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  1. #1
    torquemada
    Ospite

    Predefinito Papa Ratzinger e liturgia postconciliare

    Il Papa Benedetto XVI e la liturgia postconciliare

    Prima puntata

    Per tornare al discorso generale: che rimprovera il Prefetto a certa liturgia d’oggi? (O, forse, non proprio di oggi visto che, come osserva, « sembra stiano attenuandosi certi abusi degli anni postconciliari: mi pare che ci sia in giro una nuova presa di coscienza, che alcuni stiano accorgendosi di avere corso troppo e troppo in fretta ». « Ma – aggiunge – questo nuovo equilibrio è per ora di élite, riguarda alcune cerchie di specialisti mentre l’ondata messa in moto proprio da costoro arriva adesso alla base. Così, può succedere che qualche prete, qualche laico si entusiasmino in ritardo e giudichino d’avanguardia ciò che gli esperti sostenevano ieri, mentre oggi questi specialisti si attestano su posizioni diverse, magari più tradizionali »).
    Comunque sia, ciò che per Ratzinger va ritrovato in pieno è « il carattere predeterminato, non arbitrario, “imperturbabile”, “impassibile” del culto liturgico ». « Ci sono stati anni – ricorda – in cui i fedeli, preparandosi ad assistere a un rito, alla messa stessa, si chiedevano in che modo, in quel giorno, si sarebbe scatenata la “creatività” del celebrante... ». Il che, ricorda, contrastava oltretutto con il monito insolitamente severo, solenne del Concilio: « Che nessun altro, assolutamente (al di fuori della Santa Sede e della gerarchia episcopale, n.d.r.); che nessuno, anche se sacerdote, osi di sua iniziativa aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica » (Sacrosanctum Concilium n. 22).
    Aggiunge: « La liturgia non è uno show, uno spettacolo che abbisogni di registi geniali e di attori di talento. La liturgia non vive di sorprese “simpatiche”, di trovate “accattivanti”, ma di ripetizioni solenni. Non deve esprimere l’attualità e il suo effimero ma il mistero del Sacro. Molti hanno pensato e detto che la liturgia debba essere “fatta” da tutta la comunità, per essere davvero sua. È una visione che ha condotto a misurarne il “successo” in termini di efficacia spettacolare, di intrattenimento. In questo modo è andato però disperso il proprium liturgico che non deriva da ciò che noi facciamo, ma dal fatto che qui accade Qualcosa che noi tutti insieme non possiamo proprio fare. Nella liturgia opera una forza, un potere che nemmeno la Chiesa tutta intera può conferirsi: ciò che vi si manifesta è l’assolutamente Altro che, attraverso la comunità (che non ne è dunque padrona ma serva, mero strumento) giunge sino a noi ».
    Continua: « Per il cattolico, la liturgia è la Patria comune, è la fonte stessa della sua identità: anche per questo deve essere “predeterminata”, “imperturbabile”, perché attraverso il rito si manifesta la Santità di Dio. Invece, la rivolta contro quella che è stata chiamata “la vecchia rigidità rubricistica”, accusata di togliere “creatività”, ha coinvolto anche la liturgia nel vortice del “fai-da-te”, banalizzandola perché l’ha resa conforme alla nostra mediocre misura ».
    C’è poi un altro ordine di problemi sul quale Ratzinger vuole richiamare l’attenzione: « Il Concilio ci ha giustamente ricordato che liturgia significa anche actio, azione, e ha chiesto che ai fedeli sia assicurata una actuosa participatio, una partecipazione attiva ».
    Mi sembra ottima cosa, dico.
    « Certo – conferma –. E un concetto sacrosanto che però, nelle interpretazioni postconciliari, ha subito una restrizione fatale. Sorse cioè l’impressione che si avesse una “partecipazione attiva” solo dove ci fosse un’attività esteriore, verificabile: discorsi, parole, canti, omelie, letture, stringer di mani... Ma si è dimenticato che il Concilio mette nella actuosa participatio anche il silenzio, che permette una partecipazione davvero profonda, personale, concedendoci l’ascolto interiore della Parola del Signore. Ora, di questo silenzio non è restata traccia in certi riti ».

    da Vittorio Messori, Rapporto sulla fede, intervista al Card. Joseph Ratzinger

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  2. #2
    torquemada
    Ospite

    Predefinito

    [...] Il secondo grande evento all’inizio dei miei anni di Ratisbona fu la pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente, dopo una fase di transizione di circa sei mesi. Il fatto che, dopo un periodo di sperimentazioni che spesso avevano profondamente sfigurato la liturgia, si tornasse ad avere un testo liturgico vincolante, era da salutare come qualcosa di sicuramente positivo. Ma rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un’altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. Si è sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui, però, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C’è solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Il nuovo, dopo il concilio di Trento, fu di altra natura: l’irruzione della riforma protestante aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di «riforme» liturgiche. Non c’erano semplicemente una Chiesa cattolica e una Chiesa protestante poste l’una accanto all’altra; la divisione della Chiesa ebbe luogo quasi impercettibilmente e trovò la sua manifestazione più visibile e storicamente più incisiva nel cambiamento della liturgia, che, a sua volta, risultò parecchio diversificata sul piano locale, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano ben difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa liturgica unitaria e dal pluralismo liturgico ereditato dal medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro. Non si può quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati. Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Come era già avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell’introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti. Non c’è alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti degli autentici miglioramenti e un reale arricchimento, ma il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest’ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi. In questo modo, infatti, si è sviluppata l’impressione che la liturgia sia «fatta», che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di «donato», ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un’autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna «comunità» voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l’incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita. Per la vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l’unità della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come rottura, ma come momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita «etsi Deus non daretur»: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero del Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale? Allora la comunità celebra solo se stessa, senza che ne valga la pena. E, dato che la comunità in se stessa non ha sussistenza, ma, in quanto unità, ha origine per la fede dal Signore stesso, diventa inevitabile in queste condizioni che si arrivi alla dissoluzione in partiti di ogni genere, alla contrapposizione partitica in una Chiesa che lacera se stessa. Per questo abbiamo bisogno di un nuovo movimento liturgico, che richiami in vita la vera eredità del concilio Vaticano II.

    da J. Ratzinger, "La mia vita", ed. San Paolo

  3. #3
    Vox Populi
    Ospite

    Predefinito

    Dunque, finora ho avuto modo di vedere in televisione 4 Messe presiedute da Benedetto XVI: la concelebrazione con i Cardinali a conclusione del Conclave, la mattina successiva all'elezione; la Messa di intronizzazione di domenica 24 aprile: la Messa per l'insediamento sulla Cattedra Lateranense sabato 8 maggio e la Messa per le Ordinazioni di domenica scorsa. Tutte celebrate secondo l'Ordo vigente. A questo punto immagino che siano stati i Cardinali massoni e i Vescovi modernisti che si annidano in ogni angolo del Vaticano a obbligarlo a celebrare con il Novus Ordo puntandogli una pistola alla tempia...

  4. #4
    torquemada
    Ospite

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    Risparmia pure le faccine. [Intanto, se proprio devo scendere al tuo livello, scrivo che in Vaticano alle pistole è preferito il veleno - più silenzioso; sarà pure una malignità, ma nessuno ha ancora smentito che i noti imbalsamatori romani Simonacci siano intervenuti sul corpo di Sua Santità Giovanni Paolo I (Albino Luciani) prima che un medico legale ne accertasse la morte. E il loro abile intervento precluse ogni possibilità, se qualcuno l'avesse chiesta, di una necroscopia].
    Quanto a Ratzinger, sprechi fiato: non è in discussione la validità del Novus Ordo (specie dopo l'intervento dei Card. Ottaviani e Bacci, che non lasciò indifferente Paolo VI, con l'estirpazione della stortura protestante contenuta nel Missale paolino), ma la modalità con cui fu attuata la riforma liturgica, in evidente contrasto con il dettato conciliare.
    Se Sacrosanctum Concilium fosse stata applicata alla lettera (non in nome di un suo presunto spirito; chi ha un'interpretazione diversa dal testo scritto, avrà pure qualche imbarazzo a dimostrarla), nessuno si lamenterebbe.
    Forse quei ragazzotti stonati, con le loro maldestre chitarre, sì.
    Insomma Ratzinger non era e non è contento dell'abbandono del bello liturgico e della creatività a tutti i costi.
    Speriamo che, diventato Papa, non tradisca se stesso e quanti confidano in lui.

  5. #5
    torquemada
    Ospite

    Predefinito

    Lingua nazionale e latino nella messa

    54. Nelle messe celebrate con partecipazione di popolo si possa concedere una congrua parte alla lingua nazionale, specialmente nelle letture e nella « orazione comune » e, secondo le condizioni dei vari luoghi, anche nelle parti spettanti al popolo, a norma dell'art. 36 di questa costituzione. Si abbia cura però che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell'ordinario della messa che spettano ad essi. Se poi in qualche luogo sembrasse opportuno un uso più ampio della lingua nazionale nella messa, si osservi quanto prescrive l'art. 40 di questa costituzione.

    [...]
    La lingua dell'ufficio divino

    101.

    Secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chierici sia conservata nell'ufficio divino la lingua latina. L'ordinario tuttavia potrà concedere l'uso della versione in lingua nazionale, composta a norma dell'art. 36, in casi singoli, a quei chierici per i quali l'uso della lingua latina costituisce un grave impedimento alla recita dell'ufficio nel modo dovuto.
    Alle monache e ai membri degli istituti di perfezione, sia uomini non chierici che donne, il superiore competente può concedere l'uso della lingua nazionale nell'ufficio divino, anche celebrato in coro, purché la versione sia approvata.
    Ogni chierico obbligato all'ufficio divino, che lo recita in lingua nazionale con i fedeli o con quelle persone ricordate al 2, soddisfa al suo obbligo, purché il testo della versione sia approvato.

    CAPITOLO VI

    LA MUSICA SACRA

    Dignità della musica sacra

    112. La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d'inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell'arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all'azione liturgica, sia dando alla preghiera un'espressione più soave e favorendo l'unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri. La Chiesa poi approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie. Perciò il sacro Concilio, conservando le norme e le prescrizioni della disciplina e della tradizione ecclesiastica e considerando il fine della musica sacra, che è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli, stabilisce quanto segue.

    La liturgia solenne

    113. L'azione liturgica riveste una forma più nobile quando i divini uffici sono celebrati solennemente con il canto, con i sacri ministri e la partecipazione attiva del popolo. Quanto all'uso della lingua, si osservi l'art. 36; per la messa l'art. 54; per i sacramenti l'art. 63; per l'ufficio divino l'art. 101.

    114. Si conservi e si incrementi con grande cura il patrimonio della musica sacra. Si promuovano con impegno le « scholae cantorum » in specie presso le chiese cattedrali. I vescovi e gli altri pastori d'anime curino diligentemente che in ogni azione sacra celebrata con il canto tutta l'assemblea dei fedeli possa partecipare attivamente, a norma degli articoli 28 e 30.

    Formazione musicale

    115. Si curi molto la formazione e la pratica musicale nei seminari, nei noviziati dei religiosi e delle religiose e negli studentati, come pure negli altri istituti e scuole cattoliche. Per raggiungere questa formazione si abbia cura di preparare i maestri destinati all'insegnamento della musica sacra. Si raccomanda, inoltre, dove è possibile, l'erezione di istituti superiori di musica sacra. Ai musicisti, ai cantori e in primo luogo ai fanciulli si dia anche una vera formazione liturgica.

    Canto gregoriano e polifonico

    116. La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell'azione liturgica, a norma dell'art. 30.

    117. Si conduca a termine l'edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un'edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X. Conviene inoltre che si prepari un'edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole.

    da Sacrosanctum Concilium

  6. #6
    torquemada
    Ospite

    Predefinito

    Non molti tra voi sanno dell'ignobile cacciata del Maestro Domenico Bartolucci, direttore ad perpetuum della cappella Sistina.
    Gli si è preferito l'attuale M° Giuseppe Liberto.
    Un Papa nomina Bartolucci direttore a vita della cappella Sistina e un altro, ignorando la volontà del suo venerabile predecessore, lo destituisce.
    Bartolucci, Sacerdote, grande musicista italiano, è attivo tuttora come compositore e maestro di coro.

  7. #7
    torquemada
    Ospite

    Predefinito

    Caso Bartolucci. Maestro, qua si cambia musica
    Ecco perché i registi delle liturgie papali hanno cacciato l´ultimo grande direttore della Cappella Sistina

    di Sandro Magister

    C´è un ottimo autore di musica sacra che il 7 maggio 2002 ha compiuto 85 anni. E che per festeggiare la ricorrenza sta girando l´Italia a dirigere sue creazioni.

    Ad esempio l´oratorio per soli, coro e orchestra "La tempesta sul lago", da lui composto all´età di 18 anni. In programma a Firenze sabato 8 giugno alle 21.15 nel duomo di Santa Maria del Fiore.

    Oppure la "Missa Jubilaei" del 1950. In calendario a Roma il 23 giugno alle ore 12, nella basilica di San Lorenzo in Damaso.

    Questo eccellente musicista è monsignor Domenico Bartolucci. Direttore della Cappella Sistina dal 1956 al 1997. Che però non si ritiene affatto decaduto. Perché "ad vitam" lo nominò Pio XII, secondo le tradizioni, e "ad vitam" lui continua a considerarsi l´ultimo successore legittimo del grande Giovanni Pierluigi da Palestrina (nell´illustrazione, con papa Giulio III).

    Sta di fatto che cinque anni fa il Vaticano bruscamente lo cacciò. Senza che l´età lo giustificasse, visto lo stupefacente vigore con cui Bartolucci ha continuato da allora a dirigere e a comporre.

    La notizia, all´epoca, non trovò risalto. Passò come episodio d´un Vaticano minore. Quando invece toccava sul vivo uno dei passaggi più critici della Chiesa postconciliare. Il passaggio dall´antica alla nuova liturgia.

    I mandanti della defenestrazione del Maestro Bartolucci furono infatti i registi delle liturgie di massa care a papa Giovanni Paolo II: dal cardinale Virgilio Noé al vescovo Piero Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie.

    Mentre il critico più severo - non della cacciata di Bartolucci ma delle ragioni che la motivarono - fu e resta nientemeno che il cardinale Joseph Ratzinger. Segno della serietà del caso, perché Ratzinger non è tipo che si spenda su cose di poco conto.

    Per saperne di più di questo caso serio, oggi, nella sostanza, tutt´altro che chiuso:


    Retroscena d'un licenziamento annunciato

    (Da "L´Espresso" del 18 dicembre 1997, n. 50)


    Solo a ricordargli la serata rock di Bologna con Giovanni Paolo II e Bob Dylan, il maestro Domenico Bartolucci sobbalza e ribolle. «Fossi stato il cardinal Giacomo Biffi, mi sarei dimesso», taglia corto. Intanto però lui, Bartolucci, l´hanno dimesso per davvero, d´imperio, nonostante sia dal 1956 "magister ad perpetuum" della gloriosa Cappella Sistina e porti con vigore i suoi più che ottant´anni. Al suo posto, alla direzione della più romana delle cappelle di musica liturgica, le autorità vaticane hanno chiamato un forestiero dalla Sicilia, dal duomo di Monreale, monsignor Giuseppe Liberto.

    «È l´ultimo segno del mutamento di rotta voluto da Oltretevere in materia di musica liturgica», commenta Giovanni Carlo Ballola, affermato critico musicale ma anche diacono della Chiesa di Roma. Mutamento di gusti musicali? Non solo. Molto, molto di più.

    Bartolucci sfoglia l´ultimo libro del cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, autorità che nella Chiesa è seconda solo al papa. «Ecco qua. Lo riconosce persino lui. L´origine dei mali della Chiesa d´oggi è nella rottura che dopo il Concilio Vaticano II s´è fatta con la tradizione liturgica precedente. Rottura, scrive testualmente Ratzinger, "le cui conseguenze potevano essere solo tragiche". Sentito? Tragiche. La Chiesa non sa quale tesoro perde abbandonando il Gregoriano e la polifonia. "Resista, maestro, resista!", mi ha detto lo stesso Ratzinger incontrandomi alla messa di santa Cecilia, il 22 novembre 1996. Inutile. Pochi mesi dopo mi hanno buttato fuori».

    Monsignor Liberto, il nuovo maestro della Sistina, la polemica la schiva. «L´ultimo libro di Ratzinger non l´ho letto». Nemmeno quelle poche pagine che hanno fatto rumore? «No. Nemmeno quelle». Neppure i suoi saggi su musica sacra e liturgia raccolti in "Cantate al Signore un canto nuovo", edito da Jaca Book? «No. Proprio non ne ho avuto il tempo».

    Strano. Non c´è esperto di musica sacra che non se li sia divorati da capo a fondo. Oltre che superdottore di teologia, infatti, Ratzinger di musica sa parecchio. In proprio e per grazia di famiglia. Suo fratello, Georg, è stato per trent´anni, fino al 1994, maestro della Cappella del duomo di Ratisbona, la stessa dove aveva studiato Lorenzo Perosi, il predecessore di Bartolucci alla Sistina. In questi decenni, la Cappella Sistina e quella di Ratisbona sono state gli ultimi baluardi della musica liturgica all´antica, contro i novismi di marca postconciliare.

    Naturalmente c´è anche una lettura opposta degli avvenimenti. Se per Ratzinger la «tragedia» è stata l´abbandono del messale antico, per uno dei suoi più espliciti oppositori, l´arcivescovo di Milwaukee Rembert Weakland, già primate dei benedettini confederati, la «devastazione» è venuta dalla decisione contraria: l´indulto dato da Giovanni Paolo II e dallo stesso Ratzinger ai nostalgici che si ostinano a celebrare con l´antico rito e in latino. Decisione a suo avviso devastante «perché ha dato l´impressione che si possa rovesciare tutto quanto il Concilio Vaticano II».

    Oggi il destino della musica liturgica si dibatte proprio tra queste contrapposte visioni catastrofiche. «E così, tra una musica antica quasi sparita e una buona musica nuova ancora di là da venire», osserva Carli Ballola, «si tira avanti col pasticcio di quell´Istruzione vaticana del 1967 che riconferma le scholae cantorum "purché il popolo non sia escluso dalla partecipazione al canto". Come questa mistura tra schola e popolo sia praticabile, rimane uno dei misteri di santa romana Chiesa».

    Risultato: per dar corso al pasticcio e far «partecipare» il popolo alle messe papali cantate, da trent´anni alla Cappella Sistina non rimane più che poco spazio nei momenti «morti» del rito, nei quali infilare brevi mottetti di polifonia o frammenti di Gregoriano. Delle magnifiche messe polifoniche (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei) del suo autore sommo, il cinquecentesco Giovanni Pierluigi da Palestrina, neanche parlarne. Archiviate. Per eseguirle, la Cappella deve andare in tournée concertistica, all´estero, negli intervalli tra una messa papale e l´altra. Bartolucci era a dirigere in Giappone quando dal Vaticano gli arrivò la notizia che era stato destituito.

    Viceversa, il successore Liberto le sue benemerenze se le è guadagnate sul campo delle grandi liturgie di massa, rivelandosi abile trascinatore di cori di popolo. Papa Karol Wojtyla ha potuto saggiarne le doti tre volte, in Sicilia, in altrettanti suoi viaggi: a Mazara del Vallo, Siracusa e Palermo, in messe da stadio o celebrate su spianate aperte fronte mare. L´ha così apprezzato che l´ha chiamato a Roma nel novembre 1996 a dirigere i canti della messa in San Pietro per il suo 50.mo di sacerdozio. Altri cinque mesi e l´ha messo a capo della Cappella Sistina.

    Appena trapelò la notizia del cambio di direttore tra gli uomini di musica d´ogni credo ci fu una sollevazione. L´Accademia nazionale di Santa Cecilia, laica anche se nata dalla costola della Sistina e fondata dallo stesso Pierluigi da Palestrina, incaricò il suo presidente, l´ebreo Bruno Cagli, di comunicare per iscritto al segretario di Stato vaticano, cardinal Angelo Sodano, la «preoccupazione di tutti che possa andare disperso l´incommensurabile patrimonio religioso e artistico legato alla tradizione della polifonia romana». Anche il maestro Riccardo Muti elevò la sua protesta. Ma in Vaticano tirarono dritto. «Non vollero sentire il parere nemmeno del Pontificio istituto di musica sacra, il conservatorio della Chiesa romana», aggiunge Francesco Luisi, che al Pims insegna paleografia musicale rinascimentale ed è prefetto della biblioteca.

    Il Pims è un altro dei baluardi di resistenza della grande musica liturgica, anch´esso sotto tiro. Il suo penultimo preside, Giacomo Baroffio, studioso e maestro del Gregoriano di fama mondiale, oltre che intransigente nemico d´ogni compromesso modernista, fu cacciato in malo modo dalle autorità vaticane nel 1995. E anche l´attuale preside, Valentino Miserachs Grau, catalano, è poco amato dagli uomini dell'entourage papale. Continua a dirigere la Cappella Liberiana, quella della basilica di Santa Maria Maggiore, ultima sopravvissuta assieme alla Sistina delle molte scholae cantorum romane dei secoli d´oro. E fa di tutto per non deludere i suoi validi allievi del Pims, che lì arrivano da tutto il mondo proprio perché convinti che Roma sia sempre la patria eletta del Gregoriano e della grande polifonia sacra. Con risultati eccellenti. Per una verifica, si vada alla messa che docenti e allievi cantano ogni domenica alle 10 e mezza nella chiesa del Pims di via di Torre Rossa 21. Al termine, uno si chiederà come è possibile che una liturgia così musicalmente preziosa e così densa di risonanze cattoliche si celebri quasi clandestina, proprio nel cuore geografico della Chiesa cattolica apostolica romana.

    La risposta è che il paradigma musicale e liturgico vincente è cambiato, al centro della cristianità. La Sistina è per statuto la cappella del papa, il coro delle sue messe. E le messe di Giovanni Paolo II sono appuntamento fisso con le moltitudini. Sono messe da mondovisione. Via, quindi, le polifonie cinquecentesche e i responsori altomedioevali. Largo a inni e acclamazioni di massa, al passo con la modernità. «Con l´Anno Santo avremo sempre più messe papali, e noi dovremo esserci», annuncia il nuovo direttore della Sistina. Ai suoi 20 tenori e bassi e ai suoi 25 pueri cantores, il compito d´accompagnare la liturgia pontificia del Duemila. Non sarà il primo esilio, per la gloriosa Cappella. Già una volta ha seguito i papi nella cattività d´Avignone.

  8. #8
    torquemada
    Ospite

    Predefinito

    La protesta di Ratzinger: "Questa messa è uno spettacolo"
    Chitarre, battimani, altari posticci. Nuove liturgie alla deriva. In un libro [cfr. Introduzione allo Spirito della Liturgia, Piemme], il cardinale Ratzinger lancia l'allarme: l'intrattenimento ha preso il posto di Dio

    di Sandro Magister

    È universalmente conosciuto come il più grosso cambiamento introdotto nella Chiesa cattolica dal Concilio Vaticano II. La nuova liturgia. Ovvero la messa in lingua moderna. Gli altari girati verso il popolo. I canti con la chitarra. Per una Chiesa più creativa, partecipata, dal volto umano...

    Alt. C'è un cardinale, di nome Joseph Ratzinger, che a proposito di liturgia sta facendo come Mosé. È sceso giù dal monte. Ha visto lo sconquasso. E adesso ha deciso di denunciare l'inganno. Credevate di creare la nuova liturgia. In realtà vi siete costruito il vostro vitello d'oro. Invece che adorare Dio, idoleggiate voi stessi.

    Ratzinger non è un signor nessuno. È il supremo custode della retta dottrina, il maestro di teologia che Giovanni Paolo II ha messo a capo del Sant'Uffizio. Affida la sua requisitoria a un libro di 240 pagine pubblicato in più lingue, in Italia stampato dalla San Paolo e in vendita in questi giorni, dal titolo: "Introduzione allo spirito della liturgia".

    Già da diversi anni Ratzinger covava tempesta. Quella volta che il papa, in viaggio in Nicaragua, ebbe la messa sconvolta dai cori rivoluzionari dei sandinisti, concluse che s'era passato il segno. Sbottò: «La "missa nicaraguensis" non ha più nulla del mistero di fede. È milizia terrena, arbitrio, artificio, falsità». Nel libro l'invettiva cede il passo all'argomentazione colta. E prende di mira non le punte estreme, ma il mood diffuso, generalizzato, delle liturgie postconciliari.

    La furia iconoclasta della nuova liturgia, scrive Ratzinger, «ha sì spazzato via dalle chiese tanto Kitsch e molte opere indegne, ma si è anche lasciata dietro un vuoto di cui ormai si percepisce la miseria». Per la musica sacra idem: il Gregoriano, Palestrina e Bach sono finiti in un ghetto. Mentre dilagano anche nelle chiese gli stili pop e rock, «eco di un controculto che si oppone al culto cristiano».

    Anche l'architettura delle chiese, che in antico fu sapientemente modellata sulle radici del Vecchio e Nuovo Testamento, è stata stravolta. Alla messa si danno nomi nuovi: la si chiama semplicemente cena, o assemblea. E la si celebra su tavoli improvvisati, col «presidente dell'assemblea» che si rivolge ai fedeli, invece che umilmente a Oriente, alla luce adorata del Cristo che è venuto, viene e verrà.

    Un risultato di questo sconvolgimento, sostiene Ratzinger, è tutto l'opposto della tanto decantata partecipazione collettiva al rito. «È una clericalizzazione della Chiesa quale non si era mai data in precedenza». Col sacerdote a far da perno di questa frenesia attivistica. E tutti che dimenticano il vero «attore» centrale della liturgia cristiana: Dio.

    Quando poi durante la messa si danza e si applaude, Ratzinger taglia corto: «Questa non è più liturgia. È intrattenimento».

  9. #9
    Vox Populi
    Ospite

    Predefinito

    Un Papa nomina Bartolucci direttore a vita della cappella Sistina e un altro, ignorando la volontà del suo venerabile predecessore, lo destituisce.
    E allora? La nomina di un funzionario non è un pronunciamento ex cathedra, se il Papa preferisce un altro ha il pieno diritto di sostituirlo.

  10. #10
    Vox Populi
    Ospite

    Predefinito

    sarà pure una malignità, ma nessuno ha ancora smentito che i noti imbalsamatori romani Simonacci siano intervenuti sul corpo di Sua Santità Giovanni Paolo I (Albino Luciani) prima che un medico legale ne accertasse la morte.
    E da quando le chiacchiere da comari hanno bisogno di smentite ufficiali?

 

 
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