Fuori chi dissente? Il documento del Pdl dice il contrario
Federica Perri
Roma. E allora, «chi non si adegua è fuori», come ieri ha semplificato qualcuno? O addirittura, «Berlusconi a Fini: o con me o fuori», come ha titolato ieri il Giornale? Il day after della riunione dell'ufficio di presidenza del Pdl è tutto un rincorrersi di rassicurazioni, che probabilmente non erano nemmeno necessarie: il documento votato all'unanimità dall'organismo chiarisce molto bene che il vero e solo punto interessante per il premier era "blindare" l'intesa sulla giustizia insieme alla sua interpretazione dell'offensiva dei pm. Quattro quinti del testo sono dedicati a spiegare che il corso della legislatura «è turbato da una parte tanto esigua quanto dannosa della magistratura, dimentica del suo ruolo di imparzialità». Cosicché «l'equilibrio che le diverse tradizioni politiche che contriuirono a scrivere la nostra Carta costituzionale avevano cercato di garantire e preservare è completamente saltato» e l'Italia «è l'unico Paese in cui la magistratura ha finito per acquisire un peso così abnorme nella vita democratica» e di converso «il potere politico fondato sulla sovranità popolare rischia di apparire impotente a svolgere le proprie finalità». Questo problema, continua il testo, non riguarda solo Berlusconi o il Pdl «ma la natura stessa della democrazia e la capacità di chi è investito di una responsabilità politica di adempiere alle proprie responsabilità di fronte al Paese». Di qui l'impegno alla riforma delle istituzioni e della giustizia, secondo i canoni ampiamente discussi nelle scorse settimane a cominciare dal provvedimento sul processo breve e dalla proposta di una modifica costituzionale che recuperi il "Lodo Alfano".
E il tema del dissenso interno? E quello della gestione delle "partite finiane" dell'integrazione e dei diritti degli immigrati regolari? Bisogna andare in fondo in fondo al documento, alle ultime righe, laddove si fa cenno a una futura riunione della Consulta Riforme del Pdl per verificare la «sintonia» delle diverse proposte emerse dal Pdl «al programma di governo sottoposto agli elettori». L'ultima chiosa è riservata al tema del voto «ai non cittadini italiani»: è estraneo alla linea politica del Pdl, si scrive, tenendosi sulle generiche visto che migliaia di "non cittadini" comunitari già votano da anni. Insomma, è lo schema stesso del documento a far capire che la priorità di Berlusconi non era risolvere i problemi "di gestione" che magari assillano coordinatori e capigruppo, colonnelli e tenenti, da giorni in trincea per elaborare la tesi di un nuovo "centralismo democratico", ma dare la linea sul tema dell'attacco dei pm al premier e sulle necessarie reazioni, sulle quali peraltro già c'era un'intesa forte e indiscussa.
Comunque, visto anche il solito titolo del Giornale, in molti si sono spesi per negare l'esistenza di ultimatum ai settori parlamentari che in questi mesi hanno elaborato proposte e riflessioni in autonomia. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti ha scelto la tribuna di prima mattina del Caffè di Corradino Mineo su RaiNews24 per dire che «Berlusconi non si è affatto rivolto a Fini» e ha solo ricordato «che il Pdl è un partito che ha l'obbligo morale di rispettare e realizzare il programma votato dagli elettori. Se qualcuno non è d'accordo, si discute in maniera libera, liberale e aperta e poi si vota». Stessa indicazione, o quasi, dal coordinatore Ignazio La Russa, che ha negato le ricostruzioni su una «resa dei conti» all'interno del Pdl: «c'è stato un dibattito molto approfondito, non solo sulla giustizia, ma principalmente sulla giustizia, che si è concluso con un documento all'unanimità nel quale si è deciso, non solo di avviare i lavori per un riforma che era attesa, quella del processo a tempo definito, che quindi va sostenuta da tutti». E Berlusconi non ha mai detto che chi non è daccordo con le scelte votate dagli organi del Pdl «stia fuori dal partito»: ha sostenuto «in maniera assolutamente decisa, ma è normale che sia così», che le decisioni debbono avvenire a maggioranza e che non è possibile immaginare un dibattito interminabile». Il senso del discorso è che «una valutazione dell'ufficio di presidenza è impegnativa per tutti».
La questione del "centralismo democratico", insomma, si è chiusa. Se mai è stata aperta: Italo Bocchino, in un intervista a Repubblica ha infatti dato una versione leggermente diversa della riunione sostenendo che, in realtà, il premier è sembrato tutt'altro che interessato alla questione dei rapporti politici interni: «ha insistito proprio sul fatto che non vuole più essere lui ad assumersi l'onere delle decisioni». Fuori dal partito non finirà, né ha mai rischiato di restare, proprio nessuno: «il Pdl è un partito dove il dissenso è consentito, non siamo una caserma», e c'è il diritto di tutti «di poter dire la propria e far contare le proprie idee nel partito».
28/11/2009