La perdita di competitività nei confronti dei paesi sviluppati e ancor più nei confronti delle economie emergenti, legata allo scarso incremento della produttività e all’aumento dei costi di produzione, si conferma l’elemento di maggiore debolezza del nostro sistema economico.
Non sarà semplicemente un caso che in cinque anni la produzione industriale del nostro Paese è aumentata soltanto dello 0,9 per cento e che gli investimenti in attrezzature, macchinari e mezzi di trasporto rallentano dal 2001. Se prendiamo in analisi la situazione delle esportazioni di beni e servizi la situazione non è certo migliore: la tendenza strutturale alla perdita di quote di mercato,
dovuta anche alla ridotta competitività di prezzo, è stata accentuata dall’effetto penalizzante dell’apprezzamento dell’euro. Continua a persistere la tendenza alla riduzione della dimensione delle imprese e il divario rispetto agli altri principali paesi industriali si è ampliato. È proprio la frammentazione della struttura produttiva a limitare l’aumento della produttività, l’attività di ricerca, lo sviluppo di prodotti innovativi e tecnologicamente avanzati e, in definitiva, la conquista di nuovi mercati. Bisogna comunque considerare che le riforme dirette ad accrescere la
flessibilità dell’impiego del fattore lavoro hanno prodotto effetti immediati in termini di aumento del numero di occupati e di riduzione della disoccupazione. Ma recentemente la redditività delle imprese è rimasta, in media, soddisfacente soprattutto grazie al calo del costo del denaro poiché la competitività delle imprese italiane continua ad arretrare inesorabilmente come la produttività che oggi è al di sotto di quella osservata nelle maggiori economie industriali.
È più che mai necessario tornare ad una crescita sostenuta ed è proprio l’industria a doversi proporre come settore trainante dell’economia italiana. L’Italia necessita di un nuovo modello di sviluppo basato sulle importanti capacità imprenditoriali che da sempre caratterizzano il nostro Paese, ma soprattutto basato sulla crescita dimensionale delle imprese. Il nostro sistema industriale è formato da distretti che hanno consentito di attenuare gli svantaggi della piccola dimensione: si tratta di imprese per lo più a controllo familiare, attive in settori tradizionali e in nicchie di mercato. La loro crescita dimensionale favorirebbe maggiori investimenti in ricerca, l’espansione
in segmenti contigui di attività e una maggiore penetrazione nei mercati internazionali: tutto ciò potrebbe dare un contributo importante al rafforzamento delle prospettive di sviluppo del nostro sistema economico. La grande impresa è essenziale per accrescere la capacità innovativa della nostra industria. Certamente grava sulla competitività un costo dell’energia che risente enormemente delle oscillazioni dei prezzi del petrolio. A proposito del costo dell’energia bisogna ricordare che l’Italia è all’avanguardia nella sperimentazione di nuove fonti di energia rinnovabili, non inquinanti e competitive. Tale sperimentazione necessita del sostegno pubblico e dell’interesse del settore produttivo con lo scopo di assicurare il mantenimento del vantaggio di cui disponiamo, anche rispetto ai sistemi economici più avanzati. La produttività dipende anche dalla realizzazione di infrastrutture pubbliche con il contributo di capitali privati e l’Italia con la Legge obiettivo ha varato un programma diretto a colmare il divario di dotazioni infrastrutturali rispetto ai partner
europei; ora ne va assolutamente accelerata la realizzazione. L’Italia ha i numeri di un grande paese europeo, ma con vincoli che ne condizionano le prospettive di sviluppo. Lo sforzo fatto per entrare nell’Unione economica e monetaria ci ha consentito di acquisire una posizione che, se da un lato impone il rispetto di vincoli comuni, dall’altro ci tutela dalla crescente instabilità del sistema economico globale. Ora è necessario conseguire un livello di sviluppo più alto e soprattutto più stabile. Bisogna accelerare alcune riforme strutturali e non accontentarsi dei vantaggi acquisiti, bisogna cambiare i comportamenti così come regole e politiche comunitarie richiedevano
e richiedono. Il Paese, non dimentichiamolo, ha fatto grossi sacrifici per entrare in Europa e continua a farli per mantenere la posizione, ma non si organizza per investire a sufficienza in
comportamenti propulsivi che mirino al rilancio della competitività.

Massimiliano Michele Mellone