Il ministro della difesa: mettere mano al cuneo fiscale-contributivo
Secondo la stima preliminare, nel primo trimestre del 2005 il PIL in termini reali è diminuito dello 0,2% rispetto al primo trimestre del 2004. Anche se la stima preliminare è suscettibile di essere soggetta a revisione, quando tutti i dati saranno disponibili, diamo per scontato che sia corrispondente al dato definitivo. Cosa significa? Significa che, anche se in misura modesta, il reddito nazionale tende a diminuire. La cosa non è eccezionale né esclusivamente italiana. In questi lunghi anni in cui l’Europa dell’euro ha quasi ristagnato, anche altri Paesi hanno avuto trimestri in cui il tasso di crescita è stato negativo. Attualmente, per esempio, è negativo in Portogallo e Olanda; ed è tornato positivo in Germania, dopo essere stato pesantemente negativo, solo grazie al dato più recente. Ed è normale che in periodo di bassa crescita ci siano trimestri positivi e trimestri negativi. Per il momento, quindi, non strappiamoci i capelli. Anche perché, come ripetutamente ricordato, le cose sono molto più incoraggianti se si guarda all’occupazione: Francia e Germania hanno tassi di disoccupazione molto maggiori del nostro (rispettivamente 10,1 e 12 per cento, contro il nostro che è inferiore all’8%).
Detto questo, tuttavia, è evidente che bisogna adoperarsi per rilanciare la crescita: come? Gli strumenti tradizionali di politica macroeconomica ci sono perlopiù preclusi. Una svalutazione della moneta, che rilancerebbe la competitività internazionale dei nostri prodotti, è impossibile: c’è l’euro, non più la lira. Un deficit di bilancio (strumento di dubbia efficacia ma molto amato dai keynesiani) è impossibile: c’è la regola europea del limite del 3% al rapporto deficit su PIL. Una politica monetaria espansiva (rimedio efficace secondo i monetaristi) non si può: la politica monetaria non la facciamo più noi, la fa la Banca Centrale Europea. Restano solo gli strumenti di politica microeconomica o strutturale. Vediamo.
La liberalizzazione del mercato del lavoro, anche se certamente non completa, è stata già fatta e con risultati eccellenti: per la prima volta nell’intera Storia d’Italia, il numero degli occupati ha superato 22 milioni. La riforma pensionistica, anche se lungi dall’essere completa, è stata anch’essa fatta e con risultati molto superiori alle aspettative. Restano ancora da fare altre liberalizzazioni, ma è dubbio che possano essere realizzate con la tempestività richiesta dall’esigenza di contrastare i dati congiunturali. Ci sono poi le privatizzazioni da completare ed altri interventi sulla struttura della spesa pubblica complessiva, ma non credo possano essere risolutivi. No: ancora una volta credo che l’unica via possibile sia la riforma fiscale, dobbiamo mettere mano alle tasse, in modo da rilanciare l’attività economica privata.
Ed è qui che bisogna scegliere. L’Europa ha bocciato e ci chiede di abolire un’imposta introdotta dai governi di centrosinistra nella scorsa legislatura e contro la quale il centrodestra si batté vigorosamente, persino con l’ostruzionismo parlamentare: l’IRAP. E’, come abbiamo sempre sostenuto, un’imposta che penalizza il lavoro e che crea inique disparità di trattamento fra attività produttive diverse. Il mondo delle imprese chiede a gran voce che venga abolita o almeno drasticamente ridotta. Sono sempre favorevole a qualsiasi misura che riduca le tasse e lo sono anche in questo caso, ma non sono convinto che questa debba essere l’unica misura da adottare. Credo, invece, che siano molto più importanti altri due provvedimenti in campo tributario: la riduzione del “cuneo” sui salari e l’abbattimento delle aliquote alte dell’imposta sul reddito delle persone fisiche.
Di quest’ultimo abbiamo già ampiamente parlato, spiegando che è l’unico modo per rivitalizzare l’incentivo al lavoro, al risparmio ed all’investimento, scoraggiando contemporaneamente l’elusione, l’erosione e tutti i criteri legali per non pagare tasse. Quanto al “cuneo” si tratta della differenza fra il costo del lavoro pagato dal datore e la remunerazione netta percepita dal lavoratore. Esso è rappresentato dai molti balzelli di varia natura che vengono “trattenuti” sulla busta paga. E’ un’autentica multa inflitta all’occupazione, che scoraggia fortemente la creazione di posti di lavoro e fornisce un incentivo al lavoro nero ed all’economia sommersa.
Operando in queste due direzioni – riduzione delle aliquote IRPEF e abbattimento del cuneo – avremmo forse una iniziale riduzione del gettito per l’erario ma è quasi certo che essa sarebbe seguita da un notevole aumento, com’è già accaduto in tantissimi altri Paesi. Se l’iniziale calo delle entrate si traducesse in un temporaneo aumento del deficit, i nostri partner europei avrebbero l’occasione per dare prova di quella flessibilità nell’interpretazione dei criteri del patto di stabilità che hanno concordemente auspicato. Perché mai dovrebbe, infatti, essere penalizzato un Paese, in cui l’aumento del deficit è temporaneo e destinato a rilanciare lo sviluppo della propria economia?


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