Il punto di Marco Mostallino
Andate al mare:
sarà l'ultima volta
Votare disturba. Dire sì ancora di più. Dai
Palazzi del potere sardo - politico ed economico
- partono segnali di fumo imbarazzati
e imbarazzanti in vista del 12 e 13 giugno.
Consiglieri regionali, assessori, industriali
e bizzarri sindacalisti dicono in giro, a chi li incontra,
che questo referendum contro l'importazione di
spazzatura tossica spacciata per “materia prima” delle
fabbriche è frettoloso: non si può riconvertire un sistema
produttivo in poche settimane, subito dopo la possibile
vittoria del sì (il quorum regionale è del 30 per cento)
all'abrogazione della legge che permette l'import di scorie
industriali. Balle. Sparate da chi, per 30 anni, non si è
posto il problema di sostituire un'industria pesante, declinante
e inquinante, con aziende legate alla vocazione
della Sardegna. Le ciminiere nell'Isola risalgono alla fine
degli anni '60 e ai primi '70. Il loro crepuscolo è cominciato
nel giro di un decennio: sono nate vecchie, cloni
senza Dna produttivo. Se ci va di ridere, rileggiamo i
discorsi dei presidenti della Regione di fine Novecento: si
parlava di riconversione economica con le stesse frasi che
la classe politica usa oggi. Risulta chiaro ciò che costituisce
un fatto e non una semplice opinione: l'approccio
soft al cambiamento è inteso solo come una
furbesca proroga. È tempo che i sardi dicano basta, costringendo
- perché non c'è altro mezzo - gli abitanti dei
Palazzi - Regione e Confindustria - a fare i conti con una
realtà mutata. Oppure a cambiare mestiere, perché la
volontà degli elettori è mutata più in fretta di loro. La
grande industria sarda con sede legale e cassaforte a
Roma e Milano è condannata: vive di sconti, contributi,
di elemosina statale scaricata su Irpef e bollette dei contribuenti.
E l'Unione Europea, pian piano, fa piazza pulita
di regali ed elemosine. Insomma, la produzione e il lavoro
sono alle ultime ore, restano gli scarti. A Porto Torres c'è
una montagna tossica di 40 ettari per 20 metri di altezza:
rifiuti industriali importati da Marghera - è agli atti del
processo del polo chimico - e da chissà dove. E l'arrivo,
legale e illegale delle scorie del nord Italia, continua
mentre il reddito e l'ambiente dell'Isola si consumano.
Chi pensa che quarant'anni di accumulo di veleni siano
pochi, il 12 e 13 giugno vada al mare. Potrebbe essere
l'ultima volta prima dei divieti di balneazione.




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