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  1. #1
    Roscetta
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    Post Il sacerdozio femminile nell'antichità cristiana

    Il sacerdozio femminile nell'antichità cristiana
    Interpretazione corretta della Tradizione

    * tradizione scritturale
    * tradizione ‘dinamica’
    * tradizione ‘latente’
    * tradizione ‘matura’
    di Giorgio Otranto, professore di storia del cristianesimo antico presso la facoltà di lettere di Bari
    Traduzione dall'inglese di un articolo pubblicato nel Journal of feminist studies in Religion;

    Dopo una analisi puntuale delle fonti letterarie ed epigrafiche antiche, Giorgio Otranto è giunto alla conclusione che nel corso dei primi secoli alcune donne sono state ordinate sacerdoti ed hanno svolto tutti i compiti tradizionalmente riservati agli uomini . Anche se si tratta di un fatto minoritario, il fenomeno riveste egualmente importanza ed è degno di essere portato a conoscenza non solo dei ricercatori e degli specialisti ma anche del grande pubblico ,soprattutto del pubblico che segue con grande interesse la questione tanto discussa della ammissione delle donne nell'ordine sacro della Chiesa cattolica. Noi abbiamo chiesto al professor Otranto di presentare i risultati delle sue ricerche .

    Il problema della ammissione delle donne all' Ordine sacro ( che la Chiesa anglicana ha risolto positivamente nel 1992) , è una delle questioni acclesiologiche più discusse in questi ultimi anni. Sono sorti movimenti di opinione accaniti, esperti di diverse confessioni ed origini culturali hanno levato la loro voce, favorevoli e contrari al sacerdozio femminile hanno avviato discussioni agitate e negli ultimi anni , il Magistero ecclesiastico ha ufficialmente rinforzato la posizione della Chiesa contro l'ordinazione delle donne con la dichiarazione della Congregazione per la dottrina della fede (Inter insigniores, 1977) e due lettere apostoliche (Mulieris Dignitatem, 1988; Ordinatio sacerdotalis, 1994).

    Tra le numerose iniziative dirette ad approfondire il problema donne e ministero sacerdotale, io mi limiterò a citarne due della fine degli anni ottanta: la consulta teologica inter-ortodossa sul ruolo della donna nella Chiesa e la questione dell'ordinazione delle donne (Rodi 88) e il convegno “Donne e ministero : un problema ecumenico” (Palermo, 1988). Le conclusioni della consulta di Rodi hanno confermato la convinzione che il sacerdozio abbia un « carattere maschile » mentre il convegno di Palermo ha sollevato possibilità e posizioni assai diverse.

    Come sempre quando si intendono raggiungere soluzioni adeguate a questioni dottrinali e disciplinari, anche qui si fa appello con intendimenti e risultati differenti al mondo antico.

    Così, il Magistero è ritornato sulle motivazioni sulle quali si fonda la sua tradizionale opposizione alla concessione del sacramento dell'Ordine alle donne: Cristo non ha chiamato nessuna donna a far parte del collegio dei 12 apostoli e tutta la tradizione della Chiesa è rimasta fedele a questo fatto e l'ha interpretata come la volontà esplicita del Salvatore di non conferire se non agli uomini il potere sacerdotale di governare, insegnare e santificare e solo l'uomo per la sua somiglianza naturale al Cristo può esprimere sacramentalmente il ruolo dei Cristo stesso nell'eucarestia.

    D’altra parte, coloro che sono in posizioni opposte si richiamano ugualmente alla cristianità antica sottolineando nelle loro argomentazioni che la posizione ufficiale della Chiesa deriva da una antropologia che ha origine diretta nel mondo antico e che è difficilmente accettabile ai nostri giorni. Una antropologia che denota uno stato manifesto di inferiorità dove la donna è considerata in un contesto greco o romano o peggio ancora nel contesto palestinese dove nacque il cristianesimo.

    Riassumendo,le stesse posizioni possono assumere sfumature ed articolazioni differenti sulle quali non ci soffermeremo.Di contro, l'esistenza, a partire dal III secolo e soprattutto in Oriente, di un diaconato femminile a sostegno delle donne malate e per l'assistenza al battesimo delle donne viene riconosciuta unanimemente.

    L’affermazione secondo la quale la donna non ha mai esercitato nel mondo antico un sacerdozio ministeriale non è corretta che nelle grandi linee. Essa non rende conto di alcuni episodi, poco numerosi in verità ma non meno significativi, che hanno caratterizzato la questione del sacerdozio femminile nell'antichità cristiana : vi sono frammenti storici che la critica ha sistematicamente ignorato o che ha giudicati ininfluenti nel quadro di una considerazione globale del problema.

    Uno degli episodi è tratto la una lettera di papa Gelasio Primo (492-496) inviata nel 494 a tutti i vescovi di alcune regioni dell'Italia meridionale (Basilicata, Calabria, Sicilia). Egli dichiara di avere appreso con dispiacere che il disprezzo verso la religione è arrivato a un tal punto che le donne vengono ammesse a sacris altaribus ministrare e che esse ricoprono delle funzioni riservate ai maschi e che non sono affatto di competenza del sesso femminile . La cuncta esprime la pienezza delle attribuzioni sacramentali e liturgiche : siamo quindi in presenza di autentiche donne sacerdote che erano state ordinate e Gelasio si opponeva a questo facendo più volte appello alla tradizione della Chiesa ed ai canoni di antichi concilii : il XIX concilio di Nicea (325), il X e XLIV di Laodicea (seconda metà de IV secolo). Quello di Nimes (394 o 396), il XXV di Orange (441).

    In un mio saggio del 1982 , ho dimostrato che in Italia meridionale, le donne avevano ricevuto il sacramento dell'Ordine da vescovi la cui decisione fu condannata da Gelasio Primo. Così, si impone una importante considerazione : l'episodio presentato dal papa ed i numerosi concili orientali ed occidentali che vietarono alle donne di compiere il servizio liturgico e di far parte del clero dimostrano implicitamente che nel mondo antico alcune donne furono ordinate e che la questione del sacerdozio femminile era già stata sollevata tanto in Oriente che in Occidente.

    Anche al di fuori dei contesti eretici, la cristianità antica sembra avere avere qualche volta elevato delle donne al rango sacerdotale , in funzione di certe prerogative propriamente ed esclusivamente dell'Ordine sacro.Nel caso del De Verginitate, un'opera del IV secolo attribuita ad Atanasio si afferma che il "regno dei cieli non è nè maschile nè femminile ma tutte le donne che sono gradite al Signore provengono dall'Ordine degli uomini » e poco più avanti le vergini sono chiamate a benedire il pane con tre segni della croce, a compiere le azioni di grazia e a pregare.Questi sono degli atti che si possono apparentemente considerare come una celebrazione eucaristica se bisogna tener conto che ai tempi di Atanasio , ad Alessandria, la celebrazione dell'eucarestia si faceva secondo un rituale ben più complesso di quello che evoca il De verginitate.

    L’épigrafia testimonia dei casi di sacerdozio femminile.
    A Tropea, un piccolo centro della Calabria meridionale, è stata ritrovata una epigrafe cristiana datata alla metà del V secolo che attesta di una LETA presbytera. Qualche anno dopo, Gelasio, in una sua lettera ai vescovi calabresi avrebbe confermato l'esistenza di un sacerdozio femminile nell'Italia meridionale .Altre epigrafi del V-VI secolo sembrano attestare la presenza di donne sacerdoti a Salone, in Dalmazia (presbytera, sacerdota), a Ippona in Africa (prebyterissa), nei pressi di Poitiers rs (presbyteria=prebytera) a Roma (2 volte presbytera), in Tracia (prebytera in greco).

    b(onae) m(emoriae) s(acrum) Leta Presbitera
    que vixit ann(is) XL m(ensibus) VIII d(iebus) IX
    quei bene fecit maritus precessit in pace pridie
    idus maias


    Anche se nell'insieme non si tratta che di qualche epigrafe (meno di 10) quando le si confrontano con le 50.000 della cristianità antica che si conoscono , esse dovrebbero far riflettere sul ruolo liturgico e sacramentale delle donne nel mondo antico. Al contrario la storiografia cattolica che parte dal principio che il sacerdozio femminile è inammissibile, ha da un lato integrato alcune epigrafi ed eliminato tutte le altre che fanno riferimento al sacerdozio femminile , dall'altro ha assimilato il termine “prebytera” a donna del presbitero , accezione certamente diffusa nella Chiesa antica.

    E' giustamente questo atteggiamento preconcetto che caratterizza il commento che fa un ricercatore rimarchevole come J. Galot dell' XImo canone del Concilio di Laodicea :« Non bisogna designare delle sacerdotesse nella Chiesa » . Egli scrive : « Il canone XI del concilio di Laodicea imbarazza i commentatori . L'incertezza risiede sul senso dei termini “presbytides” e “présidents” e del verbo “designare” o “ordinare”. Se noi dovessimo rifarci al titolo del canone « Non bisogna ordinare 'presbytides' nella Chiesa . » dovremmo intendere il termine ‘presbytides’ nel senso di ‘sacerdotesse ’. Ma un tale significato sembra impensabile per la Chiesa cattolica e si è tentato di identificare queste “presbytides” sia le con le diaconesse superiori sia con delle semplici diaconesse o con le anziane che avevano l'incarico di sorvegliare le donne nella Chiesa ”. Alla luce di tutto quello che si è osservato fino ad ora, perchè non dare al canone 11mo l'interpretazione che sembra la più evidente? Perchè non riconoscere che esso vieta l'ordinazione presbiterale delle donne ? J. Galot,ammette egli stesso che si tratta della interdizione del sacerdozio delle donne ,anche se ne circoscrive la portata e non lo rapporta che alla polemica montanista.

    Le informazioni sul sacerdozio femminile che noi abbiamo attraverso le epigrafi ed i canoni conciliari,dovrebbero essere approfondite ulteriormente in un quadro più ampio che includi anche la documentazione iconografica.

    Io penso ad esempio, agli affreschi della fractio panis nella cappella greca del cimitero di Priscilla a Roma (intorno al III secolo; dove c'è l'immagine di una donna in abiti sacerdotali che porta nella mano sinistra la croce e nella destra l'incensiere rappresentata nel codice latino 12408 della Biblioteca Nazionale di Parigi (fine del VIII secolo). L'analisi di parecchi documenti relativi alle testimonianze sulle diaconesse e sulle badesse della fine del Medioevo potrebbero portare delle nuove conoscenze sul problema del rapporto tra la donna e la liturgia. Questo rapporto, nell'antichità , fu certamente più ricco e significativo di quanto non sia oggi .

    Anche se i casi di donne con funzioni di presbyterae sono rari, la frequenza con la quale usano toni polemici sia le deliberazioni dei concili che gli autori cristiani per stroncare la questione dell'ammissione delle donne al sacerdozio, lascia credere che i casi di donne nelle funzioni di presbytera o di qualche altro tipo di servizio liturgico siano stati ben più numerosi di quanto non attesti la documentazione letteraria ed epigrafica .

    A dispetto dell'esiguità della documentazione e contrariamente a ciò che sostengono abitualmente coloro che si oppongono al sacerdozio delle donne, tutto ciò significa che la posizione adottata dalla Chiesa antica -da tutta la Chiesa e non solo dalla gerarchia- non può essere intesa come una tradizione monolitica ben definita, vale a dire in tutti i suoi aspetti e sviluppi, ma piuttosto venne accettata da tutti come una realtà in evoluzione, come una questione scottante da affrontare con cautela , discussa ed talvolta, anche se raramente , risolta in altra maniera. La tradizione divenne monolitica quando si condannarono tutte le soluzioni che nel passato si allontanarono da quelle che vennero accettate e difese dalla Chiesa cattolica. Questo comportamento della Chiesa può aver subito l'influenza di alcuni gruppi che, condannati come eretici a partire dal II secolo, accettavano di ordinare le donne e di elevarle al rango di vescovo. Ma la presenza di una prebytera non comportava necessariamente la sua eterodossia nè quella della comunità nella quale essa viveva ed esercitava il suo ministero.

    Attone, vescovo di Vercelli che visse tra il IX ed il X secolo, autore di molte opere e grande conoscitore delle antiche disposizioni conciliari e della organizzazione ecclesiastica, della vita sacramentale e della lingua liturgica lo attesta in modo esplicito.

    Un sacerdote che si chiamava Ambrogio gli chiese quale fosse il senso da dare ai termini presbytera e diacona degli antichi canoni . La sua risposta non lascia posto ad alcun dubbio. Egli cominciò a spiegare come nella Chiesa antica « la messe era abbondante ma gli operai pochi » (Mt. 9,37; Lc. 10,2), anche le donne ricevevano i ministeri ad adjumentum virorum come prova la lettera ai Romani 16,1 (Vi raccomando Febe nostra sorella diaconessa nella Chiesa di Cencrea ») .Secondo Attone fu l'11mo canone del concilio di Laodicea (seconda metà del IV secolo) che vietò l'ordinazione presbiterale delle donne.

    Il vescovo di Vercelli scrive esplicitamente che nelle comunità cristiane antiche non solamente gli uomini ma anche le donne venivano ordinate (ordinabantur) e che esse erano a capo di alcune comunità (praeerant ecclesiis), si chiamavano presbyterae ed avevano il dovere di pregare, guidare, insegnare (Hae quae presbyterae dicebantur praecandi jubendi vel edocendi [...] officium sumpserant). Questi tre termini pronunciati nella ordinazione ricevuta dalle donne riassumono il ruolo del sacramento dellìOrdine .

    Grande conoscitore della canonicità e delle istituzioni ecclesiastiche, Attone precisa che il termine presbyterae poteva designare nella Chiesa antica anche la donna del presbyter. Ma dei due significati, egli dichiara di preferire il primo.

    Una dimostrazione ulteriore dell'uso ingannevole dei testi relativi al sacerdozio femminile è dato dal Lexicon imperfectum, un noto dizionario medioevale , che attribuì ad Attone, il vescovo di Vercelli, il secondo significato dato alla parola presbytera.

    La testimonianza di Attone riveste una certa importanza in relazione alla questione del sacerdozio delle donne nell'antichità. Ora, egli è stato volontariamente ignorato oppure male interpretato perchè non andava evidentemente nel senso della unanime tradizione ; questa accezione dovrebbe quanto meno seminare qualche dubbio che permetta di arrivare ad un certezza motivata qualunque essa sia. Io ho l'impressione, invece, che nel corso dei secoli si è messa in opera, in parte accidentalmente ed in parte per ragioni di prudenza o di conformismo, una selezione decisa o una interpretazione preconcetta delle testimonianze già poco numerose su ciò che concerne l'esercizio del ministero sacerdotale delle donne. Alla luce della posizione chiara di Attone,è necessario provare a recuperare anche queste testimonianze, che a prima vista ci appaiono come briciole o frammenti di storia, per ricostruire un quadro il più largo possibile .Cosicchè apparirà la tradizione della Chiesa, soprattutto nei primi secoli, che non ha sempre condannato all'unanimità il sacerdozio femminile, come si pretende abitualmente. Mi sembra di poterlo affermare, in quanto storico del cristianesimo antico senza partito preso, per l'ammissione delle donne al sacerdozio. Io penso anche che allo stato attuale è tempo di discutere la questione ed approfondirla per assicurare alle donne un ruolo ed una presenza che, al di là quelli che potranno essere i risultati e le conclusioni finali, corrispondano alla reale volontà di Cristo. Anche per la Chiesa antica si impose a mio avviso quello che l'esortazione apostolica Christifidelis laici definì come « una attenzione più penetrante ed attenta ai fondamenti antropologici della condizione dell'uomo e della donna».

    Sulla base di questa esortazione , è necessario che le ragioni di tutti siano adeguatamente ascoltate e valutate, certamente alla luce della dottrina della Chiesa ed in un concilio che riconsideri in un contesto unitario gli aspetti biblici, teologici , sacramentali, antropologici e storici di tutta la questione.Solo così si potrà evitare che delle rivendicazioni affrettate ed intemperanti finiscano per intralciare e ritardare i cambiamenti che sono nondimeno necessari nella Chiesa di Dio.

    •   Alt 

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  2. #2
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    LETTERA APOSTOLICA
    ORDINATIO SACERDOTALIS
    DEL PAPA GIOVANNI PAOLO II
    AI VESCOVI
    DELLA CHIESA CATTOLICA
    SULL'ORDINAZIONE SACERDOTALE
    DA RISERVARSI SOLTANTO AGLI UOMINI



    Venerabili Fratelli nell'Episcopato!

    1. L'ordinazione sacerdotale, mediante la quale si trasmette l'ufficio che Cristo ha affidato ai suoi Apostoli di insegnare, santificare e governare i fedeli, è stata nella Chiesa cattolica sin dall'inizio sempre esclusivamente riservata agli uomini. Tale tradizione è stata fedelmente mantenuta anche dalle Chiese Orientali.

    Quando sorse la questione dell'ordinazione delle donne presso la Comunione Anglicana, il Sommo Pontefice Paolo VI, in nome della sua fedeltà all'ufficio di custodire la Tradizione apostolica, ed anche allo scopo di rimuovere un nuovo ostacolo posto sul cammino verso l'unità dei cristiani, ebbe cura di ricordare ai fratelli anglicani quale fosse la posizione della Chiesa cattolica: «Essa sostiene che non è ammissibile ordinare donne al sacerdozio, per ragioni veramente fondamentali. Queste ragioni comprendono: l'esempio, registrato nelle Sacre Scritture, di Cristo che scelse i suoi Apostoli soltanto tra gli uomini; la pratica costante della Chiesa, che ha imitato Cristo nello scegliere soltanto degli uomini; e il suo vivente magistero, che ha coerentemente stabilito che l'esclusione delle donne dal sacerdozio è in armonia con il piano di Dio per la sua Chiesa» (cfr. Paolo VI, Rescritto alla lettera di Sua Grazia il Rev.mo Dott. F. D. Coggan, Arcivescovo di Canterbury, sul ministero sacerdotale delle donne, 30 novembre 1975: AAS 68 (1976), 599-600). Ma poiché anche tra teologi ed in taluni ambienti cattolici la questione era stata posta in discussione, Paolo VI diede mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di esporre ed illustrare in proposito la dottrina della Chiesa. Ciò fu eseguito con la Dichiarazione Inter Insigniores, che il Sommo Pontefice approvò e ordinò di pubblicare (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insignores circa la questione dell'ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale, 15 ottobre 1976: AAS 69 (1977), 98-116).

    2. La Dichiarazione riprende e spiega le ragioni fondamentali di tale dottrina, esposte da Paolo VI, concludendo che la Chiesa «non si riconosce l'autorità di ammettere le donne all'ordinazione sacerdotale» (Ibidem 100). A queste ragioni fondamentali il medesimo documento aggiunge altre ragioni teologiche che illustrano la convenienza di tale disposizione divina, e mostra chiaramente come il modo di agire di Cristo non fosse guidato da motivi sociologici o culturali propri del suo tempo. Come successivamente precisò il Papa Paolo VI, «la ragione vera è che Cristo, dando alla Chiesa la sua fondamentale costituzione, la sua antropologia teologica, seguita poi sempre dalla Tradizione della Chiesa stessa, ha stabilito così» (Paolo VI, Discorso su Il ruolo della donna del disegno della salvezza, 30 gennaio 1977: Insegnamenti, vol. XV, 1977, 111; cfr. anche Giovanni Paolo II Esortazione Apostolica Christifideles Laici, 30 dicembre 1988, n. 51: AAS 81 (1989), 393-521; Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1577). Nella Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, io stesso ho scritto a questo proposito: «Chiamando solo uomini come suoi apostoli, Cristo ha agito in un modo del tutto libero e sovrano. Ciò ha fatto con la stessa libertà con cui, in tutto il suo comportamento, ha messo in rilievo la dignità e la vocazione della donna, senza conformarsi al costume prevalente e alla tradizione sancita anche dalla legislazione del tempo» (Lettera Apostolica Mulieris Dignitatem, 15 agosto 1988, n. 26: AAS 80 (1988), 1715).

    Infatti i Vangeli e gli Atti degli Apostoli attestano che questa chiamata è stata fatta secondo l'eterno disegno di Dio: Cristo ha scelto quelli che egli ha voluto (cfr. Mc 3,13-14; Gv 6,70), e lo ha fatto in unione col Padre, «nello Spirito Santo» (At 1,2), dopo aver passato la notte in preghiera (cfr. Lc 6,12). Pertanto, nell'ammissione al sacerdozio ministeriale (cfr. Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n. 28; Decreto Presbyterorum Ordinis, n. 2b), la Chiesa ha sempre riconosciuto come norma perenne il modo di agire del suo Signore nella scelta dei dodici uomini che Egli ha posto a fondamento della sua Chiesa (cfr. Ap 21,14). Essi, in realtà, non hanno ricevuto solamente una funzione, che in seguito avrebbe potuto essere esercitata da qualunque membro della Chiesa, ma sono stati specialmente ed intimamente associati alla missione dello stesso Verbo incarnato (cfr. Mt 10,1.7-8; 28,16-20; Mc 3,13-16; 16,14-15). Gli Apostoli hanno fatto lo stesso quando hanno scelto i collaboratori (cfr. 1Tm 3,1-13; 2Tm 1,6; Tt 1,5-9) che sarebbero ad essi succeduti nel ministero (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1577). In tale scelta erano inclusi anche coloro che, attraverso i tempi della Chiesa, avrebbero proseguito la missione degli Apostoli di rappresentare Cristo Signore e Redentore (cfr. Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n. 20 e n. 21).

    3. D'altronde, il fatto che Maria Santissima, Madre di Dio e della Chiesa, non abbia ricevuto la missione propria degli Apostoli né il sacerdozio ministeriale mostra chiaramente che la non ammissione delle donne all'ordinazione sacerdotale non può significare una loro minore dignità né una discriminazione nei loro confronti, ma l'osservanza fedele di un disegno da attribuire alla sapienza del Signore dell'universo.

    La presenza e il ruolo della donna nella vita e nella missione della Chiesa, pur non essendo legati al sacerdozio ministeriale, restano comunque assolutamente necessari e insostituibili. Come è stato rilevato dalla stessa Dichiarazione Inter Insigniores, «la Santa Madre Chiesa auspica che le donne cristiane prendano pienamente coscienza della grandezza della loro missione: il loro ruolo sarà oggigiorno determinante sia per il rinnovamento e l'umanizzazione della società, sia per la riscoperta, tra i credenti, del vero volto della Chiesa» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insigniores, VI: AAS 69 (1977), 115-116). Il Nuovo Testamento e tutta la storia della Chiesa mostrano ampiamente la presenza nella Chiesa di donne, vere discepole e testimoni di Cristo nella famiglia e nella professione civile, oltre che nella consacrazione totale al servizio di Dio e del Vangelo. «La Chiesa, infatti, difendendo la dignità della donna e la sua vocazione, ha espresso onore e gratitudine per quelle che, fedeli al Vangelo, in ogni tempo hanno partecipato alla missione apostolica di tutto il popolo di Dio. Si tratta di sante martiri, di vergini, di madri di famiglia, che coraggiosamente hanno testimoniato la loro fede ed educando i propri figli nello spirito del Vangelo hanno trasmesso la fede e la tradizione della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Mulieris Dignitatem, n. 27: AAS 80 (1988), 1719).

    D'altra Parte è alla santità dei fedeli che è totalmente ordinata la struttura gerarchica della Chiesa. Perciò, ricorda la Dichiarazione Inter Insigniores, «il solo carisma superiore, che si può e si deve desiderare, è la carità (cfr. 1Cor 12-13). I più grandi nel Regno dei cieli non sono i ministri, ma i santi» (Congreagazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insigniores, VI: AAS 69 (1977), 115).

    4. Benché la dottrina circa l'ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini sia conservata dalla costante e universale Tradizione della Chiesa e sia insegnata con fermezza dal Magistero nei documenti più recenti, tuttavia nel nostro tempo in diversi luoghi la si ritiene discutibile, o anche si attribuisce alla decisione della Chiesa di non ammettere le donne a tale ordinazione un valore meramente disciplinare.

    Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli (cfr. Lc 22,32), dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa.

    Invocando su di voi, venerabili Fratelli, e sull'intero popolo cristiano il costante aiuto divino, a tutti imparto l'Apostolica Benedizione.

    Dal Vaticano, il 22 maggio, Solennità di Pentecoste, dell'anno 1994, sedicesimo di Pontificato.


    IOANNES PAULUS P.P. II

  3. #3
    Roscetta
    Ospite

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    Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli (cfr. Lc 22,32), dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa.




    Beh....giustissimo!!!!!



  4. #4
    Napoléon I
    Ospite

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    l'unica tradizione cattolica sul sacerdozio, è che non è mai esistito alcun tipo di sacerdozio femminile, ne mai esisterà.

  5. #5
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    Donne prete? No grazie!
    di Mario Palmaro
    Periodicamente ritorna la richiesta di ordinare donne al sacerdozio. La Chiesa si è pronunciata definitivamente per il no. Spieghiamo perché. Ma qualcuno, anche tra i cattolici, finge di non saperlo.

    "Ordinare sacerdoti delle donne? Sarebbe la stessa cosa che celebrare messa con la Coca Cola". Il Cardinale Giacomo Biffi - cui notoriamente non fa difetto la schiettezza - usò una volta questa immagine colorita per liquidare senza troppe disquisizioni teologiche un punto fermo del Magistero cattolico di sempre: il sacerdozio e riservato agli uomini per volontà stessa di Cristo. Ma nonostante la tradizione ininterrotta in questo senso, e nonostante i ripetuti e definitivi interventi della Chiesa di Roma, ogni tanto l’argomento torna d’attualità sulle pagine dei giornali e sugli schermi televisivi. Nelle scorse settimane, ad esempio, ha fatto rumore la pittoresca iniziativa di un vescovo scismatico, tale Romulo Antonio Braschi, che a giugno ha "ordinato" - si fa per dire - sacerdoti sette donne cattoliche: quattro tedesche, due austriache e un’americana. La strana cerimonia si è svolta a bordo di una motonave in viaggio sul Danubio. Il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Joseph Ratzinger, è subito intervenuto con un "monito" di poche righe che contempla la sanzione della scomunica per le sette battezzate - salvo pentimento e pubblica ammissione dell’errore - e che chiarisce le idee all’opinione pubblica intorno alla questione delle "donne-prete".

    L’avvenuta "ordinazione sacerdotale" - si legge nel documento di Ratzinger, che usa volutamente le virgolette nel definire il fatto contestato - è una vera e propria "simulazione di un sacramento e perciò invalida e nulla e costituisce un grave delitto contro la divina costituzione della Chiesa".

    Un dibattito che dura da anni

    Dunque, anche se si tratta di una carnevalata, essa è particolarmente grave non tanto per gli effetti che produce - che sono inesistenti - quanto per il danno arrecato alle anime di coloro che "giocano" con i sacramenti, disprezzandoli e suscitando scandalo presso i fedeli. Per intenderci: l’ordinazione di una donna è paragonabile al matrimonio fra due persone dello stesso sesso. Anche se la celebrazione si svolge secondo il rito previsto dalla Chiesa, non produce alcuna conseguenza per mancanza di un presupposto fondamentale.

    Nonostante le parole di Ratzinger, è prevedibile che i cattolici sentiranno ancora parlare di "sacerdozio femminile", perché oggi nel mondo sono molti, cattolici e non, a "battersi" affinché la Chiesa cambi ciò che in realtà non è in suo potere cambiare.

    Negli Stati Uniti opera da diversi anni una suora benedettina, Jhoan Chittister, che auspica l’introduzione del sacerdozio femminile da parte di Roma. La Catholic Theological Society of America il 6 giugno 1997 ha votato, con 216 sì, 10 astensioni e 22 no, un documento in cui si dice che "esistono seri dubbi sulla autorità della dottrina cattolica (che nega di avere il potere di ordinare donne sacerdote) sia sulle radici nella Tradizione".

    Nei mesi scorsi, un’associazione di donne cattoliche messicane ha proposto l’ordinazione di donne come forma di "democratizzazione della Chiesa". In alcuni sinodi locali, donne cattoliche impegnate a vario titolo nella Chiesa sostengono la possibilità che la Chiesa "cambi idea". Negli anni Novanta, un importante porporato, a un giornalista che gli chiedeva se fosse favorevole alle donne prete, rispose: "Credo che se ne riparlerà nel prossimo millennio". Come dire: chi vivrà, vedrà... Vi sono poi teologi cattolici - docenti anche in facoltà pontificie, come ad esempio la Gregoriana di Roma - che ritengono infondata la dottrina cattolica secondo cui le donne non potranno mai accedere al sacerdozio.

    La "capitolazione" degli anglicani

    I primi a cedere alle lusinghe del mondo in questa materia sono stati gli anglicani - rispetto ai quali esiste peraltro il problema della validità di tutte le loro ordinazioni - che già a partire dagli anni Settanta discutevano animatamente se ammettere le donne al sacerdozio. Il 30 novembre 1975 Paolo VI scrisse una lettera all’arcivescovo di Canterbury Coggan, esortandolo a non erigere un nuovo ostacolo - oltre ai molti già esistenti - sul cammino verso l’unità dei cristiani. Purtroppo, nel 1992 il sinodo anglicano - sempre più terrorizzato dalla fuga di fedeli che ha colpito i protestanti inglesi - è capitolato e ha votato a favore delle ordinazioni femminili. li primo effetto della decisione è stata un’immediata fuga di sacerdoti e laici anglicani, intere parrocchie con il relativo clero, che hanno chiesto e ottenuto di farsi cattolici. Ma se Londra piange, Roma non ride.

    Nel senso che anche fra i cattolici - come ammette esplicitamente Giovanni Paolo II nella sua Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis - "la questione è stata messa in discussione". Questo stato di cose indusse Paolo VI a incaricare la Congregazione per la Dottrina della Fede affinché si pronunciasse chiaramente in materia. Ne scaturì la Dichiarazione Inter Insignores, del 15 ottobre 1976, in cui veniva ribadita la dottrina tradizionale.

    Cosa dice il Magistero

    Secondo questa dichiarazione, la Chiesa ritiene di non avere il potere di ordinare donne al sacerdozio "per ragioni veramente fondamentali", che possiamo riassumere così:

    a. l’esempio di Cristo, che scelse i suoi apostoli soltanto fra gli uomini; b. la pratica costante della Chiesa, che ha imitato Cristo nello scegliere soltanto gli uomini; c. il magistero della Chiesa, che ha costantemente ricondotto alla volontà di Dio l’esclusione femminile al sacerdozio. La scelta di Gesù fu assolutamente libera e sovrana, così come scelse Pietro come primo Papa non certo per far contento il sindacato dei pescatori. Del resto, non fu ordinata sacerdote nemmeno Maria, Madre di Dio e della della Chiesa, a dimostrazione che l’esclusione delle donne non ne mortifica affatto la dignità e non dipende affatto da un livello di dignità inferiore. Semplicemente, dal fatto che uomini e donne sono diversi. Un’ulteriore parola definitiva, che avrebbe dovuto chiudere ogni inutile discussione almeno fra i cattolici, è venuta da Giovanni Paolo II con la breve Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, del 22 maggio 1994, nella quale si legge testualmente: "In virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa". Tale affermazione - spiegava la Congregazione per la Dottrina della Fede in una nota del 1995 - trova fondamento nella parola di Dio, si deve considerare appartenente al deposito della fede, è proposta infallibilmente dal magistero ordinario ed esige un consenso definitivo, in quanto irreformabile. Ciò significa che nessun Papa e nessun collegio dei vescovi in futuro potrà modificare questa posizione. Foss’anche nel prossimo millennio.

    Ricorda

    "Chiamando solo uomini come suoi apostoli, Cristo ha agito in un modo del tutto libero e sovrano. Ciò ha fatto con la stessa libertà con cui, in tutto il suo comportamento, ha messo in rilievo la dignità e la vocazione della donna, senza conformarsi al costume prevalente e alla tradizione sancita anche dalla legislazione del tempo. Pertanto, l’ipotesi che egli abbia chiamato come apostoli degli uomini, seguendo la mentalità diffusa al suoi tempi, non corrisponde affatto al modo di agire dl Cristo". (Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, n. 26).



    Bibliografia

    Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, 1994.

    Giovanni Paolo II, Lettera apostolica, Mulieris dignitatem, 1988.

    Paolo VI, Rescritto alla lettera di Sua Grazia il Rev.mo dott. F.D. Coggan, Arcivescovo di Canterbury, sul ministero sacerdotale delle donne, 1975.

    Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insignores circa la questione dell’ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale, 1976.

    © Il Timone – n. 21 Settembre/Ottobre 2002
    Gilbert

  6. #6
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    Originally posted by Napoléon I
    l'unica tradizione cattolica sul sacerdozio, è che non è mai esistito alcun tipo di sacerdozio femminile, ne mai esisterà.

    OTTIMO.............
    VIVA LA TRADIZIONE DELLA CHIESA CATTOLICA
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  7. #7
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    Originally posted by antonio
    boh..il sacerdozio esclusivo maschile penso sia da conservare perche' un fatto culturale tradizonale acquisito, come il panettone.., non credo teologico.in senso stretto..o se teologico e' di teologia "umana"...
    altrimenti, essendo la differenza tra uomo e donna di natura biologica, dovremmo pensare a una qualche attinenza tra pattern ormonale maschile (testosterone versus estrogeni) e facolta' sacerdotali.

    e sarei curioso di sentire l'opinione di qualche teologo...

    sono un pochetto ridicole le donne che rivedicano il ruolo sacerdotale...come se si potesse stare nella Chiesa unicamente vestendo l'abito talare.
    Antò.................sai leggere? Giovani Paolo II DA TEOLOGO CHE ERA TI HA RISPOSTO:





    LETTERA APOSTOLICA
    ORDINATIO SACERDOTALIS
    DEL PAPA GIOVANNI PAOLO II
    AI VESCOVI
    DELLA CHIESA CATTOLICA
    SULL'ORDINAZIONE SACERDOTALE
    DA RISERVARSI SOLTANTO AGLI UOMINI



    Venerabili Fratelli nell'Episcopato!

    1. L'ordinazione sacerdotale, mediante la quale si trasmette l'ufficio che Cristo ha affidato ai suoi Apostoli di insegnare, santificare e governare i fedeli, è stata nella Chiesa cattolica sin dall'inizio sempre esclusivamente riservata agli uomini. Tale tradizione è stata fedelmente mantenuta anche dalle Chiese Orientali.

    Quando sorse la questione dell'ordinazione delle donne presso la Comunione Anglicana, il Sommo Pontefice Paolo VI, in nome della sua fedeltà all'ufficio di custodire la Tradizione apostolica, ed anche allo scopo di rimuovere un nuovo ostacolo posto sul cammino verso l'unità dei cristiani, ebbe cura di ricordare ai fratelli anglicani quale fosse la posizione della Chiesa cattolica: «Essa sostiene che non è ammissibile ordinare donne al sacerdozio, per ragioni veramente fondamentali. Queste ragioni comprendono: l'esempio, registrato nelle Sacre Scritture, di Cristo che scelse i suoi Apostoli soltanto tra gli uomini; la pratica costante della Chiesa, che ha imitato Cristo nello scegliere soltanto degli uomini; e il suo vivente magistero, che ha coerentemente stabilito che l'esclusione delle donne dal sacerdozio è in armonia con il piano di Dio per la sua Chiesa» (cfr. Paolo VI, Rescritto alla lettera di Sua Grazia il Rev.mo Dott. F. D. Coggan, Arcivescovo di Canterbury, sul ministero sacerdotale delle donne, 30 novembre 1975: AAS 68 (1976), 599-600). Ma poiché anche tra teologi ed in taluni ambienti cattolici la questione era stata posta in discussione, Paolo VI diede mandato alla Congregazione per la Dottrina della Fede di esporre ed illustrare in proposito la dottrina della Chiesa. Ciò fu eseguito con la Dichiarazione Inter Insigniores, che il Sommo Pontefice approvò e ordinò di pubblicare (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insignores circa la questione dell'ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale, 15 ottobre 1976: AAS 69 (1977), 98-116).

    2. La Dichiarazione riprende e spiega le ragioni fondamentali di tale dottrina, esposte da Paolo VI, concludendo che la Chiesa «non si riconosce l'autorità di ammettere le donne all'ordinazione sacerdotale» (Ibidem 100). A queste ragioni fondamentali il medesimo documento aggiunge altre ragioni teologiche che illustrano la convenienza di tale disposizione divina, e mostra chiaramente come il modo di agire di Cristo non fosse guidato da motivi sociologici o culturali propri del suo tempo. Come successivamente precisò il Papa Paolo VI, «la ragione vera è che Cristo, dando alla Chiesa la sua fondamentale costituzione, la sua antropologia teologica, seguita poi sempre dalla Tradizione della Chiesa stessa, ha stabilito così» (Paolo VI, Discorso su Il ruolo della donna del disegno della salvezza, 30 gennaio 1977: Insegnamenti, vol. XV, 1977, 111; cfr. anche Giovanni Paolo II Esortazione Apostolica Christifideles Laici, 30 dicembre 1988, n. 51: AAS 81 (1989), 393-521; Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1577). Nella Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, io stesso ho scritto a questo proposito: «Chiamando solo uomini come suoi apostoli, Cristo ha agito in un modo del tutto libero e sovrano. Ciò ha fatto con la stessa libertà con cui, in tutto il suo comportamento, ha messo in rilievo la dignità e la vocazione della donna, senza conformarsi al costume prevalente e alla tradizione sancita anche dalla legislazione del tempo» (Lettera Apostolica Mulieris Dignitatem, 15 agosto 1988, n. 26: AAS 80 (1988), 1715).

    Infatti i Vangeli e gli Atti degli Apostoli attestano che questa chiamata è stata fatta secondo l'eterno disegno di Dio: Cristo ha scelto quelli che egli ha voluto (cfr. Mc 3,13-14; Gv 6,70), e lo ha fatto in unione col Padre, «nello Spirito Santo» (At 1,2), dopo aver passato la notte in preghiera (cfr. Lc 6,12). Pertanto, nell'ammissione al sacerdozio ministeriale (cfr. Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n. 28; Decreto Presbyterorum Ordinis, n. 2b), la Chiesa ha sempre riconosciuto come norma perenne il modo di agire del suo Signore nella scelta dei dodici uomini che Egli ha posto a fondamento della sua Chiesa (cfr. Ap 21,14). Essi, in realtà, non hanno ricevuto solamente una funzione, che in seguito avrebbe potuto essere esercitata da qualunque membro della Chiesa, ma sono stati specialmente ed intimamente associati alla missione dello stesso Verbo incarnato (cfr. Mt 10,1.7-8; 28,16-20; Mc 3,13-16; 16,14-15). Gli Apostoli hanno fatto lo stesso quando hanno scelto i collaboratori (cfr. 1Tm 3,1-13; 2Tm 1,6; Tt 1,5-9) che sarebbero ad essi succeduti nel ministero (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1577). In tale scelta erano inclusi anche coloro che, attraverso i tempi della Chiesa, avrebbero proseguito la missione degli Apostoli di rappresentare Cristo Signore e Redentore (cfr. Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n. 20 e n. 21).

    3. D'altronde, il fatto che Maria Santissima, Madre di Dio e della Chiesa, non abbia ricevuto la missione propria degli Apostoli né il sacerdozio ministeriale mostra chiaramente che la non ammissione delle donne all'ordinazione sacerdotale non può significare una loro minore dignità né una discriminazione nei loro confronti, ma l'osservanza fedele di un disegno da attribuire alla sapienza del Signore dell'universo.

    La presenza e il ruolo della donna nella vita e nella missione della Chiesa, pur non essendo legati al sacerdozio ministeriale, restano comunque assolutamente necessari e insostituibili. Come è stato rilevato dalla stessa Dichiarazione Inter Insigniores, «la Santa Madre Chiesa auspica che le donne cristiane prendano pienamente coscienza della grandezza della loro missione: il loro ruolo sarà oggigiorno determinante sia per il rinnovamento e l'umanizzazione della società, sia per la riscoperta, tra i credenti, del vero volto della Chiesa» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insigniores, VI: AAS 69 (1977), 115-116). Il Nuovo Testamento e tutta la storia della Chiesa mostrano ampiamente la presenza nella Chiesa di donne, vere discepole e testimoni di Cristo nella famiglia e nella professione civile, oltre che nella consacrazione totale al servizio di Dio e del Vangelo. «La Chiesa, infatti, difendendo la dignità della donna e la sua vocazione, ha espresso onore e gratitudine per quelle che, fedeli al Vangelo, in ogni tempo hanno partecipato alla missione apostolica di tutto il popolo di Dio. Si tratta di sante martiri, di vergini, di madri di famiglia, che coraggiosamente hanno testimoniato la loro fede ed educando i propri figli nello spirito del Vangelo hanno trasmesso la fede e la tradizione della Chiesa» (Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Mulieris Dignitatem, n. 27: AAS 80 (1988), 1719).

    D'altra Parte è alla santità dei fedeli che è totalmente ordinata la struttura gerarchica della Chiesa. Perciò, ricorda la Dichiarazione Inter Insigniores, «il solo carisma superiore, che si può e si deve desiderare, è la carità (cfr. 1Cor 12-13). I più grandi nel Regno dei cieli non sono i ministri, ma i santi» (Congreagazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insigniores, VI: AAS 69 (1977), 115).

    4. Benché la dottrina circa l'ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini sia conservata dalla costante e universale Tradizione della Chiesa e sia insegnata con fermezza dal Magistero nei documenti più recenti, tuttavia nel nostro tempo in diversi luoghi la si ritiene discutibile, o anche si attribuisce alla decisione della Chiesa di non ammettere le donne a tale ordinazione un valore meramente disciplinare.

    Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli (cfr. Lc 22,32), dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa.

    Invocando su di voi, venerabili Fratelli, e sull'intero popolo cristiano il costante aiuto divino, a tutti imparto l'Apostolica Benedizione.

    Dal Vaticano, il 22 maggio, Solennità di Pentecoste, dell'anno 1994, sedicesimo di Pontificato.


    IOANNES PAULUS P.P. II
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  8. #8
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  9. #9
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    SPIGATI MEGLIO...... oì vdiamo di essere più chiari.....

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  10. #10
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    il concetto cattolico di Tradizione è diverso da quello gnostico dei tradizionalisti.

 

 
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