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Londra. All'interno del Labour resta il dissenso interno. Quaranta parlamentari chiedono le dimissioni del primo ministro. Welfare, Europa e immigrazione: i temi chiave dello scontro
Dopo aver messo a segno uno storico terzo mandato laburista, il primo ministro britannico deve affrontare una rivolta interna al suo partito. Tormentato da numerose richieste di dimissioni, Blair ha incontrato i deputati del suo gruppo politico per misurare il livello di dissenso nei suoi confronti e ne è uscito, almeno nel primo round, a testa alta.
Una grossa fetta dell’agenda del premier – dall’incremento delle tasse universitarie, al coinvolgimento del settore privato nella sanità pubblica e una serie di severe leggi antiterrorismo – ha scatenato le ire di circa 40 deputati laburisti, che hanno accusato il primo ministro di aver perso decine di seggi laburisti alle ultime elezioni e hanno chiesto le sue dimissioni. Alcuni, come Cook (che si dimise dal governo in aperto dissenso col premier sulla guerra all’Iraq) vogliono le immediate dimissioni di Blair; altri chiedono la sua testa entro 18 mesi o al massimo 2 anni per lasciare al suo successore – e il più “papabile” è il ministro del Tesoro Gordon Brown - il tempo di ricostruire una piattaforma forte per le elezioni del 2010. Ma ben pochi di loro sono usciti allo scoperto durante la lunga riunione a porte chiuse indetta dal premier.
Da parte sua, il leader laburista ha ribadito di voler portare a termine l’intero mandato fino al 2009 o al 2010. Ma in un paese dove le “signorili uscite di scena” non sono inconcepibili, sono in molti a dubitare della sua leadership per i prossimi 5 anni.
Michael Howard, nonostante i seggi in più conquistati dal suo partito alle politiche del 5 maggio, in un’intervista al Daily Telegraph ha annunciato che lascerà la guida dei Tories entro Natale, precisando che le sue dimissioni avverranno subito dopo il congresso dei Conservatori ad ottobre. Congresso nel quale verrà scelto il metodo per selezionare un nuovo leader. E, per non perdere tempo, martedì sera è stato varato il “governo ombra”, banco di prova per i possibili eredi di Howard. Tra questi, spicca il 33enne George Osborne nominato “ministro” delle Finanze.
Ma torniamo in casa Labour. Il processo per sostituire il leader è alquanto complicato e richiede l’assenso di almeno 72 parlamentari, il 20 % della rappresentanza eletta, e il sostegno della maggioranza dei rappresentanti di base e dei delegati sindacali eventualmente chiamati ad esprimersi in Congresso. L’ipotesi di un putsch infatti non sembra nell’aria per diverse ragioni, in primis perché un’esperienza analoga (anche se in campo avversario), fatta quindici anni fa, ha dimostrato come gli elettori conservatori non hanno mai digerito la leadership scaturita dal colpo di mano contro la Tatcher e poi perché Gordon Brown difficilmente accetterebbe di dirigere un partito spaccato a metà.
I temi chiave sui quali si consumerà lo scontro interno al Labour riguardano principalmente la politica sul welfare, quella sull’immigrazione, la riforma costituzionale, il processo di pace in Nord Irlanda, la lotta contro il crimine e il terrorismo, e l’Europa.
All’immigrazione ( o meglio alle istanze per la concessione dell’asilo politico che vedono la Gran Bretagna, con il 24% di visti concessi, al primo posto tra i paesi europei) viene imputato di essere una delle maggiori cause del dilagare del crimine, a causa delle condizioni economiche disagiate degli immigranti e del loro coinvolgimento nel mercato del lavoro nero.
La riforma dell’istruzione, con l’adozione dell’ Higher Education Bill, che prevede un innalzamento delle tasse universitarie (fino a £3000) a carico degli studenti, e del National Health Service, che autorizza fondazioni private a gestire l’NHS in concorrenza con lo Stato, conferma l’intenzione di Blair di voler catturare i consensi dei ceti medi, ma ha alimentato la disaffezione di coloro che non ritrovano più nella politica del premier i valori e i principi dei laburisti.
Sempre sul piano interno, pesa il dibattito sulla riforma costituzionale, nella quale rientra l’approvazione dello Human Rights Act, che garantisce l’applicazione della Convenzione Europea sui Diritti umani e la devoluzione di poteri all’assemblea del Galles e al Parlamento scozzese. La riforma della House of Lords è un’altra questione calda: le alternative, emerse dai lavori condotti dalla Royal Commission, comprendono sia la creazione di una Camera di membri totalmente nominati che una di membri totalmente eletti. I dubbi riguardano l’esigenza di dare maggiore democraticità al sistema parlamentare, attraverso l’elezione dei membri della Camera dei Lords, ma di garantire, allo stesso tempo, il funzionamento della macchina legislativa e il ruolo preminente della Camera dei Comuni.
Il processo di pace in Nord Irlanda, esacerbato dalla continua attività paramilitare da entrambe le parti ha visto l’avvio di una serie di processi nell’ambito dell’Accordo di Belfast. Unionisti e Nazionalisti non si sono dimostrati favorevoli a garantire concessioni senza un adeguato tornaconto, condizionando il funzionamento e l’implementazione delle Istituzioni della regione, nate dalla devoluzione accordata dal governo di Londra. La linea politica tenuta da Blair sulla lotta al terrorismo passa anche per l’Iraq, ma non è solamente l’Iraq. I provvedimenti del governo Blair sono stati spesso accusati dall’opposizione di violare i principi cardine della Gran Bretagna (presunzione di innocenza, diritto ad un giusto processo e Habeas Corpus) laddove permettono, ad esempio, al Ministro degli interni, sentito un giudice, di trattenere in stato di fermo i sospetti terroristi, che non siano stati condannati da una corte agli arresti domiciliari.
Infine, l’Europa è senza dubbio una delle note dolenti della politica inglese. La Gran Bretagna, che più di qualsiasi altro paese europeo ha mostrato una generale disaffezione alle macchina comunitaria, ha sempre ostacolato qualsiasi riduzione eccessiva delle prerogative nazionali e ulteriori elargizioni di fondi statali alle casse comunitarie. Alla decisione di non adottare l’Euro e di rivedere la politica agricola comune si aggiunge ora il dibattito sulla Costituzione europea. La Gran Bretagna è l’unico stato comunitario a non possedere una propria Costituzione scritta e il governo Blair non ha mai nascosto le difficoltà di riuscire a ratificare il trattato costituzionale. Il 1 luglio assumerà la presidenza dell’Unione e si troverà a gestire la fase della ratifica dei negoziati, sulla quale peserà l’esito del referendum del 29 maggio in Francia.
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