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    Predefinito Marco Pannella si racconta

    Marco Pannella si racconta
    Sessant’anni di politica italiana, di lotte e di battaglie: Marco Pannella per la prima volta si racconta in un libro che l'anno prossimo festeggerà il suo 80esimo compleanno.

    Giovedí 26.11.2009 123


    Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore: il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi. Eugenio Montale (Corriere della Sera, 1974)
    Sessant’anni di politica italiana, di lotte e di battaglie: Marco Pannella per la prima volta si racconta in un libro che l'anno prossimo festeggerà il suo 80esimo compleanno.

    Qualcuno mi ha chiesto quale sarebbe il primo provvedimento che prenderei se fossi eletto democraticamente “presidente”. Ebbene il primo provvedimento che prenderei sarebbe quello di dimettermi, perché se il paese mi eleggesse democraticamente vorrebbe dire che non ha più bisogno di me.

    Marco Pannella prima di questo libro non si era mai raccontato. Per lui hanno parlato le sue battaglie, i suoi discorsi parlamentari a Roma e a Bruxelles, le sue resistenze, i suoi scioperi della fame e della sete. Alla guida di un ‘piccolo partito’, è spesso stato espressione di maggioranze di italiani, interprete dei loro desideri, delle loro necessità, dei loro bisogni. Per questo non considera il suo un ‘partito minoritario’.

    Pannella libro
    La copertina del libro
    Stefano Rolando lo interroga, qui, a tutto campo: dalla formazione della classe dirigente nella Goliardia alla nascita del Partito Radicale, alle battaglie vinte per aborto, divorzio,obiezione di coscienza, all'attualità della politica. E gli chiede conto del suo retroterra politico e culturale. Su padri, figli e compagni di viaggio: da Mario Pannunzio a Arrigo Benedetti, da Leonardo Sciascia a Elio Vittorini, da Pier Paolo Pasolini a Emma Bonino. Un libro agile e approfondito, punto di riferimento per chi voglia capire una personalità che ha marcato per sessant’anni la politica italiana.

    Le nostre storie sono i nostri orti
    (ma anche i nostri ghetti)
    Bompiani, collana Grandi PasSaggi, pag. 204, euro 15

    Marco Pannella (Teramo, 1930), in gioventù nella sinistra liberale, ha rifondato a metà degli anni cinquanta il Partito Radicale di cui è tuttora leader. È entrato in Parlamento nel 1976. E’ stato per trenta anni europarlamentare. Ha condotto storiche battaglie referendarie per i diritti civili che hanno portato alla legalizzazione dell’aborto, alla scomparsa degli aborti clandestini, alla chiusura dei manicomi, alla legittimazione dell’obiezione di coscienza. Tra le molteplici iniziative internazionali quella che ha permesso di formare nel 2008 una maggioranza all’ONU contro la pena di morte.

    Stefano Rolando (Milano, 1948), professore universitario e saggista, già dirigente in istituzioni e in imprese, membro del consiglio scientifico dell’Unesco, ha dedicato una recente scrittura a temi di memoria civile, di identità nazionale e – con attinenza al proprio insegnamento – di comunicazione della politica. Tra il 2008 e il 2009 Quarantotto (Bompiani), Una voce poco fa (Marsilio), Il mio viaggio nel secolo cattivo (con Maria Luigia Nitti Baldini, Bompiani). Per il 2010 (settanta anni dall’Italia in guerra) sta terminando un testo sull’8 settembre ’43 come metafora dell’identità italiana.
    Marco Pannella si racconta - Affaritaliani.it

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Marco Pannella si racconta

    “Le nostre storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti”
    Una recensione sotto forma di lettera aperta a Marco Pannella

    di Valter Vecellio

    Caro Marco,

    ce l’ha fatta, finalmente, qualcuno a “incastrarti”, a convincerti a mettere, nero su bianco, qualche pagina che andasse al di là delle due cartelle, e costringerti a parlare di te, cioè anche – un po’ – di noi, dei radicali che siamo, di quello che vuoi e del perché, il come, il dove, il quando…



    Parlo del libro appena uscito, trovato in bella evidenza su un bancone della libreria, e che – c’è da giurarlo – molto preso sarà molto meno “pila”, perché questo tuo/vostro “Le nostre storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti”, le duecento pagine di conversazione che Stefano Rolando ha messo insieme per Bompiani, è il libro che si attendeva da tempo, e finalmente eccolo…



    Nelle prime pagine del libro, quelle che fanno da introduzione, Rolando racconta di un “patto”, stretto con te. Dopo le cinque ore di chiacchierata “romana”, che si aggiungono alle sette della conversazione brussellese, gli dici: “Non voglio rileggere una riga”; e lui aggiunge: “Patto rispettato”. Si può credere che terrai fede a questo tuo proposito anche ora che quelle sette+cinque ore di dialogo sono diventate libro. Credo però che se tu venissi meno a questo tuo “patto”, leggendolo ne saresti soddisfatto. Prendiamo una notazione di Rolando, che mi pare felice: “Per situare Marco Pannella nella memoria collettiva degli italiani abitualmente si citano i successi referendari. Io sono venuto a Bruxelles con una sola breve annotazione sul taccuino. Questa: “Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Andrei Sacharov e Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore. Il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi…”. E’ un brano di un’articolo scritto da Eugenio Montale, pubblicato sulla prima pagina del “Corriere della Sera” nel 1974 recuperato poi per una plaquette in occasione del tuo settantanovesimo compleanno. E non solo Montale…Ha ragione Rolando quando, al termine delle conversazioni, e dopo aver letto il materiale raccolto, dice di capire perché, di volta in volta hai saputo affascinare Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia, Elio Vittorini e “….fors’anche papa Wojtyla e, in cauda persino Giulio Andreotti. Molti politici poi hanno sognato di essere un po’ pannelliani, sapendo loro (hanno maliziosamente pensato) come riequilibrare poi questo lato donchisciottesco con i loro diversi principi di realtà”. E proprio qui è cascato e casca l’asino…”. Asini no, che non si raglia e non si comprende la lingua asinina; ma cascati, siamo cascati in tanti, non solo Rolando…



    Posso solo parlare bene di questo libro, e dunque non ne parlo; mi ripeto: è il libro che si attendeva, dopo pamphlet furbetti e perciò insulsi come i loro auori, e carichi di risentimento; un libro da tenere assieme ai due volumi con i tuoi interventi parlamentari curati da Lanfranco Palazzolo per l’editore Kaos. Ha fatto un buon lavoro, Rolando, e non credo sia stato facile e semplice ricavare per la pagina scritta testi che non tradissero il senso del tuo “parlato”.



    Scrivendo di te sullo spagnolo “El Pais” (perché quell’articolo in Italia nessun giornale lo volle pubblicare), Leonardo Sciascia ha osservato che spesso sei costretto a delle “sorties” che appaiono a volte funambolesche e grossolane per richiamare l’attenzione degli italiani sull’esistenza del diritto e rivendicare tale esistenza di fronte ai giochi di potere che appunto nel vuoto del diritto la politica italiana conduce; e aggiungeva, quasi un inciso: “lui, che a ben conoscerlo, è uomo di grande eleganza intellettuale…”. Ecco: chi legge “Le nostre storie sono i nostri orti” comprende cosa Sciascia intendeva dire; e si capisce anche perché, intervistato da “Le Matin”, vent’anni e passa anni fa, Jean-Paul Sartre a un certo punto abbia detto: “Un Partito Radicale internazionale, che non avesse nulla in comune con i partiti radicali attuali in Francia? E che avrebbe, ad esempio, una sezione italiana, una sezione francese, ecc.? Conosco Marco Pannella, ho visto i radicali italiani e le loro idee, le loro azioni; mi sono piaciuti. Penso che ancora oggi occorrano i partiti, solo più tardi la politica farà a meno dei partiti. Certamente dunque sarei amico di un simile organismo internazionale”.



    Degno continuatore di Aldo Capitini e di Danilo Dolci, ha scritto Guido Calogero; e un altro dimenticato, Arrigo Benedetti: “Pannella è uno di quegli italiani seri nell’intimo che non hanno paura di essere presi per buffoni. E perché crede in un’altra Italia che esiste, appena celata dal velo degli opportunismi…”.



    Mi fermo qui, perché son certo che cominci già a sbadigliare. E allora qualche annotazione qua e là, leggendo questo tuo/vostro dialogo. Per esempio: citi Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi, Altiero Spinelli e Pasolini, Vittorini e Sciascia…C’è un’assenza di cui vorrei chiederti conto: Ignazio Silone. Eppure la ricordo, la stanza della Lega Obiettori di Coscienza, al 18 di Torre Argentina, la vecchia sede: arredata coi mobili dati da Silone, e i libretti pubblicati dalla Associazione per la Libertà della Cultura da lui animata; ricordo quando ci “costringesti” ad andare al suo funerale a Piscina, un pungo di radicali, e là ci trovammo un solo comunista, Antonello Trombadori; nei carteggi di Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi, Silone è una presenza ricorrente; e per inciso: mentre Rossi e Spinelli concepivano e scrivevano il “Manifesto di Ventotene” (“lì c’è tutto”, dici, e lo definisci una sorta di tuo/nostro Vangelo), a Zurigo, per altri percorsi e quasi contemporaneamente, Silone arrivava, con le sue “Nuove edizioni di Capolago” a conclusioni simili…Questo per dire che Silone appartiene a giusto titolo al nostro Pantheon; è un peccato che tu non ne abbia parlato, neppure incidentalmente. Sono certo che avresti potuto dire una quantità di cose interessanti.



    Spero che questo libro sia letto anche da quei nostri compagni che ciclicamente ci “rimproverano” perché abbiamo una tessera troppo costosa. Quando mi accostai a questo partito, e ormai sono passati più di trent’anni, il simbolo era ancora la donna con il berretto frigio, tu e altri aveste la pazienza e la voglia di spiegarci perché vi “ostinavate”, pur poche centinaia in tutt’Italia, a chiamarvi “partito”, e perché non regalavate ai compagni la parola “compagno”, perché radicale era solo chi si iscriveva, perché avere quella tessera in tasca era importate…E probabilmente noi oggi non sappiamo spiegare con la stessa pazienza e con ricchezza di argomenti quello che voi avete saputo spiegare a noi…Però a un certo punto ricordi Carandini, che parlava di “religiosità anglosassone, perché nessuna professione di fede viene ritenuta duratura senza l’obolo di uno scellino al giorno…”.Oppure quando parli del tuo primo sciopero della fame: “Inizio anni Sessanta. Lavoravo a Parigi per “Il Giorno”. E avevo ottimi rapporti con la resistenza algerina. C’era un vecchio anarchico francese, Louis Lecoin, uno che contro la tradizione anarchica aveva chiesto addirittura al papa di intervenire per salvare Sacco e Vanzetti, convertito alla nonviolenza, con un certo prestigio nel mondo intellettuale, che manifestava all’Arc de Triomphe. E a lui mi aggregai. Dopo quattro-cinque giorni smise lui, e smisi io…”.



    Tu ora sbufferai dicendo che sono storie prive di importanza, che lasciano il tempo che trovano. Lasciami dire che qui ti sbagli. Credo al contrario che aiutino molto a capire quello che siamo, che siamo stati, che saremo. Gli anarchici, per esempio: sono una presenza “carsica”: Salvemini scriveva su riviste anarchiche; Rossi ha pubblicato alcuni libri in una casa editrice anarchica; tu ogni tanto ci parli di quando conoscesti Pino Pinelli, e di come – anche lui contro una certa tradizione – sfilasse con i radicali, da Milano a Vincenza, durante le prime marce antimilitariste; ma si possono fare altri esempi: se negli anni della tua esperienza parigina riesci a montare un finimondo e alla fine ce la fai a far riaprire il “caso Arancio”, quell’italo-magrebino accusato e condannato ingiustamente di un delitto, azzardo troppo se dico che già li si può cogliere un primo manifestarsi della tua ossessione per la giustizia? Tante cose dell’oggi le ho potute cogliere e meglio comprendere alla luce di quelle di “ieri”…E poi, concetti, elaborazioni che ormai sono carne della nostra carne: quando dici che fin dai primi anni dell’Unione Goliardica la parola d’ordine era: “Democrazia come legalità”; “antenata di quel concetto riassunto in “Non c’è pace senza giustizia”. Oppure quando racconti della tua (tua di “Sinistra Radicale”( sfida a Palmiro Togliatti, che non venne compreso neppure dal “Mondo” di Pannunzio e dagli altri, che ti criticarono pesantemente. La proposta era in quello slogan che era un vero e proprio programma politico, elaborato, se ricordo bene, da Franco Roccella: “No all’unità delle sinistre laiche”, “Sì all’unità laiche delle sinistre”.



    Quanti anni sono passati? Siamo, tutto sommato, ancora fermi lì. Anche per questo è importante leggere il tuo/vostro libro.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Marco Pannella si racconta

    Citazione Originariamente Scritto da Nicola Visualizza Messaggio

    . La proposta era in quello slogan che era un vero e proprio programma politico, elaborato, se ricordo bene, da Franco Roccella: “No all’unità delle sinistre laiche”, “Sì all’unità laiche delle sinistre”.



    .
    Ricordo Franco Roccella ad un congresso radicale, forse quello tenuto a Genova per vicinanza con la Francia dove il segretario Favre era in carcere, ribadire dal palco questo concetto . Quello di Roccella fu un costante richiamo non solo all'esterno del PR , ma anche all'interno dello stesso alla rigorosità nei metodi della politica; egli riteneva che un laico, proprio perchè tale, non potesse rinunciare alla attenzione verso il valore del metodo. L'unità laica della sinistra ( ma anche l'unità laica dei radicali) era per lui in continuità con quel suo essersi battuto, da ex partigiano, all'interno dell'UGi per la libertà di parola degli stessi neofascisti. E nel dopo guerra la cosa non era così sempolice.
    Scusate se ho approffitato per ricordare, e dove se non qui, un radicale che contribuì a tener vivo ed alto il dibattito nel monto radicale. ( dovrei anche avere un nastro di un convegnoi su "quale futuro per la democrazia radicale" tenuto a Venezia con la partecipazione, oltre di quella modesta del sottoscritto, di Franco Roccella, di Paolo Ungari , e di GianAntonio Paladini)
    Ma la storia di Pannella è stata ed è grande anche per la misura di chi a volte gli si oppose.
    Ultima modifica di edera rossa; 01-12-09 alle 02:54
    "E' decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?" G. Mazzini

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  4. #4
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    Predefinito Rif: Marco Pannella si racconta

    ...sempre belli e personali i ricordi di edera rossa... franco roccella ebbe molti meriti... peccato per quella figlia... ma d'altronde... se si pensa al figlio del giornalista gentiluomo liberale vittorio corona...
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

  5. #5
    repubblicano perciò di Sx
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    Predefinito Rif: Marco Pannella si racconta

    se si pensa al figlio di Ugo La Malfa; ma si sa che i figli non si fanno con la testa.
    "E' decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?" G. Mazzini

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  6. #6
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    Predefinito Rif: Marco Pannella si racconta

    Citazione Originariamente Scritto da edera rossa Visualizza Messaggio
    se si pensa al figlio di Ugo La Malfa; ma si sa che i figli non si fanno con la testa.
    ...ha dissipato lo storico patrimonio repubblicano... per accontentarsi di una seggiola per lui solo...
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

  7. #7
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    Predefinito Rif: Marco Pannella si racconta

    Autografia di un uomo radicale

    • da Il Clandestino del 1 dicembre 2009

    di Massimiliano Lenzi

    Nome, Marco. Cognome, Pannella. Professione, cercatore di libertà. Sarà che il prossimo anno compirà 80 anni, è nato nel 1930 a Teramo, ma Marco Pannella - per la prima volta - ha deciso di raccontarsi in un libro, con l`aiuto di Stefano Rolando, professore universitario milanese. Titolo: Le nostre storie sono i nostri orti (ma anche i nostri ghetti), editore Bompiani. il materiale, dati i suoi sessant`anni di lotta politica, non manca. Chi ha battuto il clericalismo e la Dc in Italia? Marco Pannella e il Partito radicale, vedi divorzio e aborto. Chi tuona da anni contro lo statalismo economico? Marco Pannella. Chi si impegna da una vita per le garanzie dei cittadini (ricordate il caso Enzo Tortora?), per un giusto processo, per i diritti dei carcerati? Pannella. Chi si è inventato, eravamo all`inizio degli anni Settanta, l`uso del proprio corpo, gandhianamente, per comunicare battaglie che altrimenti sarebbero passate in silenzio, con scioperi, bavagli? Marco Pannella. Diceva di lui il poeta Eugenio Montale: "Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore: il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi". ln un Paese normale,senza parrocchiette, uno come Pannella sarebbe perlomeno senatore a vita, per la sua storia, la sua passione civile, gli uomini avuti come compagni di confronto: da Mario Pannunzio (fondatore de il Mondo) ad Arrigo Benedetti, da Leonardo Sciascia a Elio Vittorini, da Pier Paolo Pasolini a Emma Bonino. In Italia no, e Marco - come sempre - ha pure capito il perché: "Qualcuno mi ha chiesto quale sarebbe il primo provvedimento che prenderei se fossi eletto democraticamente `Presidente`. Ebbene il primo provvedimento che prenderei sarebbe quello di dimettermi, perché se il paese mi eleggesse democraticamente vorrebbe dire che non ha più bisogno di me". Un radicale, sino in fondo.

  8. #8
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    Predefinito Rif: Marco Pannella si racconta

    Pannella e "le nostre storie"

    • da L'Opinione del 2 dicembre 2009

    di Valter Vecellio

    Caro Marco,

    ce l’ha fatta, finalmente, qualcuno a “incastrarti”, a convincerti a mettere, nero su bianco, qualche pagina che andasse al di là delle due cartelle, e costringerti a parlare di te, cioè anche – un po’ – di noi, dei radicali che siamo, di quello che vuoi e del perché, il come, il dove, il quando…



    Parlo del libro appena uscito, trovato in bella evidenza su un bancone della libreria, e che – c’è da giurarlo – molto preso sarà molto meno “pila”, perché questo tuo/vostro “Le nostre storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti”, le duecento pagine di conversazione che Stefano Rolando ha messo insieme per Bompiani, è il libro che si attendeva da tempo, e finalmente eccolo…



    Nelle prime pagine del libro, quelle che fanno da introduzione, Rolando racconta di un “patto”, stretto con te. Dopo le cinque ore di chiacchierata “romana”, che si aggiungono alle sette della conversazione brussellese, gli dici: “Non voglio rileggere una riga”; e lui aggiunge: “Patto rispettato”. Si può credere che terrai fede a questo tuo proposito anche ora che quelle sette+cinque ore di dialogo sono diventate libro. Credo però che se tu venissi meno a questo tuo “patto”, leggendolo ne saresti soddisfatto. Prendiamo una notazione di Rolando, che mi pare felice: “Per situare Marco Pannella nella memoria collettiva degli italiani abitualmente si citano i successi referendari. Io sono venuto a Bruxelles con una sola breve annotazione sul taccuino. Questa: “Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Andrei Sacharov e Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore. Il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi…”. E’ un brano di un’articolo scritto da Eugenio Montale, pubblicato sulla prima pagina del “Corriere della Sera” nel 1974 recuperato poi per una plaquette in occasione del tuo settantanovesimo compleanno. E non solo Montale…Ha ragione Rolando quando, al termine delle conversazioni, e dopo aver letto il materiale raccolto, dice di capire perché, di volta in volta hai saputo affascinare Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia, Elio Vittorini e “….fors’anche papa Wojtyla e, in cauda persino Giulio Andreotti. Molti politici poi hanno sognato di essere un po’ pannelliani, sapendo loro (hanno maliziosamente pensato) come riequilibrare poi questo lato donchisciottesco con i loro diversi principi di realtà”. E proprio qui è cascato e casca l’asino…”. Asini no, che non si raglia e non si comprende la lingua asinina; ma cascati, siamo cascati in tanti, non solo Rolando…



    Posso solo parlare bene di questo libro, e dunque non ne parlo; mi ripeto: è il libro che si attendeva, dopo pamphlet furbetti e perciò insulsi come i loro auori, e carichi di risentimento; un libro da tenere assieme ai due volumi con i tuoi interventi parlamentari curati da Lanfranco Palazzolo per l’editore Kaos. Ha fatto un buon lavoro, Rolando, e non credo sia stato facile e semplice ricavare per la pagina scritta testi che non tradissero il senso del tuo “parlato”.



    Scrivendo di te sullo spagnolo “El Pais” (perché quell’articolo in Italia nessun giornale lo volle pubblicare), Leonardo Sciascia ha osservato che spesso sei costretto a delle “sorties” che appaiono a volte funambolesche e grossolane per richiamare l’attenzione degli italiani sull’esistenza del diritto e rivendicare tale esistenza di fronte ai giochi di potere che appunto nel vuoto del diritto la politica italiana conduce; e aggiungeva, quasi un inciso: “lui, che a ben conoscerlo, è uomo di grande eleganza intellettuale…”. Ecco: chi legge “Le nostre storie sono i nostri orti” comprende cosa Sciascia intendeva dire; e si capisce anche perché, intervistato da “Le Matin”, vent’anni e passa anni fa, Jean-Paul Sartre a un certo punto abbia detto: “Un Partito Radicale internazionale, che non avesse nulla in comune con i partiti radicali attuali in Francia? E che avrebbe, ad esempio, una sezione italiana, una sezione francese, ecc.? Conosco Marco Pannella, ho visto i radicali italiani e le loro idee, le loro azioni; mi sono piaciuti. Penso che ancora oggi occorrano i partiti, solo più tardi la politica farà a meno dei partiti. Certamente dunque sarei amico di un simile organismo internazionale”.



    Degno continuatore di Aldo Capitini e di Danilo Dolci, ha scritto Guido Calogero; e un altro dimenticato, Arrigo Benedetti: “Pannella è uno di quegli italiani seri nell’intimo che non hanno paura di essere presi per buffoni. E perché crede in un’altra Italia che esiste, appena celata dal velo degli opportunismi…”.



    Mi fermo qui, perché son certo che cominci già a sbadigliare. E allora qualche annotazione qua e là, leggendo questo tuo/vostro dialogo. Per esempio: citi Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi, Altiero Spinelli e Pasolini, Vittorini e Sciascia…C’è un’assenza di cui vorrei chiederti conto: Ignazio Silone. Eppure la ricordo, la stanza della Lega Obiettori di Coscienza, al 18 di Torre Argentina, la vecchia sede: arredata coi mobili dati da Silone, e i libretti pubblicati dalla Associazione per la Libertà della Cultura da lui animata; ricordo quando ci “costringesti” ad andare al suo funerale a Piscina, un pungo di radicali, e là ci trovammo un solo comunista, Antonello Trombadori; nei carteggi di Gaetano Salvemini ed Ernesto Rossi, Silone è una presenza ricorrente; e per inciso: mentre Rossi e Spinelli concepivano e scrivevano il “Manifesto di Ventotene” (“lì c’è tutto”, dici, e lo definisci una sorta di tuo/nostro Vangelo), a Zurigo, per altri percorsi e quasi contemporaneamente, Silone arrivava, con le sue “Nuove edizioni di Capolago” a conclusioni simili…Questo per dire che Silone appartiene a giusto titolo al nostro Pantheon; è un peccato che tu non ne abbia parlato, neppure incidentalmente. Sono certo che avresti potuto dire una quantità di cose interessanti.



    Spero che questo libro sia letto anche da quei nostri compagni che ciclicamente ci “rimproverano” perché abbiamo una tessera troppo costosa. Quando mi accostai a questo partito, e ormai sono passati più di trent’anni, il simbolo era ancora la donna con il berretto frigio, tu e altri aveste la pazienza e la voglia di spiegarci perché vi “ostinavate”, pur poche centinaia in tutt’Italia, a chiamarvi “partito”, e perché non regalavate ai compagni la parola “compagno”, perché radicale era solo chi si iscriveva, perché avere quella tessera in tasca era importate…E probabilmente noi oggi non sappiamo spiegare con la stessa pazienza e con ricchezza di argomenti quello che voi avete saputo spiegare a noi…Però a un certo punto ricordi Carandini, che parlava di “religiosità anglosassone, perché nessuna professione di fede viene ritenuta duratura senza l’obolo di uno scellino al giorno…”.Oppure quando parli del tuo primo sciopero della fame: “Inizio anni Sessanta. Lavoravo a Parigi per “Il Giorno”. E avevo ottimi rapporti con la resistenza algerina. C’era un vecchio anarchico francese, Louis Lecoin, uno che contro la tradizione anarchica aveva chiesto addirittura al papa di intervenire per salvare Sacco e Vanzetti, convertito alla nonviolenza, con un certo prestigio nel mondo intellettuale, che manifestava all’Arc de Triomphe. E a lui mi aggregai. Dopo quattro-cinque giorni smise lui, e smisi io…”.



    Tu ora sbufferai dicendo che sono storie prive di importanza, che lasciano il tempo che trovano. Lasciami dire che qui ti sbagli. Credo al contrario che aiutino molto a capire quello che siamo, che siamo stati, che saremo. Gli anarchici, per esempio: sono una presenza “carsica”: Salvemini scriveva su riviste anarchiche; Rossi ha pubblicato alcuni libri in una casa editrice anarchica; tu ogni tanto ci parli di quando conoscesti Pino Pinelli, e di come – anche lui contro una certa tradizione – sfilasse con i radicali, da Milano a Vincenza, durante le prime marce antimilitariste; ma si possono fare altri esempi: se negli anni della tua esperienza parigina riesci a montare un finimondo e alla fine ce la fai a far riaprire il “caso Arancio”, quell’italo-magrebino accusato e condannato ingiustamente di un delitto, azzardo troppo se dico che già li si può cogliere un primo manifestarsi della tua ossessione per la giustizia? Tante cose dell’oggi le ho potute cogliere e meglio comprendere alla luce di quelle di “ieri”…E poi, concetti, elaborazioni che ormai sono carne della nostra carne: quando dici che fin dai primi anni dell’Unione Goliardica la parola d’ordine era: “Democrazia come legalità”; “antenata di quel concetto riassunto in “Non c’è pace senza giustizia”. Oppure quando racconti della tua (tua di “Sinistra Radicale”( sfida a Palmiro Togliatti, che non venne compreso neppure dal “Mondo” di Pannunzio e dagli altri, che ti criticarono pesantemente. La proposta era in quello slogan che era un vero e proprio programma politico, elaborato, se ricordo bene, da Franco Roccella: “No all’unità delle sinistre laiche”, “Sì all’unità laiche delle sinistre”.



    Quanti anni sono passati? Siamo, tutto sommato, ancora fermi lì. Anche per questo è importante leggere il tuo/vostro libro.

  9. #9
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    Predefinito Rif: Marco Pannella si racconta

    A ciascuno il suo Pannella

    • da la Repubblica del 28 dicembre 2009

    di Filippo Ceccarelli

    Il («mio») libro, che te ne pare?» chiede per e-mail Pannella, con parentesi e virgolette, agli affezionati del suo vasto indirizzario. E la prima cosa che si pensa aprendo il libro, che è in forma di lunga intervista a Stefano Rolando, dal titolo bello complicato Le nostre storie sono i nostri orti/ ma anche i nostri ghetti (Bompiani, pagg. 201, euro 15), ecco, la prima cosa è che alla soglia dei suoi 80 anni Marco ha attenuato il precetto socratico di non lasciar mai nulla di definitivo, specie di sé. Perché Pannella non ha mai scritto più di quattro o cinque cartelle, sempre affidando il suo pensiero alla parola. E peggio: ha sistematicamente scoraggiato i suoi aspiranti biografi, compreso, come si apprende ora, Umberto Eco, che in passato aveva cominciato a preparare un´opera.
    Ecco. Anche questo rende dunque speciale l´intervista autobiografica. Così come speciale, del resto, anzi specialissimo resta il personaggio Pannella, rispetto a quello che passa il convento-caserma della politica. Per la lunghezza della sua avventura politica, per la quantità e anche per la qualità della gente che ha frequentato, per la coerenza ideale, la prepotenza fattiva, l´onestà e la povertà. Una specie di sopravvissuto, o di marziano, un supernonno negli ultimi tempi tornato capellone come ai tempi in cui girava vestito come Amleto, dolcevita nero e pendaglio «Make love, not war». Testimone antiveggente e protagonista spesso misconosciuto che racconta con famigliarità di Benedetto Croce, o di quando si scambiò lettere con Togliatti. Una sorta di magnete della storia e della cronaca che durante una marcia ebbe al suo fianco Pino Pinelli e Luigi Calabresi; e che nel corso di cinquant´anni ha fatto un tratto di strada con Vittorini, Ernesto Rossi, Pasolini, «Cavallo Pazzo», Sciascia, Toni Negri, Spinelli, certi ergastolani che te li raccomando; e poi ancora Giorgione Amendola, Majid Valcarenghi, Loris Fortuna, Francesco De Gregori, Cicciolina, Sofri, Almirante, Tortora, Wojtyla, Rutelli - e solo per rimanere in Italia.
    Ma nemmeno la lista di vari altri ed eventuali «impannellati», come li designava Craxi, renderebbe il senso di questa davvero straordinaria e riluttante autobiografia, «Che palle! Mi costringi sempre ad autocitarmi». E beato l´intervistatore Rolando che è riuscito a fissare un confine tra pubblico e privato, arrestandosi di fronte alle stanze da letto di Pannella, che ha amato tutti senza distinzione di generi, senza mai nasconderlo a nessuno, così vanificando oppressione e ricatti - preziosissima lezione, in questi tempi.
    D´altra parte, la pedagogia radicale è così vasta che ciascuno può agevolmente trovarsi il suo Pannella di riferimento: evangelico, apocrifo, gnostico, dionisiaco, satanico, protestante, per non dire risorgimentale, liberale, libertario, anarchico, don Chisciotte, gandhiano, beat, fumato, lucidissimo, abruzzese, europeo, africanista, junghiano, settario e chissà quanto altro ancora. I digiuni, le vittorie, gli scandali.
    Sul presente rare ed eccentriche puntate: riabilita Andreotti; propone il leader di Sant´Egidio Andrea Riccardi alla guida del Pd; riconosce in Fini «una crescita interiore». Per il resto nota uno scontro regressivo fra un «capace di tutto» e parecchi «buoni a nulla». Per duecento pagine rimane sempre in alto, mai un pettegolezzo, né una volgarità. In compenso si conferma nella più assoluta mancanza di senso dell´umorismo e dell´auto-ironia.
    Ma forse è proprio per questo che Pannella resta l´unico a cercare un´anima nella politica. Le parti più affascinanti sono anche quelle più ermetiche. Quando richiama le leggi dell´astrofisica per spiegare armonia e rottura; quando propone trasferimenti di energia, realtà rovesciate, imprevedibili ribaltamenti; o quando proclama di credere alla «compresenza dei viventi e dei morti». Un Pannella quasi esoterico. Fuori, ma dentro il tempo, lo spazio e le relazioni. Un Pannella che nella sua e-mail, dopo aver sollecitato un giudizio sul («suo») libro così prosegue, come al solito: «Per il resto, ci stiamo preparando ad un inverno di lotta Radicale che m´auguro senza precedenti, per intensità, chiarezza, forza e risultati e anche per necessità. Ma su questo tornerò a scriverti; intanto t´auguro sin d´ora il miglior anno della tua, della nostra vita; con un abbraccio forte Marco».

  10. #10
    repubblicano perciò di Sx
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    Predefinito Rif: Marco Pannella si racconta

    Citazione Originariamente Scritto da edera rossa Visualizza Messaggio
    Ricordo Franco Roccella ad un congresso radicale, forse quello tenuto a Genova per vicinanza con la Francia dove il segretario Favre era in carcere, ribadire dal palco questo concetto . Quello di Roccella fu un costante richiamo non solo all'esterno del PR , ma anche all'interno dello stesso alla rigorosità nei metodi della politica; egli riteneva che un laico, proprio perchè tale, non potesse rinunciare alla attenzione verso il valore del metodo. L'unità laica della sinistra ( ma anche l'unità laica dei radicali) era per lui in continuità con quel suo essersi battuto, da ex partigiano, all'interno dell'UGi per la libertà di parola degli stessi neofascisti. E nel dopo guerra la cosa non era così sempolice.
    Scusate se ho approffitato per ricordare, e dove se non qui, un radicale che contribuì a tener vivo ed alto il dibattito nel monto radicale. ( dovrei anche avere un nastro di un convegnoi su "quale futuro per la democrazia radicale" tenuto a Venezia con la partecipazione, oltre di quella modesta del sottoscritto, di Franco Roccella, di Paolo Ungari , e di GianAntonio Paladini)
    Ma la storia di Pannella è stata ed è grande anche per la misura di chi a volte gli si oppose.
    Luigi Meneghello ( quello de "I piccoli maestri" per intenderci) in un suo altro libro Bau-Sete ( che sto rileggendo) ad un certo punto parlando del Partito d'Azione nel 1942 , parla anche di un "Franco R. , che divenne poi un f igura di qualche rilievo nella vita politica italiana, ed è per me l'emblema di una componente della nostra cultura politica che non è pienamente compresa; ma andrei fuori tema".
    Scusate ma qualcuno ha idea se Franco Roccella fosse nel PDA già nel 1942 ( a me sembra un pochino presto, ma non ne sono sicuro , Roccella mi aveva parlato di Resistenza nel bolognese), in tal caso Meneghello starebbe parlando della della componente radicale. Potrebbe in realtà parlare del partito repubblicano; ma in questo caso il suo emblema era un altro ed era il Franco dei suoi Piccoli Maestri e di altre opere ( Bau-Sete compreso) , e quel Franco era il nome di battaglia del compianto Licisco Magnato.
    Quindi il dubbio che possa trattatsi proprio di Roccella mi sembra proprio permanere , qualcuno sa qual'è la data di nascita di Franco Roccella?
    "E' decretato che ogni uomo il quale s'accosta alla setta dei moderati debba smarrire a un tratto senso morale e dignità di coscienza?" G. Mazzini

    http://www.novefebbraio.it/

 

 
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