FATTI & MISFATTI: FABBISOGNO E CRESCITA SMENTISCONO LE CASSANDRE


Ci sono due indicatori che possono essere utilizzati per smentire le Cassandre della finanza pubblica (e non solo loro). Il primo è il livello di fabbisogno dei primi cinque mesi dell’anno; il secondo è il dato della crescita.

Fabbisogno. Nei primi cinque mesi dell’anno, il fabbisogno appare – al momento – superiore di 2 miliardi e mezzo al livello raggiunto nello stesso periodo dello scorso anno. Lo scarto è determinato soprattutto dal mancato gettito dei condoni: ci sono stati nel 2004, non ci sono quest’anno. Spurgato dal dato del condono, il fabbisogno è perfettamente in linea con le previsioni. Anzi, è migliore.
Per due ragioni. La prima. Dal 1° gennaio di quest’anno è in vigore il secondo modulo della riforma fiscale. Si calcola che, finora, la riforma Irpef sia costata (sottoforma di minor gettito) quasi 2 miliardi di euro. E se non pesa sul fabbisogno (in linea con l’anno precedente al netto del condono) è perché è stata interamente coperta con tagli di spesa. La seconda. Anche quest’anno, lo Stato incasserà gettito una tantum. E’ quello del condono edilizio. Con un particolare. I versamenti sono previsti per giugno e settembre. Insomma, il dato del fabbisogno dei primi cinque mesi dell’anno non considera il gettito del condono edilizio. Gettito che si farà sentire nei mesi successivi. Ne consegue che il fabbisogno è in linea con le previsioni, e non manifesta – in termini assoluti – gli effetti negativi determinati dalla crescita.
Crescita. E’ una variabile esogena all’azione di governo. Ancora una volta viene dimostrato come l’economia reale reagisca (o meglio, non reagisca) all’azione di governo. Soltanto nelle economie collettivizzate e socialiste, l’azione di governo incide sull’economia reale. Ma non è certo questo il caso italiano; né, certo quello applicabile dopo l’adesione al Trattato di Maastricht.

Oggi su Repubblica (e ieri a Ballarò) Pezzotta dice: finalmente il governo si è reso conto di quel che diciamo da anni. Delle due l’una: o Pezzotta bluffa; oppure finge di ignorare che nelle stime sul pil l’Italia ha adottato in pieno quelle del Fondo monetario internazionale e della Commissione europea. E gli stessi due organismi attribuivano all’Italia una crescita del pil del primo trimestre del 2005 dello 0,3%, mentre – come tutti sanno – è sceso dello 0,5%. Un calo che ha origini lontane, ma su queste origini il governo può agire con strumenti limitati (e con risultati visibili solo nel medio-lungo periodo). Una sequenza logica di queste origini è la seguente: senza competitività non c’è crescita; senza crescita non c’è miglioramento dei conti pubblici.Il problema è che la competitività italiana soffre mali antichi. Con classi imprenditoriali adagiate e anestetizzate da svalutazioni, che hanno loro consentito, in passato, di colmare gap di concorrenzialità sui mercati. L’eliminazione delle svalutazioni (anzi, presenza di apprezzamenti del cambio) e l’irruenta introduzione sui mercati di concorrenti negli stessi segmenti di produzione, ha spiazzato la nostra classe imprenditoriale. Il Paese ha perso competitività; ne ha risentito la crescita (il calo delle esportazioni riduce il pil di un punto), ne risentono i conti pubblici.

Aristofane
18/5/2005

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