Blair, la sinistra e il gusto di perdere
di Umberto Ranieri
Sugli esiti delle elezioni britanniche si sarebbe detto quasi tutto se non fosse per alcune considerazioni di Pietro Folena (L'Unità 12 giugno) che stimolano una risposta. Mi piacerebbe - per spiegare la singolarità dei suoi argomenti contro Tony Blair - seguirlo sulla metafora calcistica che apre il suo articolo: la dichiarazione di fede interista e, dunque, la sommessa e sconsolata confessione di una certa abitudine a “non vincere”. Ma sarebbe irriguardoso per i tantissimi sostenitori dello storico club milanese.
Quello di Folena è uno strano ragionamento che vorrei semplificare così: i laburisti hanno vinto ma perdendo circa cinquanta seggi sulle ultime consultazioni e, dunque, Blair ha perso. Allo stesso tempo è vero che i laburisti ottengono il terzo mandato consecutivo e, dunque, il Labour ha vinto. A me pare uno spericolato esercizio di logica quello che conduce Folena ad una singolare interpretazione della vicenda elettorale britannica.
Il cuore del ragionamento di Folena e del suo giudizio distruttivo su Blair è una affermazione apparentemente innocente e ovvia: “in politica non basta vincere, per governare occorre anche convincere”. Ora è indubbio che ci sono stati tantissimi elettori non convinti da Blair. E molti dei quali, probabilmente, anche per le ragioni che ricorda Folena (”la guerra in Iraq”). Tony Blair, del resto, è stato tra i più misurati commentatori della propria vittoria. E forse il più deciso a indicare l'esigenza di una riflessione sul futuro della politica laburista e sulle innovazioni che si richiederanno. E tuttavia resta il fatto che una maggioranza relativa degli elettori abbia, per la terza volta consecutiva, scelto il leader del Labour. E nel computo dei voti, in una democrazia parlamentare, non è agevole distinguere tra voto e convinzione. Ma vorrei venire ad un aspetto più serio di questa discussione. E affrontare il tema da un versante diverso rispetto alla linea dei commenti che hanno fatto seguito al risultato elettorale nel Regno Unito. Quali sono le domande che, sulla base di questo risultato, dovrebbe porsi la sinistra radicale, quella parte della sinistra a cui Folena fa riferimento? Ci sono due affermazioni, nell'articolo di Pietro, che ingenerano a mio avviso un corto circuito interpretativo.
Sostiene Folena: “il distillato del blairismo è la guerra”. Questa constatazione rende inutile e superflua qualunque analisi di merito dei risultati delle politiche dei laburisti nei loro otto anni di governo: la crescita dell'economia, i dati dell'occupazione, le politiche sociali ecc. Non ha alcun senso, per Folena, una discussione su questi aspetti. Egli ritiene che basti liquidare il tema con la consueta affermazione che tali politiche hanno seguito una via liberista e non socialdemocratica per cavarsi di impaccio. E invece i fatti, come si sa, sono testardi. La “guerra in Iraq” non riesce ad oscurare il dato saliente del bilancio del Ministero Blair: la più lunga fase di governo di una forza di sinistra in Gran Bretagna, coincide con il più lungo periodo di crescita di quella economia e con un segno sociale progressista indiscutibile come è testimoniato dai dati dell'occupazione e delle politiche correttive e redistributive sul terreno del Welfare. Si è trattato, come scrive Andrea Romano nel suo incisivo ritratto umano e politico dedicato a Blair, “del più ambizioso tentativo compiuto in questi anni da una forza di sinistra per tenere insieme due obiettivi difficilmente conciliabili, come una maggiore produzione di ricchezza e una maggiore giustizia sociale”. C'è una politica socialdemocratica alternativa, ma anche altrettanto vincente, rispetto a quella realizzata con la terza via di Tony Blair? E dove? Non piacerà a Folena ma nella storia della sinistra europea degli ultimi decenni l'esperimento del New Labour e il lungo esercizio di governo di Tony Blair sono destinati a fare epoca come quelli degli anni sessanta e settanta della socialdemocrazia tedesca e di quella scandinava. E la prova di ciò è un'altra affermazione di Folena che non vorrei trascurare.
Egli si chiede con un certo azzardo: perché le politiche di guerra e liberiste del tatcheriano Blair non hanno portato alla sconfitta del Labour? La sua risposta è, letteralmente, che ciò è dovuto al fatto “che non esistono alternative credibili”. E non solo in quanto a crescere elettoralmente, nonostante la sconfitta, sono i partiti alla destra di Blair ma anche perché “a sinistra del Labour non esiste nulla”. Se è così, Pietro dovrebbe chiedersi come mai - dopo otto anni di governi laburisti, di cui quattro segnati dal “blairismo di guerra e liberista”, come egli li bolla - in quel paese, “a sinistra del Labour non esiste nulla”. O meglio esiste… Gordon Brown. Che nei panni di demolitore radicale e leftista del riformismo di Blair proprio è difficile vederlo. Credo ci sia molto da meditare intorno a quanto la vittoria laburista è in grado di dire ad una sinistra che come quella italiana si prepara a guidare nuovamente il paese.
Così come ci sia molto da riflettere sull'Inghilterra che esce dalle urne. Ed anche sul fatto che, più che la guerra in sé, la riduzione di seggi al Labour sia da ricondurre alla percezione di un modo non trasparente di affrontare la questione della guerra.
Detto ciò viene da chiedersi perchè nella sinistra italiana la riflessione critica ed autocritica sulle lezioni della storia e sulle prove di fatto della realtà si pretende che riguardino solo la sua componente riformista. I risultati delle elezioni in Gran Bretagna sono il laboratorio ideale dell'inconsistenza e della fallacia delle analisi e delle ricette del radicalismo di sinistra. Ce ne sarebbe, per esso, di che discutere per mesi. E invece Folena e la sinistra radicale si dilettano con il “declino di Blair”. Mi dispiace per gli interisti ma qui l'abitudine a perdere rischia di diventare un gusto.




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