L’Onu: la Farnesina accreditò il trafficante «Oil for food, Giangrandi autorizzato dal governo D’Alema» STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
Come fece Augusto Giangrandi, l’uomo punito dal Congresso Usa per i suoi traffici d’armi con Sadddam, a ottenere dall’Onu nel 1999 l’ambita commessa per diventare un compratore internazionale di petrolio? Trasformandosi così in una delle figure chiave dello scandalo Oil for food, il programma varato nel ’95 dal Palazzo di Vetro per sfamare la popolazione irachena e diventato invece un sistema di potere nelle mani del dittatore? «Giangrandi e la sua Italtech hanno dovuto seguire lo stesso iter imposto dal programma Oil for food a tutte le compagnie che facevano affari con l’Iraq — spiega Stephane Dujarric, portavoce di Kofi Annan —; una volta che la compagnia aveva negoziato il contratto con le autorità irachene, esso doveva essere sottoposto alla commissione Oil for food e al Consiglio di Sicurezza ». La strada per arrivare all’Onu era una sola: «Attraverso la MissioneOnu del Paese dove la ditta era registrata. L’unica che aveva la competenza giuridica per depositare ufficialmente il contratto». Ad accreditare Giangrandi all’Onu, nel ’99 durante il governo guidato da Massimo D’Alema, fu dunque l’allora ambasciatore italiano alle Nazioni Unite, Sergio Vento? «Non ho davanti a me quel documento, confiscato dalla Commissione Volcker all’inizio dell’inchiesta — ribatte il portavoce di Annan —.
Ma so per certo che le lettere di accredito ci pervennero tutte su carta intestata di ciascuna missione: francese, russa, italiana o giapponese». Da Washington, dove nel frattempo è diventato ambasciatore italiano in Usa, Vento non rilascia commenti. Parla invece Lamberto Dini, ministro degli Esteri dei governi di centrosinistra, per negare qualsiasi coinvolgimento della Farnesina nell’affare che ha consentito alla livornese Italtech di arricchirsi e di finanziare Saddam Hussein. «Io non ho mai accreditato nessuna società o impresa all’Onu nell’ambito dell’Oil for food—spiega l’ex ministro —. Al massimo ho autorizzato alcuni voli umanitari ai quali partecipavano a volte parlamentari, per portare beni di prima necessità alla popolazione irachena». Dini contraddice poi il portavoce di Annan, sostenendo che «le società italiane prendevano contatti con il governo iracheno, per conto proprio, e per progetti specifici, che poi venivano approvati direttamente dall’Onu, senza il nostro coinvolgimento». «L’accredito veniva fatto direttamente dal Palazzo di Vetro — aggiunge Annamaria Gabrielli, addetta stampa di Augusto Giangrandi —. L’unica richiesta che le Nazioni Unite rivolgevano al ministero degli Esteri era la verifica sulla effettiva esistenza della società e sulle sue coperture finanziarie ». Ma a confermare un ruolo, sebbene esterno, del ministero degli Esteri, è anche l’attuale portavoce della Farnesina, Pasquale Terracciano: «La cosa non è stata gestita da noi — spiega —, però la missione italiana ha fatto da postino, trasmettendo una decisione che proveniva da un altro ministero ».
Quale? «Penso il Map, il ministero per le attività produttive — ribatte Terracciano —, sono loro che hanno competenza in materia». E qui la matassa si fa ancora più intricata. In quel periodo — tengono a precisare al Map — in Italia c’erano i governi di centrosinistra: prima D’Alema e poi Amato. «Per sapere cos’è successo bisogna interrogare il diessino Pierluigi Bersani e gli altri capi di questo dicastero tra il ’99 e il 2001—punta il dito Valerio Gironi, portavoce di Claudio Scajola, attuale ministro delle Attività produttive —. Non certo noi, che allora non eravamo al potere». Come si difendono i diretti interessati? «A occuparsi del programma Oil for food mi pare fosse il ministero degli Esteri — replica Bersani — e comunque non mi risulta che ci fossero state società accreditate nell’ambito di quel programma ». L’unica certezza, in questo scaricabarile senza fine, riguarda il volume d’affari da capogiro realizzati dalla Italtech in quel periodo. Una società entrata all’improvviso nel mercato del petrolio con un capitale di poche centinaia di milioni di lire e arrivata a fatturare centinaia di miliardi nel giro di due anni. Secondo il dossier del Congresso americano, il segreto di Giangrandi erano le sue amicizie a Bagdad: rapporti creati negli anni Ottanta con le vendite di armi e proseguiti con il pagamento all’entourage di Saddam di «commissioni » sulle forniture di petrolio. Mazzette che spesso venivano consegnate in contanti anche all’ambasciata irachena di Roma.
Alessandra Farkas, Virginia Piccolillo
18 maggio 2005




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