva più volte sostenuto che se lui e il suo partito
fossero riusciti nel loro esperimento, lo "scontro di civiltà" paventato da
molti analisti politici avrebbe potuto essere evitato. La coesistenza nel
suo governo di elementi islamici moderati e connotazioni democratiche erano
visti con interesse dagli Stati Uniti per due ordini di motivi. Prima di
tutto, per queste sue caratteristiche, la Turchia poteva costituire un polo
di attrazione formidabile per quelle repubbliche dell'Asia Centrale
ex-sovietiche e facilitare così l'attuazione della strategia americana nella
regione, sottraendo questi paesi all'influenza russa.

In secondo luogo, il modello moderato turco poteva costituire una valida
alternativa all'Islam fondamentalista, soprattutto in quei paesi che
rientravano e rientrano nel progetto americano del cosiddetto Grande Medio
Oriente. Con tale denominazione ci si riferisce all'iniziativa, voluta dagli
Stati Uniti nell'ambito della loro strategia globale contro il terrorismo
internazionale, volta a promuovere la transizione democratica e lo sviluppo
economico di quella vasta ed eterogenea regione che si estende dalla
Mauritania al Pakistan. In questo ambito, secondo quanto sostenuto dalle
autorità del Pentagono, la Turchia avrebbe dovuto costituire un modello per
tutti quei paesi che nel mondo musulmano aspirano al progresso democratico e
alla prosperità economica.

Malgrado ciò, l'evoluzione della guerra in Iraq e le sue conseguenze, hanno
contribuito alla ripresa delle tensioni e dei problemi tra i due alleati.
Seppure tra enormi difficoltà dovute ai continui attentati terroristici, l'estrazione
e l'esportazione verso i paesi industrializzati e gli Stati Uniti del
petrolio iracheno è ripresa. Il ritorno sul mercato dell'oro nero dell'ex
regime di Saddam - meno costoso perché più facilmente estraibile ed
esportabile - rischia di ridurre di molto l'importanza per la politica
energetica di Washington dell'East-West Energy Corridor e quindi del ruolo
turco in questo settore.

Non solo, i progetti americani sugli assetti politici previsti per il nuovo
Stato iracheno - in particolare per ciò che riguarda l'etnia curda -
difficilmente potranno incontrare il sostegno di Ankara. Lo scorso febbraio,
l'amministrazione Bush, sostenuta dall'Unione Europea, si è impegnata con il
governo iracheno a sostenere il piano di istituire una federazione di Stati
in Iraq. Tra questi è stata prevista la costituzione di uno Stato curdo che
consisterà di tre governatorati: Irbil, Dahuk e Al-Sulaymaniyah compresa la
città di Kirkuk, il cui distretto è ricco di risorse petrolifere. Con tale
strumento si vorrebbe garantire una maggiore concordia tra il popolo curdo e
gli arabi al fine di uno sviluppo più armonico e pacifico del paese. A
completamento di questo processo, il 5 aprile scorso il curdo Jalal Talabani
è stato nominato presidente del nuovo Iraq con lo sciita Adel Abdul-Mahdi e
il sunnita Ghazi Al Yawer come vicepresidenti.

L'assetto del nuovo Stato uscito dalla seconda guerra del Golfo appare
fondato su un delicato gioco di pesi e contrappesi costituzionali a
salvaguardia delle minoranze. Un simile ordinamento sembra rispondere
perfettamente alla duplice esigenza di Washington di prevenire l'eventuale
presa del potere della maggioranza sciita vicina politicamente a Teheran e
di premiare, dotandoli di un maggior potere contrattuale all'interno del
nuovo Stato iracheno, i fidati alleati curdi. D'altra parte, rendendo più
appetibile la loro partecipazione al governo dell'Iraq, gli Stati Uniti
contano di temperare le non nascoste velleità secessionistiche dei leader
curdi che rischiano di far piombare il paese nella guerra civile.

La futura sistemazione irachena con il notevole rilievo attribuita in essa
all'etnia curda non può soddisfare né la Turchia né la Siria. I due paesi
confinano con l'Iraq ed entrambi ospitano sul loro territorio consistenti
minoranze curde che vanno dal milione e mezzo in Siria ai circa undici
milioni in Turchia. Per Ankara e Damasco la nascita di un forte Stato curdo
dotato delle ricche risorse petrolifere della zona di Kirkuk, seppure all'interno
di uno Stato federale iracheno, costituisce un pericolo inaccettabile:
entrambi temono le possibili tendenze scissioniste delle forti minoranze
curde presenti all'interno dei loro confini.

La stretta comunanza di interessi riguardo il problema curdo ha favorito
negli ultimi anni un notevole riavvicinamento tra la Turchia e la Siria.
Ovviamente la recente ripresa dei rapporti tra Bashar Al Assad e il premier
Erdogan non può incontrare l'accordo dell'amministrazione Bush che annovera
la Siria tra i paesi facenti parte di quell'Asse del male denunciato dal
presidente americano nel suo discorso sullo stato dell'Unione del 2002. A
sua volta il problema curdo, unito agli elementi ricordati sopra, sta
gradualmente avvelenando le relazioni tra le opinioni pubbliche di Ankara e
Washington, come dimostra il notevole successo editoriale ottenuto dal libro
"Metal Firtina".

Secondo un recente sondaggio della Bbc, l'82% dei turchi considera gli Stati
Uniti la principale minaccia alla pace mondiale, battendo tutti i record
europei. Come spiega Sefi Tashan, direttore dell'Istituto di politica estera
di Ankara, l'antiamericanismo sempre più diffuso nel paese è una diretta
conseguenza della politica statunitense in Iraq. L'elemento caratterizzante
di tale sentimento, secondo Ahmet Insel, professore di economia all'Università
Galatasaray di Istanbul, è che esso non è più limitato alle frange dell'estrema
destra o agli islamismi radicali. L'odio è ormai condiviso da una parte
delle élite e dei militari. In alcuni forum on-line si raggiunge il
parossismo. Molti frequentatori di questi gruppi di discussione si chiedono:
"Se gli Stati Uniti attaccano i paesi vicini, perché dovrebbero risparmiare
noi?"

La diffusione di questo fenomeno non può essere ignorata dal governo dell'Akp
di Erdogan e rischia di mettere in pericolo una alleanza tradizionale e
ormai consolidata. Certamente, per i motivi visti sopra, gli Stati Uniti non
possono permettersi un raffreddamento delle relazioni con Ankara e non
possono farlo nemmeno i paesi europei. Le tensioni fra il gigante americano
e la Turchia non devono influenzare le trattative per l'ingresso nella UE.
Il paese islamico rappresenta la porta orientale dell'Europa, di grande
importanza per il controllo degli imponenti flussi migratori verso il
vecchio continente. Poi, tralasciando l'importante "corridoio" energetico
che attraversa la Turchia, il suo ingresso nell'Unione porterebbe questa a
confinare direttamente con le vitali zone del Medio Oriente. Ciò potrebbe
permettere agli europei di entrare con più forza nell'irrisolto conflitto
israelo-palestinese per effettuare una operazione di mediazione più diretta
tra le parti in causa.

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