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    Predefinito Battaglia per la bellezza

    Battaglia per la bellezza
    di Alessandro Sansoni

    Gli artisti contemporanei, osannati dalla critica, strapagati da governatori e sindaci, pompati dai media, non ottengono il favore del pubblico.
    Il “rozzo senso estetico delle masse ignoranti” non riesce ad apprezzare le teste mozzate, i manichini impiccati e i crocifissi scheletrici.

    L’arte moderna ha cristallizzato la vitalità delle avanguardie. Ed è incapace di comunicare la vera bellezza

    Sembrerebbe che l’Italia sia attraversata da un grande fermento artistico. Da Nord a Sud, grazie soprattutto all’impegno e alla fantasia dei consulenti delle giunte locali uliviste è tutto un pullulare di eventi, mostre, esposizioni pittoriche e scultoree.

    A Firenze, dal 30 novembre dello scorso anno, fino al prossimo 3 settembre, presso il polo museale fiorentino viene celebrata l’attualità del David di Michelangelo: l’idea è di Bruno Corà e di Franca Faletti, che hanno invitato un quintetto di spregiudicati artisti contemporanei (Georg Baselitz, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Robert Morris e Thomas Struth) a collocare una loro opera accanto alla tribuna che ospita la statua.

    A Napoli, il 26 marzo è stato inaugurato il Palazzo delle Arti, in cui sono ospitate alcune decine di opere di artisti viventi, mentre da poco, il 31 gennaio, si era conclusa la mostra personale di Damien Hirst, tenutasi presso il Museo Archeologico nazionale, grazie all’attivismo inesauribile del guru campano Achille Bonito Oliva.

    E questi sono solo alcuni esempi.

    Reazioni

    Gli artisti contemporanei, osannati dalla critica, strapagati da governatori e sindaci, pompati dai media, non sembrano però ottenere il favore del pubblico. Il “rozzo senso estetico delle masse ignoranti” non riesce ad apprezzare le teste mozzate, i crocifissi scheletrici, gli oggetti d’uso quotidiano trasformati in opere d’arte in virtù della loro inerziale collocazione museale, i disegni ininteliggibili… E così, sempre per rimanere nel solco degli esempi precedenti, il guestbook di Forme per il David finisce per essere subissato dagli insulti (subito bannati) dei fiorentini indignati dallo sconcio spettacolo che minacciano di rivolgersi all’Unesco per “impedire oltraggi del genere al patrimonio dell’umanità”.

    A Napoli, invece, la mostra di Hirst, nonostante l’ambaradan pubblicitario, si è rivelata un flop ed il 29 marzo un gruppo di artisti, intellettuali e giovani (di destra) hanno simbolicamente assaltato il monumento dell’Italia capovolta un’assurda e costosissima megastruttura in ferro, reggente un pannello a forma di penisola ma a testa in giù, che campeggia ormai da mesi a Piazza Plebiscito celebrando il trionfo della dittatura culturale di Bassolino e Bonito Oliva e della bruttezza dell’arte contemporanea.

    Uscire dal nichilismo estetico

    Secondo Ernst Jünger, in un testo, Prognosi, scritto nel 1993 per la Biennale di Venezia, il nostro è un tempo in cui “per quelli che lavorano nel campo della creatività come poeti, scrittori, artisti, musicisti sarebbe meglio dormire”. In effetti il problema, tutt’altro che marginale e di facile soluzione, sta tutto qui.

    La morte dell’arte profetizzata da Hegel, che già agli albori del XIX secolo vedeva avanzare la razionalità concettuale in tutta la sua potenza distruttrice della forma e del gusto, si è compiuta. E non da oggi. La destrutturazione della forma, il gusto dell’orrido e dell’aberrante, la provocazione fine a se stessa - e, poiché da tutti praticata, priva di carica trasgressiva e tremendamente conformista - oltre ad essere discutibile sotto il profilo estetico, in quanto può appagare lo snobismo vuoto degli intellettuali e di coloro che li stanno a sentire, ma non la ricerca di armonia e di senso di una persona normale, è anche datata.

    I vari Hirst, Morris, Cattelan non fanno che riprodurre, con la stanchezza espressiva che è propria degli epigoni, ciò che agli albori del Novecento, allora sì con autentica esplosività rivoluzionaria, le avanguardie europee proponevano. Ma poteva mai sospettare Marcel Duchamp - che per primo espose ruote di biciclette, scolabottiglie e orinatoi per denunciare il fatto che il solo essere collocate in gallerie o musei poteva rendere opere modeste dei presunti capolavori d’arte - che queste sue geniali ed estemporanee trovate sarebbero un giorno divenute un paradigma, un canone, pedissequamente ripetuto all’infinito?

    Se Munch, Majakovskij e compagni davano forma ad una civiltà europea malata, senza più certezze spirituali, ma ancora in cerca di una verità quantomeno ideale, i loro epigoni di inizio XXI secolo sguazzano semplicemente nel nulla, avallati dalla debolezza di un pensiero che sostiene che per essere democratici e liberali non bisogna cercare valori forti, che è giusto tollerare amabilmente qualunque opinione, ma che abbandona in questo modo ogni individuo alla sua solitudine, ben rappresentata dall’incapacità dell’arte contemporanea di mettere in contatto reale l’autore e il fruitore di opere che, quando non sono banalmente concettuali, sono totalmente solipsistiche.

    Che fare?

    La battaglia per l’arte e per la bellezza, oltre ad essere culturalmente importante, è anche una battaglia eminentemente politica. Una comunità, infatti, si fonda spiritualmente e possiede una propria autocoscienza solo se esiste un quadro di valori politici, etici, religiosi ed estetici in cui coloro che ne fanno parte si riconoscono. I quattro elementi che compongono questo quadro sono indissolubilmente legati tra di loro. L’Italia prima di essere una Nazione era un’immagine letteraria: a fondarla, prima delle guerre di liberazione, sono state la lingua dei suoi letterati, le poesie romantiche, le rappresentazioni pittoriche della patria.

    Superare l’arte morta del nichilismo diventa oggi più che mai strategico, se si vuole ricostruire un tessuto spirituale e identitario per l’Italia e per l’Europa, se si vuole ridare un orizzonte di senso ai nostri giovani.

    Secondo Jünger - citato il 22 gennaio scorso da Ludovico Tadei sul Domenicale, un settimanale che da tempo sta affrontando queste tematiche - “bisogna tornare agli dèi. Ciò vuol dire che l’arte deve essere teologica, avere qualcosa, una relazione con la divinità, diversamente non c’è nulla”. Insomma l’Arte ritornerà ad essere tale quando saprà associare nuovamente alla forma armoniosa un contenuto “alto” e intelligibile su vari livelli, dal più sofisticato al più elementare - come sempre è avvenuto nell’arte tradizionale.

    Ma prima dell’artista, si sa, c’è il mecenate. Se immagini senza forma, cadaveri e insetti schifosi riempiono i nostri musei, ciò avviene perché c’è chi li paga, chi li valorizza, non in virtù dell’ispirazione libera degli autori.

    è ora che la destra elabori una propria strategia d’intervento culturale. Ciò è indispensabile per due ragioni: sia se essa vuole realmente incidere nel tessuto sociale e culturale della nostra nazione, senza limitarsi alla mera gestione amministrativa del potere, sia se si intende finalmente contrastare alla sinistra un’egemonia culturale che, quantunque non risulti sempre determinante elettoralmente, rende tuttavia difficile governare.

    Pertanto, laddove il centrodestra governa gli enti locali o, attraverso i ministeri, le istituzioni culturali, sarebbe opportuno organizzare delle équipe di veri professionisti della cultura che elaborino progetti metapolitici di lungo periodo, pilotando attraverso premi, mostre tematiche, concorsi, la produzione artistica e la rinascita estetica.
    Source: Area

  2. #2
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