Il Direttore del Museo, rimuginando su quell’essere immondo e nefasto che lo stava ricattando si sentì impotente e disperato, non avrebbe mai dovuto cercare quel maledetto Tempio, a causa di quel suo ’imperdonabile egoismo ora tutto era compromesso.
Si sentì stringere in gola, raggelò in sol colpo sapendo che sarebbe stato vittima di due fuochi: la “police” e l’essere maledetto. C'era solo una cosa che però poteva ancora decidere.
Colpito da un brivido lungo la schiena, avendo compreso alla fine quale poteva essere il suo unico destino prese velocemente il primo pezzo di carta sul tavolo, iniziò a scrivere senza badare troppo alla calligrafia, il suo volto cupo si trasformò in una smorfia che pareva un sorrisetto di riscatto; corse verso il balconcino rivolto verso l'Atrio centrale e senza indugio si tuffò. Per un attimo si sentì libero, libero dai mali, libero dalla condanna, dal maleficio che lo imprigionava per tanto tempo.
Francoise Guillaume, investigatore a capo del caso, attendeva impazientemente Musset, intanto, accese un sigaro ed iniziò a sbuffare cerchi di fumo, lo faceva soltanto quando brancolava in un caso irrisolvibile, complicato come un cubo di Rubick, enigmatico come una sfinge ed apparentemente impossibile pur per un oracolo.
Fece chiamare l'agente Jaques Russeau,
“Si signore? Mi ha chiamato?”
“Si può sapere dove diavolo è finito il direttore?” chiese nervosamente più a se stesso che all’agente, il quale gli rispose con una laconica alzata di mani.
“Non possiamo più aspettare, vada in casa sua, lo prelevi a forza, lo accompagni qui al museo perché deve rispondere di alcune domande in qualità di persona informata dei fatti, e mi raccomando di non sbagliare” disse queste ultime parole quasi con ironia, non sopportava davvero i <<fratelli nullità>> com'era solito chiamarli, Jacques rispose prontamente
“Si signore” l’agente prese l’indirizzo dell’abitazione del prof. Musset dalla segreteria del museo, la guardò un attimo cercando di ricostruire il percorso più breve per raggiungere quell’indirizzo: Rue Da Vinci 24. poi salì su una delle auto pattuglie parcheggiate di fronte al museo, svegliò malamente il conducente e lo fece spostare di posto, girò la chiave e ingranò la prima a sirene spiegate.
Russeau era eccitato, finalmente poteva fare qualcosa di diverso dal solito compito, quello di tenere fermi i curiosi dalla scena di un delitto. Evitando incidenti per miracolo arrivò come graziato dal cielo, ma l'unica cosa che trovò fu l’ennesimo fallimento; una piccola folla era radunata di fronte al condominio di Rue Da Vinci 24, c’era anche un’ambulanza, non fece in tempo a pensare a cosa poteva essere successo che trovò la risposta, rapida quanto brutale: il corpo del professore era lì morto, schiantato, sanguinante.
Russeau prese allora il telefono e con voce tremante informò il commissario Guillaume: “Co- commissario”
“Russeau?!? E Lei Russeau?”
“Si signore, il professore è morto”
Guillaume trasalì, un brivido gli percorse la schiena, sarebbe stata una mattinata lunga, lo aveva capito sin dall’inizio, non appena vide il corpo impiccato di quell’uomo, e così infatti si stava dimostrando d’essere. Diede l’ordine alla scientifica di levare il corpo, e di concludere i rilevamenti, poi prese la sua citroen e partì alla volta dell’abitazione del professor Musset. Non fece passare dieci minuti d'attesa, era già troppo nervoso e non pensò nemmeno un attimo a tardare “Ispezionate tutto, rivoltate l’ufficio e l’abitazione del professore come un calzino”.
Sulla scrivania c’era ben visibile il suo ultimo testamento, Guillaume lo vide subito, e iniziò a leggerlo con agitazione e preoccupazione
<<Mi scuso con tutti voi,
sono stato stolto,
troppo fanatico del mio lavoro,
troppo da non rendermi conto di ciò che stavo per scatenare,
ho fatto in modo che la terra venisse maledetta per sempre,
non c'è modo di fermare l'essenza demoniaca,
Il male ha preso la sua forma, il dipinto l’ha persa
tornare indietro è impossibile
pago con la mia vità questo errore imperdonabile.>>
L'investigatore, scioccato dal folle ed incompresibile manoscritto del professore, iniziò a far lavorare la mente, quale incomprensibile sciarada? Di che terribile sventura parla il professore?Quella sera non tornò a casa, rimase a pensare in ufficio: due suicidi in un solo giorno, il Louvre, una misteriosa cassa, e poi quel manoscritto intraducibile, seppur fosse francese, cosa legava tanti cocci in un unico vaso di Pandora? Se lo chiedeva l'investigatore, mentre non riusciva a chiudere occhio, forse non voleva; farfugliava qualcosa d'incomprensibile, brancolava in un buio fitto e malinconico, poi, mise le scarpe, prese la giacca e si recò frettolosamente al Louvre, forse avrebbe trovato qualche indizio particolarmente schiacciante, se lo augurava, mentre guidava la sua citroen sgangherata in quella notte che pareva più cupa delle altre.
Guillaume, entrò ispezionando ogni minimo centimetro quadrato di quell'Atrio sinistro, fece pochi passi, poi, trovò un mantello, di chi doveva essere? Quel pomeriggio non c'era, ed alcuno avrebbe potuto metter piede se non avesse avuto un distintivo con sè, si voltò di scatto, pareva avesse sentito come dei passi, poi, si mise una mano sulla fronte pronunciando tra sè e sè: "Francoise, Francoise questo caso ti stà rendendo pazzo!", poi sospirò e disse: "Eh, non riuscirò mai a capire cosa sia successo qui dentro!", si voltò verso l'uscita, poi inciampò: "Dannata torcia! Si spegne di continuo quando serve!", improvvisamente sentì nuovamente dei passi, erano felpati, quasi striscianti, capì subito avendo esperienza di spionaggio: c'era qualcuno che lo stava osservando. Cercò di fare meno rumore possibile per sentire distintamente ogni minimo suono, quasi si spaventò quando intravide un'ombra spostarsi rapidamente per il corridoio, l'investigatore era indispettito, quell'uomo poteva esser più vicino di quanto pensasse e poi, non aveva preso nemmeno la sua arma con sè, quella si che lo avrebbe rassicurato.
Diede un colpo alla torcia, questa si accese, la mosse tremante, in cerca di quella sagoma astratta, poi, vide un'ombra dirigersi verso la sezione egizia, entrò come un felino di fronte ad una gazzella, ma meno superbo: da un momento all'altro poteva divenire preda, in quel giorno dove il sangue scorreva a fiumi.