Ecco qui le due destre, a voi la scelta
Sul nuovo "Sette" Cazzullo ribalta certe tesi manichee: Fini? Non è affatto di sinistra
Carla Conti
«Ma Fini è di destra». Also spracht il nuovo Sette, il magazine del Corriere della Sera che da oggi va in edicola in un'edizione completamente rinnovata, più grande e più "fotografica". Il primo editoriale di politica italiana è dedicato al caso del momento, il "caso Fini", appunto, con un invito a rivalutare la parola "destra" che «esiste in tutto il mondo, ma sono in Italia fino a poco tempo fa è stata sinomino di fascismo», pronunciata «a voce bassa» facendola magari precedere dal fatidico termine «centro». Sul sottofondo del ragionamento c'è la contestazione di una superficiale elaborazione che finora è andata per la maggiore, spesso veicolata dai giornali del populismo militante filo-berlusconiano: quella del "compagno Fini", dell'"Ho-Chi-Fin" che rinnega le sue radici, strappa con il suo mondo di appartenenza e sposa le "idee della sinistra", probabilmente - si è scritto pure questo - per conquistare un posto nel salotto buono di una classe intellettuale "comunista". Nel contesto europeo questo tipo di approccio risulta surreale, più che opinabile o sbagliato. Perché la destra europea è quella di Angela Merkel che governa con un partito liberale guidato da un dichiarato omosessuale, Guido Westerwelle. Una che, nella prima dichiarazione dopo la vittoria elettorale, dice: «Difenderemo con i denti i diritti civili». Solo in Italia, chiosa Cazzullo, c'è una corriva visione secondo cui «definiamo di destra (sbagliando si intende) i delinquenti che gli omosessuali li aggrediscono». E solo in Italia si confonde la parola "destra" con una serie di categorie che nel contesto europeo sono appannaggio di sparute minoranze che nulla hanno a che vedere con la famiglia del popolarismo o con le esperienze riformiste della destra francese o britannica: la propensione clericale, l'indulgenza per l'antipolitica, una strisciante xenofobia, la diffidenza per le leggi, lo scetticismo per le regole. Insomma, solo da noi si può immaginare che destra significhi «la libertà di parcheggiare in tripla fila».
In pratica la domanda di fondo che pone Cazzullo nel suo editoriale è la stessa che circola, o dovrebbe circolare, nel Pdl: cercare di costruire una destra liberale e dei diritti è un'operazione da incoraggiare o un pericoloso voltafaccia? Scontata la risposta dell'editorialista: «Integrare gli immigrati esigendo il rispetto delle regole e riconoscendone i diritti, consentire a chi paga le tasse di concorrere a decidere come spenderle, far sì che l'Islam sia insegnato nelle scuole pubbliche da insegnanti conosciuti dallo Stato anziché da imam integralisti in un garage trasformato in moschea, non è "di sinistra". È una questione di democrazia, di libertà, e anche di sicurezza». In pratica, è una prospettiva che l'altra destra, quella che non si accontenta di parlare alla "pancia" del Paese, può perseguire muovendosi legittimamente in una categoria che ha tra i propri fondamenti il senso dello Stato, della legalità, delle istituzioni.
Resta però sguarnito l'altro versante di un dibattito che meriterebbe meno istintualità manichea e maggiore razionalità: perché invece la destra si accontenta di essere dipinta con tratti xenofobi e islamofobi, discostandosi dal quadro delle altre destre europee? Perché la destra italiana si compiace di inseguire la Lega nelle sue guerricciole campanilistiche? Perché la destra si autocostringe nel recinto del conservatorismo più miope? Se è solo una questione di pigrizia, ben vengano le sollecitazioni tese a creare discussione e confronto. Se è invece una questione elettorale, allora è in questa dimensione che si rintraccia quel "complesso di inferiorità" troppo spesso imputato con leggerezza alla componente "finiana". Perché infatti accontentarsi di un elettorato risentito,spaventato, appagato dai luoghi comuni? Perché non coltivare l'ambizione legittima di una destra che merita anche il voto di chi valuta le prospettive politiche in una logica non solo qualunquistica?
Sono riflessioni non nuove ma che in qualche modo l'editoriale di Aldo Cazzullo ripropone, spingendo anche analisti e commentatori a guardare oltre il limitato orizzonte di un Pdl radicato in una destra un po' ottusa e lacerato dagli strappi di una "eversiva" minoranza finiana. Le cose stanno davvero così o non è il caso di prendere atto dell'esistenza di due destre, una con una prospettiva europea e una un po' troppo offuscata dalle diatribe della nostra politica nazionale? A queste due destre guardarsi in cagnesco non conviene, anche se certamente un tale atteggiamento è il risultato dell'assenza di un'opposizione incisiva che sfrutta mediaticamente l'effetto-Fini nel tentativo di destabilizzare il governo. Se le cose stanno così, e ci pare che stiano proprio così, sottrarsi a questo gioco non è solo un modo per raggiungere la pax interna al Pdl ma è soprattutto la strada obbligata che per senso di responsabilità deve essere imboccata dinanzi al Paese che forse segue un po' annoiato la parodia di una guerra che ha poche ragioni per essere combattuta. Altrimenti, significherebbe che si vuole ammantare con le vecchie parole d'ordine ottocentesche una guerra di posizioni all'interno di un partito fondato meno di un anno fa. Una guerra che si vuole far digerire all'elettorato di centrodestra "demonizzando" Fini. Una tecnica, invero, cara proprio a quella sinistra che a parole si dice di voler combattere...
26/11/2009




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