Brasile, 12mila contadini in marcia per la "terra promessa"



Sono arrivati a Brasilia in 12mila: 7800 uomini e 4200 donne. Senza dimenticare i 130 bambini accompagnati e seguiti da 70 educatori. Sono partiti da Goiania (città simbolo del nuovo emergente agro-business brasiliano) 17 giorni fa e hanno percorso circa 233 chilometri a piedi. Mettendosi ogni giorno in marcia, la mattina presto, camminando per 5 ore per poi fermarsi, mettere su il mega accampamento che li doveva accogliere fino al giorno successivo, quando, tutti insieme i 12mila sarebbero ripartiti.

È infine arrivata a destinazione la più grande Marcia Nazionale per la Riforma Agraria di contadini «sem terra» (senza terra) mai vista in Brasile che ha portato nel cuore della capitale la contestazione alla politica agraria del governo Lula. Fra i manifestanti anche moli personaggi di primo piano della politica brasiliana e intellettuali di sinistra tra cui anche il teologo Leonardo Boff, già oppositore dell’attuale Papa Benedetto XVI negli anni ottanta, in difesa della Teologia della Liberazione. Per tutti un unico obiettivo: ricordare l’emergenza sociale e umanitaria di decine di migliaia di campesinos che attendono la riforma agraria promessa ma mai attuata dal governo in un paese dove meno del 3% della popolazione monopolizza il 60% delle terre.

La lunga caminada è stata promossa e organizzata da via Campesina e dai Sem Terra (Mst), il più grande movimento di contadini dell’america Latina, da sempre protagonista delle proteste sociali in Brasile. Giunti nella capitale i campesinos attendono ora di parlare direttamente con il presidente Lula che nel novembre del 2003, ad un anno dal suo insediamento, di fronte alle pressioni dei movimenti rurali, si era impegnato col Piano Nazionale di Riforma Agraria, a ridistribuire le terre e realizzare nuovi assentamentos per 430mila famiglie contadine che vivevano ancora in accampamenti provvisori. «Dopo un anno e mezzo le famiglie insediate sono meno di 60mila e il governo ha deciso di tagliare pesantemente le risorse al ministero preposto alla riforma – spiega il leader storico e carismatico di Via Campesina, l’economista di origine trentina Joao Pedro Stedile - Il governo non sta mettendo in pratica il piano nazionale di riforma agraria e, addirittura, annuncia tagli al bilancio, per pagare gli interessi del debito interno, ai banchieri».

Da quando la «marcia verso la terra promessa» (come la chiamano i Sem Terra) è iniziata qualcosa sembra essersi smosso all’interno del governo federale. Mentre da sempre i senza terra contestano con forza la politica neoliberista del ministro dell'economia Antonio Palocci (le manifestazioni più rumoreggianti dei “marciatori” saranno proprio davanti al suo ministero).hanno invece sempre avuto dallo loro parte il ministro per lo Sviluppo Agrario Miguel Rossetto. E proprio Rossetto avrebbe adesso promesso di raddoppiare le risorse destinate al rafforzamento dell’agricoltura familiare (il Ponraf, Programa Nacional de Fortalecimento da Agricultura Familiar) portandole dai 5,2 miliardidi reais del 2004-2005 a 10 miliardi (3 milioni di ero) nel 2005-2006. Un passo piuttosto importante considerato che più del 60% degli alimenti che arrivano sulle tavole delle famiglie brasiliane provengono dall'agricoltura familiare. Un passo importante ma non risolutivo anche perché i Sem terra denunciano le numerose difficoltà burocratiche per accedere ai finanziamenti ministeriali.

Le tensioni fra campesinos e governo dunque rimangono e adesso verranno chiarite e illustrate direttamente davanti al presidente Lula. La crescita del Pil brasiliano e il boom della produzione agricola, soprattutto con piantagioni su larga scala di soia, granoturco, arance e caffè, sono stati portati in giro per il mondo da Lula come fiori all'occhiello, ma spesso contrastano frontalmente col duro destino dei piccoli coltivatori brasiliani ancora adesso molto spesso allontanati con la prepotenza dai loro campi. Tant’è che la “marcia su Brasilia” si è resa più impellente dopo che, negli ultimi mesi, si erano andati intensificando in Brasile i casi di violenze contro i movimenti sociali contadini, come l’assassinio a febbraio di Sorella Dorothy (una missionaria cattolica che da decenni viveva e lottava con i sem terra e gli indigeni del nord amazzonico), l’assassionio di 5 lavoratori rurali in un accampamento nel Minas Gerais, gli sgomberi violenti avvenuti a San Paolo, nel Mato Grosso e in altri stati.

«Non è il momento di picchiare forte Lula – sottolinea comunque Jaime Amorim, coordinatore dei sem terra del Pernambuco, una delle regioni più povere dell'arido nord-est brasiliano - Lui ha assunto un compromesso autentico con la riforma agraria, ma per fare questo deve cambiare radicalmente il modello economico». «Esiste un'impenetrabile copertura istituzionale legale che protegge le grandi proprietà private in Brasile – denuncia Boff - Il presidente Lula, che è ammanettato, deve infrangere questa crosta blindata per evitare sempre più violenti conflitti nei campi. Ma la marcia dei Sem Terra non è contro il presidente, semmai è a favore di quel Lula che ancora non abbiamo visto nel palazzo presidenziale del Planalto». «È la politica economica del governo che è perversa – chiarisce infine Stedile - A Lula manca solo un anno e mezzo di governo: non può mica permettersi di portare avanti un governetto da quattro soldi, come i suoi predecessori».

Per questo una delle proposte che verranno fatte al “presidente operaio” che fu eletto alla fine del 2002 anche grazie all’appoggio dei movimenti sociali brasiliani, sarà quella di rinegoziare gli interessi del debito esterno per poter “liberare” più soldi per la riforma agraria. «Fare la riforma agraria significa rimandare indietro l'esodo verso le città, ridurre il numero di favelas, diminuire la disuguaglianza sociale e, in conseguenza di questo, la violenza urbana. In questo paese di 800 milioni di ettari coltivabili, la terra è quel che non manca – spiegheranno i Sem Terra a Lula – È ora che il governo dia risalto al Piano Nazionale di Riforma Agraria e, almeno, realizzi gli obiettivi di insediamento annunciati nei due primi anni di gestione. Un governo che ha avuto il coraggio sufficiente per omologare la riserva indigena di Raposa Serra do Sol, in Roraima, non merita di arrivare alle elezioni del 2006 con una semplice riverniciatura fondiaria, mentre migliaia di famiglie restano accampate al bordo delle strade perché sanno che lontano dalla terra per loro non c'è salvezza. Non possono più, come fece la famiglia del presidente, salire su un camion e viaggiare nella speranza di ottenere lavoro nell'Eldorado paulista. Gli resta solo la possibilità di lottare per la terra che hanno perduto».