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    Ma non è Dio l'oppio dei popoli

    RIFLESSIONI
    Fin dall'inizio del pontificato, Benedetto XVI ha ripreso una parola cara ai filosofi moderni: l'«alienazione». Rovesciandone però la teoria, come già aveva fatto Giovanni Paolo II

    Ma non è Dio l'oppio dei popoli

    Marx, Freud e Nietzsche sbagliano: non è la religione ad «alienare» l’uomo ma il peccato, che lo allontana da se stesso e dagli altri



    Di Pier Luigi Fornari

    Nella limpida spiegazione dei segni liturgici che hanno caratterizzato la Messa di inizio del pontificato, Benedetto XVI ha incastonato anche (per tre volte) un termine denso di richiami alla cultura filosofica degli ultimi secoli: l'alienazione (da noi sottolineato con un corsivo, ndr). Nella missione del «pescatore di uomini», ha detto citando i Padri, accade il contrario di ciò che avviene con i pesci: «Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. È proprio così - nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio». A veder bene l'uso del termine "alienazione" non è una concessione alla modernità, ma la riappropriazione di un patrimonio sottratto al magistero della Chiesa. È cioè la capacità di descrivere ed interpretare l'esperienza di perdita di se stesso vissuta, in qualche modo, da ogni uomo. Il recupero di questa chiave ermeneutica è quindi un'operazione di grande portata culturale che accomuna Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. «La teoria della alienazione dev'essere rovesciata», ammoniva già Papa Wojtyla in una catechesi sul peccato, nell'ambito delle udienze dedicate al Credo (12 novembre 1986). Infatti il Santo Padre riscontrava nelle parole tentatrici del serpente, riferite dal capitolo III della Genesi, la prima formulazione di un criterio opposto di interpretazione: «Il criterio cioè secondo cui Dio è "alienante" per l'uomo, così che questi, se vuol essere se stesso, deve farla finita con Dio (cfr. Feuerbach, Marx, Nietzsche)». Un criterio «a cui in seguito l'uomo peccatore ricorrerà tante volte nel tentativo di affermare se stesso o addirittura di crearsi un'etica senza Dio». E i nfatti "alienazione" è termine strategico nella scalata al cielo operata dalla modernità. Emblematica di tale costellazione culturale è la versione marxiana. La teoria della alienazione del pensatore di Treviri, esplicitata soprattutto negli scritti giovanili, ha una duplice valenza. L'uomo è alienato dal fatto che esiste un altro da lui: l'Altro che è Dio, e l'altro che è l'altro uomo. Il rapporto tra uomo e uomo è mosso solo dall'interesse, fintantoché non si giunga al comunismo (compiuta negazione di Dio, e superamento della condizione di limite). Solo allora gli uomini potranno avere tra loro un rapporto altruistico. L'antropologia marxiana è antagonistica. Proverbiale la traduzione che ne ha fatta Jean Paul Sartre: «L'inferno è l'altro». «Ma se si vuol guardare alla realtà senza pregiudizi e chiamare le cose col loro nome - ammoniva Giovanni Paolo II in quella catechesi dell'80 - dobbiamo dire francamente che alla luce della rivelazione e della fede, la teoria dell'alienazione dev'essere rovesciata. Ciò che porta all'alienazione dell'uomo è proprio il peccato, è unicamente il peccato!». Triplice è la conseguenza di questa rottura del rapporto di amore con Dio: «L'alienazione del peccatore da se stesso (cfr. Sal 57,4: "alienati sunt peccatores ab utero"), da Dio (cfr. Ez 14,7: "[qui] alienatus fuerit a me"; Ef 4,18: "alienati a vita Dei"), dalla comunità (cfr. Ef 2,12: "alienati a conversatione Israel")». Questo ripristino di una antica chiave di interpretazione era stato pochi mesi prima (22 marzo 1986) anche elemento strategico nella istruzione Libertatis conscientia del prefetto della Congregazione per la Fede, Joseph Ratzinger. Il documento esplicitava i principi sui quali era stata redatta la Libertatis Nuntius (l'istruzione sulla teologia della liberazione). «Per molti Dio stesso sarebbe l'alienazione specifica dell'uomo», ammoniva la Libertatis conscientia (n.18). Ma aggiung eva (n.37): «Volendo liberarsi di Dio ed essere lui stesso dio, egli si inganna e si distrugge. Egli si aliena da se stesso». E l'intero punto successivo (n. 38) era dedicato a "Il peccato, radice delle alienazioni umane". Poco prima (n.32) si ristabiliva la corretta antropologia: «Dio non ha creato l'uomo come un "essere solitario", ma lo ha voluto come un "essere sociale. La vita sociale non è, dunque, estrinseca all'uomo». Anni dopo (1991), la Centesimus Annus individuava l'impatto alienante del peccato nell'incapacità di «trascendere se stesso e di vivere l'esperienza del dono di sé e della formazione di un'autentica comunità umana». Ma questa riappropriazione filosofica era in germe fin dalla prima enciclica di Giovanni Paolo II, la Redemptor Hominis del 1979, nella quale il Papa citava due volte il termine alienazione. Ma si evidenziava in una omelia della domenica in Albis del 1980 (con le stesse letture dell'ultima messa a cui Giovanni Paolo II ha assistito) pronunciata in una Torino ancora piagata dal terrorismo. Il Santo Padre individuava nel criterio di interpretazione dettato dal peccato la causa della vera alienazione, della morte ontica dell'uomo: «L'uomo toglie a Dio se stesso e il mondo. E chiama ciò "liberazione dell'alienazione religiosa"». Perché dunque adesso ha paura? «Forse addirittura - aggiungeva - perché, in conseguenza di questa sua negazione di Dio, in ultima analisi, rimane solo: metafisicamente solo». Questi tempi, ammoniva Giovanni Paolo II, «in cui si è operata la prospettiva della "morte dell'uomo" nata dalla "morte di Dio"», proprio questi tempi «esigono, in modo particolare, la verità sulla risurrezione del Crocifisso. Esigono pure la testimonianza della risurrezione, che sia eloquente come non mai prima». E così concludeva il Santo Padre: «La Chiesa intera annunzia oggi a tutti gli uomini la gioia pasquale nella quale risuona la vittoria sul timore dell'uomo. Sul timore delle coscienze umane nato dal peccato».

    Avvenire - 18 maggio 2005.

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  2. #2
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    Nazismo, fascismo, comunismo, liberalismo, ecc. ecc. hanno riempito le piazze, i loro seguaci erano pronti a morire (e spesso sono morti e in tanti). Proponevano soluzioni perfette, che avrebbero risolto i problemi del mondo e reso felice l'umanità.
    Dipingevano la Religione come qualcosa destinato a scomparire, oramai superata.
    Poi le nebbie ideologiche si sono diradate, i grandi leader scomparsi, e le folle li hanno maledetti e rinnegati.
    Di contro, la Chiesa ha attraversato momenti durissimi, eppure ne è sempre uscita fuori.
    Ricordo quando negli anni 80 (abitavo a Mosca) passando una sera davanti ad una fabbrica vidi una finestra illuminata e intravidi due ombre che continuavano a farsi il segno della Croce e pregare. Il comunismo era ferito ma non ancora agonizzante, le chiese erano pochissime, l'ateismo dichiarato fortissimo. Quelle due ombre mi fecero capire la grande forza della Fede, e più viene praticata nell'umiltà e nella fedeltà e più essa rafforza.

  3. #3
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    Originally posted by antonio
    ah..pero' occorre dire che non solo le religioni "laiche" possono essere e sono alienanti..
    la realta' delle sette e' li' a dimostrarlo...
    da un punto di vista diverso, ma lo sono...
    Stavolta hai proprio ragione.
    Oltre all'ateismo il pericolo viene dal "teismo", da quelle pratiche tipo new age, wicca e cose simili.

  4. #4
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    le sette mi danno l'impressione di luoghi dove uno puo' confezionarsi un Dio a sua immagine e somiglianza tramite il quale poi giustificare tutti i propri comportamenti.
    Sono dannose per chi vi aderisce e redditizie per chi le mette in piedi.

 

 

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