da http://www.arabmonitor.info/


Milano, maggio - Pubblichiamo volentieri questa lettera di denuncia che ci è arrivata, in quanto significativa della ... democrazia in fase di allestimento in Iraq ad opera delle truppe di occupazione.



"Alle undici stasera ho ricevuto una telefonata da Baghdad da un mio amico palestinese che si chiama Mohammed. Mohammed è un omone atletico, alto, forte, sempre allegro, sa fare sorridere la gente con la sua sola presenza, ed è anche un vero amico che aiuta sempre dove può. Stasera però, Mohammed aveva la voce spezzata. Parlava a singhiozzi e con lunghe pause. Era spaventato. Mi ha detto che nel quartiere dove vivono i profughi palestinesi a Baghdad, molti sono stati uccisi negli ultimi giorni da uomini che indossano la divisa delle milizie Badr.

In effetti, avevo letto che queste milizie si sarebbero messe al servizio delle forze di occupazione, eseguendo i lavori sporchi per loro. Ma l'avevo letto come affermazione generica, senza sapere dettagli. Adesso Mohammed mi dice che da venerdì scorso sono in corso veri assedi alle case in cui vivono i palestinesi. Giovedì era comparsa sulla tv irachena, quella finanziata dagli Usa, una trasmissione sui crimini dei palestinesi residenti in Iraq. Sono stati presentati tre fratelli, i volti tumefatti dalle torture, i quali hanno confessato di avere sequestrato e ucciso 12 persone.

L'Ambasciatore palestinese a Baghdad ha subito protestato, dicendo che i tre fratelli erano stati arrestati il giorno precedente, mentre stavano a casa loro, guardando tranquillamente la televisione, aggiungendo che qualora fossero davvero coinvolti in crimini gravi, non avrebbero di certo aspettato l'arrivo della polizia a casa, ma si sarebbero dati alla macchia. All'indomani della trasmissione alla tv, il quartiere dei palestinesi a Baghdad è stata assediata da forze Badr-US.

Mohammed è scoppiato in lacrime. Mi ha raccontato che due giorni fa una squadra di soldati americani è entrata in casa del fratello, buttando giù la porta. Si sono portati via il fratello, che adesso è in una delle prigioni irachene che si stanno riempiendo ogni giorno di più. Il fratello ha cinquant'anni e quattro figli. Dopo vent'anni di impiego presso il Ministero del petrolio, all'arrivo degli americani è stato licenziato in tronco, come tutti i suoi colleghi palestinesi. Infatti, dal momento dell'occupazione militare dell'Iraq tutti i palestinesi hanno perduto i loro impieghi nel settore pubblico, dove in maggioranza lavoravano. Con l'occupazione, sono diventati tutti disoccupati, senza prospettive di reimpiego.

I genitori del fratello arrestato e dello stesso Mohammed erano stati espulsi da un villaggio nei pressi di Haifa, nel 1948. Avevano trovato rifugio in Iraq. Adesso, sono assediati dalle milizie Badr, spalleggiate da soldati americani, che chiedono che i palestinesi vengano buttati fuori dall'Iraq. Ma verso dove? Mohammed sta cercando di non piangere, quando mi chiede "cosa dirò ai quattro figli? cosa dirò a mia madre?". Cosa gli posso mai rispondere?

Sua sorella ce l'aveva fatta in tempo a fuggire in Siria nel momento dell'invasione anglo-americana. Ma adesso, che il passaporto della sorella è in scadenza, lei, e i figli scappati con lei, così come il marito, rischiano di essere allontanati dalla Siria, come altri palestinesi dell'Iraq. Dico a Mohammed che per quanto riguarda la sorella e la sua famiglia, ho sentito al telefono il direttore dell'UNRWA in Siria, per cercare di sistemare la faccenda del permesso di soggiorno di coloro che attualmente si trovano a Damasco.

Il direttore dell'UNRWA mi ha detto che è possibile registrare i profughi palestinesi provenienti dall'Iraq se gli portano un qualsiasi documento dal quale risulti la loro origine dalla Palestina. Ad esempio, un vecchio passaporto del genitore, un estratto catastale, un diploma scolastico rilasciato dall'autorità mandataria.

Spiego questo a Mohammed e gli raccomando di portare i documenti richiesti all'ufficio dell'UNRWA a Damasco, così la famiglia potrà, anche a costo di lasciarsi dietro le proprie case a Baghdad, a mettersi in salvo. Mohammed rimane in silenzio e sento che sta piangendo. "Lo sai", mi dice, "che una delle prime cose che le forze di occupazione hanno fatto a Baghdad, è stata quella di distruggere tutto l'archivio dell'Ufficio per gli Affari Palestinesi , ed è lì che sono stati depositati i nostri documenti, è lì che mio padre ha consegnato il vecchio passaporto in cambio del nuovo documento iracheno".

Per chi non lo sapesse, i profughi palestinesi in Iraq non venivano registrati presso l'UNRWA, perché il governo iracheno diceva sempre di non aver bisogno dei soldi dell'UNRWA, aggiungendo che dei profughi palestinesi si sarebbe occupato direttamente, senza l'assistenza dell'UNRWA. Ma adesso, senza la registrazione presso l'UNRWA, per i profughi palestinesi in Iraq non vi è più alcuna protezione, nemmeno il riconoscimento del loro status, il riconoscimento della loro identità.

Infatti, a tutt'oggi, quello che adesso si usa chiamare il nuovo governo democratico dell'Iraq non ha rilasciato un solo documento d'identità, un solo documento di viaggio a un palestinese. Non so cosa dire a Mohammed, quando mi fa "forse dobbiamo far fagotto e scappare verso la zona-di-nessuno" che la Giordania ha allestito a ridosso del confine giordano-iracheno, in attesa di un afflusso di profughi dall'Iraq.

L'Ambasciatore palestinese a Baghdad non può proteggere nessuno: è completamente impotente di fronte alla violenza delle milizie Badr e dei soldati americani. L'UNRWA in Iraq non è mai esistita. L'UNRWA in Siria si dichiara competente solo per i palestinesi presenti nei suoi registri. Quella in Giordania è irragiungibile, in quanto la Giordania non fa entrare alcun palestinese: nemmeno per il transito. Ho promesso a Mohammed di richiamarlo domani. Lo farò, sicuro, ma non so cosa dirgli".

Susanna

Milano