INTERVISTA A ROMANO MUSSOLINI
domenica 15 Maggio 2005 su 'L'Indipendente.
di Gerardo Picardo
Tra fascismo e jazz. Il figlio di ‘Lui’ ha vissuto così. Romano Mussolini, classe 1927, ha scandito la sua vita tra un piano swing e un fascio littorio, il silenzio di villa Carpena e le note del sax. Nella sua vita grandi amori e le melodie di Oscar Peterson. Sempre umile e schivo, il pane se l’è guadgnato piginado una tastiera, senza chidere mai nulla al suo cognome. Eppure conserva nel cuore tanti ricordi di quell’uomo che ha governato l’Italia per un ventennio, ed era suo padre. Romano è infatti nato cinque anni dopo la Marcia su Roma, e al tempo della Repubblica Sociale aveva 17 anni. Chi lo mise al mondo, però, gli confidò cose importanti. Dopo “Il Duce mio padre”, l’unico figlio vivente del capo del Fascismo ha appena dato alle stampe, ancora per i tipi della Rizzoli, un altro contributo alla inquieta storia della prima metà del Novecento. “Ultimo atto. Le verità nascoste sulla vita del Duce” (pp. 178, euro 15), è infatti scritto da un testimone d’eccezione, e attraverso testimonianze proprie e di persone che vissero vicinissime al ‘Figlio del fabbro’, narra come il maestro di Predappio visse l’ultima avventura della sua vita, destinata nel bene e nel male a cambiare la storia italiana. Il Duce raccontò la nascita di Romano, al figlio tocca raccontarne la morte.
Fascismo e jazz, con discreto successo anche con la tavolozza dei colori. La tua vita è trascorsa in questa parabola. Quale dimensione ti è più cara?
Ho vissuto di queste due dimensioni da quando ho cominciato a pensare. Mi ricordo molto bene di mio padre: è stata la parte più importante della mia vita. La musica e il jazz sono venuti dopo, per caso. Ma questo amore è durato per tutta l’esistenza. Se devo risponderti però col cuore, direi senza dubbio che il tratto più importante della mia storia è stato dal 1937 al ’45, quando ho potuto davvero conoscere e amare mio padre. Poi, ho fatto tante cose buone e anche molti sbagli, come ognuno nel corso della propria vita.
Perché nasce questo libro, e soprattutto: è vero che faceva parte di un’opera più vasta che avresti dovuto scrivere con tuo fratello Vittorio?
E’ vero. Questo libro l’abbiamo pensato io e Vittorio. Lui aveva registrato queste riflessioni e tante altre ancora. Poi si è ammalato… è toccato finirlo a me, e una parte importante di quelle cose che avremmo voluto dire sono ora pubblicate. Quanto alle ragioni, il libro è una testimonianza, ma soprattutto un atto dovuto alla memoria di quanti sono caduti con mio padre in un barbaro assassinio, inconcepibile in una nazione come la nostra. Ci sono state tante verità che escono da quel 25 aprile, ma ci sono anche tanti lati ancora oscuri.
Qual è la tua verità sulla morte del Duce?
Come in un film, la morte di mio padre ha molti finali, ma la verità – quella vera – non è ancora venuta fuori. Mi accorgo però che alla mia età, anche se sapessi la verità assoluta, nulla mi restituirebbe mio padre.
Nell’ultima telefonata, il Duce ti confessò di essere solo. Chi l’aveva veramente tradito?
Era una solitudine sua. Una solitudine profonda. In un’intervista a Maddalena Mollier, mio padre confessava che da quando Galeazzo era morto, anche lui stava morendo. A determinare la sua fine furono delle concause. Sono tuttavia sicuro che non volle salvarsi: questa è la verità pura e cruda. Si perse del tempo invece di puntare direttamente sulla Valtellina, negli ultimi tempi ci fu molta disorganizzazione. E’ vero che mio padre respinse il piano di Buffarini, così come sono sono convinto che non voleva essere consegnato agli angloamericani. E questo, per me figlio, forse è stato un errore. Mi resta anche il dubbio che dal cardinale Schuster le cose sarebbero dovute andare diversamente. Come in altro modo avrebbero dovuto comportrsi gli Alleati e lo stesso arcivescovo di Milano a piazzale Loreto, per impedire lo scempio del cadavere. Ma questa pietà non ci fu.
Anche in questo libro emerge il ‘mistero’ delle carte del Duce
Ne parlo a lungo nel libro. Secondo le mie informazioni, mio padre aveva con sé una serie di lettere con Hitler, che dimostravano in modo chiaro come la decisione di entrare in guerra fosse stata subita dal governo fascista. Con Churchill, poi, mio padre aveva avuto molti rapporti epistolari. Non posso dire con certezza che ora esistano ancora quei documenti, ma di certo Churchill non autorizzò un assassinio come quello. Non metterei però la mano sul fuoco sul celebre ‘ultimo appello’ a Churchill.
Il tesoro di Dongo c’era veramente? E in quali mani è finito?
Esisteva, certo. Erano le paghe della Valtellina. A impossessarsene furono quelli che fermarono le colonne sulla strada di Dongo.
L’uccisione del Duce è un finale che si può recitare con diversi spartiti. Qual è il tuo?
L’idea finale che mi sono fatto è che certo l’ordine di ammazzare mio padre venne dai partigiani comunisti, ma non è da escludere che provenisse direttamente da Mosca. Il Cremlino aveva infatti un piano per distruggere la Rsi. A distanza di tanti anni non si sa nemmeno quale fu l’ama che uccise mio padre e Claretta. Molte illazioni fatte potrebbero cadere, ma non ho mai permesso un’autopsia sul corpo di mio padre. E finché vivo non darò mai l’autorizzazione. Lo faccio anche per rispetto alla sua memoria: è stato talmente oltraggiato, che quel corpo martoriato va risparmiato da una seconda ricognizione. Nelle pagine di questo libro dico però che gli Alleati che vollero la morte di mio padre furono dei traditori. Il suo assassinio contrasta con le disposizioni dell’armistizio siglato l’8 settembre del ’43, secondo il quale il Duce doveva essere consegnato nelle mani del nemico vincitore.
Tu scrivi: “Quell’uomo aveva un sogno, il riscatto sociale del popolo”. Chi lo fermò?
Nessuno. E’ stato un sogno durato fino alla fine. Mio padre amava profondamente il popolo italiano. E molto di quello che ha fatto è sopravvissuto. Ne sono sicuro.
A riconoscere il Duce che indossava un cappotto tedesco fu un ex marinaio, Giovanni Negri. Quali sono le tue fonti?
Sono indagini che ha condotto mio fratello Vittorio. Nel corso degli anni abbiamo ascoltato persone, testimonianze e storie, che ci hanno confermato molte versioni. Devo anche dire che parecchie cose ce le aveva anticipate il cuore di mia madre, donna Rachele, che ‘sentiva’ dentro di sé come si erano svolti diversi episodi. Nel testo chiarisco che io ho cercato di sapere tutto. Anche donna Rachele voleva sapere, ma questo le è costato sacrificio. Sono sicuro che avrebbe voluto trovarsi al posto di Claretta quando mio padre fu ucciso.
Tracciamo insieme un bilancio di quei fatti che hanno segnato la tua vita
Sai, sono credente ma in maniera ragionante. Nella mia vita ho avuto alti e bassi. E molti valori. Mia madre, ad esempio, era molto affezionata a Padre Pio. Un giorno, però, non so come, vorrei tanto incontrare di nuovo mio padre. Sono vicino alla fine della mia vita. Incontrarlo è un’ipotesi che sta nel mio cuore.
Fonte : Libertadiazione.it


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