Allora, amici, le condizioni della Lega Sud per collaborare con il Presidente Berlusconi sono queste:
- ponte sullo stretto di messina
- nuovo areoporto in mezzo alla Sicilia
- meno tasse per la Sicilia
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Gli hanno fatto vincere le elezioni a Catania e ora passano all'incasso.
La Padania 19.5.2005
IL federalismo al Sud
Autonomisti siciliani alla riscossa
Raffaele Lombardo: «Possiamo lavorare con la Lega e Berlusconi per cambiare il Paese»
SIMONE GIRARDIN
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Roma - Un dato su tutti: nella “bedda” Catania non ha vinto solo un medico, quello personale del Cavaliere. Ha stravinto soprattutto un signore che si chiama Raffaele Lombardo. Anche lui indossa un camice bianco (è medico legale con tanto di specializzazione in psichiatria forense) ed è una macchina di voti, così l’hanno definito i suoi rivali alle urne. Lombardo, classe 1950, nato sotto il Vulcano, una vita nella Dc, oggi è europarlamentaree presidente della Provincia di Catania.
Tre settimane fa se ne era andatovia dall’Udc sbattendo la porta in faccia niente meno che al suo “capo” Follini. Poi, con la mediazione dell’onnipotente governatore della Sicilia Totò Cuffaro, ha deciso di costruirsi un’alternativa politica speculare a quella leghista. Un partito autonomista meridionale, una sorta di Carroccio del Sud che, nelle elezioni nel capoluogo etneo, ha racimolato la bellezza di 20 punti percentuali, «in soli quindici giorni di campagna elettorale», sorride al telefono, martedì sera, il transfugo siciliano che ci chiede subito un favore: «In Sicilia “la Padania” non arriva, purtroppo. Ma giovedì e venerdì sono a Treviso. Allora aspetti che la compro. Grazie». Accontentato. E ora il dottore catanese è pronto a sbarcare sulla Penisola?
Mi scusi Lombardo, adesso vuole fare concorrenza alla Lega Nord?
«Non ci penso proprio. Però se Bossi mi telefonasse ...».
Mettiamo pure che la chiami, e poi?
«Potremo studiare qualcosa da fare insieme. Bossi pensa giustamente al bene del Nord e noi a quello della Sicilia. Guardi che la nostra regione ha alle spalle un tessuto economico e sociale che le permette di muoversi da sola nello scenario politico nazionale».
Nessun dubbio: quindi con il suo partito è pronto a sbarcare a Roma?
«Certo. E per farlo penso ad un modello bavarese, a una sorta di rapporto federativo forte con un partito nazionale fondato su un patto chiaro: un programma della nuova coalizione che abbia come punto centrale il progetto di sviluppo della Sicilia e l’autonoma espressione parlamentare del partito siciliano. Perché anche noi abbiamo bisogno di una pattuglia di deputati e senatori a Roma che garantiscano che quel patto non venga violato. E, come i leghisti, siano disposti, se serve, a menare le mani per farlo rispettare. Basta con i partiti padronali».
Allora non le dispiace l’idea del partito unico avanzata dal Cavaliere?
«Assolutamente no. Credo che Berlusconi abbia parlato di un patto federativo con più partiti territoriali. E si riferiva a noi e alla Lega. Allora perché non entrare?».
Il ministro delle Riforme, il leghista Roberto Calderoli, ha detto che lei “è un interlocutore naturale”, basta anche vedere come si chiama...
«Al di là delle battute di Calderoli, guardo con grande interesse al lavoro della Lega. Bossi fa il suo dovere: difende i diritti dei cittadini del Nord e del territorio. E fa bene. Allora dico: basta lamentarsi e scendiamo in campo per difendere la nostra terra. Così abbiamo fatto. E Catania parla da sola».
Ma a Catania chi ha vinto: lei o Berlusconi?
«Ha vinto il premier, ha vinto Scapagnini e ha vinto anche Raffaele Lombardo; ma il vero vincitore è la voglia di autonomia che è nel nostro dna. Me lo faccia dire: si chiacchiera da sempre di questa autonomia. Oggi noi, grazie a candidati coraggiosi, abbiamo reciso un cordone ombelicale per provare a respirare la libertà».
Con Berlusconi ha messo subito le cose in chiaro: c’è un contratto da rispettare fatto di punti ben precisi: tra questi le infrastrutture come il ponte sullo stretto, giusto?
«Verissimo. Quando è venuto a farci visita, ha recepito da noi alcune proposte ben precise che poi sono la ragione d’essere di questo progetto di sviluppo».
Come il ponte sullo stretto di Messina?
«Ma non solo. “Mamma Europa” deve iniziare ad investire nelle zone come le nostre e in tutte le aree di libero scambio. Altrimenti ci esporteranno solo due cose: un flusso continuo di clandestini e un aumento smisurato di prodottia gricoli sottocosto. Ma il nostro governo deve anche fare pressioni su Bruxelles perché si coltivi l’Obiettivo 1. Quindi serve una fiscalità locale perché siamo stanchi delle contribuzioni a fondo perduto. Poi arriviamo al ponte sullo stretto e a un moderno aeroporto in mezzo alla Sicilia».
Ma a che serve un nuovo aeroporto nel centro della Sicilia?
«Ci serve eccome. Quelli che abbiamo non possono crescere. Catania e Palermo non possono essere ampliati. E per andare a Tunisi devo fare scalo a Roma. Ma le pare! A pochi chilometri da Catania c’è un’area che andrebbe benissimo. Ci sono dei gruppi privati pronti a investire per realizzare l’aeroporto».
Torniamo al ponte. Ma che ve ne fate di una struttura così imponente e costosa?
«Ma come: è la madre di tutte le infrastrutture dietro la quale seguirebbero tutte le altre. E poi senza il ponte sullo stretto non si potrà mai parlare di alta velocità se mai dovesse arrivare a Reggio Calabria e quindi passare anche in Sicilia. È stata già stanziata la metà delle risorse necessarie. L’altro 50% lo investirà un cartello di imprese private che verrà ripagato dai siciliani, dagli italiani e dagli europei attraverso un pedaggio. Ma sarà anche una straordinaria opera d’arte che tutti vorranno ammirare».
Non sarà ricordato come la “madre di tutte le tangenti” più che “la madre di tutte le infrastrutture”?
«Le tangenti si possono percepire o rifiutare per qualsiasi opera pubblica, piccola o grande che sia. Spetta a chi governerà questa operazione muoversi con trasparenza e responsabilità. E finiamola con le tangenti o con la mafia».
Cioè?
«La mafia può infiltrarsi anche nella metropolitana di Milano così come sul ponte sullo stretto o in un’autostrada della Romania o del Ghana».
Quindi?
«Ognuno deve fare il proprio dovere per sradicare la mafia. Ma serve un grande coinvolgimento sociale. Oggi la mafia spara di meno perchè preferisce fare affari di traverso per non mettersi in mostra. Allora come politici abbiamo il compito di portare ricchezza e benessere in questa terra così da sottrarre manodopera ai clan che usano i disoccupati e i disperati per continuare i loro sporchi affari».
Si sente, insieme all’amico governatore Totò Cuffaro, il “signore delle tessere” che controlla in Sicilia?
«Le tessere sono superate. Nel mio movimento nessuno dovrà sborsare una quota annuale. Questa è roba da Prima Repubblica».
Cuffaro è pronto a fare il salto nel suo partito?
«Adesso resta nelle fila dell’Udc. Dico solamente che Cuffaro intende riproporre la propria candidatura a governatore della Sicilia e noi lo guardiamo con grandi favori».
Come è rimasto con Casini e Follini?
«Casini mai più sentito. Marco mi ha telefonato per farmi gli auguri. Abbiamo scelto di intraprendere strade diverse. Ho sempre creduto che questa conquista dell’autonomia si potesse realizzare all’interno di un partito. Invece mi sbagliavo. Ho subito un violento attacco scatenato per mano dei parlamentari di Follini. E questo mi ha fatto molto male. Comunque è finita. So solo che Follini, dopo il 4 per cento a Catania, non è molto felice».
Enzo Bianco, lo sconfitto candidato del centrosinistra a Catania, vi ha accusato di aver comprato i voti?
«Guardi, i soldi li avrei usati per altro. Ma se avessi deciso di “investirli” per comprare voti avremmo preso molte più preferenze. Stia sicuro».
Eppure lei ultimamente non ha dato un grande esempio di decenza politica: quando si candidò a presidente della Provincia si fece tutta la campagna elettorale seduto sulla poltrona da vicesindaco della città?
«Balle. Da quando presentai ufficialmente la mia candidatura non ho mai più messo piede in Municipio. Ci ho lasciato pure il telefonino, e anche l’auto blu. Andavo in giro con una passat bianca».
Scusi l’ignoranza: ma da quando il vicesindaco di un capoluogo da 85 mila abitanti ha diritto alla macchina dello Stato?
«In Sicilia è così. Persino gli assessori provinciali ne hanno diritto, anche se l’auto di color grigio non è un granché».
Lei è finito pure in manette. Un’ordinaria storia di concorsi truccati: questa l’accusa?
«Che poi non reggerà in Tribunale. Quanta amarezza: assolto dopo sette anni. L’assoluzione arrivò poco prima di essere eletto europarlamentare nel 1999 insieme al risarcimento dei danni da parte dello Stato, anche si trattava di una somma irrisoria a confronto del calvario che ho dovuto subire. Ma allora i magistrati si muovevano così?».
Così come?
«Con disinvoltura, senza avere uno straccio di prova ma solo per fare del male a persone ritenute scomode. Lo ripeto: quanta amarezza!».
Si dice che a Silvio Berlusconi vogliano far fare la fine di Craxi?
«Questo non lo so. Dico soltanto che Berlusconi deve avere più coraggio. È ancora troppo esitante. Così rischia di finire veramente vittima della politica. Vuole questo benedetto partito unico? Lo faccia. Si impunti e vada avanti. Noi ci siamo».
Allora si aspetta una telefonata da Umberto Bossi?
«Spero di incontrarlo. Come spero di incontrare i vostri ministri. Io sono qui. Aspetto. Insieme possiamo fare grandi cose».
Tipo menare le mani?
«Se serve per il bene della Sicilia e del Nord».




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