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    Predefinito Credenze e superstizioni fra i soldati della Grande Guerra

    La superstizione in trincea
    di Alessandro Magnifici

    La forte mescolanza di culture diverse che si potevano riscontrare nell’Italia degli inizi dall’900 e quindi anche nel mondo delle trincee, portò ad una diffusione estremamente veloce di credenze popolari diverse[1].Quasi sempre, il soldato che arrivava in trincea, portava dietro di sé credenze, usanze, leggende del proprio luogo d’origine in più la guerra, con le grandi situazioni di stress cui erano sottoposti i combattenti, alimentò il nascere di tutta una serie particolari di rituali, scaramanzie, credenze.[2]
    La propagazione di tali riti fu favorita dall’intima coesione che caratterizzava <<il piccolo mondo delle trincee>>.
    La tipologia di questi atti variava da semplici credenze popolari a vere e proprie formule magiche fino alla creazione di veri e propri amuleti conservati gelosamente.
    Le preghiere indirizzate a determinati santi- magari quelli venerati nel proprio paese- poco prima di un attacco, i vari gesti scaramantici dei soldati , riuscivano a dare al soldato tranquillità e sicurezza.
    Un gesto propriamente scaramantico è descritto da Cesare Caravaglios, il quale narra che ad un certo punto della guerra, per evitare di preannunciare al nemico il momento dell’assalto tramite il grido <<Savoia>>, fu abolito tale grido collettivo, ma il fante sentì il bisogno di gridare qualcosa che lo incoraggiasse e lo incitasse, da quel momento si sentirono le invocazioni più strane, come: Sant’ Antonio! Madonna d’o Carmine ! San Damiano![3]
    Il proprio fucile, soprattutto se già aveva ucciso un nemico, rappresentò un amuleto molto comune in trincea. Molte volte il confine tra la superstizione e eccessiva religiosità veniva meno; molte furono le croci scolpiti sul parapetto, poste lì con la convinzione che la pallottola nemica prima di colpire il soldato avrebbe dovuto colpire il Crocifisso, che ovviamente l’ avrebbe protetto[4]
    Sicuramente l’assalto rappresentava il momento più drammatico per il soldato; proprio in questo frangente il fante si lasciava andare a riti scaramantici abbastanza semplici come baciare le lettere, immagini o medagliette sacre ricevute da casa:”… Prima di lanciarmi avanti alla testa della mia compagnia, bacio le vostre sacre immagini, le ultime lettere che mi avete scritto, la medaglietta d’oro che ho riposto nel portafogli, tutti i tuoi ricordi…Sento che non mi succederà nulla di grave”[5]
    Proprio sui gusti dei fanti in trincea riguardanti medagliette, immagini sacre o cornetti, scrive Mussolini:” …la medaglia religiosa è in diminuzione. Nei primi tempi era un imperversare di immagini sacre. I soldati ne portavano al collo, al polso, sul berretto, nelle dita a foggia di anello. Tutto ciò va cadendo in disuso.La tragica esperienza delle prime linee ha insegnato che un amuleto vale l’altro, che il cornetto vale una medaglia; e un gobbo d’avorio un Sant’ Antonio. L’ultima trovata in materia di <<scongiuri>> è quella di toccarsi le stellette…”[6]
    In un ambiente precario come la trincea, dove tutto era indiscutibilmente provvisorio, anche semplici coincidenze rappresentavano solide certezze per il fante: ”Io sono nato di venerdì, -diceva un soldato – ed era evidente che non dovevo aver fortuna. Il giorno stesso, mia madre morì. Il giorno in cui mi han chiamato sotto le armi era di venerdì; venerdì il giorno del mio primo combattimento. Quando sono stato ferito la prima volta, era un venerdì e venerdì quando sono stato ferito la seconda volta. Vedrete che mi uccideranno un venerdì.”[7]
    Tra i riti scaramantici più usati, alcuni soldati usavano la bestemmia, scrive uno di loro:” …Che cosa dicevano i miei amici contadini in trincea? Chi scriveva a casa di fare messe, chi pregava, ognuno aveva ‘ so trigu (il suo metodo come scaramanzia). Io bestemmiavo.”[8]
    La superstizione non era un fenomeno circoscritto ai soli meridionali. Accadeva spesso che i soldati piemontesi pronunciassero al momento del pericolo una formula magica: <<Samel Arant, Samel Su>>[9]
    I soldati abruzzesi, portavano sul petto un sacchetto contenente un po’ di terra del paese natale; al momento del pericolo…prendevano un pizzico di quella terra e la gettavano dietro le spalle…”[10]
    Altra forma di superstizione molto diffusa in trincea era la jettatura, cioè l’idea che individuo, che poteva essere sia fante che ufficiale, portasse male. Famosa è la vicenda del generale d’armata Ettore Mambretti, che fu perseguitato dal pregiudizio della jettatura, su di lui scrive il generale Gatti:”E’ una persona tutt’altro che antipatica, ma in tutto l’esercito, quando si parla di lui, si fanno gli scongiuri. Tutte le azioni alle quali ha preso parte sono andate male….[11]


    Immagine tratta dal sito http://www.liceograssi.it/


    NOTE

    [1] Ernesto De Martino nel suo libro, scrive a proposito delle credenze magiche del sud:” I comuni e le signorie, lo Stato della Chiesa, il Regno di Napoli, presentano nella loro storia culturale differenziazioni…In questo senso si può legittimamente parlare di una storia religiosa del sud come la storia religiosa del Regno di Napoli, cioè di una formazione socialmente e politicamente definita…Il cattolicesimo meridionale è caratterizzato da note di vistosità, di esteriorità e particolari accentuazioni cerimoniali e ritualistiche”, E. De Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1996, p.8
    [2] A proposito scrive A. Gemelli:” Il soldato in trincea pensa poco…Il suo spirito lavora senza oggetto, e diviene preda dei sogni, delle leggende, delle voci più strane ed assurde…”, A. Gemelli, Il nostro soldato, cit., p.49. Sempre a proposito delle cause che favorirono l’atteggiamento superstizioso in trincea Romolo Murri scriva:” Nelle trincee, fra i soldati inconscii e rudi che sono di fronte alla guerra quotidianamente, per infiniti disagi, per cause che ignorano, l’atteggiamento dell’uomo innanzi al Mistero della natura , della storia e della sua propria vita torna facilmente ad essere quello che era agli inizi della cultura: religioso e superstzioso…egli umanizza la storia in forme infantili; avvicina la volontà divina…e fa rientrare la sua vita e la sua morte nel piano di essa…l’amuleto gli propizierà le forze inemiche…” Romolo Murri, La croce e la spada, Firenze, Bemporad & figlio,1915, pp.175, 176
    [3] C. Caravaglios, L’ anima religiosa della guerra, cit., p.48
    [4] C. Caravaglios, L’anima religiosa della guerra, cit., p.106. Il parapetto diventò il luogo preferito dai soldati, dove porre immagini religiose o oggetti scaramantici:”Un mio soldato aveva scavato nel parapetto della trincea una piccola nicchia, in cui aveva collocato un quadretto con l’immagine di S. Giuseppe, dinanzi al quale manteneva costantemente accesa una candela; presso il quadro era depositato un gruzzolo di denari, formato con le offerte che egli raccoglieva tra i compagni di trincea…nessuno avrebbe mai osato impossessarsi di quel denaro.” C.Caravaglios, L’anima religiosa della guerra, p.74
    [5] A. Omodeo, Momenti della vita di guerra, cit., p. 24
    [6] B. Mussolini, Il mio diario di guerra, cit., p. 54, nello stesso diario si racconta di una formula misteriosa, scritta su un foglietto su due righe, che i soldati avevano ricevuto presso i paesi della vallata del Natisone arrecante la scritta: B I P ZI R 16 C ch ZI P S S .
    [7] E. Lussu, Un anno sull’ Altopiano, cit., p. 150. Anche il canto di alcuni animali era un chiaro segno di sventura per il soldato. Racconta G. Poli nel suo diario, di una notte in cui si sentì per tutto il tempo il grido di una civetta.Tale fenomeno naturale in montagna, rappresentò una causa di paura e angoscia per i soldati in trincea:”Il grido di una civetta – specialmente nella notte che precede il combattimento – non costituisce la più gradita delle musiche…”, G. Poli, Uomini del Carso, cit., 87-88. Altro fenomeno naturale, che per i soldati era un chiaro segno di sventura era quello di vedere una stella cadente:” Il cadere di una stella per i soldati, era ritenuto come un annunzio di Dio, era il preavviso di morte vicina…ne sarebbe stato vittima colui il quale avesse visto per primo la scia della stella. Il predestinato si sarebbe potuto salvare solo se fosse riuscito a farsi, per tre volte, il segno della croce, durante l’apparizione luminosa.” C.Caravaglios, L’anima religiosa della guerra, cit., p.96
    [8] N.Revelli, Il mondo dei vinti,cit., p.17
    [9] A. Gemelli, Il nostro soldato, cit., p. 153; altro rito- praticato anche da i soldati di altre regioni- era quello di scrivere su tre bigliettini i nomi dei tre magi, Gaspard, Melchior, Balthasar, e di metterli in tre tasche diverse. Altri, prima di sparare, sputavano tre volte in terra e, puntando il fucile, pronunciavano tre parole: Metor, Saler, Palar. Altri ancora, per salvarsi dai colpi nemici,…portavano tre piselli rotti in tre pezzi, racchiusi in tre sacchetti, riposti in tre diverse tasche e, come se non fosse bastato, spostati ogni giorno dall’una all’ altra tasca. P. Melograni, Storia politica della grande guerra, cit., pp.140-141
    [10]A. Gemelli, Il nostro soldato, cit., p. 161-162; un'altra credenza era quella di non accendere in tre con lo stesso fiammifero, scrive Mussolini:” ..Parisi m’insegna : < non bisogna accendere in tre collo stesso fiammifero. Altrimenti muore il più piccolo dei tre>.Superstizioni delle trincee. Accendiamo in due. Fumo”, B. Mussolini, Il mio diario di guerra, cit., p. 20
    [11] A. Gatti, Caporetto, cit., p.117,.La vicenda finì con la destituzione di Membretti con questa motivazione:”Ed ora vi devo dare una notizia ben dolorosa, cioè devo liquidare M. dal comando….Egli ha perduto la fiducia delle truppe anche per quella sua maledetta jettatura” L. Cadorna, Lettere famigliari, Milano, Mondadori, 1967, p.209 .L’essere superstiziosi non era una caratteristica solo del fante o dell’ufficiale inferiore, ma anche di alti ufficiali come il generale Diaz :” Il generale s’abbandonava ad una leggera mania che era quella di raccogliere quanto trovava per strada; spaghi, chiodi, bottoni, aghi, ferri di cavallo…ne riempiva i suoi cassetti, nei quali sapeva mettere le mani solo lui. Diceva che quegli oggetti portavano fortuna…Era sicuro della sua fortuna senza sapere esattamente perché…”, Giovanni Artieri, Il Re, i soldati e il generale che vinse, Bologna, Cappelli Editore, 1951, p. 73. Sulla iettatura scrive un cappellano militare:” La iettatura è una stupida superstizione per cui si crede che la presenza o l’incontro d’una persona o di una cosa, porti disgrazia…i rimedi praticati poi, contro la iettatura, sono anche più stupidi e redicoli, per non dire altro…Così si portano addosso dei 13 d’oro, dei porchetti, dei quadrifogli, dei cornetti, dei mazzetti di pelo di tasso...” e parlando dei riti scaramantici dei soldati, ne descrive il più attuato in trincea:” coll’indice della mano toccano la punta del naso, e col pollice e il medio due stellette del bavaro. Lo vedovo fare spesso, questo gesto, con serietà, e , alle volte, a più riprese .”, Ten. Capp.Pacifico Brandi, Le mie memorie di guerra (1916-1919), pp. 66-67

    http://www.cimeetrincee.it/supersti.htm

    Dal sito http://www.cimeetrincee.it/ (© Tutti i diritti riservati)

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    FORMULE MAGICHE E SCONGIURI

    La caratteristica dello scongiuro di guerra era quella di dover essere proferito leggendo un “codice” portato addosso (un nastrino o una fascetta) recante l'iniziale delle parole magiche. Ogni nastrino portava una specializzazione particolare. Talora serviva a "far tirare bene il cannone", oppure "a far tirare male il nemico". Spesso la formula rituale era proferita con tipiche gestualità e con intonazione di parole arcane: caratteristico il rito piemontese del Samel Arant, Samel Su recitato per proteggere dalle ferite gravi (quelle lievi erano talvolta gradite).

    Per colpire il nemico con sicurezza occorrevano una buona vista ed un buon fucile. Bisognava, quindi, sputare tre volte a terra in segno di croce e mentre si prendeva la mira era necessario pronunciare ad alta voce le parole: Metor, Suter, Palar. I più professionali dovevano possedere anche in tre diverse tasche, tre biglietti ognuno con un nome particolare (Gaspar, Melchior e Balthasar, i tre Re magi).

    Per essere sicuri di non essere colpiti era sufficiente portare in tre diverse tasche, tre piselli, ognuno rotto in tre pezzi raccolti in sacchetti di tela; per i più pigri bastava la ruta.
    Padre Gemelli ricorda un soldato che aveva con sé un vero e proprio prontuario anti-jella che recitava: "non portare con te temperini a sette lame, cambiali con quelli a tre o nove lame - durante l'assalto metti in tasca carte da gioco".

    Il capitolo dedicato agli scongiuri popolari sarebbe assai vasto, data la diversità delle culture locali e regionali. Oggetti classici (corna e zampe di coniglio) si alternavano a nuove forme di portafortuna (croci fatte con residuati bellici ecc.). Ognuno di loro doveva essere toccato o tenuto tra le mani mentre si recitavano frasi come questa formula napoletana:

    Pulo, pertica e forcina,
    via 'ncoppa a Santa Lucia de Monte,
    te fai du l'uoglie do beato cuorno
    dico tre vote : - Cuorno! Cuorno! Cuorno!-
    e tre vote ventiquattro vote attuorno;
    da notte e da juorno, scorno e maluorno!


    O come questa, siciliana:

    Cornu, gran cornu, ritortu cornu
    ti razza scornu
    vayu e riornu
    cornu cornu cornu.


    Se Tomás potesse gentilmente tradurre...

    (Liberamente tratto dal sito http://web.infinito.it/utenti/b/b.ilenia/files/)

  3. #3
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    Ben volentieri, ma è doveroso premettere che quel "razza" non mi suggerisce nulla (se qualche altro siciliano dovesse conoscere la variante è pregato di correggermi)... Direi che il senso è:

    Corno, gran corno, ritorto corno
    ti faccia scorno
    vado e torno
    Corno corno corno


    Immagino si tratti di una formuletta rivolta alla morte, quasi per esorcizzarla tramite la beffa, pronunciata nell'imminenza dell'assalto.

  4. #4
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    (...)

    Nessun ufficiale poteva ribellarsi agli ordini superiori. La disciplina era una delle regole ferree dell’esercito regio. Chiunque osava mettere in discussione le strategie militari di Cadorna, incappava nel siluramento del generalissimo. Non si salvarono generali di grosso spessore, come Giuseppe Venturi, il conquistatore del Sabotino e del Passo della Sentinella. Così racconta il suo “siluramento”il nipote Paolo Caccia Dominioni:

    “ […] In agosto comandava la 14° divisione, proprio a contatto della mia 4° e anche lui doveva attaccare Castagnevizza. Gli ordini erano per il solito attacco frontale. Lui si oppone, dice che non vuole massacrare migliaia di uomini per rispetto a una teoria quando è possibile, con un po’ di scaltrezza, sfruttare i fianchi del nemico. Succede un pandemonio: stavolta la protezione del cugino generale Porro [vice capo si stato maggiore]non ha salvato Venturi dal siluro di Cadorna.”.

    La grande fermezza del generale Venturi appare anche dalla pagine del già citato De Simone:

    “[…] anche il duca d’Aosta, per non essere da meno agli occhi del re [che lo teneva nelle sue grazie], concesse al colonnello Badoglio, per l’azione del Sabotino, la nomina a maggior generale. Ben altro meritava Badoglio, visto che il suo diretto superiore in quell’azione, il generale Giuseppe Venturi, lo voleva deferire alla corte marziale per aver abbandonato la testa della colonna a lui affidata, dopo la conquista del monte. Badoglio aveva l’ordine di proseguire l’avanzata verso San Valentino, invece se ne andò sostenendo che la sua missione era finita. Quando, quella sera stessa, Capello chiamò al telefono Venturi per ordinargli di proporre Badoglio all’avanzamento per meriti di guerra questi si rifiutò:
    - Dovrei denunciarlo – disse.
    - Va bene. Allora se non lo proponi tu lo proporrò io – fece Capello.
    Badoglio viene nominato comandante del XXVII corpo d’armata.”.


    Ma il grande siluratore, si mostrerà anche come incomparabile superstizioso. È interessante notare il caso del Generale Mambretti, comandante in capo della 6° Armata. Così lo descrive il colonnello Gatti, aiutante del generalissimo:

    “E’ una persona tutt’altro che antipatica, ma in tutto l’esercito, quando si parla di lui, si fanno gli scongiuri. Tutte le azioni alle quali ha preso parte sono andate male. Ora questo non conterà per le menti superiori: ma per il giovinetto ufficiale, ma per il soldato, conta e molto.”.

    La tesi di Gatti circa la superstizione dei soldati, viene spiegata in modo esemplare da Piero melograni nel suo “Storia politica della grande guerra”. Non è mia intenzione dilungarmi troppo su questo aspetto, mi basterà ricordare un richiamo cabalistico molto usato dai soldati che, prima di sparare, sputavano tre volte per terra e, in fase di mira pronunciavano tre parole: Metor, Saler, Palar. Non si contano inoltre vari tipi di amuleti e di scongiuri che dovevano garantire al combattente l’invulnerabilità. Ritorniamo però al caso di Mambretti.

    Il 17 giugno 1917, dopo che il 10 era iniziata in modo disastroso causa le avverse condizioni del tempo la battaglia dell’Ortigara, Cadorna scrive ai familiari:

    “Il tempo, è bello e caldo. Domani M. [Mambretti] ritenta l’operazione. Speriamo che egli riesca anche a sfatare la deplorevole leggenda di jettatore che gli hanno fatto. È una stupidaggine, ma in Italia compromette la reputazione e il prestigio. Figurati che, quando saltò prematuramente quella mina alla vigilia della fallita operazione, attribuirono la cosa alla sua jettatura!”.


    Immagine tratta dal sito http://turismo.provincia.vicenza.it/

    Tre giorni più tardi Cadorna comunica alla moglie il fallimento dell’operazione, anche se gli alpini erano riusciti a conquistare la cima del monte maledetto. Il 25 giugno, con un attacco a sorpresa, gli austriaci riconquistarono anche la vetta.

    “La jettatura ha voluto esercitarsi fino all’estremo. Gli Austriaci, dopo una gran preparazione di artiglieria, hanno assalito e ci hanno preso l’Ortigara, malgrado una difesa strenua. […]Ieri l’ho telegrafato a Lello [il figlio Raffaele] e dice anche lui di non più ricominciare perché, quando i soldati vedono M. fanno gli scongiuri. In Italia purtroppo questo pregiudizio costituisce una grande forza contraria […].”

    Mambretti si era conquistato grandi meriti nella seconda fortunata fase della battaglia degli altipiani, ma la sua fama di jettatore veniva da lontano, dalla battaglia di Adua, alla quale aveva partecipato con i gradi di capitano e da altri sfortunati episodi legati all’avventura coloniale italiana in Libia. Ora dopo i suddetti insuccessi, anche l’Ortigara. Cadorna ancora alla moglie il 13 luglio:

    “ La fama di M. cresce tutti i giorni ed ormai non può comparire in alcun luogo senza che soldati e anche comandanti facciano i più energici scongiuri. Ne sono seccatissimo perché se gli affido una operazione offensiva non può riuscire perché tutti sono persuasi che non riesce. E capirai che non posso cambiare un comandante solo perché ha questa fama. Certo si è, per chi ci crede, le ha avute tutte: il mal tempo, scoppio della mina il giorno prima, che uccise tutti gli ufficiali di due battaglioni che dovevano andare all’assalto, pare tiri corti della nostra artiglieria ecc. Pare che si era già fatto quella fama in Africa, dove aveva voluto andare lui invece di seguire la sua sorte”.

    Dopo due giorni Mambretti fu destituito:

    “Ed ora vi devo dare una notizia ben dolorosa, cioè devo liquidare M. dal comando. Dall’inchiesta che ho fatto sull’ultima offensiva, che fu un vero fiasco malgrado la grande abbondanza di mezzi, emergono delle responsabilità anche sue. Egli ha perduto la fiducia delle truppe anche per quella sua maledetta jettatura”.

    Pare che il motivo della sua destituzione fosse proprio e soltanto questo. È di questo avviso Rino Alessi nel suo Dall’Isonzo al Piave, quando spiega in modo inequivocabile che i comandanti in sottordine avevano interpretato l’improvviso irrompere del cattivo tempo come un segno della mala sorte che accompagnava dovunque il Mambretti.

    (...)

    http://www.biblio-net.com/storia/il_fronte_italiano.htm

    Da La grande guerra sul fronte italiano: aspetti di vita di trincea di L. Raito - Dal sito http://www.biblio-net.com/

 

 

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