Fonte: Area

Oltre il giardino
di Gianni Alemanno

Quello che colpisce del dibattito oggi in corso sul “partito unico del centrodestra” è l’assoluto solipsismo in cui questo avviene. Ovvero partiti e leader della maggioranza, ministri e sottosegretari, intellettuali già totalmente schierati, si esercitano ormai da alcune settimane in un dibattito tutto chiuso nel “giardino“ della Casa delle libertà. Non sembra esserci né la voglia né la capacità di coinvolgere qualcuno o qualcosa “oltre il giardino”, chi oggi è fuori dal recinto dell’assetto politico che nel 2001 era maggioranza nel Paese e oggi, dopo le elezioni regionali, è diventato minoranza.

Conoscete una forza sociale che abbia manifestato una qualche forma di interesse per il partito unico? Un parlamentare, non dico dell’Udeur, ma almeno del Gruppo misto che si voglia avvicinare? Un intellettuale, un artista o un uomo di spettacolo che si sia presentato, anche solo per ascoltare, alle tante assemblee che si sono fin qui svolte? Poco o nulla.

I soliti noti dibattono, si dividono, si autoconvincono. I “predicatori del partito unico” - onest’uomini da sempre entusiasti del progetto - dimenticano le tante delusioni personali subite e tornano a sognare nuovi orizzonti e nuovi protagonismi. Gli identitari di ogni partito, di cui ci onoriamo di far parte, manifestano le loro perplessità rischiando di giocare sulla difensiva e di conservare uno status quo che certo non merita di essere difeso.

Intanto, semmai, perdiamo pezzi. I cattolici di Alleanza nazionale in rivolta contro la brusca e sorprendente svolta di Fini sul referendum per la procreazione assistita. Politici professionisti e quadri dirigenti “centristi” che vengono attratti, soprattutto nel centro-sud, dalla Margherita o dall’Udeur. Qualcuno di estrema destra che si fa incantare dalla Mussolini. Imprenditori e rappresentanti delle categorie delusi dal centrodestra e spaventati dal nuovo potere che sorge dalle regioni.

Poi dal Partito unico si è chiamata fuori la Lega Nord , il che potrebbe anche farci piacere e qualificare di più il progetto, se non fosse per il piccolo particolare che, anche e soprattutto da fuori, il partito di Bossi potrà esercitare un diritto di veto – ad esempio su un eventuale cambio di leadership - tale da renderlo ancora più determinante. Tutte le forze marginali, sia ideologicamente che territorialmente, si attrezzano a ricevere una robusta iniezione di voti. Dalla Mussolini che spera di raccogliere consensi dalla scomparsa della Fiamma di An, alla stessa Lega Nord che coprirà alcuni spazi “nordisti” lasciati scoperti da Forza Italia, alle tante “leghe sud” che si preparano a proliferare cominciando dal laboratorio siciliano (dove sono state le vere protagoniste del successo catanese).

Insomma, a nostro avviso, di questo dibattito c’è un solo aspetto realmente positivo: l’aver compreso che qualcosa di profondo deve cambiare, che la Casa delle libertà modello 2001 ha esaurito il suo compito e molto difficilmente potrà tornare ad essere maggioranza nel Paese.

Ma il percorso è cominciato alla rovescia, dalla parte terminale, dagli esiti politico-organizzativi, invece che dalle cause del malessere e dalla spinta iniziale di una nuova fase aggregante. Questa è la vera causa dell’isolamento in cui ci stiamo muovendo.

Invece di metterci a discutere sulle forme organizzative (partito unico, federazione, sezione italiana del Ppe, …) dobbiamo partire dal Programma: in questi anni si è manifestata un’insufficienza e una rigidità della nostra attrezzatura programmatica nel fronteggiare le grandi ed impreviste sfide internazionali ed europee che premono sull’Italia. Avevamo promesso il “miracolo italiano”, oggi continuiamo a fronteggiare con difficoltà il “declino” del nostro Paese. Segno che la sintesi, prima culturale, poi politica ed infine programmatica che stava alla base della Cdl non aveva radici sufficientemente forti. Liberismo e solidarismo, unità nazionale e federalismo, sicurezza e garantismo, democrazia diretta e partecipazione della società civile, cultura del cambiamento e cultura istituzionale, atlantismo ed europeismo, questi sono gli ossimori che derivano dalle diverse culture politiche che compongono la Cdl e che non hanno trovato finora un punto di equilibrio profondo e dinamico. Per questo dopo le “Torri gemelle” abbiamo stentato tanto a rivedere il nostro programma per adeguarci ad un ciclo economico e politico profondamente diverso a quello in cui avevamo vinto le elezioni: era difficile rivedere il “patto con gli elettori” senza far saltare i delicati equilibri su cui la coalizione si poggiava.

Quindi oggi è necessario compiere una radicale operazione di solve et coagula, di ritorno ai componenti essenziali delle nostre culture politiche per poi tentare una sintesi profondamente nuova. Questo lavoro non va condotto in solitudine, deve anzi servire per coinvolgere e mobilitare tutti coloro che si sono allontanati e che oggi ci guardano con distacco e diffidenza. Anche perché oltre alle idee si tratta di lavorare sugli uomini: non c’è stata solo fragilità programmatica, c’è stata anche insufficienza nella classe dirigente. C’è quindi bisogno di coinvolgere nuovi soggetti, di rimettere in discussione gli apparati prima ancora delle leadership.

Come dicevamo all’inizio c’è un vasto fronte di forze sociali e culturali, di personalità pubbliche, di semplice opinione pubblica che oggi non sta né con Prodi né con Berlusconi, non sta con questo centrodestra ma non vuole (ancora) sottomettersi alla sinistra. Il distacco di Rutelli dalla lista unica con i Ds non è nient’altro che il tentativo di aggregare queste realtà, che invece vengono trattate con sufficienza e quasi disprezzo dai partiti governativi. È vero che spesso la capacità di incidenza elettorale di queste realtà è minore di quello che può apparire, come non vi è dubbio che vi albergano trasformisti e voltagabbana di ogni genere, ma recuperare un contatto con la parte migliore e più autentica di questa “fascia intermedia” tra centrosinistra e centrodestra è decisivo per vincere nel 2006.

Lancio di idee profondamente nuove ed aggregazione di soggetti politici e sociali diversi da quelli consueti è la base irrinunciabile, il punto di partenza. Da questo vengono le decisioni ulteriori e conseguenti sulle forme organizzative e sulle leadership.

Insomma se fare il partito unico e/o se tentare un candidato premier diverso da Berlusconi, non lo dobbiamo decidere tra di noi, lo dobbiamo determinare con una vasta mobilitazione di cittadini e di corpi intermedi. Magari utilizzando gli strumenti, a forte valenza simbolica, di conferenze programmatiche aperte ai cittadini e di primarie per la scelta dei candidati a tutti i livelli.

Non bisogna avere paura di essere generosi: le grandi crisi si vincono superando se stessi, rimettendosi in discussione senza furbizie. Oggi la Casa delle Libertà e Berlusconi detengono una quota elettorale insufficiente per vincere ma senza la quale costruire una alternativa alla sinistra è impossibile. Andando “oltre il giardino” possiamo incontrare quell’altra parte di centro o di centrodestra che può rimettere la sinistra in minoranza e dare un programma all’Italia.