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    Smile Omelia dell'Em.mo Cardinale Tarcisio Bertone in memoria del Cardinale Giuseppe Siri.

    Il Card. Siri e i "suoi" Papi
    Omelia in memoria del Card. Giuseppe Siri


    Genova, Cattedrale di San Lorenzo,
    2 maggio 2005


    Nella memoria del grande Atanasio, Dottore della Chiesa, ricordiamo il nostro Card. Giuseppe Siri. Ho già invitato a meditare, nel 2003, sulla fede rocciosa che il Card. Siri ci ha proposto nella sua vita e nel suo insegnamento. Nel 2004 ho preso spunto dalla sua convinzione della centralità dell'Eucaristia nella vita della Chiesa: testimoniava questa verità nel suo magistero e nell'arte della Celebrazione liturgica.

    Quest'anno, anche in coerenza con i gravi eventi ecclesiali che ci hanno sopraffatti, vorrei rievocare il rapporto speciale di profonda venerazione e insieme di amicizia che ha legato il Card. Siri con i Pontefici della sua vita. Poi raccoglieremo qualche suo insegnamento sull'amore al Papa, e sull'attaccamento all'altissimo ufficio di S. Pietro e dei Suoi Successori, "che genera l'unità della Chiesa".


    1. Il Card. Siri e Pio XII

    Pio XII è il Papa che lo ha nominato Vescovo ausiliare del Card. Boetto l'11 marzo 1944 e l'ha promosso Arcivescovo di Genova il 14 maggio 1946. La stima di Pio XII verso il giovane Arcivescovo (a 40 anni!) è immensa ed è sicuramente ricambiata. Il 12 gennaio 1953 gli conferirà la porpora cardinalizia (a 47 anni con una schiera di nomi eccellenti! [1]) e gli attribuirà diversi prestigiosi incarichi (legazioni pontificie, presidente del Comitato permanente delle Settimane sociali, presidente della CEI). Per il Card. Siri Papa Pio XII resterà soprattutto il Papa del governo ecclesiastico, profondo conoscitore degli uomini di Chiesa, capace di scegliere i suoi collaboratori e di mettere gli uomini giusti al posto giusto (ha tentato invano di portare Il Card. Siri a Roma, accanto a sé!).

    Ricordava che, durante un'udienza, Pio XII gli aveva fatto una lunga esposizione dei mali del mon_do e delle tribolazioni della Chiesa, da lui particolarmente sentite in quel periodo. Alla fine dello sfogo, il Cardinal Siri gli disse: «Santità, da quando i Papi scrivono encicliche, sono soliti descrivere le sorti del mondo in termini come questi: "Ingravescentibus malis, et prope ad finem vertente saeculo..."; ma poi succede che il mondo si riprende e la Chiesa è sempre viva. C'è dunque da farsi coraggio...».

    Pio XII conchiuse il colloquio con una franca risata.


    2. Il Card. Siri e Giovanni XXIII

    Nei giorni 25-28 ottobre 1958 il Card. Siri partecipa al Conclave da cui uscirà eletto Papa Giovanni XXIII, che gli riserverà grande stima e lo nominerà suo legato (ad es. per il matrimonio di Re Baldovino del Belgio) e poi membro della Commissione preparatoria del Concilio Vaticano II, e ancora membro del Consiglio di Presidenza del Concilio stesso.

    Di Giovanni XXIII narrò più volte che un gior_ no lo aveva condotto nei Giardini Vaticani fino alla statua della Madonna della Guardia. In quell'ambiente «genovese» il Papa l'aveva fatto sedere, e poi gli aveva chiesto un parere sulla opportunità di rice_ aere in udienza Aleksei Adjubei, il genero di Kruscev, con la moglie, come altri gli consigliavano, e come di fatto avvenne il 7 marzo 1963. Forse il Papa si aspettava che il Cardinal Siri gli desse una risposta sfavorevole. E invece lui replicò subito: «Ma lo ri_ ceva, Santità. Lei sa che, quando cercano noi preti, è segno che sentono avvicinarsi la fine...».

    E anche in quel caso ci fu una bella risata del Pa_ pa, che si sentiva incoraggiato e soddisfatto di quella risposta. (Non dirò che ci fu profezia, né in Papa Giovanni né nel Cardinal Siri, sulla Russia, né accet_ terei di mettere in relazione la frase del Cardinale re_ lativa all'...Olio Santo con gli avvenimenti del 1989. Basterà dire che ci fu una intelligente lettura della storia).


    3. Il Card. Siri e Paolo VI

    Nei giorni 19-21 giugno 1963 partecipa al Conclave dal quale uscirà eletto Paolo VI. Durante il Pontificato di Paolo VI partecipò a 3 Sinodi dei Vescovi. Il Papa lo cercava, soprattutto nei momenti più difficili. Lo considerò sempre "fedele e sincero amico" (altri non erano tali). Il Card. Siri glielo dimostrò ad es. quando uscì l'enciclica Popolorum Progressio, che egli non condivideva (il Papa gli aveva inviato preventivamente le bozze). Quando fu pubblicata, nonostante tutto, il Card. Siri corse a Roma commentarla e difenderla alla Radio Vaticana. «Meno male che c'è Lei», gli disse una volta e lui rispose: «Resto, finché resta Lei, Santità».

    Paolo VI si rasserenava nella preghiera piena di fiducia e di abbandono nel Signore, e si corroborava con gli atti di fede, privati e pubblici. Forse solo alla fine colmò un certo jatus psicologico che rimaneva nel suo rapporto tra l'uomo aperto, sensibile, porta_ to ad apprezzare e a valorizzare tutto ciò e tutti quelli che gli parevano portar luce sulla via del Cre_ do, e il Papa che per ufficio - ma anche per intima convinzione - era il custode e il tutore di quel Credo immutabile e inviolabile. Non un contrasto, si noti bene, tra l'uomo e il Papa, ma una certa difficoltà psicologica di incastro immediato, forse sì.

    Il Cardinal Siri gli fu accanto in certi momenti cruciali, e si sentì dire da lui: «Quando c'è lei mi sento sicuro: lei chiarisce le questioni».

    Egli confidò che il Papa aveva lacerato sotto i suoi occhi un documento già pronto per esse_ re pubblicato e che, a giudizio del Cardinale, mani_ festato sinceramente al Papa, avrebbe portato non poco scompiglio nella struttura della Chiesa (si trattava della composizione del Collegio Cardinalizio).


    4. Il Card. Siri e Giovanni Paolo I

    Senza dubbio il Card. Siri fu uno dei papabili almeno dal 1963. Ma soprattutto nei due Conclavi del 1978. Giovanni Paolo I dopo l'elezione gli disse: «Venga, venga a trovarmi», ma la domanda di udienza non ebbe risposta; lo cercò diverse volte per telefono nei 33 giorni di Pontificato e lo consultò in particolare per un discorso importante ai Gesuiti che non fece tempo a pronunciare.


    5. Il Card. Siri e Giovanni Paolo II

    Dopo la morte di Giovanni Paolo I molti Cardinali, tra i quali il Card. Wyszinski, pensavano a lui («E adesso Lei si prepari a un grande compito»).

    Poi le cose andarono diversamente, e dalle testimonianze rimaste possiamo dire che il Card. Siri ne fu contento. Ma dopo quelle vicende e dopo le indiscrezioni e manipolazioni giornalistiche egli giunse ad auspicare che si abolisse il segreto del Conclave, perché così le cose si svolgessero alla luce del sole.

    Tuttavia rimase sempre persuaso che il primo e vero protagonista di ogni Conclave fosse lo Spirito Santo.

    Nella intervista pubblicata su Il Sabato del 4-10 agosto 1984, il Cardinal Siri raccontò, correggendo in parte la versione di Benny Lai: «Quando Giovan_ni Paolo II, nome scelto da Wojtyla, si recò nella sacrestia della Sistina per indossare gli abiti bianchi, il Card. Wyszinski, il quale sedeva accanto a me, mi appog_giò quasi la testa sulla spalla sconsolato. E disse: "Ho perso un amico".

    Io gli risposi: «Gli amici che si hanno in minoribus non si perdono mai quando si sale. Lei non per_ derà un amico. Il Papa la terrà ancor più caro. Dovrà guardarsi da quelli che gli diverranno amici da ora in poi. Se è furbo, se ne guarderà».

    Di Giovanni Paolo II il Card. Siri ammirava l'ardore, lo zelo, l'attaccamento alla fede, la carità dimostrata anche nei confronti di mons. Marcello Lefebvre, che lui aveva cercato di ridurre a miti consigli e di aiutare nella sottomissione al Papa. Il Cardinal Siri aveva prospettato a Giovanni Paolo II, fin dall'inizio del pontificato, una certa soluzione della penosa que_ stione, che il Papa si era proposto di esaminare con larghezza di mente e di cuore. Secondo Siri qualche ingranaggio della curia non aveva funzionato, e soprattutto la dura cervice dell'uomo-Lefebvre, che pure era stato così benemerito come missionario e come vescovo, aveva creato difficoltà insormontabi_li. Si arrivò così a quel gravissimo gesto di disubbi_dienza formale del 28 giugno 1988, al quale non tut_ti, forse, erano d'accordo di dare il valore e, diciamo pure, l'importanza di uno scisma, ma che il Cardinal Siri fu il primo a deplorare e riprovare. E' di quei giorni l'ultimo suo passo presso mons. Lefebvre, con la breve lettera che riportiamo in seguito, nella quale splendeva tutta la grandezza della carità e del dolore di un vescovo della Chiesa cattolica nell'ora della caduta di un confratello.

    Si tratta del messaggio mandato all'uomo di Ecône, il 22 giugno 1988. Il biglietto diceva: «Monsignore, Vi prego in ginocchio di non staccarvi dalla Chiesa. Voi siete stato un aposto_ lo, un grande vescovo; Voi dovete restare al vostro posto. Alla nostra età noi siamo davanti alla porta dell'eternità. Riflettiamo. Io sempre vi attendo, qui nella Chiesa e poi in paradiso».

    Il messaggio forse non giunse al destinatario né prima né dopo il 28 giugno, giorno della rottura. In ogni caso rimase senza risposta. Il Cardinale avreb_ be portato con sé nella tomba anche questo dolore.


    6. L'ufficio di Pietro e la persona del Papa

    La succinta cronaca che abbiamo fatto della vita del Card. Siri e dei suoi rapporti con i Papi ci ha riempito di ammirazione. Alla base dei suoi atteggiamenti, al di là della stima goduta e meritata, c'era però una salda fede nella Chiesa e nelle note teologiche che la caratterizzano: una, santa, cattolica e apostolica, e inoltre nell'ufficio di Pietro e dei suoi Successori: dono trascendente alla Chiesa che cammina nella storia.

    Sentiamo un tratto di un'omelia pronunciata dal Card. Siri in questa Cattedrale, il 29 giugno 1977. Può ben suggellare questa nostra commemorazione.

    «La verità è questa: il primo dovere di Pietro è di parlare in nome di Dio e di aver siglato in Cielo quello che, nelle debite forme, viene presentato al mondo nella sua qualità di maestro e capo supremo, Vicario di Dio in terra. Questo è l'ufficio. Quest'ufficio, però, sopravanza Pietro, perché se si compara questo testo del XVI cap. di Matteo con il XXI cap. dell'evangelo di Giovanni, si deduce con chiarezza che Gesù sapeva benissimo che Pietro sarebbe morto, anzi disse «con quale morte - lo annota Giovanni - con quale morte avrebbe glorificato Dio» (Gv. 21,19), mentre nel vangelo di Matteo parla della fine dei tempi e dell'impossibilità per le potenze dell'Inferno di scuotere giammai questa roccia, il che vuol dire che il morituro Pietro avrebbe lasciato la guida della Chiesa ad un suo successore.

    A questo punto troviamo questo fatto che accompagna, come un miracolo vivente, tutta la vita e la storia della Chiesa: un tale ufficio che parrebbe doversi consegnare soltanto ad un angelo già costituito in gloria, è affidato ad un uomo che rimane perfettamente libero e che può anche comportarsi meno bene, come è accaduto talvolta nella storia. Questo è meraviglioso: che una cosa talmente grande e talmente impegnativa - voi capite bene che le parole dette da Gesù Cristo a Cesarea di Filippo sono state una cambiale in bianco - è messa nelle mani dell'uomo. Dio solo poteva prendersi un simile lusso, di mettere, cioè, una cosa tanto grande, tanto fissa, tanto immutabile, tanto infallibile ed indefettibile nelle mani di un uomo, che lasciava con la sua libertà e con la sua umana debolezza. Questo è l'ufficio.

    Cari sacerdoti, abbiate sempre in voi la distinzione tra il vostro ufficio, che ovviamente non è quello di Pietro, ma che è un frammento di quello di Pietro, e la vostra persona, la distinzione. Perché i primi a dover portare rispetto a quest'ufficio dovete essere voi. I primi a dover obbedire alle regole che questo ufficio impone con una logica decisa, che oggi piace a pochi, siete voi! Dovrete molte volte fermare in voi l'uomo, figlio di Adamo, debole, ed imporre allo stesso uomo d'essere eroe perché c'è un ufficio che lo sopravanza, ben più di quanto le molli piane di questo mondo sono sopravanzate dai monti più alti, ed è questo ricordo che lascio a voi.

    Distinguete sempre e fate in modo che l'uomo obbedisca all'ufficio, lo rispetti e ascolti gli imperativi di quest'ufficio che molte volte possono chiedere, anche nel più profondo silenzio, là dove nessuno segue le nostre azioni, atti di vero e proprio eroismo, e Dio vi conceda la grazia di compierli, come l'ha data a Pietro».


    Tarcisio Card. Bertone
    Arcivescovo di Genova

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  2. #2
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    Sua Eminenza il Cardinale Tarcisio Bertone.

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    Sua Eminenza il Cardinale Giuseppe Siri

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    Originally posted by Thomas Aquinas


    Sua Eminenza il Cardinale Tarcisio Bertone.
    eehheheheheh...ogni tanto qualcosa di buono Genova ce l'ha....

  5. #5
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