REFERENDUM SULLA PROCREAZIONE
Il fondatore e presidente dell’ospedale San Raffaele torna a discutere del rapporto tra scienza e fede, dei limiti alla ricerca e della prossima consultazione sulla fecondazione assistita. Precisando anche il suo pensiero a proposito dei cattolici che sceglieranno di votare sì: «È una possibilità, che non avallo e non giudico»

Don Verzé: l'embrione è vita Mi asterrò



Di Francesco Riccardi

«Cosa farò il 12 giugno? Mi asterrò». La risposta non è scontata. Arriva a conclusione di un lungo ragionamento sulla scienza, i suoi limiti, il rapporto con il trascendente. Don Luigi Verzé, fondatore e presidente dell'ospedale San Raffaele e della Fondazione Monte Tabor, entra così nel dibattito a proposito del referendum sulla procreazione assistita. O meglio, ri-entra, precisando anche il suo pensiero a proposito dei cattolici che sceglieranno di votare sì: «È una possibilità, che non avallo e non giudico». Ma anche sottolineando come - qualunque sia il risultato della consultazione - «dovremo indurre il Parlamento a legiferare meglio» anche sulla fecondazione assistita. Don Verzé, recentemente ha detto che il male di questo tempo a cavallo tra i due secoli è il relativismo. Pericolo da cui anche altri - il nuovo Papa, per esempio - ci mettono in guardia. Lei, in particolare, a che cosa si riferisce? Il relativismo nega di fatto l'esistenza della verità e apre al pressappochismo e alla prassi epicurea. Chi sa riflettere non può non preoccuparsene, ma ciò non significa intolleranza. Allora, che cos'è la tolleranza? La verità non ha bisogno delle guerre di religione. È imbattibile; rispetta il libero arbitrio, avanza sulle ali dello Spirito, dell'intelligenza, dell'amore. Tolleranza non è mai abdicazione della verità; semmai è paziente ed operosa attesa. C'è forse, nelle sue parole, un richiamo ai cristiani? Credo fermamente che la salvezza dell'uomo stia nella pratica del Vangelo. Il Vangelo è l'origine della mia sicurezza, la convenienza del mio esistere. Dal Vangelo si attinge chi è l'uomo, quanto egli vale: se Dio, infatti, ha scelto di incarnarsi vuol dire che stima l'uomo quasi come se stesso. Da ciò nasce il dialogo vero e sincero con tutti. In alcuni Paesi del nord Europa si è arrivati a pratiche di eutanasia medicalmente assistita perché i pazienti, magari anche bambini, «soffrono troppo». La vi ta è un dono unico e irripetibile, troppo grande per essere affidato all'arbitrio foss'anche di una legge. Nessuno può essere padrone della propria vita, tanto meno di quella altrui. Ci basta e avanza che ce ne venga affidata la custodia. La sofferenza è un patrimonio umanamente irrinunciabile e misterioso: va scoperto nel crocifisso Iddio. Tutto il mondo ne ha visto un vivo e affascinante saggio in Giovanni Paolo II. Perché lei non ama l'espressione "malati terminali"? È una terminologia sinonimo di ignoranza, offensiva dell'intelligenza. Io credo che la malattia e la morte non siano né fatali, né inevitabili. La scienza, se è vera scienza, non può rassegnarsi a quelle espressioni contro le quali incombe il mandato di Gesù Cristo: «Guarite gli infermi, sanate i lebbrosi (allora inguaribili), risuscitate i morti». Fede e scienza sono nemiche? Non lo possono essere perché entrambe sono alla ricerca della verità, tanto la scienza che la fede. Il che le fa sorelle gemelle. La fede cerca la verità; ma anche la scienza, e non solo la scienza bio-clinica o bio-molecolare, cerca la verità. Quale sforzo deve fare la Chiesa verso i ricercatori? Discutere con loro con sufficiente competenza. Condividerne i problemi; rispettarli e stimarli; non giudicarli a priori; allora la scienza diviene corresponsabilità. In tanti anni, io non ho mai trovato un vero scienziato che disprezzi la vita, la cautela, la fede dell'altro. Quanto al Vangelo, lo scienziato non può disprezzarlo; semmai dice, come i "saggi" dell'Areopago: «Ti ascolterò un'altra volta». Ma se la fede poi è accompagnata dai fatti, diventa a tutti interessante e amabile. Da uomo di fede e di scienza, allora, che consiglio darebbe ai ricercatori? Il vostro intelletto è una formidabile potenza. Attenti però: Dio perdona sempre, perché è tollerante, può aspettare, è eterno. L'uomo perdona qualche volta, purtroppo rara. Ma la natura non perdona mai, non può perdonare, sare bbe la distruzione dell'universo. Attenti a non rischiare dunque di acquisire una dotta empietà. Mi affido alla vostra consapevolezza e alla vostra dignità. Alcuni politici hanno criticato la Chiesa perché sulla questione referendaria avrebbe fatto "un'invasione di campo". A suo giudizio, si sbaglia a chiamare i cattolici all'astensione dalle urne? La Chiesa è per tutti, credenti e no, un'istituzione di innegabile autorevolezza. Oggi è un evidente miracolo del Signore. Il mandato che essa ha ricevuto è rivelare e spiegare quel "Fatto Incarnazionale" che investe tutto l'uomo: corpo, intelletto e spirito. Nulla di ciò che è umano può essere estraneo alla Chiesa del Dio fatto uomo. Guai se non adempisse a questo suo compito. Sarebbe una rinuncia a se stessa, una rinuncia alla salvezza di tutti gli uomini. Esiste a suo giudizio una scienza che non abbia limiti? Sembra che alcuni ricercatori reclamino una libertà assoluta senza alcuna regola. La scienza per sé non ha limiti, né la libertà in se stessa ha limiti. L'uso, l'applicazione della scienza deve avere dei limiti che sono connaturati alle capacità degli individui, all'opportunità, alla responsabilità. Gli errori in questo campo sono quasi sempre attinenti alla sopravvalutazione di se stessi, oppure a un abuso della libertà, ma anche a fattori meno nobili, come ad esempio l'ambizione personalistica, «la superbia della vita» come dice la Scrittura. E al San Raffaele esistono delle regole? Chi le detta? Al San Raffaele esiste la regola della responsabilità, ma al San Raffaele è risaputo che non esiste solo la scienza. Al di sopra della scienza c'è la saggezza o sapienza, che poi significa scienza umanizzata e umanizzante coordinata a Dio. Al San Raffaele esiste anche un Comitato Etico composto da uomini di scienza bio-cellulare, bio-molecolare, di medicina, di filosofia, di teologia, che valutano e forniscono indirizzi applicativi precisi ai singoli protocolli di studio. Lei ha dichiarato che l'embrione è un soggetto che gode del diritto del rispetto. Qualcuno parla però di un semplice «conglomerato di cellule»… L'embrione è vita reale sin da quando avviene la fusione dei due gameti che dà origine a un essere nuovo. Quello che mi meraviglia di questi discorsi è che si parli sempre degli embrioni altrui. Io vorrei parlare del mio. Sono geloso della mia individualità personale. Non può una legge stabilire che cosa io sia, che cosa io debba essere. Il mio embrione è il mio essere corpo, intelletto, spirito in un unum. Fossi nato cieco o talassemico, nessuno avrebbe potuto osare sottrarmi il mio esistere, gli avrei spaccato la testa. Ma tutti i bambini devono poter nascere sani: il San Raffaele ci sta lavorando, con oltre ottanta linee di ricerca e altrettanti gruppi di ricercatori. Insomma, per lei l'embrione è vita umana? E se non è vita, che cosa è? Si figuri, qualcuno arriva a dire che anche i minerali hanno una certa vitalità; figuriamoci se non è vita, vita umana quel "conglomerato di cellule" unicamente destinate a crescere come uomo, non certo come scimpanzé. Cosa significa per lei, dunque, salvare sempre il valore della vita? Dio mi ha regalato un ospedale di eccellenza per la promozione di una salute e vita umanamente eccellenti. Di qui l'Università "Vita Salute S. Raffaele", che si occupa soprattutto di scienze umanistiche perché solo un pensiero forte guida verso l'eccellenza, la quale sta sempre, non di fianco, ma davanti all'uomo. Davanti anche a giganti come Platone, Aristotele, Tommaso d'Aquino, esattamente come noi figli siamo il progresso di genitori, magari anche eccellenti. In una recente intervista lei ha dichiarato di essere a favore della ricerca sugli embrioni a patto di non ucciderli né ferirli: cosa intendeva dire? La ricerca è lenta, ma arriva. Stiamo oggi facendo cose che solo cinque anni fa credevamo impossibili. Sono per la ricerca che non uccida, né ferisca l'embrione. Quando la scienza sarà in grado di fare ciò - credo molto presto - allora potremo lavorare anche d'accordo con la vita e per la salute dell'embrione. Nella stessa intervista dichiarava che un cattolico «in teoria potrebbe votare sì ai quesiti referendari». Per questa sua risposta è stato iscritto nella categoria dei cattolici del sì. È sempre colpa dei giornalisti che equivocano? No, i giornalisti non c'entrano. Quando in quell'intervista dissi che "in teoria un cattolico potrebbe votare sì" intendevo salvaguardare la categoria della possibilità, non avvallare una posizione. In altre parole, se un cattolico - supponiamo - lascia la moglie, non cessa di essere cattolico, ma non per questo lo esorto a farlo, né lo giudico. Cosa pensa del dibattito suscitato dagli ormai prossimi referendum? Al di là dei molti eccessi, spero farà apprezzare di più la vita che Dio ci ha dato. La farà stimare di più e, magari, subodorarvi il profumo delle mani di Dio Creatore. C'è da aggiungere che, comunque finirà il referendum, dovremo indurre i nostri eletti in Parlamento a legiferare meglio, anche sulla materia della legge 40. E allora, come si comporterà il 12 giugno? Io? Mi asterrò: sono sacerdote e libero.


Avvenire - 22 maggio 2005