La liberazione dell’Iraq
Mentre la guerriglia continua la battaglia per la liberazione del proprio paese occupato da oltre due anni, forse ancora molti in Europa non hanno ben compreso la reale posta in gioco del conflitto iracheno.
Spentisi i riflettori, da quando Bush jr. ha unilateralmente decretato la fine delle ostilità, si sono contemporaneamente placate le manifestazioni “pacifiste”, frutto evidente dello stesso circo massmediatico che aveva alimentato la criminalizzazione di Saddam Hussein, allo scopo di giustificare una guerra altrimenti indifendibile su tutti i piani.
Dimenticando però che lo stesso regime baathista, ancora pochi giorni prima dell’invasione angloamericana assicurava la sanità gratuita (con gli ovvi limiti della mancanza di medicinali) e la distribuzione del cibo a tutti e aveva provveduto a distribuire circa 7 milioni di kalashnikov alla popolazione in vista della battaglia terrestre.
Grazie alla meritoria opera di controinformazione portata avanti da uomini come Padre Jean Marie Benjamin è stato possibile ricostruire la strategia statunitense volta a mettere in ginocchio la nazione irachena, con gli effetti devastanti dell’embargo economico e la farsa delle ispezioni dell’ONU, un’istituzione la cui credibilità è definitivamente affossata a Baghdad.
Sugli scopi del recente intervento ancora molto rimane da chiarire.
Poco prima della guerra del 2003, sul “Sole 24 Ore”, così si esprimeva il giornalista Alberto Negri:
“Se agli americani riuscirà a Baghdad quello che hanno già fatto a Kabul, faranno del Medio Oriente e dell’Asia centrale un’area geostrategica unica, una vasta zona sotto la loro influenza diretta”.
Penetrando infatti nel ventre molle dell’Asia centrale e incuneandosi tra i due colossi terrestri, Russia e Cina, gli Stati Uniti stanno fagocitando uno dopo l’altro i deboli e instabili staterelli nati dalla disintegrazione dell’Unione Sovietica e completando l’accerchiamento dell’Eurasia occidentale e meridionale, in una marcia sempre più spedita verso la Siberia (l’Heartland), con il corollario di due importanti pendant, nel Caucaso (Georgia) e in Estremo Oriente (Corea).
L’attuale invasione dell’Iraq (costata a seconda delle stime tra i 100.000 e i 250.000 morti), preludio alla prossima guerra con l’Iran, s’inserisce perciò perfettamente tra gli obiettivi della geostrategia nordamericana, il cui fine ultimo non è altro che il dominio mondiale delle risorse energetiche.
Esaminiamo allora una per una tutte le voci del “business” a stelle e strisce e il comportamento degli attori che stanno giocando una partita decisiva per il nostro futuro.
1) L’Iraq, la cui produzione petrolifera era all’incirca di 112 miliardi di barile (la seconda al mondo dopo quella dell’Arabia Saudita), possiede riserve di carburante per almeno i prossimi 130-140 anni (ancora oggi il petrolio rappresenta il 40% del consumo energetico mondiale).
Il possesso statunitense del petrolio iracheno insieme al controllo dei giacimenti del Mar Caspio (26% circa delle riserve mondiali) rappresenterebbe per Washington una formidabile arma di ricatto nei confronti di tutti i popoli della Terra.
La guerra ha inoltre posto fine ai vecchi contratti petroliferi che l’Iraq aveva stipulato con la Francia (Total-Fina-Elf), con la Russia (Lukoil, Zarubezneft Mashinoimport), con la Cina (China National Petroleum Corp) e con l’Italia (Agip), vantaggiosi perché prevedevano una ripartizione degli utili 50 a 50 o 70 a 30.
2) Essa ha consentito lo svuotamento degli arsenali statunitensi e una forte commessa per le circa 85.000 imprese che in Nordamerica dipendono dall’industria militare; i primi appalti sono stati di circa 18,5 miliardi di dollari, dei quali 2 alla sola Halliburton.
Una legge del 2004 impedisce agli agricoltori iracheni il riutilizzo delle sementi e mette il mercato nelle mani delle multinazionali americane (Pup-protected).
Con l’Order 39, invece, 200 imprese statali sono state privatizzate, i pubblici registri che indicano le proprietà pubbliche e private in Iraq sono stati “casualmente” distrutti.
Le ditte (tutte straniere) che lavorano grazie agli appalti concessi dall’Autorità provvisoria di occupazione (CPA diretta inizialmente da Paul Bremer) godono di esenzione fiscale e sono autorizzate all’esportazione del 100% dei prodotti in quanto i dazi doganali sono stati aboliti.
3) A cosa è dovuta la fretta di Washington?
Dal 1971, la fornitura mondiale di petrolio è stata trattata in dollari a corso forzoso, ciò ha fatto della moneta statunitense la valuta pregiata a livello mondiale. Gli altri paesi, per acquistare energia ed estinguere i debiti con il FMI devono possedere ingenti riserve di dollari; essi forniscono così agli Stati Uniti merci e servizi a basso costo in cambio di dollari che la Federal Reserve Bank può stampare liberamente.
Se nel 1946 gli Stati Uniti controllavano il 50% del PIL mondiale, oggi la loro quota è scesa al 28%; il PIL dell’Unione Europea è di circa 9,6 trilioni di dollari, quello USA di poco superiore (10,5 trilioni di dollari).
Secondo le stime riportate dal Prof. Franco Cardini in “Astrea e i titani”, il debito estero statunitense è ormai di 6000 miliardi di dollari (e continua ad aumentare), ma la nazione americana continua a consumare il 34% delle emissioni di anidride carbonica a livello mondiale (dati del Protocollo di Kyoto) a fronte di una popolazione che corrisponde a circa il 4-4,5% di quella globale.
Dal novembre 2000 il governo iracheno aveva deciso di adottare l’euro per le transazioni commerciali petrolifere (a causa di questa decisione l’euro si era immediatamente rivalutato del 17%), nel 2001 iniziano a parlarne anche Iran, Libia ed Arabia Saudita (che dopo l’11 settembre ritira 200 miliardi di dollari da Wall Street per investirli in Europa).
Nel 2002 si mostrano possibilisti anche Corea del Nord, Russia e OPEC (sotto spinta del Venezuela); le conseguenze di un passaggio all’euro anche solo di quest’ultima organizzazione, comporterebbe per il dollaro una perdita immediata quantificabile tra il 20 e il 40% della sua quotazione, il che provocherebbe negli Stati Uniti lo scatenamento di una massiccia inflazione (incubo di tutte le classi imprenditoriali).
4) Attori strategici collaterali: Israele e Turchia.
L’eliminazione di Saddam Hussein, convinto sostenitore della causa palestinese e il desiderio di mantenere l’Iraq in stato di perenne instabilità, rappresentavano i due obiettivi regionali più importanti della politica israeliana.
Il ruolo di Tel Aviv emerge prepotentemente da alcune cifre. Alla battaglia di Falluja (fonti i quotidiani “Al Hayat”, “Haaretz” e “New York Times”) partecipano circa 1000 ufficiali israeliani e 37 rabbini, nelle carceri di Abu Ghraib gli interpreti sono israeliani, circa 300 scienziati iracheni sono stati uccisi dal Mossad nel 2003 e 17000 sono fuggiti dal paese (fonti Seminario del Cairo).
Nel Nord dell’Iraq, Israele appoggia i curdi di Barzani e Talabani, al fine di riattivare la pipeline petrolifera dell’oleodotto Kirkouk-Haifa.
La Turchia, che nel 2003 nega agli Stati Uniti l’appoggio territoriale per l’invasione, svolge un ruolo geopolitico importantissimo.
Attraverso la diga Ataturk costruita nel 1990 in spregio alle convenzioni internazionali, Ankara controlla i fiumi Tigri ed Eufrate, ricatta Iraq e Siria e vende acqua ad Israele.
A Kirkouk e Mosul, però, arabi e turcomanni vengono cacciati dalle case, iscrizioni in lingua turca cancellate, il catasto (che indica le proprietà) distrutto, con l’obiettivo di creare un Kurdistan indipendente nel Nord dell’Iraq.
Il governo turco minaccia allora un intervento militare e riattiva le relazioni diplomatiche con la Siria, proprio nel momento in cui Damasco viene isolata dalla pressione statunitense: l’asse Ankara-Tel Aviv comincia a scricchiolare.
5) Resistenza.
Malgrado le 14 basi militari già installate da Washington in Iraq, la guerriglia non sembra conoscere soste (260 attacchi nel solo giorno delle elezioni).
Il Baath, che già dal 1998 si preparava alla resistenza, può contare su circa 200000 militanti (cifre dei comandi statunitensi), secondo i massmedia iracheni circa il 70% dell’attuale esercito iracheno è pronto a disertare e per controllare il paese occorrerebbero circa 400000 uomini.
Ufficialmente i soli Stati Uniti hanno già perso 1500 soldati e 3000 contractors (fonte CBS), ma le stime reali sono molto più alte; nel frattempo sono stati sparati circa 940000 proiettili all’uranio impoverito.
La reazione statunitense è stata soprattutto “diplomatica”; Chalabi, uomo gradito al Pentagono ha scoperto le malversazioni di Bremer ed è stato rimpiazzato come Primo ministro da Allawi (in quota Cia e Dipartimento di Stato), mentre al Ministero della Difesa è stato piazzato Nazir al Shaalan (che i giornali di Baghdad indicano quale ispiratore del cd. “esercito islamico”, quello che rapisce gli oppositori alla guerra …).
Il colpo da maestro è stato però la nomina quale ambasciatore in Iraq di John Negroponte, il cui curriculum è di tutto rispetto: Vietnam (1964-1968), Honduras (1981-1985) con appoggio ai contras in Nicaragua, Messico (1989-1993, quale ispiratore del Nafta).
Comincia la sequela di rapimenti, ricatti, diffamazioni (di nuovo la balla dei gas di Halabja), viene scoperta una fossa comune con 120 cadaveri vicino ad Hatra (Kurdistan iracheno), esaminata dall’avvocato Greg Kehone, già consulente per il Tribunale dell’Aja che deve giudicare i crimini del Kosovo …
Si fa il possibile per attizzare lo scontro di civiltà: devastazione di Babilonia, dei siti archeologici più importanti, viene devastata la tomba di Michel Aflak (fondatore del Baath), saccheggiato il museo di Baghdad, allestite camere di tortura nelle carceri (Abu Ghraib) e gettate armi chimiche e al fosforo su Falluja (fonte Daily Mirror e confermato dal Ministro della Sanità iracheno).
Le elezioni rappresentano l’ultima possibilità di giustificare l’occupazione e si ricorre a tutto per portare le persone alle urne: nel sud sciita si minaccia che chi lascerà uno spazio bianco verrà automaticamente associato alla resistenza, a Baghdad non vengono distribuite le tessere alimentari del 2005, dagli USA arrivano 60 milioni di schede (ma gli iracheni sono 23 milioni …), 300000 votanti sono registrati all’estero (ma voterà solo il 25%) dei quali 130000 israeliani, nessun osservatore internazionale vi partecipa.
6) Ruolo italiano.
Il nostro servilismo emerge anche in questa vicenda.
L’Italia contribuisce con circa 1000 miliardi di lire (già stanziati) all’occupazione, ai subappalti concorrono alcune nostre imprese per una cifra di circa 18,5 milioni di dollari.
Gustavo Selva ammette che la nostra presenza militare serve a difendere il giacimento in promesso all’ENI a Nassirya, ma siamo in concorrenza con la Spagna per quello di Halfaya (5 miliardi di barili).
Intanto paghiamo un costo in vite umane per ora di 25 uomini, ai quali bisogna aggiungere i 19 ricoverati all’Ospedale del Celio per le contaminazioni dovute all’uranio impoverito (fonti Unac), 240 se contiamo i reduci dalla ex Jugoslavia.
La nostra “missione di pace” è costata almeno 20 morti, dei quali 15 civili nella “battaglia dei ponti” e 5 sparando a un’ambulanza (fonti stampa USA).
Conclusioni
Non si uscirà da questo incubo se non con una forte reazione da parte dell’Europa tutta, consapevole che la strada imboccata dall’imperialismo statunitense sta portando il mondo sull’orlo del baratro.
L’alternativa è un futuro di schiavitù, per noi tutti.
Stefano Vernole
www.avanguardia.tv




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