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    Unhappy E' morto il filosofo cristiano Paul Ricoeur

    FRANCIA: È MORTO IL FILOSOFO
    CRISTIANO PAUL RICOEUR


    Il filosofo cristiano francesce Paul Ricoeur all'età di 92 anni, nel sonno, nella notte fra giovedì e venerdì, nella sua casa di Chatenay Malabry. La notizia è stata annunciata oggi dal filosofo Olivier Abel.

    Ricoeur, che soffriva da tempo di problemi cardiaci, si era avvicinato alle idee del socialista cristiano Andrè Philip negli anni quatanta. Durante la seconda guerra mondiale era stato prigioniero di guerra. Poi aveva insegnato all'università di Strasburgo, alla Sorbona, a Parigi e poi a Nanterre, prima di trasferirsi a Louvain, in Belgio e poi negli Stati Uniti, prima a Yale e poi a Chicago. Fervente oppositore di tutti i totalitarismi e della guerra d'Algeria, aveva scritto diverse opere, la più significativa delle quali rimane "Storia e verita", del 1955.

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  2. #2
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    Muoia il personalismo, ritorni la persona!


    La ricorderemo sempre come un grande amante della persona.


    Requiem.

  3. #3
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  4. #4
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  5. #5
    torquemada
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    Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.

  6. #6
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    PARIGI
    A 92 anni è morto il grande filosofo cristiano. Ha rifondato il pensiero sull'etica

    Ricoeur fra storia e persona

    Dalla critica dei «maestri del sospetto» (Marx, Nietzsche e Freud)alle questioni del male e della fallibilità umana
    Il no allo scetticismo attuale che, dal dubbio cartesiano, ha esteso l’incertezza a ogni cosa, compresa la coscienza


    Di Dario Antiseri

    È morto venerdì all’età di 92 anni il filosofo francese Paul Ricoeur. È morto durante il sonno nella propria casa a Chatenay Malabry. Con Gadamer e Pareyson, Ricoeur è stato fra i protagonisti dell’ermeneutica nel secondo Novecento, che ha saputo applicare dalla prospettiva cristiana. Era nato a Valence nel 1913, in una famiglia di tradizione protestante. Nei suoi studi giovanili approfondì il pensiero di san Tommaso, ma anche il filone kantiano, fino alla psicoanalisi di Freud. Aveva cominciato la sua carriera filosofica come allievo di Gabriel Marcel, e venne presto attirato dalla riflessione di Karl Jaspers, ma fu determinante per lui l’incontro con Emmanuel Mounier e la filosofia del «personalismo». Partecipò alla Seconda guerra mondiale e, fatto prigioniero, passò cinque anni nei lager tedeschi: conobbe Mikel Dufrenne e insieme iniziarono a tradurre «Ideen I» di Husserl. I suoi studi filosofici hanno interessato figure come Platone, Aristotele, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Hegel, Nietzsche, Marx e Freud. Ha insegnato all’Università di Strasburgo, alla Sorbona, all’Università di Nanterre (dove fu rettore), all’Università di Lovanio e, dal 1970, in America nelle università di Chicago, Yale e Columbia. Su invito di Giovanni Paolo II partecipò ripetutamente ai colloqui filosofici promossi dal Papa a Castel Gandolfo durante l’estate. Tra le sue opere più importanti ricordiamo: «La metafora viva» (1975), «La semantica dell’azione» (1977), «Tempo e racconto» (1983-85, tre voll.), «Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia» (1986), «La natura e la regola» (1998) «La memoria, la storia, l’oblio» (2000).

    In pagine autobiografiche scritte nel 1991, Ricoeur ricorda: «Se rifletto, facendo un passo indietro di mezzo secolo (…), sugli influssi che riconosco di aver subito, sono grato di essere stato fin dall'inizio sollecitato da forze contrarie e fedeltà opposte: da una parte Gabriel Marcel, al quale aggiungo Emmanuel Mounier; dall'altra Edmund Huss erl». Dunque, Ricoeur si forma a contatto con idee tipiche dell'esistenzialismo, del personalismo e della fenomenologia. E sempre lui aggiunge: «Non solo non rimpiango di non essere stato spinto fin dall'inizio del mio itinerario da sollecitazioni distinte, se non divergenti, ma devo a questa polarità iniziale di influenze il dinamismo propulsore di tutta la mia opera. Rifiutando di scegliere tra i miei maestri, ero condannato a cercare una mia propria strada». «Io subisco questo corpo che governo»: è questa la tesi di fondo proposta nel 1950 da Ricoeur in Le volontaire et l'involontaire. Dieci anni più tardi ne L'homme faillible, passando dall'analisi del mondo delle "essenze" a quello dell'"esistenza", Ricoeur insiste sul fatto che l'idea di una volontà che erra e che pecca fa comprendere che il male morale è costitutivo dell'uomo. «Dire che l'uomo è fallibile - scrive Ricoeur - significa dire che il limite proprio di un essere che non coincide con se stesso è la debolezza originaria da cui origina il male». «Patetica della miseria» è l'espressione usata da Ricoeur per designare il sentimento che l'uomo prova di se stesso in quanto essere fragile, fallibile, "sproporzionato" tra finitezza e infinità. L'uomo è limitato - come soprattutto testimonia la sua fragilità effettiva -; "sinonimo della fallibilità", «questa limitazione è l'uomo stesso (…). L'uomo è la Gioia del Sì nella tristezza del finito». Il filo conduttore de L'homme faillible è, appunto, il concetto di fallibilità, che permette di proporre una antropologia da cui emerge un uomo fragile, "sproporzionato" e continuamente sul baratro tra il Bene e il Male, capace di peccato e fallimenti. Ebbene, nel secondo volume di Finitude et culpabilité, e cioè ne La symbole du mal, Ricoeur guarda all'umanità dell'uomo come «allo spazio della manifestazione del male». Ma per capire il male e la colpa il filosofo deve rifarsi al linguaggio che li manifesta, deve ascoltare e interpretare quei simboli che rappresen tano la confessione che l'umanità ha fatto delle sue colpe, dei suoi peccati. E l'analisi della simbolica del male termina con l'affermazione: «il simbolo dà a pensare». È questa una formula la quale può sintetizzare il senso di tutta l'opera di Ricoeur, soprattutto così come essa si è configurata a partire dagli anni Sessanta. È a partire da quegli anni, infatti, che Ricoeur ha inteso la sua opera come un contributo a «una grande filosofia del linguaggio» in grado di rendere conto delle «molteplici funzioni del significare umano e delle loro reciproche relazioni». È sul linguaggio - egli scrive - che si «incrociano le indagini di Wittgenstein, la filosofia linguistica inglese, la fenomenologia derivata da Husserl, le ricerche di Heidegger, i lavori della scuola di Bultmann e delle altre scuole di esegesi neotestamentaria, la letteratura di storia comparata delle religioni e antropologica sul mito, il rito e la credenza - infine la psicoanalisi». E proprio una meditazione sull'opera di Freud è il volume Della interpretazione. Saggio su Freud, del 1965. Ricoeur torna a leggere Freud per la ragione che Freud ha reinterpretato «la totalità delle produzioni psichiche che competono alla cultura, dal sogno alla religione, compresa l'arte e la morale». La psicoanalisi - egli dice - appartiene alla cultura moderna: «interpretando la cultura, la modifica; dandole un strumento di riflessione, la segna durevolmente». E segna durevolmente l'idea stessa di coscienza, così come è stata pensata e ci è stata trasmessa da Cartesio: «il filosofo educato alla scuola di Cartesio sa che le cose sono dubbie, che non sono come appaiono; ma non dubita che la coscienza non sia così come appare a se stessa; in essa senso e coscienza del senso coincidono». Ebbene, questo - sottolinea Ricoeur - oggi non è più possibile. I «maestri della scuola del sospetto», e cioè Marx, Nietzsche e Freud, hanno devastato pure questa certezza: «dopo il dubbio sulla cosa è la volta per noi del dubbio sulla cos cienza». Il dubbio è entrato nel cuore stesso della fortezza cartesiana: la coscienza è "falsa coscienza". Per Marx non è la coscienza che determina l'essere ma è l'essere sociale che determina la coscienza; per Nietzsche è la volontà di potenza la chiave delle menzogne e delle maschere; per Freud, infine, l'Io è un infelice «sottomesso a tre padroni, l'Es, il Super-io e la realtà e la necessità». Le conflit des interprétations è del 1969. È questa l'opera in cui Ricoeur porta al punto più alto il suo progetto di una filosofia come ermeneutica. È nei simboli, nelle diverse forme simboliche, che l'uomo oggettiva i significati e i momenti più importanti della vita dei singoli e della storia dell'umanità. E se a questo punto si volesse tentare di cogliere il senso più profondo e più autentico del lavoro ermeneutico di Paul Ricoeur, potremmo dire che esso è "la via lunga" della riconquista della persona umana attraverso un faticoso pellegrinaggio nella giungla delle produzioni simboliche dell'uomo, e dopo le devastazioni prodotte nell'idea di coscienza dai maestri della "scuola del sospetto". Disse Ricoeur nel 1983: «Se la persona ritorna, questo si dà perché esso resta il candidato migliore per sostenere battaglie giuridiche, politiche, economiche e sociali». Difatti, al confronto con la "coscienza", il "soggetto" o l'"io", la persona è un concetto che è sopravvissuto e che oggi è tornato a vivere con forza».


    Avvenire - 22 maggio 2005

  7. #7
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    Predefinito INTERVISTA INEDITA

    INEDITO
    In un’intervista recente il grande filosofo, che aveva trascorso 5 anni della sua vita nei lager nazisti, parla delle tragedie del secolo scorso, della memoria e della speranza. «L’immagine della fede per me essenziale? Quella del servo sofferente»

    ’900, l’ora del perdono



    Da Parigi Daniele Zappalà;Di Bertrand Révillion


    «Riassumerò con una sola parola quest'impronta: benevolenza». L'impronta è quella storica del Pontificato di Giovanni Paolo II e si chiudeva così, poco più di un mese fa, l'omaggio a Papa Wojtyla consegnato da Paul Ricoeur ad «Avvenire». Una testimonianza breve ma ancora lucida, resa dal grande filosofo nonostante la salute più che malferma. Ricordava Ricoeur: «Ho avuto la gioia di incontrare Giovanni Paolo II diverse volte a Castel Gandolfo; si è mescolato senza superiorità alla ricerca degli intellettuali invitati». Il filosofo francese si diceva poi impressionato da un momento in particolare del Pontificato: «Ho ammirato l'atto di coraggio che ha condotto Giovanni Paolo II al Muro del Pianto. Vi ha non solo espresso il pentimento della Chiesa rispetto all'antisemitismo, ma fatto atto di riparazione simbolica». Da grande maestro d'ermeneutica, Ricoeur apprezzava anche l'immediatezza nella relazione di Papa Wojtyla con le Sacre Scritture: «Giovanni Paolo II ha saputo raffrontare la logica della Scrittura con quella, più varia, dei Greci: per esempio, i Salmi e i tragici (ma anche gli oratori, i poeti, i filosofi) greci». Poi, riferendosi all'enciclica "Fides et Ratio", il filosofo rievocava l'intero proprio cammino umano e intellettuale: «Questa relazione è stata la grande preoccupazione della mia vita. Ho sempre marciato su due gambe: la cultura greca e la cultura biblica». Come dimostra nella recente intervista che qui pubblichiamo, uscita sul mensile della Federazione protestante francese "Panorama", in cui mette a nudo il suo rapporto con la fede e la sua concezione di Dio.


    Professor Ricoeur, lei è presentato spesso come «filosofo cristiano». Ma lei non ama molto quest’espressione… «La nozione di "filosofia cristiana" ha un senso molto preciso: è un tentativo di sintesi fra la teologia - che è la strutturazione intellettuale della fede religiosa -, e una filosofia determinata. In questo senso, vi sono stati pochi "filosofi cristia ni" nella storia perché i filosofi, anche quando sono credenti, tengono all’autonomia del loro pensiero. Così san Tommaso d’Aquino tiene al carattere dimostrativo delle prove dell’esistenza di Dio, indipendentemente dalla Rivelazione cristiana. La nozione di "filosofo cristiano" è divenuta in seguito una nozione sociologica: si individuano, fra i profili di pensatori, persone che sono conosciute in quanto filosofi e cristiani. È il mio caso: sono credente, cristiano di confessione protestante, ma tengo a mantenere la distanza necessaria fra la mia fede e la mia attività filosofica. Preferisco dire che professo un "cristianesimo da filosofo"». La sua fede cristiana è influenzata dal suo pensiero filosofico? «Certamente, ma è vero anche il contrario. La mia convinzione religiosa mi rende attento a dei problemi come quello dell’esistenza del male, della sofferenza, della responsabilità, della giunzione fra amore e giustizia. È una sorta di attenzione, come una sorgente di luce proiettata dalla fede su una regione privilegiata della riflessione». E se dovesse, personalmente, parlare della sua fede, che direbbe? «Fondo la mia comprensione del mondo, degli altri e di me stesso sulla figura simbolica del servitore sofferente, cioè su un amore che non è estorto ma offerto. Il servitore sofferente, "l’agnello di Dio", è tutto il contrario del "capro espiatorio"». Cosa intende per «capro espiatorio»? «Colui che, su accordo di tutti, è escluso per preservare l’unità del gruppo. Nel cristianesimo, al contrario, il gruppo è fondato da una vittima che è stata esclusa dagli altri ma che, accettando di essere esclusa, ha denunciato e messo a nudo il sistema del capro espiatorio. Con il simbolismo della vittima consenziente, la croce è sottratta a un’interpretazione puramente punitiva, in termini di compenso (il sangue versato in cambio della Salvezza). Già Giobbe, con la sua sofferenza, aveva infranto ciò. La straordinaria potenza di Gesù risiede in un sacrificio consentito che spezza definitivamente tutto il sistema vittimario. È ciò che sottolinea San Giovanni quando fa dire a Gesù: "La mia vita, nessuno la prende, ma sono io a darla"». Si nasce cristiani o lo si diventa? «Si è, credo, pagani di nascita e si può divenire progressivamente cristiani. Sono personalmente abbastanza distante dall’idea di una conversione istantanea, abbagliante, che taglia la vita in due. Ciò accade, certo, ma non è il mio caso. Ma vi sono ciò che chiamo dei tempi di "ripresa". Sono stato marcato da momenti estremamente forti nella mia adolescenza e poi nel corso della mia prigionia. Questi cinque anni di privazione della libertà sono stati per me un tempo di pazienza e di grande meditazione. La fede è un cammino…». Lei rievoca la sua prigionia durante la guerra. L’esperienza del male e della sofferenza ha condotto molte donne e molti uomini del Novecento al rifiuto di Dio… «Nella figura del servitore sofferente, non vedo nulla che sia smentito dalla sofferenza dell’uomo. Al contrario. Ciò che è messo in difficoltà, e probabilmente danneggiato profondamente, è il concetto di onnipotenza di Dio». L’idea che Dio non sia onnipotente infrange una buona parte dei discorsi teologici costruiti nel corso dei secoli. «Senza dubbio. Passare dalla figura di un Dio onnipotente alla figura del servitore sofferente è molto costoso per una parte della teologia. Ma è in ogni caso molto costoso pensare l’uomo e Dio dopo Auschwitz, dopo che il Novecento ha dato prova che il male assoluto è effettivo. E ciò è particolarmente costoso per il cristianesimo, dove l’idea di onnipotenza di Dio è stata a lungo centrale». Occorre rinunciare del tutto all’idea di onnipotenza? «No, ma occorre riformularla in termini di amore. Da onni-potente, Dio diventa l’onni-amante. È una visione della potenza, quella dell’amore. Ma esso non è onnipotente: è tanto forte quanto la morte». Secondo lei, non esiste una «morale cristiana»? «Più che una morale cristiana, esiste, credo, una le ttura cristiana della morale. Vi è stata una morale prima del cristianesimo e anche al di fuori del giudaismo. È in un’umanità già moralmente costituita, strutturata, che il cristianesimo ha apportato la sua predicazione, ma per parlare precisamente di qualcos’altro rispetto alla morale: parlare di quest’amore della vittima innocente. Con il messaggio del Cristo, siamo piuttosto nel sovra-morale, ciò che oltrepassa ogni morale concreta. Si possono identificare due tipi di etica: l’etica dell’equivalenza, che è l’etica della giustizia dove si pesano egualmente i diritti degli uni e degli altri. E l’etica della sovrabbondanza, rivelata dal cristianesimo, che è l’etica dell’amore. Paolo dice che "laddove il peccato ha abbondato, la grazia ha sovrabbondato". È nel rapporto fra quest’abbondanza e questa sovrabbondanza che vedo il marchio del religioso». Direbbe che il cuore della morale cristiana è il perdono? «La pratica del perdono è centrale. Vi è della sovrabbondanza nel perdono. Il perdono è sempre qualcosa di non obbligato». Il perdono è umanamente possibile? «Occorre avere la prudenza, la moderazione che ritroviamo fin nel Padre Nostro: "Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori". Possiamo credere in Dio, figura di perdono, nella misura in cui possediamo una certa esperienza dell’aver ricevuto ed esercitato il perdono nella realtà quotidiana. Occorre allora riconoscere che il perdono è molto più difficile di quanto si creda. Perché perdonare non è assolvere, sopprimere un debito, ma è restaurare una memoria. E noi urtiamo con l’irreparabile, con l’inestricabile e, anche, eventualmente, con l’imperdonabile. Vladimir Jankélévitch può qui essere compreso quando afferma che ogni richiesta di perdono può incontrare un rifiuto. Il perdono non va da sé». (traduzione di Daniele Zappalà)


    Avvenire - 22 maggio 2005

  8. #8
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    Da Ricoeur ho imparato la distinzione fra Idem e Ipse, una piccola cosa ma molto utileper me.

    Merci.

  9. #9
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    Predefinito Adieu

    "Ce que je suis est incommensurable à ce que je sais"
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    Adieu

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  10. #10
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    La scomparsa di Paul Ricoeur
    di Giovanna Zaganelli



    Data di pubblicazione su web 23/05/2005

    E’ morto venerdì 20 maggio a Châtenay-Malabry Paul Ricoeur, uno dei grandi filosofi del ‘900.

    Nato a Valence nel 1913 da una famiglia protestante, dal 1949 al 1956 è professore a Strasburgo succedendo nella cattedra di Filosofia a Jean Hyppolite. Nel 1957 è chiamato alla Sorbona alla cattedra di Filosofia generale dove rimane fino al 1965 e nel 1966 si trasferisce nella nuova Università di Nanterre, nei dintorni di Parigi, di cui per un anno, a partire dal marzo 1969, nella difficile stagione della contestazione, sarà rettore.

    Sviluppa i suoi primi interessi filosofici nell’ambito dell’esistenzialismo francese di ispirazione cristiana, è discepolo di Gabriel Marcel, studia Jaspers e Husserl durante i cinque anni di prigionia in Germania. La sua tesi di Dottorato - tre tomi raccolti e ripubblicati nel 1960 sotto l’unico titolo Finitudine e colpa (nella versione italiana per il Mulino 1970) - verte sul tema della volontà e del male. Proprio dalle riflessioni sul male e sulla volontà derivano alcune delle linee portanti del suo progetto di ricerca: la psicanalisi e l’ermeneutica. Nel 1965 pubblica il suo saggio su Freud, Dell’interpretazione (Il Saggiatore 1967, 2002), in cui, insieme alle riflessioni sul concetto di simbolo, affronta il tema della psicanalisi proponendone una lettura ermeneutica e trasferendola, di conseguenza, all’interno del dibattito sul linguaggio: esso, il linguaggio, non rappresenta un puro sistema segnico, strumento di comunicazione, ma un tessuto cosparso di simboli che rinviano alla complessità dell’esperienza umana. E’ solo passando attraverso “il conflitto delle interpretazioni” che potremo accedere all’io, come soggetto che si disvela dunque in modo indiretto tramite la decifrazione dei segni culturali.



    Dopo l’esperienza francese, e i successivi tre anni trascorsi all’Università di Lovanio, si trasferisce negli Stati Uniti, a Chicago dove diventa professore a vita presso la Divinity School. Nel 1975 pubblica La metafora viva (Jaca Book 1976), frutto del confronto con la filosofia del linguaggio di tradizione analitica: esistono oltre ai linguaggi che constatano, descrivono e ordinano degli altri linguaggi che ridescrivono la realtà arricchendola di significato, come quelli metaforici, poetici, religiosi. La metafora è vista come strategia linguistica in grado di produrre nuovo significato. Segue (1983-1985) Tempo e racconto, imponente opera in tre volumi, in cui indaga le diverse rappresentazioni del tempo nel racconto letterario, nella narrazione storica e nella filosofia. In Sé come un altro (Jaca Book 1993) Ricoeur costruisce un soggetto dialogico la cui esistenza implica necessariamente il punto di vista dell’altro. E’ ancora solo la lettura mediata, indiretta che rende possibile la nostra esistenza etica e sociale.

    La riflessione sulla dimensione etica universale torna anche nei suoi ultimi testi Il giusto (Sei 1998) e La memoria, la storia, l’oblio (Cortina 2003). La memoria nel pensiero di Ricoeur è strettamente collegata non solo al passato ma anche al presente e al futuro. Il passato è visto come una realtà in fermento in cui gli uomini hanno “passionalmente” vissuto: desideri, aspettative, previsioni. E’ necessario allora ricostituire il filo che lega il presente al passato, in modo tale che il presente riapra il passato, lo modifichi ripulendolo dalle ferite della memoria.

    © drammaturgia.it - redazione@drammaturgia.it




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