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Tribunale internazionale e comunismo

di Giovanni Vagnone - 5 maggio 2005

E' di qualche giorno fa la notizia che, finalmente, l'Onu è riuscita nella difficile impresa di trovare i fondi sufficienti al mega-processo contro gli Khmer della Cambogia. Così ha comunicato Kofi Annan al primo ministro di Phnom Penh, Hun Sen, con una formula che dà speranza ma non troppa: sono stati reperiti, ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, i contributi e le «promesse» di fondi sufficienti per raggiungere le esigenze legali delle Nazioni Unite per la creazione di un tribunale. A prescindere dall'amarezza dovuta al fatto che ormai il leader degli Khmer, Pol Pot, dittatore spietato e genocida tra i peggiori conosciuti dalla storia, è morto tranquillamente nel suo rifugio nella foresta cambogiana, seppur di malattia, già dal 1998 e senza mai essersi sentito rimproverare nulla; e a prescindere dall'amarezza dovuta al fatto che ormai i suoi pochi luogotenenti sopravvissuti sono vecchietti in condizioni di salute non delle migliori, restano i dubbi sul funzionamento di questi tribunali internazionali, che vengono istituiti sotto la forma del de iure condendo piuttosto che sul de iure condito.

Sono tribunali che vengono organizzati spesso alla bell'e meglio, e che con gran sfarzo di intenti si muovono sul periglioso cammino del diritto internazionale, creando di volta in volta i precedenti che dovranno servire in futuro. Ma sono pur sempre forme di diritto ad hoc, che per questo sembrano alquanto discutibili: la legge dovrebbe essere uguale per tutti, dovrebbe rispondere al requisito della certezza, dovrebbe anche non infrangere l'assiomatica irretroattività, anche se parlare di tutto questo può sembrare un tentativo di giustificare dei criminali come i vari Hitler e gerarchi nazisti, Lenin, Stalin e «compagnia» bella, Milosevich, Mao, Pinochet o Pol Pot. Cozzando col sempre più in crisi principio della sovranità nazionale, questi tribunali vivono di fondi che l'Onu, di cui sarebbe bello parlare diffusamente altrove, per quanto riguarda sprechi o scandalose operazioni messe in atto qua e là per il globo, stanzia a volte controvoglia, e a volte non stanzia del tutto: si formano di illustri giuristi e, quando proprio le cose girano bene, coinvolgono un po' d'opinione pubblica.

Ma l'effettiva utilità? E' appunto quella di cui dicevamo prima della formazione di un nuovo diritto internazionale, un corpus di regole che superino il «bellum omnium contra omnes» che è sempre stato, tra sovranità nazionali, l'unico ordine stabilito: c'era, internazionalmente, e per i più cinici osservatori c'è ancora, una legge del più forte, in cui chi effettivamente non ha i mezzi o la volontà non può imporsi se non con strumenti come la violenza, la guerra, o la guerra civile; ed anche lì può imporsi solo con un colpo di reni che normalmente nuoce sulla popolazione interna in maniera devastante. Di utilità pratica, qui, non ne vediamo molta.

L'Onu è ormai da anni in crisi, non avendo più alcuna funzione specifica se non quelle che altre istituzioni, anche ONG, non surroghino (e in maniera spesso più efficiente): l'Onu è rimasta immobilizzata dai veti e dalle titubanze quando la Nato è intervenuta in Kosovo; ha sempre fatto gli occhiacci agli Stati Uniti d'America quando sarebbe stata lei a dover prendere l'iniziativa ed invece s'è dimostrata solo e sempre indolente. Si vessilla di un Nobel per la pace, che poi scopriamo torbido co-protagonista del macro-scandalo nato più in sordina della storia, lo scandalo Oil for Food. Ed ora, finalmente, dichiara con squilli di tromba che si sono trovate le promesse per istituire un tribunale per crimini efferati svolti da un gruppo di comunisti al potere, tra il lontano aprile 1975 e gennaio 1979.

Certo, siamo soddisfatti del risultato di riconoscere a due milioni di vittime (e vittime davvero innocenti, in quanto trucidate per il solo fatto di portare gli occhiali, sapere più di qualche parola straniera, saper suonare uno strumento musicale...) il loro vero status di vittime. E siamo soddisfatti anche del risultato di riconoscere ancora una volta, al comunismo, i suoi sanguinosi meriti. Pol Pot era un fanatico maoista convinto che l'unico modo per ricreare la società socialista fosse quello di fare tabula rasa, nel senso di ripartire da zero: il risultato furono deportazioni di massa, creazione di sterminati lager o gulag che dir si voglia nelle campagne; un genocidio, appunto, di due milioni di persone, di cui si possono ancora vedere le terribili foto nell'ex campo di concentramento di Tuol Sleng, oggi un museo cambogiano della memoria. Il delirio utopistico comunista verrà finalmente portato alla sbarra e questo è, senz'altro, un imperativo morale che chiunque conoscesse quanto è successo sentiva proprio. Ma l'Onu arriva tardi, continua a creare regole di diritto o ad improvvisare nuove applicazioni di regole rimaste troppo a lungo lettera morta, mentre gli Stati Uniti, l'Italia, e tanti altri paesi si impegnano nel combattere i disastri umanitari nel presente.

Perché allora la disapprovazione di tutti i buonisti quando si fa qualcosa di concreto e si interviene laddove le cose possono essere ancora cambiate, migliorate, forse risolte? Una domanda rivolta ai pacifisti, mentre aspettiamo sempre, inutilmente, che i nostri comunisti, quelli simpatici e alla Peppone che vincono ancora seggi in giro per l'Italia, facciano quel grande passo di riconoscere il proprio passato e fare una svolta di Fiuggi abbandonando la falce, il martello, e le mirabolanti idee di abolizione della proprietà privata.

Giovanni Vagnone
vagnone@ragionpolitica.it