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    Predefinito Addio università pubblica, arriva la riforma

    L'Università privata di tutto: resta il business

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    29 ottobre 2009
    Il Governo conferma la riforma e i tagli di Tremonti: 1000 milioni in meno in 5 anni. I manager guideranno gli atenei
    di Caterina Perniconi

    La fine di un'epoca. Con la riforma dell'Università approvata ieri dal Consiglio dei ministri, sostanzialmente si chiude il capitolo ‘Università pubblica’ in Italia. Il nostro paese non è più in grado di sostenere il sistema e garantirne l'eccellenza. Perciò apre ai privati, che presiederanno i Consigli d'amministrazione e, inevitabilmente, influiranno sull'autonomia degli atenei.

    Deriva aziendalistica
    Il progetto del ministro Gelmini prevede che il 40% dei membri dei Cda provengano dall'esterno (compreso, al bisogno, il presidente) e l'introduzione di un manager al posto del direttore amministrativo. Su questo aspetto si è mostrato contrario anche il capogruppo dei senatori del Pdl Gasparri: “Personalmente - ha detto - ritengo sbagliato far eleggere il presidente del Cda dai componenti piuttosto che dal rettore. L'Università ha una sua specificità che va mantenuta”. I Consigli di amministrazione assorbiranno gran parte dei poteri del senato accademico e saranno composti dal rettore, da uno studente e da, massimo, altri nove componenti. Dunque sarà diminuita la rappresentanza e il pluralismo di opinioni, proprio nel momento in cui arrivano i privati. Del resto già l'anno scorso era stata inserita, nella legge per lo sviluppo economico, la trasformazione degli atenei in fondazioni. “Siamo molto preoccupati da questa deriva aziendalistica - spiega Claudio Riccio del Link studenti universitari - con l’alibi della situazione economica sono previsti ovunque aumenti delle tasse. Tasse alte ed esterni negli organismi decisionali sono le principali caratteristiche degli atenei privati. Ciò vuol dire che entro nove mesi dall'approvazione (tempo previsto dalla riforma per essere recepita, ndr) tutte le università statali diventeranno di fatto private”.

    Conferma dei tagli
    Ma questo è solo uno dei temi affrontati nel disegno di legge. Di sicuro quello più caro a Tremonti, che vuole alleggerire il finanziamento pubblico agli atenei. In 5 anni, infatti, saranno tagliati dal Fondo di finanziamento ordinario più di 1000 milioni, pari al 15% del totale. E, nonostante i proclami che anche ieri il titolare di via XX Settembre ha ribadito in conferenza stampa sul recupero dei soldi con lo scudo fiscale, il taglio non è mai stato rettificato. “La proposta del ministro Gelmini - ha dichiarato la Conferenza dei Rettori - rappresenta un’occasione fondamentale. Ma ora è indispensabile, e per più aspetti pregiudiziale, che all'avvio del processo riformatore e a garanzia della sua credibilità, corrisponda una disponibilità adeguata di risorse. A partire da quanto sarà garantito al finanziamento degli atenei per il 2010. Se il taglio fosse confermato provocherebbe il crollo di buona parte del sistema universitario".

    Regole superficiali
    Le università saranno rese più autonome nella gestione dei fondi, e verranno valutate dall'Anvur (Agenzia nazionale della valutazione dell'Università e della Ricerca introdotta nella precedente legislatura). I meritevoli avranno più soldi, gli altri li perderanno. Un metodo esistente anche all'estero, che però ha bisogno di essere regolato. “Oggi - racconta Michele Cascella, professore emigrato in Svizzera - si valutano le università nel loro complesso e questo è sbagliato. Perché se un ateneo ha un dipartimento eccellente e cinque scadenti, anche chi ha lavorato virtuosamente verrà spazzato via. Servono regole più precise e non così superficiali”.

    Sorteggi infiniti
    La riforma prevede anche l'introduzione dell’abilitazione nazionale per l’accesso di associati e ordinari. “L’abilitazione - ha spiegato il Ministro - è attribuita da una commissione nazionale, anche con membri stranieri, che saranno sorteggiati”. Già, il sorteggio: un metodo che, come il Fatto Quotidiano ha raccontato con il bando “Futuro in ricerca”, non funziona (in 6 mesi il Ministero dell’università e della ricerca non è riuscito a scegliere 20 nomi in una rosa di 60). Adesso la Gelmini vuole riproporlo e istituzionalizzarlo per una commissione che avrà potere sul futuro degli studenti. Il Ministro, in conferenza stampa, non risponde alle domande. Resta aperta la questione: non esiste altro metodo?

    Precari senza borsa
    Arriveranno all'abilitazione i ricercatori che saranno stati contrattualizzati a tempo determinato per 6 anni (3+3). Quindi non c'è più la terza fascia docente e non è chiaro chi li sceglierà e con quale metodo. Al termine dei 6 anni il ricercatore, se abilitato, sarà confermato a tempo indeterminato come associato. Soldi permettendo. Che per il momento le università non hanno. “Noi studenti non siamo contrari ai metodi di valutazione - spiega Lorenzo Zamponi, dottorando di Padova - ne vorremmo anche di più selettivi. Ma purtroppo non si possono valutare gli studenti sulla base di una ricerca che non possono fare perché non ci sono soldi. In più questa riforma prevede che in quei 6 anni i ricercatori si dedichino alla didattica, cioè insegnino abusivamente”. Tra le novità, inoltre, quella che preoccupa di più gli studenti è l’abolizione delle borse post-dottorali. “Ammetto che non è dignitoso trovarsi a più di 30 anni dopo aver studiato per almeno 10, con una borsa di studio - dice Francesca , ricercatrice romana - e che sarebbe auspicabile che queste fossero davvero sostituite da contratti seri. Ma il mio dubbio è: tutte le persone che sopravvivevano con la borsa di studio che faranno? Avranno un contratto o andranno a casa”?

    Diritto per delega
    È prevista inoltre la delega al governo per cambiare la legge sul diritto allo studio. Ciò significa che la riforma non sarà discussa in Parlamento. L'obiettivo è quello di versare altre borse ai più meritevoli. Ma ogni anno molti ‘idonei’, cioè bisognosi di contributo per studiare, non ricevono i soldi per mancanza di fondi. Sarà difficile coprire quella spesa e averne altri per i più bravi. E poi: aumento del ‘prestito d'onore’, fondato anche questo sull'intervento dei privati (è un metodo usato all'estero dagli studenti che chiedono soldi alle banche per studiare e li restituiscono con gli stipendi). Ma l'Italia non è l'America, i ricercatori restano precari a lungo e senza regole rischiano di trasformarsi in un esercito di indebitati cronici.

    Le reazioni
    Ieri gli studenti hanno manifestato in tutt'Italia contro la riforma. A Roma gli universitari di Link hanno occupato per qualche minuto alcuni uffici del ministero. Sit-in di protesta davanti alle prefetture fino a notte fonda a Torino, Genova, Napoli, Lecce, Siena, Taranto e Bari. Per la Cgil la riforma “è un’operazione scopertamente autoritaria, una netta invasione di campo nei confronti dell’autonomia universitaria”. Per la Cisl “manca una concreta soluzione alla situazione dei ricercatori ai quali si continua a negare lo status della docenza introducendo ambiti di precarietà che ne indeboliscono ulteriormente il ruolo”. Secondo il Partito democratico “la Gel-mini tradisce completamente i propri impegni e non fornisce risorse aggiuntive. Aveva detto che le riforme sarebbero state scambiate con le risorse ma nel ddl non c'è n’è traccia”. “La riforma dell'università non è stata concertata con i diretti interessati – dichiara l'Italia dei Valori - i quali saranno costretti a subire le scelte di un governo irresponsabile che sbarra l'accesso agli atenei e che ragiona con la sola logica dei costi”. Forse si ritroveranno tutti in piazza il 17 novembre, giorno fissato dagli studenti per la manifestazione nazionale.

    Pubblichiamo di seguito tre delle e-mail che ci avete inviato all’indirizzo ricercatori@ilfattoquotidiano.it? .
    Continuate ad inviarci le vostre segnalazioni e le vostre storie.

    Laura, una fatica per nulla
    Sono un’assegnista di ricerca in Statistica, ma a partire dal 1° novembre sarò una disoccupata. Anch’io a febbraio del 2009 ho presentato un progetto di ricerca rispondendo al bando Firb “Futuro in ricerca” bandito dal Miur di cui vi siete occupati. Io e i miei colleghi (in tutto 5 giovani ricercatori non strutturati e tutti sotto i 32 anni) abbiamo lavorato per settimane giorno e notte per preparare il progetto e spedirlo in tempo per la data di chiusura del bando (il 27 febbraio del 2009, ndr). Come voi avete scritto, non si avranno notizie prima di gennaio. E nel frattempo? Io la mia strada l'ho scelta: a gennaio partirò per Parigi, due anni di contratto post-dottorato e poi si vedrà. Tanto all'estero un lavoro a tempo è sinonimo di flessibilità non di precariato. A febbraio anche uno degli altri 4 ricercatori andrà all'estero in cerca di una borsa post-dottorato. La scuola e l'università italiana continuano a sfornare talenti che il resto del mondo usa. Ma se io ed i miei colleghi non avessimo lavorato tanto per presentare il progetto entro la data stabilita dal bando, cosa sarebbe successo? Facile: saremmo stati esclusi dalla partecipazione al bando. E se il Ministero non rispetta i 180 giorni stabiliti dal bando per concludere la procedura di valutazione cosa succede? A quanto pare niente! Non sarebbe possibile immaginare un mega ricorso (o una class-action) da parte di tutti coloro che hanno presentato un progetto di ricerca rispondendo al bando Firb "Futuro in ricerca"? Magari cosi al Ministero imparano. E la prossima volta capiscono che le regole valgono per tutti. Laura Trinchera

    Charlotte, lettrice bocciata

    Dal 1980 insegno inglese all’Università di Padova presso la facoltà di Lettere, fipartimento di Lingue e Letterature Anglo-Germaniche e Slave. Siamo sempre di meno a insegnare una lingua straniera nelle università italiane. Perché non assumono più lettori-Cel, cioè insegnanti di lingua. Ora li chiamano tecnici linguistici, ma è tutt’altra cosa. Sono insegnante, anche se ufficialmente non è questo il termine che si usa oggi. Negli anni mi hanno chiamato: lettore, pretorile, ex-lettore e, più recentemente (dal 1994) Cel (collaboratore ed esperto linguistico). Comunque, insegno inglese o, come preferiscono dire, ‘addestro’. Come al circo. Altro termine offensivo, non tanto per me e i miei colleghi, ma per gli studenti. Sono plurilaureata: in Italia, negli Stati Uniti ed in Inghilterra. E pluribocciata, ma solo in Italia. Non sono mai riuscita a superare un concorso, sia a livello delle scuole medie inferiori e superiori sia a livello universitario. Eppure sono anni che preparo con successo gli insegnanti delle scuole italiane. E loro sì che vincono! Infatti, alcuni dei miei ex studenti sono docenti nelle scuole medie inferiori e superiori e - udite udite!!! - alcuni sono docenti universitari: ricercatori e professori associati. Cioè i miei nuovi capi. Charlotte Whigham

    Francesca, la fiducia è finita
    Innanzi tutto sono quasi commossa nel vedere che su Il Fatto Quotidiano c'è un filo diretto per dialogare con i ricercatori. Normalmente, è meglio non parlare di questi lavoratori di “serie B”. Forse è per questo che in Italia il termine ricercatore non evoca l'immagine di un novello Prometeo che brandisce la fiaccola della scienza, ma piuttosto quella di uno sfigato occhialuto vestito fuori moda, che fa battute autoreferenziali per addetti ai lavori e manca totalmente di una vita sociale. Certo, non è così semplice fare shopping quando sopravvivi a un dottorato con 1000 euro al mese, pagandoti tutte le spese. Non hai molto tempo per coltivare passioni alternative quando lavori spesso più di 8 ore al giorno e normalmente anche i week end (per me che lavoravo nell'ambito della biologia la frase ricorrente era questa: "le cellule sono come le mucche, devono mangiare tutti i giorni"). Forse sono stata codarda, non ho avuto il coraggio di lanciarmi in una nuova avventura e continuare il mio percorso andando a specializzarmi all'estero. Ma ci dovrebbe essere una seconda possibilità, che qui in Italia non è contemplata, né forse contemplabile. Cioè che un ricercatore voglia (o per motivi contingenti debba) rimanere in Italia e mettere il suo sapere al servizio della comunità, creando qualcosa di concreto, di direttamente fruibile, sia esso un prodotto materiale o un servizio. Ho peccato anche di fiducia, speravo che ci fosse più spazio sul mercato. Ma le aziende che possono accogliere un profilo come il mio sono poche. Di solito sono richiesti profili da tecnico, per i quali sono "troppo qualificata" (cioè ambisco ad un livello, quindi ad una paga, superiore). Ci sono poi le piccole aziende che possono usufruire delle agevolazioni per la "formazione-lavoro" che ti accolgono a braccia aperte ma poi non sono in grado di assumere. Io non so quale sia la soluzione. Ma se penso che ho 31 anni e sono donna, questa precarietà mi fa ancora più paura. Francesca Tocco
    da Il Fatto Quotidiano n°32 del 29 ottobre 2009
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    speriamo proprio che l'univeristà venga almeno in parte privatizzata

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    Predefinito Rif: Addio università pubblica, arriva la riforma

    Citazione Originariamente Scritto da macoute Visualizza Messaggio
    speriamo proprio che l'univeristà venga almeno in parte privatizzata
    Ma anche no, semmai risanata...

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    Predefinito Rif: Addio università pubblica, arriva la riforma

    ah e per aiutare la ricerca e il volontariato, hanno abolito il 5x1000
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  5. #5
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    Predefinito Rif: Addio università pubblica, arriva la riforma

    Università - Bergonzi: "E' riforma contro Università pubblica" Inviato da : ufficiostampa | Giovedì, 29 Ottobre 2009 - 15:24
    “Il Ddl del governo, licenziato ieri dal CdM, è contro l’università pubblica italiana: conferma i tagli di risorse (il 20% del totale!) e definisce il processo di privatizzazione, trasferendo poteri senza precedenti ai Consigli di Amministrazione, prevedendo, al loro interno, una presenza di “privati-esterni” all’Università pari al 40% e incoraggiando la trasformazione delle Università in Fondazioni”. E’ quanto afferma Piergiorgio Bergonzi, responsabile Scuola del PdCI – Federazione della Sinistra.
    “I finanziamenti insufficienti - continua Bergonzi - produrranno considerevoli aumenti del costo degli studi, senza che si preveda alcun stanziamento per il diritto allo studio, la cui “gestione” viene “delegata” al Tesoro, e le modalità di finanziamento sono finalizzate a creare Università di serie A e B, col rischio di spaccare in due anche il Paese. Il cerchio si chiude con l’irresponsabile, e inaccettabile, precarizzazione dei ricercatori”.
    “La riforma - precisa Bergonzi - è l’esatto contrario delle scelte riformatrici di cui l’Università italiana ha urgente bisogno. E’ questo insieme di scelte che porterà alla compromissione della libertà della scienza, della libertà di insegnamento e di apprendimento, che determinerà (quando realizzato) un svolta reazionaria senza precedenti: la privatizzazione dell’università; il passaggio dall’università di tutti, con i suoi seri limiti, ma di tutti, ad una costosa università per ricchi. Confindustria, infatti, è entusiasta di questo Ddl!”
    “Noi – conclude Bergonzi - contro questa deriva reazionaria, classista, di “inciviltà” vogliamo riprendere una lotta unitaria, forte, determinatissima. Anzitutto perché a scuola, Università e Ricerca vengano restituite tutte le risorse che sono state loro sottratte, perché in queste risorse sta il futuro delle giovani generazioni e del Paese”.

    Università - Bergonzi: "E' riforma contro Università pubblica" :: Partito dei Comunisti Italiani :: www.comunisti-italiani.it


    Riforma Gelmini: un pastrocchio sulle spalle di studenti e precari giovedì 29 ottobre 2009 di Fabio de Nardis, Responsabile Nazionale Università e Ricerca PRC-Se
    Nel Consiglio dei Ministri del 28 ottobre è stato varato il Ddl in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio. Un testo complesso che pretenderebbe di rivoluzionare il sistema universitario italiano a costo zero, anzi, attraverso la mannaia dei tagli che paralizzano le attività degli atenei nel nome di una improbabile “razionalizzazione” delle risorse. Alla fine si afferma esplicitamente che “dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Già questo dimostra come l’intero documento, esaltato da tutte le gerarchie accademiche e dai giornali embedded, rappresenta in realtà una madornale bufala.
    Sul piano del sistema di governo degli atenei si propone un modello centralistico, gerarchico e a tratti autoritario. Viene ridimensionato il ruolo degli organi elettivi e quasi tutto il potere viene concentrato nelle mani dei rettori e di un CdA, ridotto nel numero di componenti, per il 40% composto da personalità provenienti dal mondo imprenditoriale. Un goffo tentativo di perseguire la vocazione aziendalistica della Ministra senza neanche riuscire a cogliere l’obiettivo. Paradossalmente preferiremmo parlare di aziendalizzazione del sistema universitario, perché almeno avremmo un nemico all’altezza dei nostri sforzi. Ma il sistema aziendale all’Italiana non si avvicina neanche lontanamente al modello anglosassone (tra l’altro fallito) che vorrebbe emulare. Il capitalismo italiano è tradizionalmente parassitario, succhia risorse allo Stato ma non si è mai sognato di investire seriamente in ricerca e sviluppo. Si finisce col consegnare il potere di definire gli indirizzi scientifici e le linee di sviluppo degli atenei a un personale incolto che sfrutterà tale posizione di privilegio per perseguire interessi privati senza alcun disegno stategico.
    La già fragile corda che sostiene la spada di Damocle sui crani dei ricercatori precari viene definitivamente spezzata. Si completa infatti il disegno della Moratti e viene messo ad esaurimento il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato. Verranno sostituiti da contratti precari di durata triennale e rinnovabili una sola volta, poi o si vince un concorso da professore associato o si va a casa dopo sei anni della propria vita regalata a un’istituzione che ti premia con l’espulsione. Eppure un sistema serio di tenure track che apra la strada dell’ingresso in ruolo nella seconda fascia di docenza sarebbe anche ipotizzabile se ci fosse la volontà politica di investire risorse sui nuovi reclutamenti, ma questo non sembra rientrare nei disegni del governo Berlusconi. I concorsi universitari sono bloccati da anni e i tagli criminali alle università impedirà loro di bandire nuovi posti ancora per molto tempo. Quasi nulle saranno le opportunità di accesso per i giovani ricercatori, sempre più precari e sempre più ricattabili, e nessuna risposta seria si dà alle decine di migliaia di ricercatori precari di lunga data che da anni vengono sfruttati da un sistema universitario che contribuiscono materialmente e tenere in piedi e che non potranno neanche accedere alla nuova tipologia contrattuale.
    Gli studenti vengono umiliati. Mentre noi lottiamo per le rappresentanze paritetiche e una valorizzazione delle esperienze di autorganizzazione, la Gelmini li integra senza alcun potere decisionale nei nuovi organi di governo rendendoli così complici di questo sfacelo. Il diritto allo studio diventa un miraggio, viene introdotto il meccanismo dei prestiti d’onore, cioè una forma legalizzata di indebitamento delle giovani generazioni, e viene istituito un fantomatico fondo per il merito gestito (guarda caso) dal Ministero del tesoro e, ricordiamolo, organizzato “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”, una porta aperta al progetto nefasto di abolizione del valore legale del titolo di studio. Se vogliamo valorizzare il merito, dobbiamo gridare il nostro no secco alla loro meritocrazia che premia i figli delle classi padronali, costringendo alla subalternità le nuove classi proletarizzate, costrette secondo questo sistema a frequentare corsi di laurea dequalificati e costosi (i tagli costringono i Rettori ad aumentare le tasse).
    Rifondazione Comunista non starà a guardare. Mette da subito le proprie strutture al servizio del movimento unitario che dallo scorso anno lotta per una università pubblica, di massa e di qualità. Lavoreremo alla costituzione di reti unitarie di studenti e lavoratori della conoscenza. Nessuno sconto verrà fatto al Governo e alle gerarchie baronali che esso tutela.

    Rifondazione.it - Rifondazione.it
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    Predefinito Rif: Addio università pubblica, arriva la riforma

    Ricercatori a scadenza
    di Iaia Vantaggiato
    su il manifesto del 29/10/2009
    Sei anni al massimo. «Poi l'ateneo assume i più meritevoli». Il governo vara la riforma Gelmini. Università come fondazioni, via libera ai privati
    Governance, valutazione della qualità, reclutamento e diritto allo studio. Queste le parole d'ordine del ddl per la riforma universitaria presentato da Mariastella Gelmini e approvato, ieri, in consiglio dei ministri. Un provvedimento, tiene a precisare il ministro dell'Istruzione, che rappresenta il frutto di un lungo lavoro di collaborazione con i ministri Tremonti e Meloni e che dovrebbe avere la priorità assoluta nell'utilizzo delle risorse derivanti dallo scudo fiscale.
    Al di là delle parole d'ordine - in realtà vaghe tanto quanto le tre «i» della riforma della scuola di morattiana memoria - il ddl afferma il principio secondo cui l'autonomia deglia atenei deve essere coniugata «con una forte responsabilità finanziaria, scientifica e didattica». Tradotto: se gestite male, le università riceveranno meno finanziamenti e gli atenei in dissesto verranno commissariati. Per loro, «tolleranza zero». E anche se nulla, nel ddl, spiega chi giudicherà chi, chiara è l'intenzione di introdurre una «contabilità economico-patrimoniale uniforme». I bilanci, in sintesi, dovranno rispondere a criteri di maggiore trasparenza e le risorse verranno erogate direttamente dal ministero sulla base della qualità della didattica. Previsto anche l'obbligo di accreditamento di tutti i corsi di laurea e di tutte le sedi distaccate per evitare la creazione di insegnamenti e strutture non necessarie. Tradotto: tagli di facoltà.
    Nel merito, il disegno di legge prevede un limite massimo di otto anni al mandato dei rettori e una distinzione netta tra senato e consiglio di amministrazione: entrambi più snelli, gestiranno, rispettivamente, la didattica e la spesa ma nel secondo a pesare sarà anche il giudizio di quattro membri esterni su dieci. Una cifra pari al 40%. Manager chiamati a decidere delle scelte delle università e un direttore generale - inedita figura che va a sostituire quella del direttore amministrativo - che delle sue scelte dovrà rispondere come manager a sua volta.
    Seguono la valutazione dei professori da parte degli studenti e scatti di stipendio solo per i «docenti migliori», la possibilità per gli atenei di fondersi tra di loro, l'abilitazione nazionale per professori associati e ordinari e la distinzione tra reclutamento e progressione di carriera.
    Ma «il frutto del lungo lavoro di collaborazione» matura ben oltre. Entro sei mesi dall'approvazione della legge di riforma - quindici articoli che ora dovranno passare al vaglio di camera e senato - le università dovranno adottare un codice etico (attualmente inesistente e nel ddl dai contorni assai sfumati) necessario a «garantire trasparenza nelle assunzioni e nell'amministrazione». Il codice, naturalmente, dovrà «evitare incompatibilità e conflitti di interesse legati a parentele».
    Ma è il nodo dei ricercatori - «l'aspetto che più mi sta a cuore» come dice Gelmini - quello che più di tutti fa scattare l'allerta su un disegno di legge che fa di tagli e privatizzazione le sue bandiere. Mai più ricercatori a tempo indeterminato, recita il ddl, ma solo contratti di sei anni (la formula è quella del 3+3) al termine dei quali spetterà agli atenei decidere se il ricercatore è pronto per diventare associato. «Un modo - ha spiegato ieri il capo del dicastero di viale Trastevere - per mettere fine a un precariato che va avanti da anni».
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    Predefinito Rif: Addio università pubblica, arriva la riforma

    Mobilitiamoci per salvare l'università pubblica
    di ----
    su Liberazione del 10/11/2009

    Noi, docenti universitari di ruolo attivi in diversi atenei e facoltà, seguiamo con crescente apprensione le vicende dell'università italiana e le scelte assunte in proposito dal governo in carica. Oggi decidiamo di prendere pubblicamente la parola dopo avere letto il ddl di riforma dell'università approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 28 ottobre, un progetto che ci sembra giustificare le più vive preoccupazioni soprattutto per quanto attiene alla governance degli atenei (per il previsto accentramento di potere in capo ai rettori e a consigli di amministrazione non elettivi, fortemente esposti agli interessi privati) e per ciò che concerne la componente più debole della docenza: decine di migliaia di studiosi, giovani e meno giovani, che da molti anni prestano la propria opera gratuitamente o, nel migliore dei casi, in qualità di assegnisti o borsisti, nel quadro di rapporti di collaborazione precari.
    Le novità che il governo prospetta in materia di governance degli atenei ci paiono prive di qualsiasi ambizione culturale e di ogni volontà di risanare effettivamente i problemi dell’università pubblica, e ispirate esclusivamente a una logica autoritaria e privatistica, tesa a una marcata verticalizzazione del processo di formazione delle decisioni a discapito dell’autonomia degli atenei. Riteniamo che l’università debba cambiare, ma occorre a nostro giudizio procedere in tutt’altra direzione, salvaguardando il carattere pubblico dell’università e favorendo la partecipazione democratica di tutte le componenti del sistema universitario.
    Quanto previsto per la vasta area del precariato ci sembra profondamente iniquo e irrazionale, tale da mettere a repentaglio la funzionalità di molti dipartimenti. I tagli alle finanze degli atenei e la nuova normativa per l’accesso alla docenza preludono all’espulsione in massa dal sistema universitario di persone meritevoli, stimate anche in ambito internazionale, che da tempo lavorano nell’università italiana, tra le ultime in Europa per quantità di docenti di ruolo e tra le più sfavorite per rapporto docenti/studenti. Al di là della retorica sul valore strategico della conoscenza e della ricerca, il governo – ostacolando i nuovi accessi, conservando le vecchie logiche baronali e non introducendo alcuna misura preventiva contro il malcostume accademico – pianifica un enorme spreco di risorse finanziarie, impiegate per la formazione di tanti studiosi ai quali sarà impedito l’accesso ai ruoli dell’università, e una perdita secca in termini di capacità, competenza ed esperienza, che rischia di determinare un incolmabile divario tra l’Italia e i Paesi più avanzati.
    Chiediamo al governo di fermarsi, ma ci rivolgiamo anche al mondo universitario affinché faccia sentire la propria voce e manifesti con forza le proprie ragioni e preoccupazioni. Non difendiamo lo status quo: invochiamo una riforma seria che ampli gli spazi di partecipazione, salvaguardi il carattere pubblico dell’università e tuteli l’autonomia della didattica e della ricerca. Non ignoriamo l’esigenza di verificare la qualità dell’insegnamento e del lavoro scientifico di ciascun docente: esigiamo l’adozione di rigorose procedure di valutazione, non graduatorie improvvisate e funzionali a campagne di stampa più o meno denigratorie, ma criteri oggettivi, adeguati alle diverse specificità disciplinari e capaci di rilevare anche i pregi, internazionalmente riconosciuti, della ricerca italiana. Non auspichiamo un reclutamento ope legis: chiediamo lo stanziamento delle risorse necessarie a consentire l’accesso ai ruoli, previo concorso, di quanti abbiano acquisito, negli anni del precariato, comprovate competenze e attitudini professionali.
    L’università pubblica non può essere governata in modo autoritario né gestita con criteri ragionieristici. Il lavoro di quanti ne garantiscono l’attività deve essere riconosciuto e tutelato. La conoscenza è una risorsa del Paese e un diritto fondamentale che la Costituzione riconosce a ciascun cittadino della Repubblica.

    Per adesioni: perluniversitapubblica@gmail.com

    Prime adesioni

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  8. #8
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    Predefinito Rif: Addio università pubblica, arriva la riforma

    Prc: I quattro punti contro la Riforma Universitaria


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    RIFORMA DELL’UNIVERSITA'?(!)





    In cosa consiste la nuova riforma dell' università da poco approvata in Consiglio dei

    Ministri …





    Gli atenei vengono messi in mano ai privati: il CdA,

    dovrà essere composto per (almeno) il 40% da persone “esterne” alle università, ovvero privati, che potranno quindi amministrare i fondi pubblici ai propri fini.



    Una privatizzazione de facto dell'università italiana.









    Il diritto allo studio viene completamente negato: le borse di studio non saranno più erogate dallo stato sociale ma da una S.p.a. sulla base di criteri meritocratici, svincolati dal reddito e dalla condizione sociale dello studente. A valutare il merito degli studenti saràil Ministro Tremonti, amministratore del Fondo speciale che erogherà i «prestiti d'onore» per mezzo dei quali gli studenti faranno fronte a tasse universitarie sempre più salate, salvo dover poi restituire il tutto, interessi compresi.



    Aumenta la selezione di classe all'interno degli atenei.



    I precari dell'università che non ottengono un contratto a tempo indeterminato entro sei anniperdono la possibilità di intrattenere altri rapporti lavorativi con l'ateneo stesso.

    Il precariato non viene eliminato.



    I lavoratori precari saranno messi alla porta dopo sei anni di lavoro nell'università.



    Una commissione nazionale attribuirà una fantomatica abilitazione alla docenza ma la decisione finale spetterà a commissioni locali. Viene inoltre mantenuta la possibilità di ricevere una chiamata diretta dalle singole facoltà di ogni ateneo ed essere assunti.

    Il potere dei baroni resta inalterato.



    DALLA CRISI ECONOMICA SI PUO’ USCIRE DA DESTRA, COME STA FACENDO IL GOVERNO BERLUSCONI, ATTRAVERSO LA CHIUSURA DEGLI SPAZI DELLA DEMOCRAZIA REALE, LA SOPPRESSIONE DEI DIRITTI DEGLI STUDENTI E DEI LAVORATORI, LA PRIVATIZZAZIONE DEI PROFITTI E LA SOCIALIZZAZIONE DELLE PERDITE, OPPURE DA SINISTRA, ATTRAVERSO UN FORTE SOSTEGNO PUBBLICO ALLA DOMANDA PER FAVORIRE I CONSUMI DEI CETI POPOLARI E RIATTIVARE IL PROCESSO PRODUTTIVO ATTUALMENTE PARALIZZATO DALLA SECCA RECESSIVA, SOSTENENDO LA RICERCA, L'INNOVAZIONE TECNOLOGICA ED ENERGETICA, IL SETTORE PUBBLICO DELLA CONOSCENZA, SCUOLA ED UNIVERSITA' IN PRIMIS.



    CONTRO I TAGLI

    PER LA STABILIZZAZIONE DEI PRECARI DI LUNGO CORSO

    CONTRO IL NUMERO CHIUSO

    PER UN REALE DIRITTO ALLO STUDIO

    PER UN'UNIVERSITA' PUBBLICA, DI MASSA E DI QUALITA'
    Prc: I quattro punti contro la Riforma Universitaria
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  9. #9
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    Predefinito Rif: Addio università pubblica, arriva la riforma

    da vocedelgamadi@yahoogroups.com

    CUB SCUOLA - cubscuola.roma@tiscali.it - www.confederazionecub.it
    Via dell'Aeroporto, 129 – ROMA tel. 06.762821 fax 06.7628233

    Dai Nidi all'Università la Scuola Pubblica non si arrenderà!

    E’ questo il messaggio che i lavoratori dell'istruzione e della formazione porteranno con forza

    GIOVEDI’ 26 NOVEMBRE alle ore 9,00

    ai Rettori Riuniti nell’assemblea generale della CRUI A Roma, in Piazza Rondanini

    La Cub Scuola sostiene l'iniziativa del RdB/P.I. Università , che da anni si batte nella difesa dei diritti del personale universitario, rivendicando la funzione pubblica dell’Università e rifiutando le politiche decennali dei vari governi che hanno impoverito e dequalificato tutto il percorso formativo dalle scuole d'infanzia fino all'Università.

    Il DDL Gelmini sull'Università, così come il decreto definito “Salva precari” per la scuola statale, le “riforme”dal maestro unico a quella della secondaria, ecc.., sono la conseguenza del processo di privatizzazione fatto di tagli al pubblico per regalare ai privati finanziamenti, diretti e occulti, e soprattutto il controllo del sapere, della ricerca e della formazione.

    Rivendichiamo per l'Università e la Scuola :

    - una riforma condivisa che corregga realmente le storture del sistema formativo delle lauree triennali che ha causato la dequalificazione dell’istruzione universitaria;
    - il ritiro del DDL Gelmini che getta nelle mani dell’imprenditoria privata il sistema universitario, derubando gli Operatori universitari e gli Studenti della loro rappresentatività negli Atenei ;
    - stabilizzazione dei ricercatori universitari il cui ruolo è dequalificato dalla precarità;
    - rifiuto della finta meritocrazia che istituisce pochi Atenei d’eccellenza a spese del restante sistema universitario nazionale;
    - corsi universitari, pubblici e gratuiti, di aggiornamento e perfezionamento del personale della scuola pubblica, anche per eliminare lo scempio del commercio dei punti per l'ingresso nelle graduatorie dei precari fatto con i corsi e master privati.

    Nel rispetto della Costituzione italiana, che garantisce il diritto al lavoro ed ad un giusto salario, allo studio e alla libertà di insegnamento questi sono i primi fondamentali passi della nostra Riforma del sistema formativo:

    - adeguati finanziamenti pubblici dell’Università e della Scuola,
    - sblocco del turn-over stabilizzazione di tutti i precari,
    - il ritiro dell'innalzamento dell'età pensionabile alle donne del pubblico impiego e del decreto Brunetta sulla pubblica amministrazione,
    - riaffermazione del ruolo delle sedi preposte, nelle scuole e nelle facoltà, alla didattica e la formazione per la definizione di una riforma condivisa.

    Con tali richieste andremo dai RETTORI chiedendogli con forza un incontro per ricordargli che è ora che la smettano di ignorare le reali esigenze degli Studenti e dei Lavoratori difendendo unicamente le baronie docenti .

    Confederazione Unitaria di Base - Scuola federata con RdB
    Via dell'Aeroporto, 129 - 00175 - tel. 06/762821, fax 06/7628233 - www.confederazionecub.it


    RAPPRESENTANZE SINDACALI DI BASE
    CONFEDERAZIONE UNITARIA DI BASE
    RdB CUB Pubblico Impiego - Università

    www.rdbcub.it – www.università.rdbcub.it

    L’UNIVERSITA’ PUBBLICA NON SI TOCCA !

    E’ questo il messaggio che riassume quanto i lavoratori universitari e studenti andranno a chiedere con forza ai Rettori

    riuniti nell’assemblea generale della CRUI a Roma, in Piazza Rondanini

    GIOVEDI’ 26 NOVEMBRE alle ore 9,00

    RdB/P.I. convoca un’assemblea/presidio di tutti i lavoratori universitari e studenti presso la sede nazionale della CRUI, in occasione della loro assemblea generale per chiedere :

    - che l’intero corpo accademico si batta per il rifinanziamento del sistema senza alcuna altra contropartita a cominciare dal recupero dei tagli della Legge 133/08.
    - che gli organi accademici e stati generali possano pronunciarsi liberamente sui contenuti del ddl Gelmini

    Nel merito del DDL Gelmini a tutela dell’autonomia universitaria rivendichiamo:

    a) che tutti gli organi rappresentativi e collegiali di governo siano elettivi da parte di tutte e tre le componenti e composti in pari misura dai rappresentanti delle tre componenti
    b) che venga esclusa qualsiasi partecipazione di esterni privati dagli organi rappresentativi e collegiali perché non devono decidere sulle scelte didattiche e di ricerca e di organizzazione
    c) che l’abilitazione nazionale non diventi un ostacolo al turn over dell’attuale docenza
    d) che venga mantenuta e riqualificata la figura del ricercatore universitario in cui far confluire gli attuali ricercatori precari
    e) che vengano definite subito le norme relative al diritto di studio e, in base al dettato della norma costituzionale, non vengano delegate escludendo forme di monetizzazione dei servizi, come anche norme vessatorie, come prestiti d’onore e quant’altro e si garantiscano invece servizi e salario come in altri paesi europei
    f) che venga abrogato il 3+2
    g) che venga riconosciuto il ruolo del supporto tecnico-amministrativo a partire dalla difesa dell’autonomia contrattuale integrativa degli atenei in tema di rapporti di lavoro

    Tali richieste dovranno essere seguite da provvedimenti che permettano un adeguato finanziamento pubblico dell’Università, lo sblocco del turn-over e l’esenzione del sistema universitario dai provvedimenti previsti dal decreto Brunetta sulla Pubblica Amministrazione, così come indicato dalla Costituzione italiana, che garantisce l’autonomia del sistema universitario in nome del diritto al libero sapere.

    E’ ora che i RETTORI si assumano le proprie responsabilità anche DIMETTENDOSI in massa come da tempo hanno solo minacciato di fare!

    Roma 21/11/2009 - RdB/PI - Università

    BOCCIAMO LA RIFORMA GELMINI
    AVVIATO LO STATO DI AGITAZIONE IN TUTTI GLI ATENEI ITALIANI

    Dal Ministro una riforma autoritaria che accelera l’aziendalizzazione dell’Università

    La RdB CUB Università denuncia l'espulsione del personale Tecnico Amministrativo da tutti gli organi istituzionali rappresentativi. Denuncia la sua ferma opposizione all’Università impresa che accentra tutta la "governance" in un ristretto ma potentissimo Consiglio di Amministrazione.

    Si introduce l'indebitamento degli studenti con i prestiti d'onore, altro che diritto allo studio! Questo disegno di legge è una vergogna che viola apertamente gli articoli 3 e 33 della Costituzione e scarica i costi della riforma universitaria su lavoratori, precari e studenti.

    Il disegno di legge proposto dal Ministro avvia una riforma autoritaria imponendo la modifica degli statuti universitari minacciando il commissariamento degli atenei. E' un atto di forza, parallelo ai tagli che aumentano il sotto-finanziamento degli Atenei, che impone lo svilimento del Senato Accademico declassato a mero istituto propositivo sottomesso al CdA, per mettere in condizione i Rettori di accelerare il processo di aziendalizzazione privatistica degli Atenei italiani. Le rappresentanze studentesche vengono annullate e ridotte al puro “diritto di tribuna”. I privati, addirittura, potranno finanziare direttamente gli stipendi di professori e ricercatori che sono previsti solo con contratti a tempo determinato (si allunga così, di altri 6 anni il precariato eccellente che si aggiunge ai 6 anni di assegni di ricerca).

    L'ineffabile min. Gelmini si nasconde dietro il malgoverno degli atenei dimenticando che la stragrande maggioranza degli atenei nel 2010 andrà in rosso se non vengono restituiti i fondi sottratti con la legge 133.

    Cavalcando la demagogia della meritocrazia questo disegno di legge rafforza il progetto di smantellamento dell'Università Pubblica; per questo respingiamo questo DDL.

    Invitiamo alla protesta tutte le diverse componenti della comunità universitaria a partire dagli studenti insieme alle forze politiche parlamentari ed extraparlamentari del territorio, per dare corpo ad un'opposizione di massa che riesca a gennaio ad imporre al Parlamento la bocciatura della riforma Gelmini.

    Roma 20/11/2009 - RdB/PI - Università

    Federazione Nazionale RdB CUB – Via dell'Aeroporto, 129 ROMA - tel. 06.762821 fax 06.7628233
    Rdb: L’Università Pubblica non si tocca!
    -Ma dai, sarà la bora..
    -Ma non siamo a Trieste!

 

 

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