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Discussione: OGM e Cattolici

  1. #1
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    Predefinito OGM e Cattolici

    Cosa ne pensate degli OGM? Mi sembra non ci siano ancora prese di posizione ufficiali da parte della Chiesa. Il tema è e sarà sempre più scottante...
    Gilbert
    Gilbert

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  2. #2
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Ortofrutticoli Giganti Masterizzati??

    vabbè.....scherzavo......ma intanto qualcuno sa dirmi che s'intende per OGM?

    (anonima)

    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  3. #3
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    organismi geneticamente modificati

  4. #4
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    cavolo aveva ragione mia figlia allora?!!!!!!!!!!!^____^

    grazie............
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  5. #5
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Predefinito

    Che cos'è un organismo?
    Un'entità biologica capace di riprodursi o di trasferire materiale genetico.

    Cos'è un organismo geneticamente modificato (OGM)?
    E' un organismo il cui materiale genetico è stato modificato, in modo diverso da quanto si verifica in natura, mediante incrocio o con la ricombinazione genetica naturale.

    Cosa significa "emissione deliberata"?
    Qualsiasi introduzione intenzionale nell'ambiente di un OGM o di una combinazione di OGM, senza aver usato barriere fisiche o barriere chimiche e/o barriere biologiche al fine di limitare il contatto degli stessi con la popolazione e con l'ambiente.

    Cosa si intende per valutazione del rischio ambientale?
    La valutazione del rischio, diretto o indiretto, immediato o protratto, per la salute umana e per l'ambiente, connesso con l'emissione deliberata o l'immissione sul mercato di OGM o prodotti contenenti OGM.

    Cos'è un microorganismo?
    Ogni entità microbiologica, cellulare e non cellulare, capace di replicarsi o di trasferire materiale genetico, compresi virus, viroidi, cellule animali e vegetali in coltura.

    Cos'è un microorganismo geneticamente modificato (MOGM)?
    Un microorganismo il cui materiale genetico è stato modificato in un modo non naturale mediante moltiplicazione o ricombinazione naturale.

    Cosa si intende per impiego confinato?
    Ogni attività nella quale i microorganismi sono modificati geneticamente o nella quale tali MOGM sono messi in coltura, conservati, trasportati, distrutti, smaltiti o altrimenti utilizzati, e per la quale vengono usate misure specifiche di contenimento al fine di limitare il contatto degli stessi con la popolazione e con l'ambiente.
    Che cos'è l'ingegneria genetica?
    E' l'insieme delle tecniche che consentono di modificare le caratteristiche genetiche degli organismi.

    Che cosa sono le biotecnologie?
    Sono tecnologie che consistono nell'uso di organismi viventi allo scopo di produrre quantità commerciali di prodotti utili, oppure di migliorare alcune caratteristiche di piante ed animali.

    Cos'è la bioetica?
    E' una disciplina sviluppata per studiare i problemi morali, giuridici e sociali relativi allo sviluppo delle "scienze della vita".

    Quali sono i principali farmaci di origine biotecnologica oggi disponibili?
    Insulina umana (diabete); Ormone della crescita (deficienza della crescita); Interferon-alfa-2a (cancro, infezioni virali); Interferon-alfa-2b (cancro); OKT3anti CD3 (rigetto dei trapianti); IPA (malattie cardiovascolari); Eritropoietyna (anemia); Interferon-alfa-n3 (verruche); G-CSF (chemioterapia tumorale); GM-CSF (trapianto midollo); Interleuchina (cancro); Fattore VIII (emofilia); Vaccino epatite B (epatite B); Vaccino influenzale (influenza); Vaccino pertosse (pertosse); Fattore IX (antivirale); Pulmozina (fibrosi cistica); Cedrasi (malattia di Gaucher)

    Perché ingegneria genetica e biotecnologie possono essere utili in agricoltura?
    Perché possono consentire di ottenere organismi geneticamente modificati piu' adatti per le esigenze dell'agricoltura e della zootecnia moderna.

    Che cos'è la biodiversità?
    E' l'insieme di tutte le possibili combinazioni di geni che si trovano nelle specie animali e vegetali. Essa rappresenta un indispensabile "serbatoio genetico" che consente il mantenimento della vita sulla terra.
    La biodiversità può essere influenzata negativamente dall'impiego di prodotti derivanti da procedimenti biotecnologici?
    Si, se le biotecnologie vengono utilizzate al di fuori di qualsiasi forma di controllo. In Italia l'Autorità competente per le biotecnologie è il Ministero della sanità che valuta le domande di autorizzazione alla sperimentazione o all'immissione in commercio di prodotti contenenti o derivanti da OGM attaverso la Commissione Interministeriale per le biotecnologie (C.I.B.) che comprende esperti oltreché del Ministero della sanità e dei suoi organi tecnici (Istituto superiore di sanità e Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro) anche dei Ministeri dell'ambiente, delle politiche agricole, dell'industria, commercio e artigianato, del lavoro e previdenza sociale, dell'università e della ricerca scientifica e dell'interno. La C.I.B. opera anche in stretto contatto con l'Unione Europea (U.E.) attraverso i Comitati dell'alimentazione umana, dell'alimentazione veterinaria, dei pesticidi e delle piante (quest'ultimo istituito in seno alla Direzione Generale XXIV dell'U.E., responsabile per la protezione dei consumatori).,

    Le colture transgeniche sono diffuse nel mondo?
    Si, e sono anche in rapida crescita. Nel 1996 gli ettari coltivati con colture geneticamente modificate ammontavano, nel mondo, a meno di 3 milioni; nel 1998 hanno raggiunto i 28 milioni e si prevede che nel 2000 superino i 60 milioni.

    Quali sono i prodotti transgenici piu' coltivati?
    Piante transgeniche di colza, tabacco, soia, riso, cotone, patata, mais, zucca, pomodoro, sono autorizzate in Canada, USA, Giappone. La Cina coltiva da circa dieci anni pomodoro, tabacco, riso, angurie. Anche i Paesi africani e la bulgaria hanno avviato colture transgeniche. La pianta transgenica piu' coltivata è la soia, con 15 milioni di ettari, sefuono il mais (8 milioni di ettari), cotone e colza (2 milioni di ettari) e colture orticole (0,5 milioni di ettari). In Italia, al momento, nessuna coltura transgenica è autorizzata per la coltivazione, se non a titolo sperimentale. Per ottenere l'autorizzazione alla libera coltivazione è necessario che la pianta sia iscritta al registro delle varietà vegetali e ciò può avvenire solo dopo specifica autorizzazione rilasciata dal Ministero delle politiche agricole.

    Le colture transgeniche resistenti ad insetti nocivi possono nuocere anche a quelli utili?
    Alcune varietà di piante transgeniche come, per esempio, il mais, vengono modificate introducendo nelle loro cellule geni del Bacillus Thuringensis in grado di produrre una tossina nociva per le larve della piralide, un insetto che provoca la distruzione del 20% del raccolto. L'Istituto di entomologia agraria dell'Università di Milano, su specifica richiesta del Ministero della sanità, ha effettuato uno studio, sia in campo che in laboratorio, per verificare eventuali effetti sugli insetti "non bersagllio" presenti nelle coltivazioni di mais transgenico. La ricerca condotta per tre anni in Veneto ed in Lombardia, con lo scopo di approndire le conoscenze sull'impatto ambientale del mais transgenico rispetto a quello tradizionale, ha fornito risultati rassicuranti dal momento che gli insetti "non bersaglio" non sono risultati danneggiati dalle nuove colture analizzate.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  6. #6
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    I rischi delle manipolazioni genetiche

    prima parte

    di Gianni Tamino
    biologo dell'Università di Padova
    membro del Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie

    Intendo fornire una serie di informazioni che permettano ad ognuno di noi di farsi una propria idea e di non delegare ad altri il nostro futuro su aspetti così rilevanti, quindi credo che l'obiettivo di questo incontro è quello di stimolare una riflessione ed un dibattito su problemi che hanno rilevanza anzitutto etica, ma anche in termini sociali, economici, ambientali, sanitari; insomma c'è una quantità di aspetti che sono toccati da queste tematiche, che sarebbe veramente incredibile che qualcun altro decidesse per noi su questi temi. Tuttavia, questo è proprio quello che sta succedendo, perché in realtà di manipolazioni genetiche si parla da molti anni, le manipolazioni genetiche esistono come potenzialità dagli anni '70, dagli anni '80 abbiamo cominciato a verificare che, negli USA prima, poi anche in altri Paesi compresa l'Europa, si sono create aziende, industrie e multinazionali in questo settore ( in particolare negli Stati Uniti, dagli anni '80, questo si è prima sviluppato nel settore bio-medico, poi anche in quello agro-alimentare); oggi rischiamo di discutere di queste cose quando in gran parte il processo rischia di sfuggirci di mano, di sfuggire di mano a noi, in quanto cittadini, in quanto collettività, ed è questo l'aspetto più rilevante.

    Allora credo che proprio in una logica di informazione, ma anche di provocazione, perché lo stimolo al dibattito viene anche dalle provocazioni, partirei da alcune considerazioni preliminari.

    La prima cosa è che troppo spesso si parla non di manipolazioni genetiche, ma di biotecnologie. Ecco, stiamo attenti perché le biotecnologie esistono da quando l'uomo è diventato prima allevatore, e poi agricoltore, perché biotecnologie indica semplicemente una tecnica che utilizza un fenomeno biologico; quindi fare la birra, o l'aceto, o il vino, o lo yogurt e si potrebbe andare avanti a lungo, sono tutte biotecnologie. Si utilizzano dei fenomeni, in questo caso processi determinati da microrganismi, per ottenere un processo tecnologico, cioè un qualcosa che in natura non si verificherebbe senza una progettualità dell'uomo, che utilizza la conoscenza di questo fenomeno e la finalizza ad un processo tecnico. Quindi le biotecnologie non sono una novità.

    La novità, negli anni '70, è l'acquisizione a livello scientifico della scoperta che esistono dei processi molecolari per cambiare porzioni di informazione genetica corrispondenti a geni e trasferirli da una specie a qualunque altra. E qui teniamo a definire alcuni dei termini che vengono correntemente utilizzati.

    Spesso si trova scritto OGM, ovvero organismo geneticamente modificato, è un organismo nel quale con questa tecnica, detta anche, in ingegneria genetica, tecnica del DNA ricombinante, ho inserito un gene estraneo a quell'individuo, a quella popolazione, a quella specie. Usando questo metodo posso inserire anche geni della stessa specie, ma il più delle volte si inseriscono geni di specie assolutamente diverse; quindi trasferendo geni da una specie ad un'altra ottengo un nuovo individuo che è transgenico. Di conseguenza parliamo anche di prodotti transgenici, di cibi transgenici, in quanto derivati di organismi manipolati geneticamente.

    Quali sono i problemi che pone l'applicazione delle manipolazioni genetiche nei vari settori?

    Qui bisogna stare attenti a non cadere in alcuni luoghi comuni ed a non fare di tutt'erba un fascio. Non è che a priori qualsiasi manipolazione genetica debba essere considerata inaccettabile, il problema è di vedere quando un intervento rispetta principi etici, di sicurezza per la salute dell'uomo, di sicurezza per l'ambiente, di rispetto dei popoli, quando rispetta dei valori che sono parte fondamentale della comunità di cui facciamo parte. Allora, le prime applicazioni di manipolazioni genetiche si sono rivolte, e sono rilevanti tuttora, al settore della salute, al settore bio-medico, inizialmente con due applicazioni, poi ne vedremo una terza, attualmente in corso e molto pericolosa.

    La prima applicazione, che pure ha dei rischi, consiste nel modificare dei batteri, quindi dei microrganismi, con dei geni, il più delle volte di origine umana. In questo modo posso far produrre a dei batteri proteine che sono tipiche della specie umana. In realtà questo tipo di procedura è da tempo consolidato e, anche se non ce ne accorgiamo, moltissime persone comprano in farmacia prodotti medicinali che sono ottenuti in questo modo. Ad esempio in questo modo si può ottenere insulina di origine umana, che i diabetici usano normalmente.

    Qual è il motivo di rischio ed il motivo di accettabilità di questo tipo di procedimento? Va detto subito, che quando io modifico geneticamente un microrganismo, c'è un pericolo, perché se questo microrganismo si diffondesse nell'ambiente naturale e, per esempio, produce una proteina umana in quantità e luoghi sbagliati, potrebbe avere effetti disastrosi sulla specie umana, se questo microrganismo è in grado di inserirsi nel corpo umano. Però normalmente, come tecnica ormai consolidata, questi microrganismi sono tenuti in ambienti cosiddetti 'confinati', quindi in ambienti chiusi di laboratorio, dove è necessario usare tutta una serie di cautele per entrare nel luogo dove si opera, e questi microrganismi sono all'interno di un reattore fermentatore, che può essere spento con un interruttore, il che significa che qualunque cosa succeda, io posso spegnere il sistema e quindi sono in un ambiente in qualche modo controllato e, se l'ambiente è controllato, il rischio del prodotto finale che metto in commercio è paragonabile al normale rischio di qualunque medicinale, il che non significa che non ci sono rischi, al contrario. Per esempio, in questo modo mettendo in circolazione un aminoacido essenziale, che è utile per risolvere delle carenze alimentari, si è determinata la morte di alcune persone perché nella purificazione dei microrganismi sono stati ottenuti dei residui di prodotti non voluti, ma tossici, che hanno determinato la nocività da parte del prodotto ricavato. Questo perché passando dalla tecnica di laboratorio alla tecnica industriale, si compiono delle operazioni che rendono meno sicuro il processo, ed anche perché probabilmente questo è dovuto al fatto che inserendo dei geni, io interagisco con altri geni, e quindi posso avere delle attivazioni e delle disattivazioni di porzioni dell'informazione genetica, che possono produrre sostanze non desiderate. Il che, vedremo, accade anche in altri ambiti.

    In ogni caso, se il processo viene effettuato in ambiente confinato, possiamo dire che questo tipo di situazione rientra nella normale procedura di produzione di medicinali, non solo, ma c'è un ragionamento ben preciso alla base di ciò: il rischio che si corre con un medicinale, è un rischio in qualche modo noto, perché ogni medicinale comporta qualche rischio, ma è controbilanciato, quando il medicinale è ben sperimentato, dal vantaggio nel combattere un pericolo che si spera maggiore del rischio che deriva dal medicinale. Certo, non sempre è così, perché quando si è messo in vendita un medicinale contro il mal di testa che conteneva sostanze cancerogene, il bilanciamento non era uniforme, eppure questo è stato fatto e si continua a fare.

    Ad ogni modo diciamo che in generale questo non è un problema tipico del prodotto manipolato geneticamente, ma è un problema del medicinale in generale. Il rischio può essere anche rilevante se è compensato dal fatto che ciò che produco può salvare delle vite umane rispetto al rischio ben maggiore che in assenza del medicinale il danno sicuramente peggiori.

    Questo stesso tipo di discorso può essere fatto anche riguardo ad un altro tipo di intervento medico, ovvero con la terapia genica.

    La terapia genica ha come finalità quella di intervenire non sull'informazione genetica dell'individuo, ma sull'informazione genetica di cellule e di tessuti e organi di individui che presentano geni che o non funzionano, o danno predisposizione a certe malattie, sicchè modificando tali geni, essi modificano o la malattia genetica ereditaria, o la predisposizione a certe malattie non necessariamente ereditarie, ma che si acquisiscono grazie alla predisposizione. Oggi con la terapia genica abbiamo ottenuto un solo caso di cura.

    C'è una sola malattia ereditaria che viene curata con la terapia genica, e si tratta di una malattia rarissima (una forma di immunodeficienza congenita che costringe a vivere per sempre in ambiente sterilizzato). Questo dimostra la difficoltà di trasformare un processo teoricamente semplice in un procedimento affidabile e credibile, che dia dei risultati.

    Finora alle industrie del settore interessa molto di più cercare terapie per malattie di larga diffusione, che assicurino lauti guadagni ad imprese che non appartengono ad enti pubblici, ma a privati. Alle multinazionali del settore preme più ottenere la terapia genica non tanto per malattie genetiche che sono quasi sempre molto rare, ma per malattie di larga diffusione come il tumore o l'AIDS, che però non è detto che siano curabili attraverso questo tipo di terapia. Tuttavia, anche alcune malattie genetiche abbastanza diffuse non sono risolvibili con la terapia genica perché si ignora un fenomeno molto importante che è quello per cui inserire un gene in un sistema complesso, non comporta necessariamente che quello stesso gene si manifesti, ciò vuol dire che bisogna studiare bene la possibilità che nell'interazione fra geni ci sia il manifestarsi del gene desiderato; il che è tutt'altro che facile. Noi oggi siamo in gradi di inserire geni, ma non siamo affatto capaci di controllare ciò che succede una volta introdotto un gene. Questo è un limite rilevante, che in altri casi ci permetterà di capirne i pericoli.

    Anche nel caso della terapia genica abbiamo dei rischi, infatti di recente una persona che si è sottoposta, volontariamente ed adeguatamente informata, alla sperimentazione della terapia genica è morta. Il rischio in questo caso è stato compensato dalla possibilità di guarire, in quanto la malattia per la quale quella persona aveva accettato di sottoporsi al trattamento avrebbe portato comunque alla morte. In ogni caso noi abbiamo sempre una valutazione dei rischi e dei benefici e, dobbiamo aggiungere, nel caso della terapia genica, i rischi riguardano solo l'individuo interessato, e non è invece qualcosa che si diffonda, in quanto abbiamo solo modificato delle cellule. A livello etico finora abbiamo sempre rifiutato che si possa intervenire sui geni di cellule germinali, cioè che possano dare origine permanentemente ad una modificazione genetica, perché c'è un principio etico che non esiste in natura una definizione esatta di gene buono e di gene cattivo, come non esistono piante buone e piante cattive, o animali buoni ed animali cattivi. Per capire la differenza fra gene buono e gene cattivo, che non esiste, vi mostro che in natura esistono numerosi casi di geni apparentemente sfavorevoli per le specie che li portano, e che poi, in particolari condizioni, si rivelano vantaggiosi. Un esempio classico è quello delle farfalle che vivono sulle betulle, farfalle normalmente bianche, che stando sulle betulle, la cui corteccia è anch'essa bianca, non sono visibili agli uccelli loro predatori. Tuttavia all'interno di questa popolazione di farfalle c'è un gene che determina la colorazione nera, sicchè le farfalle nere, stando sulla corteccia chiara, vengono subito individuate dai predatori. Nonostante questo svantaggio, nei meccanismi riproduttivi, una quota della popolazione mantiene il carattere della colorazione nera. Proprio questo carattere si è rivelato vitale quando, a causa dell'inquinamento conseguente allo sviluppo industriale nell'Inghilterra della dine del '700, si è avuto l'annerimento della corteccia delle betulle. In queste condizioni, solo la quota delle farfalle nere godeva di una buona mimetizzazione, a differenza delle farfalle bianche.

    Questo significa che la definizione di gene utile e di gene dannoso varia al variare dell'ambiente, non c'è un concetto fisso.

    Questo vale anche per la specie umana. In molte zone dell'Adriatico, compresa la Puglia, è diffusa una malattia detta 'anemia mediterranea', solo nelle zone al di sotto dei 500 metri di altezza, oltre i quali non si trova più questo carattere. La presenza di quest'ultimo è legata a zone un tempo malariche. Infatti l'anemia mediterranea è una malattia che comporta di solito una vita disagevole, a causa della necessità di continue trasfusioni e la purificazione del sangue dagli accumuli di ferro. Pertanto oggi l'anemia mediterranea appare come una malattia del tutto negativa. Eppure nel passato, quando in quello stesso territorio c'era la malaria, una piccola quota di popolazione andava incontro all'anemia mediterranea, una piccola quota di popolazione moriva di malaria, una gran parte della popolazione non aveva né la malaria, né l'anemia mediterranea. Infatti gli individui che ricevevano da uno solo dei genitori il carattere per l'anemia mediterranea avevano dei globuli rossi leggermente più piccoli, e conducevano una vita assolutamente normale, però questa piccola anomalia rendeva lo sviluppo del plasmode della malaria diverso da quello che si ha nelle condizioni di un globulo rosso normale e permetteva alle difendersi dalla malaria. Questo significa che il gene dell'anemia mediterranea in sé non è né buono, né cattivo, ma dipende dalle condizioni ambientali. Lo stesso discorso vale per l'anemia falciforme, legata ad un altro tipo di malaria.

    Tutto questo per dire che sarebbe perfettamente demenziale intervenire artificialmente sul patrimonio genetico umano e pensare di trasformare l'uomo in un individuo perfetto, con geni tutti giusti, perché si ha in mente una certa idea di quali siano i geni giusti, come quando si pensa che tutti gli uomini debbano essere con gli occhi azzurri, magari tutti alti un metro e ottanta, magari biondi, o a seconda dei gusti. In effetti in America c'è chi pensa a queste cose, per cui si parla di 'bambini a comando'. Io spero che queste cose non accadano mai, però c'è purtroppo chi lo auspica in qualche modo. Il fatto stesso che si parli di clonazione umana spiega come questa tendenza sia tutt'altro che remota e addirittura oggi siamo arrivati a ciò che prima veniva negato, ovvero che mai si sarebbe effettuata la clonazione umana. Ma, guardate, se siamo in grado di clonare animali, siamo tecnicamente in grado di clonare anche l'uomo.

    E perché oggi si arriva alla clonazione? La clonazione è un fenomeno che conosciamo dagli anni '60. Il motivo per il quale oggi si vuole arrivare alla clonazione di mammiferi, e quindi anche dell'uomo, è che ci sono nuove prospettive commerciali, e non di interesse scientifico. Per esempio, in natura nei microrganismi e nelle piante la clonazione è naturale. I microrganismi si riproducono in modo tale da formare cloni, e nelle piante si possono riprodurre piante in modo che si formino cloni, così come avviene con la talea. 'Clone' non significa che la pianta sia identica a quella di partenza, anche questo è un grosso errore molto comune, 'clone' vuol dire piuttosto che ha lo stesso patrimonio genetico, ma siccome le sollecitazioni ambientali a cui è sottoposto l'individuo provocano comunque risposte differenti nei due esemplari, che nell'interazione con l'ambiente non sono mai uguali, perciò. Bisogna poi considerare anche il fatto che due individui sfasati nel tempo non sono mai uguali. Ma c'è una domanda di clonazione umana di un altro tipo e che spiega come mai oggi siamo arrivati a clonare l'uomo, o perlomeno a proporlo ed a brevettare una clonazione umana. Perché una volta ottenuta la manipolazione genetica di mammiferi e per mantenere in maniera permanente questa modificazione genetica, è indispensabile la clonazione, poiché attraverso la riproduzione sessuale il carattere acquisito per modificazione genetica si disperderebbe.

    E infatti la clonazione di Dolly nasce da questo. Oggi, il fatto che si sia brevettata (dicono che sia un errore, ma non è vero) una tecnica di clonazione per tutti i mammiferi, uomo compreso, è perché questo apre alcuni aspetti commerciali di grande interesse.

    Nelle applicazioni mediche, finchè si tratta di ottenere farmaci o terapia genica, non sollevano grandi problemi né etici, né comportano rischi diversi da quelli impliciti negli altri tipi di medicinali. Ma quando vediamo intaccare il patrimonio genetico umano, in maniera permanente, per finalità mediche, il discorso cambia. E infatti il discorso della clonazione di animali, ed eventualmente umana, ha una finalità tutta commerciale, con aspetti estremamente rischiosi non giustificati per l'umanità nel suo complesso. Se modifichiamo geneticamente animali, lo facciamo in particolar modo, e questo è il grande affare del futuro, per poter rendere animali, come le scimmie, o i maiali, 'umanizzati' cioè per inserire geni umani in modo da rendere questi animali vicini all'uomo, dal punto di vista della istocompatibilità e quindi come possibilità di trasferire tessuti ed organi di queste scimmie e maiali nell'uomo, e perciò per utilizzarli come fonte di pezzi di ricambio nella medicina dei trapianti. E' chiaro che una volta che ho umanizzato un animale per trapianti, non posso permettermi di disperdere il carattere e di riprodurlo ogni volta di nuovo, perchè sarebbe troppo costoso, quindi il carattere viene mantenuto tale e quale è stato ottenuto mediante la clonazione.

    attendi la seconda parte.............
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  7. #7
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    I rischi delle manipolazioni genetiche

    seconda parte


    di Gianni Tamino
    biologo dell'Università di Padova
    membro del Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie

    L'altro motivo, per cui si è arrivati alla clonazione anche dell'uomo, riguarda il fatto che ci sono dei problemi nel trapianto di tessuti ed organi da animali, perché quando io inserisco il cuore di un maiale nell'uomo, ad esempio, ammesso anche che non ci sia rigetto, dal momento che si tratta di un animale umanizzato, comunque sangue e cellule di questo cuore sono sempre sangue e cellule proprie della specie del maiale, e quindi ne contengono le particolari caratteristiche genetiche. Ora, nel patrimonio genetico di ogni mammifero si trovano anche dei virus (vedi l'esempio dell'herpes, che è un virus inserito nel genoma, e che si manifesta in particolari casi di abbassamento delle difese immunitarie). Quando il virus proprio di un animale riesce a colonizzare un altro animale, inizialmente, finchè non si stabilisce una situazione di equilibrio, provoca danni irreversibili. Il virus dell'AIDS e di Ebola sono degli esempi di questo tipo di inserimento di virus propri di alcuni animali (le scimmie) nell'uomo. Quindi il rischio che dai maiali o dalle scimmie usati negli xenotrapianti si trasmettano virus estranei all'uomo è altissimo, mortale. Infatti, poiché nel sangue ci sono delle cellule in grado di diffondersi nell'organismo ricevente, una volta effettuato lo xenotrapianto, si instaura un equilibrio tale che il 7-8% delle cellule dell'individuo ospitante sono di origine animale. Si ottiene così quella che viene definita la 'chimerizzazione'. Siamo realmente in grado di sapere cosa vuol dire, anche solo dal punto di vista pratico, creare organismi chimerici, con tutti i rischi impliciti in questo tipo di intervento? E' evidente che la cosa sia quantomeno avventata. Qui non c'è più la possibilità di mettere su un piatto della bilancia un vantaggio, contro un certo rischio, qui c'è solo un rischio enorme che non può essere controbilanciato da niente!

    E tuttavia in Italia abbiamo numerose fattorie impegnate nell'allevamento di maiali transgenici pronti ad essere sperimentati. In Inghilterra si sta discutendo quando autorizzare il primo xenotrapianto da maiale, perciò non stiamo parlando di qualcosa di futuribile, ma di qualcosa che è già in atto.

    Un'altra possibilità aperta dalle manipolazioni genetiche per sopperire alla carenza di organi ed ai rischi degli xenotrapianti, è quella di costruire tessuti ed organi ex novo. Ci sono due strade: una è quella della rigenerazione in vitro di strutture utilizzabili, come nel caso della pelle; l'altra è quella di fabbricare degli uomini clonati, limitandoci ai primi stadi di sviluppo embrionale, e una volta raggiunto un certo stadio utile, prelevare delle cellule e farle sviluppare in tessuti o in organi da riutilizzare; anzi, si dice, alla nascita si potrebbe fare subito il clone di un individuo riponendolo in azoto liquido, questo stesso clone all'occorrenza potrebbe essere ripreso, fatto sviluppare fino allo stadio in cui produce organi utili ed utilizzato per i trapianti.

    Tutto ciò non fa che portare al dato di fatto della commercializzazione del corpo umano, come la brevettazione delle tecniche di clonazione umana dimostra. Il brevetto relativo al processo di clonazione umana non è venuto per sbaglio, come si tenta di far credere, l'Ufficio Brevetti di Monaco l'ha brevettato ben consapevole di quello che faceva, in quanto questo stesso Ufficio qualche mese fa, sebbene la Convenzione Europea sul Brevetto vieti il rilascio di brevetti di questo genere, attraverso una modifica tecnica del regolamento, ha inserito al proprio interno tutta la direttiva europea sui brevetti biotecnologici, una direttiva molto contestata, che non è ancora stata recepita da nessun paese europeo, rispetto alla quale Olanda e Italia hanno fatto ricorso presso la Corte di Giustizia Europea, e che in questi stessi giorni è in corso di discussione al Senato.

    Per capire che non si è trattato affatto di un errore basta leggere il testo di questa direttiva ed il testo di recepimento della direttiva presentato dal Governo italiano, quello stesso Governo che ha fatto ricorso contro la direttiva. Certo, sono state apportate delle modifiche, la direttiva ha ottenuto il voto di tutti i Ministri, tranne quello dell'Ambiente, in ogni caso, sia nella direttiva, sia nel recepimento, si dice esplicitamente che i brevetti non possono essere concessi per tecniche di clonazione di esseri umani (il che in apparenza potrebbe sembrare una nota cautelativa, ma in realtà le cose stanno diversamente), quindi sembrerebbe che si possa parlare di errore. Invece, il termine usato dal Parlamento Europeo era tecniche di clonazione umana, questo termine è stato volutamente cambiato da tecniche di clonazione umana e tecniche di clonazione di esseri umani, la differenza non sfugge e riguarda il fatto che un grumo di cellule, quale è quello che si dà nei primi stadi dello sviluppo dell'embrione, non è ancora ufficialmente definibile un essere umano, quindi l'aver trasformato intenzionalmente i termini consente di lasciare uno spazio di manovra alle tecniche di clonazione che arriva fino allo stadio di plastocisti, in cui ancora non si può parlare di essere umano. La questione viene presentata in termini assai ambigui.

    All'articolo 5, primo comma, della direttiva si dice che la brevettazione del corpo umano è vietata, mentre al comma due si dice che parti isolate del corpo umano, compresi i geni umani, sono brevettabili. Ma siccome è del tutto evidente che l'isolamento anche solo dei geni prevede un intervento sul corpo umano, non sfugge come l'ipocrisia del primo comma non serva che a giustificare il secondo.

    In realtà il secondo comma non fa che garantire ciò che negli Stati Uniti è pratica comune da anni, ovvero la biopirateria. Negli USA la brevettabilità esiste dagli anni '80, a partire da questi stessi anni in tutte le parti del mondo i ricercatori americani stanno rapinando geni di piante, di animali ed anche umani. Solo l'anno scorso un'unica ditta americana ha richiesto il brevetto per 6500 geni umani.

    In Italia abbiamo un signore, i cui geni sono stati brevettati negli USA, un signore di Limone del Garda, che possiede un gene che dà resistenza ad un alto tasso di colesterolo, evitando il rischio di malattie cardio-circolatorie. E' una scoperta molto interessante, ed interessante per tutti, ma questo gene o appartiene a lui, o appartiene all'umanità. Invece no. Questo gene appartiene ad una ditta che lo ha brevettato. Si sa anche di un commerciante dell'Alaska, le cellule della cui milza sono state brevettate, e via discorrendo, ci sono ormai moltissimi casi di questo tipo. Altro caso eclatante quello di una linea di cellule raccolte ad una ragazza india dell'Amazzonia, e brevettate. In seguito, quando la cosa è stata scoperta, la popolazione d'origine della ragazza ha inviato una a lettera al presidente USA, dicendo che mai avrebbero potuto immaginare che si arrivasse ad un'aberrazione tale, che addirittura parti del corpo umano potessero diventare proprietà di qualcuno, senza peraltro che i diretti interessati fossero informati.

    La biopirateria ha un campo di applicazione che non riguarda solo l'uomo, ed ora veniamo alla seconda area fondamentale delle biotecnologie: il settore agroalimentare. In questo campo il brevetto ha permesso di rapinare geni di piante in varie parti del pianeta e di brevettarle, laddove questo poteva essere usato biotecnologicamente attraverso manipolazioni genetiche. In India, nei primi anni '90 ricercatori americani hanno scoperto che da più di un migliaio di anni si utilizzano i prodotti derivati da un albero, il nih, che dà origine a prodotti utilizzati in medicina umana ed in agricoltura. Questa scoperta, che appartiene alla storia ed alla cultura del popolo indiano, è stata da sempre messa a disposizione di tutti i popoli dell'area dell'Oceano Indiano, senza che mai nessuno chiedesse a questi popoli di pagare i diritti d'autore all'India. Invece, quando arrivano le multinazionali americane, prelevano i geni di questi prodotti e li brevettano in America. Il meccanismo è quello di una privatizzazione, non solo nei confronti di qualcosa che appartiene alla natura, ma che rientra nella cultura di un popolo che per secoli lo ha messo gratuitamente a disposizione di tutti.

    Questa è la brevettabilità.

    Oltretutto la brevettabilità è considerabile come un 'offesa al buon senso, giacchè un brevetto si attua quando si ha a che fare con degli oggetti, delle macchine, degli utensili, quindi abbiamo qui l'affermazione implicita che le piante siano assimilabili a delle macchine, a delle cose; e che questi oggetti siano brevettabili in maniera anche più rigida di come si fa con le cose inanimate, perché in effetti qui si sottopongono a brevetto il gene, la pianta modificata con l'inserimento del gene, e la discendenza di quella pianta, perché il brevetto di estende a tutti i figli di quella pianta, che hanno quel carattere. Il che è ben diverso che brevettare una macchina, perché quando io brevetto una macchina, essa non è poi in grado di riprodursi e di fare tante macchinette uguali alla prima, ma devo rifabbricarla io ogni volta.

    Siamo di fronte ad un'aberrazione colossale anche perché in questi casi si proclama che l'uomo sia il creatore di quella pianta, di quel gene, o di quell'animale, cosa che al momento non è assolutamente vero, perché non siamo affatto in grado di farlo. Se diciamo che una pianta, in cui abbiamo inserito un gene, peraltro in un insieme di migliaia di geni, è una nostra invenzione, è come dire che se prendo la Divina Commedia e ne cambio una parola, io sono l'autore della Divina Commedia. Se lo facessi davvero, sarebbe palesemente un reato, invece se prendo geni di una pianta non è reato, e le multinazionali possono farlo.

    Questa è l'aberrazione del brevetto, che ha conseguenze etiche ed economiche enormi, perché significano la privatizzazione della vita, da parte di poche multinazionali sull'insieme delle risorse genetiche del pianeta.

    Tutto questo, applicato a livello agroalimentare significa che poche multinazionali diventano proprietarie dell'intero sistema agroalimentare. Oggi abbiamo immense multinazionali sementiere, che sono le stesse multinazionali della chimica per agricoltura e le stesse delle biotecnologie alimentari. La Monsanto ne è un esempio, essa produce diserbanti attualmente usati in agricoltura, è un'azienda leader nel settore delle biotecnologie, nonché una delle più grandi industrie sementiere al mondo. In tal modo la Monsanto detiene letteralmente il controllo delle risorse agroalimentari del pianeta, insieme a poche altre multinazionali.

    Tale controllo monopolistico non ha rilevanza soltanto economica, ma ha un 'importanza enorme anche dal punto di vista sociale e politico, giacchè si acquisisce il potere di condizionare la vita di intere regioni del pianeta. Nella logica della globalizzazione, poi, il progetto è quello analogo a ciò cui abbiamo assistito nel caso dell'industria, di produrre dove, in termini di manodopera e di tutela dell'ambiente, non ci sono organi di difesa, quindi meno controlli, più libertà di sfruttamento e costi di produzione bassissimi. Questi prodotti agroalimentari saranno prodotti in quei luoghi, ma essi non serviranno quelle popolazioni, essi vengono prodotti dove costa meno e venduti dove il mercato tira di più. La logica di questa privatizzazione mi permette un controllo planetario, ma anche una situazione, di fatto già in atto, per cui si fa tutto meno che risolvere il problema della fame del mondo, come invece viene spesso propagandato. Anzi, tutto ciò contribuisce ad affamare ancora di più i popoli poveri, e determinare una situazione intollerabile che sta avvenendo nei paesi ricchi, dove la mancanza di una critica al modello consumistico alimentare porta a mangiare troppo e male, mentre avremmo bisogno di mangiare meno e meglio.

    Nella logica della globalizzazione c'è un progetto di controllo del pianeta, che non guarda in faccia né all' etica, né alla difesa dell'ambiente, né ai diritti dei popoli.

    C'è anche un problema di impatto diretto delle manipolazioni genetiche in agricoltura, per quanto riguarda ambiente e salute. Quando noi abbiamo l'utilizzo di piante e animali transgenici immessi nell'ambiente naturale, il processo è irreversibile e non controllabile, come avviene in ambiente confinato. Noi non siamo ancora in grado di prevedere che cosa succederà all'ambiente inserendo piante ed animali transgenici, sapendo però benissimo che questa piante e questi animali possono riprodursi senza controllo umano e trasferire il carattere in direzioni non prevedibili e non volute. In questa evenienza si determinerebbe una forma di inquinamento genetico di un carattere che non ha nulla a che vedere con gli equilibri ambientali e che può avere effetti sconvenienti. In altre parole questo mette in pericolo la biodiversità del pianeta, che è la vera ricchezza del pianeta, come dicono le conoscenze sia dei biologi, sia degli economisti.

    Senza biodiversità si va incontro ad un processo di desertificazione. Per biodiversità dobbiamo intendere sia come diversità di specie differenti in diversi ecosistemi, sia come l'insieme di diverse caratteristiche genetiche all'interno di una popolazione: ogni individuo è diverso da qualsiasi altro. L'importanza di questo tipo di biodiversità si vede quando c'è un fattore patogeno, per esempio un virus o un batterio, allorchè una parte della popolazione andrà incontro alla malattia, mentre un'altra parte sarà in grado di difendersi. Se non ci fosse biodiversità, se tutti fossimo uguali, clonati, in caso di malattia si rischia la morte di ognuno, perché non ci sarà nessuno in grado di sopravvivere. O si sopravvive tutti, oppure si muore tutti. Sarebbe una sorta di roulette russa inaccettabile.

    Oltre al rischio ambientale ce n'è uno immediato, che è quello per la salute dell'uomo con il consumo di cibi transgenici. Riproponiamo lo stesso ragionamento fatto prima: mentre io posso tollerare un rischio per un farmaco che mi guarisce da una malattia, quale rischio posso tollerare per un cibo (che è indispensabile giacchè io devo comunque mangiare)? Del resto non è che io ho il cibo transgenico perché non c'è cibo, oggi mais e soia sono comunque disponibili. Non è affatto vero che oggi si ha più cibo perché c'è il cibo transgenico, come qualcuno dice. Negli USA esistono coltivazioni transgeniche da quasi dieci anni, se è vero che all'inizio ci sono stati aumenti delle rese quasi del 20%, in realtà in tutto questo periodo, rispetto alle coltivazioni non trangeniche c'è stato un leggero calo.

    In effetti , le multinazionali, per i loro prodotti transgenici hanno scelto cinque o sei piante da modificare, e solo due tipi di geni da inserire, perché sono quelli che interessavano commercialmente. Sono stati modificati soia e mais principalmente, che insieme costituiscono più del 90% di tutte le coltivazioni transgeniche degli USA, a questi aggiungiamo la colza e due colture non alimentari, il tabacco ed il cotone. Guarda caso noi in Europa abbiamo sottoscritto una Convenzione come quella sulla Biodiversità, che prevede il principio di precauzione (questo principio significa che di fronte ad un processo tecnologico si stabilisce la necessità di valutare se siamo in grado di prevederne i rischi e, una volta previsti, se siamo in grado di controllare i danni in modo da minimizzarli). Ovviamente il principio di precauzione si può applicare nel caso di un ambiente confinato, ma non nel caso dell'immissione libera di organismi geneticamente modificati nell'ambiente naturale, che possono diffondersi senza che io sappia quello che succede. Non ho evidentemente gli strumenti per prevedere che cosa quell'immissione è in grado di provocare dopo venti o trenta anni.

    In termini sanitari il principio di precauzione dice che non è possibile autorizzare la produzione di piante transgeniche per la commercializzazione. Infatti sono state autorizzate solo, e con rischio, per sperimentazione.

    Negli USA il principio di precauzione non esiste, tant'è che gli USA non hanno firmato la Convenzione sulla Biodiversità del '92, nata al summit di Rio con altre due Convenzioni, quella sui Cambiamenti Climatici e quella sulla Desertificazione. Gli americani non tollerano la precauzione, preferiscono prima contare i morti che ha fatto per stabilire che una cosa è pericolosa. Una volta accertato il danno, si può pensare di apportare delle modifiche al sistema, ma se questi danni non sono più controllabili, come nel caso dell'immissione di OGM nell'ambiente? Evidentemente è ben difficile tornare indietro. Prendiamo il caso del DDT: sono anni che non viene più utilizzato, eppure se ne trovano ancora tracce nel latte materno delle donne occidentali e nel grasso degli animali del Polo Nord. Questo dimostra come, una volta disperso nell'ambiente un processo potenzialmente pericoloso non è più controllabile.

    Nel caso degli OGM precauzione significa prevenirne veramente l'utilizzo quando non ne ho conoscenza adeguata.

    Tuttavia, anche se noi applichiamo il principio di precauzione, in base alle regole del commercio mondiale, stabilite con la fondazione della WTO, in Europa siamo in una situazione di eccesso nella produzione di cibo, tant'è vero che lo distruggiamo, però siamo deficitari per soia e per mais, che sono prodotti transgenici forniti dagli USA. Fino al '96 abbiamo opposto una certa resistenza, dal '96 abbiamo accettato, perché gli americani man mano che la crescita del prodotto transgenico arrivava oltre il 30-40% del totale, è stato mescolato all'origine il prodotto transgenico con il prodotto naturale, mandando le navi miste dell'uno e dell'altro in Europa. Dal 1996 abbiamo accettato la soia mista, e dal 1997 il mais. Da allora molti prodotti, fra cui i mangimi per animali e gran parte dei prodotti che noi mangiamo, che contengono ad esempio lecitina di soia, amido di mais, ecc., sono ottenuti in gran parte con prodotti importati transgenici. E tuttavia, malgrado ciò sia già in atto, nessuno sa che siamo tutti sottoposti ad un esperimento di massa, senza peraltro averne capito i vantaggi. O meglio, i vantaggi per qualcuno ci sono, e questo qualcuno sono le multinazionali che esercitano questo incredibile controllo. Solo adesso l'Europa comincia a far valere le proprie ragioni in merito al principio di precauzione. Seattle è stato uno scontro, oltre che tra cittadini, Organizzazioni Non Governative, e logica della globalizzazione del commercio mondiale, anche tra interessi e modi di vedere circa questi problemi europei ed americani.

    Recentemente sulla biosicurezza c'è stato un incontro a Montreal, dopo il fallimento di Cartagena, avvenuto un anno e mezzo prima, che ha portato un parziale successo, poiché finalmente gli Stati Uniti hanno riconosciuto che altri possono avere nel proprio ordinamento il principio di precauzione, benchè loro non lo ammettano. In base al principio di precauzione noi abbiamo bloccato l'importazione di carne estrogenata dagli USA, questi ultimi intendevano imporre l'accettazione di questa carne, in quanto loro non riconoscono tale principio, la WTO, ma anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità se è per questo, altrettanto no riconosce il principio di precauzione. Sulla base di questa divergenza c'è stato un conflitto commerciale. La vicenda è anche emblematica della differenza fra due modi di vedere le cose.

    Solo adesso emerge la consapevolezza che noi da anni stiamo mangiando prodotti transgenici, stiamo subendo una sperimentazione di massa, siamo tutti cavie da laboratorio, e non siamo ancora ben certi dei rischi che tutto ciò comporta.

    Riepilogando: un primo rischio è l'inserimento nel cibo di nuove proteine, il che vuol dire che è del tutto possibile che una parte della popolazione reagisca con intolleranze o allergie a queste nuove proteine;

    un secondo rischio è che insieme con il gene per il carattere desiderato ( sostanzialmente due sono le principali modificazioni operate: l'inserimento del gene per la resistenza agli insetti, che ha provocato la morte di insetti utili e l'assuefazione in insetti nocivi; e, un'operazione portata avanti soprattutto dalla Monsanto, l'inserimento del gene per la resistenza ad un erbicida, il glifosato, di produzione della stessa Monsanto, ma recentemente il glifosato è stato dimostrato essere associato allo sviluppo di un particolare tipo di linfoma, quindi di un tumore; perciò quando io ho una pianta resistente al glifosato, questa pianta può assorbirne in quantità rilevanti, senza subirne danno, sicchè quando poi mangio la pianta, mangio anche il glifosato accumulato in essa, con una forte esposizione al rischio di contrarre un tumore), si inserisce anche un gene marcatore, che dà resistenza agli antibiotici, avente la funzione di verificare se l'operazione di modificazione è andata a buon fine. In questo caso resistenza agli antibiotici significa una certa probabilità che il carattere venga assorbito, in quei pochi minuti prima della digestione, da batteri presenti nel nostro intestino, per un fenomeno noto in microbiologia, questi batteri, divenuti resistenti, possono cedere la resistenza anche a batteri patogeni che sono entrati nel nostro organismo. La conseguenza è che questi batteri patogeni non sono più in grado di essere tenuti sotto controllo dagli antibiotici. E questo è un danno grave alle possibili difese, esterne a quelle naturali, quali sono appunto gli antibiotici.

    Ultimo e più inquietante rischi per la salute dell'uomo è che comunque, come è stato visto avvenire nelle piante, l'inserimento del gene estraneo, per il modo in cui è inserito, può portare all'instabilità del patrimonio genetico, aumentando il fenomeno di ricombinazione. In natura questo fenomeno esiste e là dove si verifica, per esempio con il trasferimento dei transposoni, una particolare struttura del DNA che può spostarsi da una parte all'altra. Quando si hanno questi fenomeni le zone coinvolte possono subire delle alterazioni per cui i geni interessati possono o bloccarsi, o attivarsi, o avere un'espressione maggiore o minore di quella naturale; questo vuol dire che, per esempio, che in una pianta può succedere che per effetto dell'aumento di ricombinazione, posso avere dei geni che si attivano e producono una sostanza che normalmente o dove normalmente non la producono, o ne produce di più là dove normalmente ne produce pochissima. Nelle piante abbiamo sostanze tossiche prodotte solo in parti che noi non mangiamo, oppure sostanze tossiche, ma prodotte in quantità ridottissime; ebbene, se la patata, che produce la solanina, che è tossica, comincia a produrla nel tubero che noi mangiamo, evidentemente questo diventa un problema. E non è un problema teorico, come ha dimostrato il caso del professor Putszai, presso lo stesso istituto di ricerca scozzese della pecora Dolly, che scoprì che mettendo un gene del bucaneve nella patata, la patata diventava tossica per gli animali che se ne cibavano. Questo caso ha fatto clamore perché quando il ricercatore comunicò questa scoperta, fu allontanato dall'istituto e diffamato dai suoi superiori, ma dopo un anno e mezzo è venuto fuori che ciò che diceva era vero.

    Per concludere: è vero che noi stiamo subendo una sperimentazione di massa, ma è anche vero che i cittadini di tutto il mondo, Italia compresa, hanno cominciato a pretendere quantomeno un'etichettatura dei prodotti transgenici. A partire dal mese di aprile avremo un'etichettatura che però nasconde un inganno, giacchè si è stabilito che al di sotto dell'1% di contaminazione di transgenico venga considerato come non transgenico. Peraltro non è ancora chiaro come si farà l'analisi per determinare quest'1%, ecc.

    Ad ogni modo questo è già indicativo di come si stia facendo qualcosa di concreto per arrivare all'etichettatura, il che sta mettendo in crisi le multinazionali. Già nell'agosto dello scorso anno la Deutsche Bank disse che se i cittadini avessero ottenuto l'etichettatura, si sarebbero creati due mercati, il mercato del transgenico e quello del naturale, ed è evidente che dinanzi alla scelta il cittadino preferirebbe il prodotto naturale.

    L'Europarlamento ha verificato che dal 75 all'80%, a seconda dei paesi, i cittadini in caso di etichettatura non comprerebbero il transgenico, quindi il mercato del transgenico sarebbe destinato alla caduta. Proprio per questo motivo nell'agosto del '98 la Deutsche Bank ha scoraggiato gli investimenti in OGM.

    Guarda caso la Monsanto è entrata in crisi, guarda caso c'è stato qualcosa come Seattle, come protesta mondiale contro questa logica e guarda caso quest'anno negli USA ci sarà un 20% in meno di terre coltivate a transgenico. Segnale chiaro del fatto che se noi, da passivi consumatori, diventiamo cittadini protagonisti, informati, e in grado di scegliere, il mercato lo decidiamo anche noi e non saranno solo gli altri a decidere per noi.


    fine..............
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  8. #8
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Predefinito E LA CHIESA COSA DICE?

    Non so se esista un documento specifico sull'OGM.....ma so che è uscito da poco un Documento della CEI sull'AGRICOLTURA.......

    Intanto possiamo leggerlo

    Il seme del Vangelo nei nuovi campi

    Le indicazioni pastorali della Conferenza episcopale analizzano l’evoluzione nel più tradizionale dei settori economici per rinnovare l’evangelizzazioneLa nota pastorale Cei:«Frutto della terra e del lavoro dell’uomo». Mondo rurale che cambia e Chiesa in Italia

    www.avvenire.it


    Pubblichiamo il testo integrale del documento redatto dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Cei dal titolo: «Frutto della terra e del lavoro dell’uomo». Mondo rurale che cambia e Chiesa in Italia. A premessa, la presentazione di monsignor GianCarlo Maria Bregantini, presidente della Commissione.


    PRESENTAZIONE

    «Coroni l’anno con i tuoi benefici,
    al tuo passaggio stilla l’abbondanza
    Stillano i pascoli del deserto
    e le colline si cingono di esultanza
    I prati si coprono di greggi,
    le valli si ammantano di grano.
    Tutto canta e grida di gioia».
    (Sal 65,12-14)

    Il mondo rurale vive di stupore e di gratitudine, ma anche di sudore e di fatica; e, oggi, di rapido cambiamento, che lo sta radicalmente trasformando, pur se non in modo omogeneo, con aree che mutano rapidamente volto, sotto le spinte delle nuove tecnologie e della crescente globalizzazione, e zone che resistono al nuovo, legate a forme di produzione e di vita più tradizionali ma anche a valori antichi e saldi. A oltre trent’anni dalla nota pastorale La Chiesa e il mondo rurale italiano, si è ritenuto opportuno riprendere e aggiornare quelle indicazioni pastorali, ponendosi anche in continuità con i messaggi pubblicati in occasione dell’annuale Giornata del Ringraziamento. L’orizzonte di comprensione in cui ci poniamo è eucaristico: vogliamo poter dire il nostro grazie, con il pane e il vino nelle nostre mani levate al cielo, perché tutta la vita sia un grazie. Il documento parte da questa prospettiva eucaristica che santifica ogni lavoro, ma soprattutto il lavoro agricolo, da cui trae materia la nostra vita sacramentale: acqua, olio, pane, vino... Di qui anche la scelta del titolo: Frutto della terra e del lavoro dell’uomo! La ripartizione in tre capitoli permette una lettura globale dei cambiamenti in atto in questo mondo, per giungere così a una nuov a evangelizzazione. I versetti biblici che li aprono, sono indicativi dei loro contenuti. «Il Signore Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). Questo richiamo alla creazione vuole esprimere il fondamentale rapporto antropologico che lega l’uomo alla terra e viceversa. Un rapporto che le nuove realtà sociali, su cui il capitolo si diffonde anche con appropriate considerazioni, hanno rafforzato. Mai come oggi ci sentiamo di dipendere dall’ambiente in cui viviamo. E il cibo, dono del mondo rurale, ne è il segno più essenziale. Il capitolo va letto come un tentativo di discernimento e va adattato alle situazioni locali. «La tua terra avrà uno sposo!» (Is 62,4). È un grido di fede, bellissimo, che qui viene utilizzato per esprimere il rapporto che oggi lega sempre più il mondo rurale con l’attenzione all’ambiente. La questione ecologica è di grande valenza e interesse, trasversale, decisiva. Ogni agricoltore, fedele alla sua terra, specie nelle zone collinari e di montagna, si sente custode del creato per la sua difesa e valorizzazione. «Uscì il seminatore a seminare…» (Mt 13,3). Il terzo capitolo è quello più direttamente pastorale. È dettato da grande amore, ma anche da grande consapevolezza. Oggi, il mondo rurale è profondamente cambiato anche di fronte alla fede. È necessario perciò uno stile nuovo, fatto di intelligente valorizzazione e di personalizzazione dei rapporti. Soprattutto le parrocchie rurali devono essere coinvolte, con strumenti che le rendano realmente missionarie anche tra le case della gente dei campi, dove lo stupore si mescola al disincanto e l’anelito di fede non sempre si concretizza in scelte conseguenti. Nessun giudizio. Molti consigli, molta passione, tanto cuore. E soprattutto la consapevolezza che questa parte rende il documento aperto, cioè bisognoso di incarnazione locale, con l’apporto di tutti. Non mancano nel documento le lacrime del mondo rurale: lo spopolamento, la presenza non sempre valorizzata degli immigrati, le tensioni per un’Europa sentita ancora lontana, una globalizzazione che penalizza. Tutto però viene assunto con atteggiamento pastorale, perché l’annuncio del Vangelo risulti incisivo e bello. A chi è rivolto il documento? Prima di tutto alle Chiese che sono in Italia, perché sempre più si avvicinino a questo mondo e con esso ai piccoli e ai poveri, nello stile del Vangelo, in un’ottica di innovazione solidale, per narrare la fede con entusiasmo. Poi ai sacerdoti e parroci, un tempo per lo più provenienti da questo mondo per nascita; oggi, invece, molti dei sacerdoti più giovani non ne conoscono problemi e ricchezze. Il testo vuole aiutare la conoscenza del mondo rurale e l’inserimento in esso, che comporta uno stile di vita autenticamente sacerdotale, fatto di sobrietà, povertà reale, vicinanza amicale, visita appassionata. E poi, il documento è un appello al mondo sociale e politico, perché non valuti gli interventi solo in chiave quantitativa, ma qualitativa: chi custodisce il territorio va accompagnato con intelligenti misure politiche ed economiche, che favoriscano la permanenza soprattutto nelle zone collinari e montane. Dio benedica il nostro cammino e faccia fiorire di frutti di esultanza queste pagine. Le affidiamo alla intercessione di Maria, Terra del Cielo. Le sue immagini, accanto alle innumerevoli Croci, appartengono al paesaggio delle nostre campagne e delle nostre montagne e, insieme al volto sofferente del suo Figlio, accompagnano con sguardo di amore la fatica della gente dei campi e della montagna. Sia lei, in compagnia del suo sposo Giuseppe, a insegnarci l’arte della gratitudine di fronte ai doni di Colui che ogni giorno crea e ricrea la vita degli uomini.
    Roma, 19 marzo 2005
    Festa di San Giuseppe
    GianCarlo Maria Bregantini
    Vescovo di Locri-Gerace
    Presidente della Commissione
    Episcopale per i problemi sociali e il lavoro
    la giustizia e la pace

    INTRODUZIONE
    Vicini alla gente delle campagne e delle montagne

    1. La storia della Chiesa in Italia è profondamente segnata dalla diffusa presenza delle comunità cristiane nel mondo rurale. Ne hanno condiviso gioie e sofferenze, ponendosi vicino al cuore e alla vita del popolo delle campagne e delle montagne. Sono state un riferimento cercato e amato, simboleggiato dai campanili che svettano su pianure, colline e borghi montani e ne segnano il paesaggio. Questa vicinanza va oggi rinnovata per aiutare il mondo rurale a orientarsi in un contesto di cambiamenti epocali che rischiano di travolgerne identità e valori. È un’attenzione che va ribadita, e se possibile accresciuta, per offrire adeguate risposte pastorali alle sfide incombenti. L’intento di questo documento è di seguire i passi delle trasformazioni in atto nel mondo rurale, interpretarne la natura, accoglierne le opportunità, evidenziarne insidie e pericoli, al fine di elaborare coerenti indicazioni per una riqualificata presenza di Chiesa e per una nuova evangelizzazione. Sono indicazioni che vogliamo offrire in particolare alle parrocchie rurali, in linea con quanto indicato nella recente nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia.

    Un nuovo documento dopo trent’anni

    2. Non è la prima volta che i Vescovi italiani dedicano un documento al mondo rurale. La Commissione Episcopale per i problemi sociali, l’11 novembre 1973, pubblicò un testo dal titolo La Chiesa e il mondo rurale italiano. Fu una riflessione sistematica e qualificata, adeguata e incisiva, capace di leggere la situazione di quegli anni, per offrire ad essa risposte pastorali intelligenti e lungimiranti. Oggi il mondo agricolo è profondamente cambiato, pur se in modo diverso a seconda delle aree geografiche e della natura dei luoghi e dei terreni, perdendo in non pochi posti i tratti familiari e per sonalizzati tradizionali, per assumere un volto che lo assimila sempre più alle forme industrializzate di produzione dei beni. Dopo oltre tre decenni un intervento appare doveroso.

    Sulla scia degli orientamenti pastorali del decennio

    3. È pur vero che, ogni anno, la Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace non ha mancato di offrire una riflessione puntuale in occasione della Giornata del Ringraziamento, che si celebra nel mese di novembre. Preziosi sono stati in queste occasioni anche i contributi di analisi e di proposte offerti dall’associazionismo cattolico e di ispirazione cristiana. In questi interventi si ha, di fatto, una progressiva e complessiva risposta alle sfide che di volta in volta si sono presentate. È apparso tuttavia opportuno, a questo punto del cammino, tracciare una riflessione più articolata, sulla spinta non solo delle richieste provenienti dallo stesso ambiente rurale, ma anche nella convinzione di dover declinare, pure per questo ambito, quanto gli orientamenti pastorali del decennio chiedono alle comunità cristiane per Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, un mondo che cambia anche per la gente della terra.

    Mutamenti in atto, prospettiva ecologica, impegno di evangelizzazione

    4. Il presente documento è strutturato in tre parti. La prima tratta del rapporto tra la terra e l’uomo e ha l’intento di offrire un’interpretazione dei mutamenti in atto nel mondo agricolo, letti in chiave strettamente antropologica allo scopo di raccogliere le sfide più preziose. La seconda parte è una riflessione sul rapporto tra mondo rurale ed ecologia, prospettiva che oggi costituisce un modo nuovo e significativo di guardare al mondo agricolo, capace di incrociare tematiche attualissime e scottanti. La terza parte, infine, doverosamente la più intensa, tratta della nuova evangelizzazione da offrire al mondo rurale in profonda trasformazione, c on particolare riguardo al ruolo in essa della parrocchia. È la parte che più ci interessa, ma insieme quella che ha più bisogno di essere contestualizzata in ogni singola realtà diocesana, con l’apporto delle comunità parrocchiali e con il sostegno delle aggregazioni ecclesiali che, direttamente o indirettamente, vivono e operano nell’ambito del mondo rurale.

    I. LA TERRA E L’UOMO

    "Il Signore Dio plasmò l’uomo
    con polvere del suolo
    e soffiò nelle sue narici un alito di vita
    e l’uomo divenne un essere vivente"
    (Gen 2,7)

    Plasmati dalla terra, viventi per il soffio di Dio

    5. «Il Signore creò l’uomo dalla terra» (Sir 17,1): un vincolo inscindibile lega il genere umano all’ambiente della sua vita e del suo lavoro. Nella sua fragilità l’uomo (adam) ha origine dalla terra (adamah), per essere poi animato dal soffio divino. A questa stessa terra lo incatena anche la sua connessione con il peccato e, dopo averla irrorata del suo sudore, ad essa tornerà: «Tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!» (Gen 3,19). La terra non è solo una casa per l’uomo. È la sua origine e in qualche modo il suo destino: un destino di morte che la risurrezione di Cristo riscatta, aprendolo alla prospettiva eterna di «un nuovo cielo e una nuova terra» (Ap 21,1). Prima della creazione dell’uomo la terra è desolazione: «Nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo» (Gen 2,5). Dio plasma l’uomo e pianta un giardino, perché lo abiti, lo coltivi, lo custodisca. La terra, appena uscita dalle mani di Dio e affidata all’uomo, è un ambiente ben ordinato, ricco di piante che producono frutti e abitato da animali a cui l’uomo impone il nome, come segno della sua signoria sul mondo in rappresentanza del Creatore. Ma la solitudine dell’uomo è superata solo nel momen to in cui Dio gli pone accanto qualcuno con cui condividere i beni che gli sono affidati, «un aiuto che gli fosse simile» (Gen 2,20). Plasmando la donna e conducendola all’uomo, Dio crea la famiglia umana, a cui in solido è affidato il giardino. Si completa così il disegno di Dio sulla creazione e sull’umanità.

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  9. #9
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    Globalizzazione, innovazione tecnologia e allargamento dell'Unione europea sono le sfide più attuali Nelle nostra società è cresciuta, come mai prima, l'attenzione dei consumatori verso i contenuti non solo di qualità intrinseca ma anche culturali del cibo L'ecologia è oggi un valore, perché i mutati stili di vita, introducendo nuove esigenze, spesso relegano in secondo piano i controlli sullo sfruttamento energetico e sulle scorie


    (segue da pagina 17)
    Responsabili del dono di Dio

    6. Il dono della creazione è affidato da Dio a tutti gli uomini e nessuno può esserne escluso. Gli uomini sono chiamati alla solidarietà e alla condivisione fin dall’inizio, sostenendosi reciprocamente nel lavoro e facendo parte gli uni gli altri dei frutti della terra. Sebbene il peccato abbia oscurato, nel segno del dolore e del sudore, il rapporto dell’uomo con la terra, questi ne rimane il responsabile, perché essa possa continuare a produrre frutti da cui trarre un pane che sia per tutti, il "nostro pane quotidiano" che invochiamo dal Padre di tutti e che, come ci ricorda la liturgia, è «frutto della terra e del lavoro dell’uomo» (Messale Romano, Preghiera all’offertorio). Questa verità sull’uomo, sulla terra e sul lavoro resta il fondamento della comprensione di essi e del loro rapporto, nel mutare dei tempi. Le trasformazioni positive che la storia vi introduce sono frutto della ricerca umana; lo sono pure le sue contraddizioni, anche peccaminose. In ambedue la luce della fede sa cogliere il mistero che progressivamente si svela e chiede che si trovino sempre nuove modalità per esprimere il riconoscimento del dono ricevuto e la responsabilità verso di esso.

    Sfide e opportunità nei mutamenti

    7. Nel nostro tempo di rapidi cambiamenti il rapporto tra la terra e l’uomo è caratterizzato da alcuni fenomeni che lo hanno profondamente mutato rispetto al passato. Tali mutazioni costituiscono al tempo stesso delle sfide e delle opportunità. Le considerazioni che seguono illustrano alcuni aspetti di tale rapporto, ricco e complesso come la globalizzazione, l’allargamento dell’Unione Europea; l’innovazione culturale e tecnologica; il bisogno di un’agricoltura di qualità; il rapporto con l’ecologia; la trasformazione delle aziende. Si intende così offrire un’emblematica esemplificazione di opportunità che possono ridare slancio alla gente rimasta fedele alla te rra, senza trascurare i fattori di incertezza e problematicità che interpellano la libera iniziativa dei soggetti e delle istituzioni.

    La globalizzazione

    8. Per diversi decenni le politiche agricole europee hanno permesso anche all’Italia di supportare i redditi degli operatori con forme di sostegno – diretto o indiretto – dei mercati dei prodotti agricoli. Importante è stata la protezione, realizzata tramite forme di dazio e altri strumenti, nei confronti della concorrenza a basso costo proveniente da altre aree geografiche. Il progressivo estendersi di tali interventi ha generato, però, un elevato costo finanziario per il bilancio comunitario e forme di "protezionismo" commerciale dagli effetti pesanti anche per alcuni produttori del resto del mondo, in Paesi in via di sviluppo che operano spesso in condizioni difficili. Con l’ingresso dell’agricoltura nel sistema di accordi multilaterali sul commercio, si è innescato un processo di liberalizzazione che favorisce una più aperta circolazione. basata sulla competitività, di prodotti agricoli anche provenienti dai Paesi in via di sviluppo. L’agricoltura entra, così, nel fenomeno coinvolgente della globalizzazione. Gli stessi accordi che cercano di favorire lo sviluppo dei Paesi più poveri agevolano l’esportazione libera di prodotti agricoli. Si diffonderanno in tal modo beni agricoli a prezzi decisamente inferiori a quelli attualmente praticati nei nostri mercati. La globalizzazione dell’economia ha messo in crisi il modello agricolo tutto sbilanciato a favore dei prodotti generici e privi di qualità. La nuova situazione di competitività chiede all’agricoltura europea un nuovo modello di sviluppo, che trovi nella differenziazione dei suoi prodotti e nel legame tra i territori l’elemento centrale di intervento pubblico. La ricchezza del patrimonio alimentare, con la sua storia, la sua tradizione, la sua cultura può rappresentare una leva strategica che consenta agli agricoltori di mantenere elevati livelli di benessere, soddisfacendo bisogni collettivi. Le politiche di cooperazione, che comunque vanno perseguite con impegno e continuità, possono contribuire a mutare gli equilibri interni all’agricoltura del nostro Paese come di tutti i Paesi europei. Come in altri campi della vita sociale, anche nell’ambito agricolo la globalizzazione può essere una risorsa oppure una fonte di maggiori squilibri. Questo vale per i nostri agricoltori in rapporto all’insieme della struttura economica e vale per i rapporti tra le agricolture di Paesi ricchi e Paesi poveri; avendo cura di non far prevalere mai interessi che penalizzerebbero irrimediabilmente i più deboli.

    L’allargamento dell’Unione Europea

    9. Altro importante fattore di cambiamento è l’ampliamento dell’Unione Europea, comprendente dal 1° maggio 2004 25 Paesi e con prospettive di ulteriore espansione. Si realizza progressivamente il sogno di una Europa che, dopo secoli di terribili conflitti e guerre fra le nazioni, imbocca decisamente la via, seppur faticosa, della collaborazione e della crescita nell’unità. L’allargamento dell’Unione contribuisce a rimettere in discussione l’impostazione tradizionale delle politiche agricole. La politica agricola comunitaria ha avuto un ruolo fondante nella storia della Comunità e poi dell’Unione Europea, costituendo, fin dagli anni sessanta, una sorta di laboratorio dell’integrazione economica e sociale. Ma dalla fine degli anni ottanta si sono manifestate difficoltà sempre più evidenti per eccedenza di produzione, squilibri nel settore, complicazioni nell’intervento pubblico. A partire dal 2003, al vecchio paradigma largamente basato sul sostegno dei prezzi agricoli si è sostituito un modello nuovo, che ha tre caratteristiche fondamentali: sostegno non più indiscriminato ma selettivo alle quantità prodotte, orientato alle famiglie rurali e subordinato alle "buone pratiche" agricole, incluso il benessere degli animali; valori zzazione di una produzione che tenga conto della biodiversità e della conservazione del territorio; attenzione alla domanda dei consumatori, quindi alla salubrità delle culture e ai prodotti tipici e di qualità. In queste prospettive innovative di agricoltura multifunzionale si colloca l’allargamento dell’Unione, che può indurre preoccupazioni sia per la dilatazione delle spese agricole determinata dall’accesso di nuovi Paesi, con la conseguente diminuzione delle disponibilità finanziarie, sia per la minaccia che sul piano commerciale ne potrebbe venire, in termini di perdita di competitività, per le imprese operanti nei vecchi Stati membri. Tali timori non possono però fermare il cammino dell’Unione Europea e vanno superati applicando criteri di gradualità e intervenendo con misure di sostegno allo sviluppo rurale dei nuovi Stati membri, valutando i benefici che, sul piano commerciale, potranno conseguire all’allargamento dei mercati. Ma non è solo l’utilità che deve guidare tali interventi, bensì la consapevolezza che solo una più equa e partecipata condivisione delle risorse agricole può favorire la condivisione più alta delle culture e della storia dei popoli e, in conseguenza, promuovendo orizzonti di pace.

    L’innovazione culturale e tecnologica

    10. Il primo compito dell’agricoltura e dell’intero sistema agro-alimentare è la produzione di alimenti in grado di soddisfare la domanda delle popolazioni. Rispetto a tale obiettivo le nuove tecnologie agricole e alimentari hanno offerto in questi anni cibo abbondante e a basso costo e costituiscono una vera opportunità per risolvere la piaga della fame nel mondo. Ciò tuttavia non impedisce il permanere di una situazione mondiale assai difficile, con circa 750 milioni di persone classificate dalla Fao come sotto-nutrite. Va riconosciuto che il problema della fame, con la sua drammatica rilevanza etica e politica, non dipende tanto dalla disponibilità complessiva di cibo a livello glob ale, quanto dalla distribuzione non equa delle capacità di produzione e da fattori di arretratezza e ingiustizia economica e sociale, per i quali troppi esseri umani non hanno ancora un adeguato accesso agli alimenti anche in aree e Paesi del mondo autosufficienti quanto alla produzione agricola. Il problema della fame è infatti intrinsecamente connesso a quello della povertà, in quanto è parte sia delle sue cause che dei suoi effetti. Le tecnologie agricolo-alimentari da sole non sono sufficienti a spezzare tale circolo vizioso, se non intervengono anche cambiamenti nelle priorità politiche, nell’organizzazione sociale e nell’ordine economico, come richiesto dal "diritto al cibo", impegno vincolante dei Governi dei Paesi in via di sviluppo, secondo quanto convenuto nei Summit mondiali sull’alimentazione degli ultimi anni. La storia dei successi tecnologici ottenuti nella soluzione dei problemi alimentari ha peraltro evidenziato dei limiti, connessi soprattutto al fatto che molte tecnologie di elevata efficacia produttiva hanno comportato, non solo nei Paesi in via di sviluppo, effetti collaterali indesiderati e pressioni su altre risorse, come l’uso intensivo di prodotti chimici e un grande fabbisogno di acqua. Si inserisce qui anche il tema dei nuovi stili di vita che, ispirati a sobrietà, dovrebbero indirizzare verso una maggiore condivisione. Occorre inoltre sempre considerare che ogni tecnica può costituire uno strumento di progresso, purché rispetti il criterio di una corretta applicazione, nel rispetto dei principi morali che salvaguardano la dignità della persona e il bene comune.

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    Il bisogno di un’agricoltura di qualità

    11. Sebbene l’agricoltura, con la perdita della sua importanza tradizionale, sembri essere sempre meno rilevante sia a livello socio-culturale che nel coinvolgimento di operatori, emergono tuttavia nuovi legami tra la terra e l’uomo, anche nelle culture urbane e industriali. In particolare si registra la c rescente richiesta di un’agricoltura di qualità e non tanto di quantità; una qualità rispettosa della salute, dell’ambiente e delle esigenze delle nuove generazioni. Si diffonde fra i consumatori la ricerca di prodotti per una sana alimentazione, con la conseguente preferenza per prodotti locali e la richiesta di informazione sui processi di produzione. Nelle società ricche è cresciuta, come mai prima, l’attenzione dei consumatori verso i contenuti non solo di qualità intrinseca ma anche culturali del cibo. Non sempre tuttavia questa forte domanda si traduce in un adeguato riconoscimento economico della qualità; mentre i maggiori costi di un’agricoltura di qualità non sempre trovano compenso nei prezzi di mercato, soprattutto per i produttori agricoli. Sul riconoscimento della qualità sta molto puntando l’azione delle organizzazione agricole e dei singoli agricoltori, ad esempio attraverso lo strumento dei marchi e delle certificazioni. Si tratta di tendenze significative, in quanto il riconoscimento economico della qualità può rappresentare, un’opportunità per il futuro di molti giovani agricoltori, disposti a investire nella terra ma ostacolati da problemi finanziari, di incertezza del futuro, di accesso alla terra stessa quando questa, spesso per ragioni esterne all’agricoltura, è oggetto di manovre speculative che impediscono l’emergere di nuovi veri agricoltori. È ovvio, d’altra parte, che la qualità ha dei costi, da ripartire equamente tra produttori e consumatori, evitando speculazioni e sotterfugi. La qualità infatti è un diritto strettamente connesso con l’obbligo di tutelare la salute e l’accesso a questo diritto non può essere determinato in modo selettivo sulla base delle capacità economiche dell’utente. In ogni caso, un adeguato controllo del mercato potrebbe incentivare i piccoli produttori, reimmettendoli in un circuito commerciale che, al momento, li penalizza.

    Il rapporto con l’ecologia

    12. La città, che continu a a espandersi, non deve violare il mondo agricolo, ma deve rispettarne terreni e spazi. Essa si deve piuttosto intrecciare in modo positivo con l’habitat agricolo, affinché le diverse esigenze non si scontrino tra loro, consentendo al territorio agricolo di essere un luogo diversamente caratterizzato rispetto alla città, uno spazio più vivibile e qualitativamente più elevato, sempre però organicamente connesso con lo spazio urbano. La crisi di taluni stili di vita cittadina ha in buona parte rovesciato la direzione di una rincorsa che per lungo tempo è stata quella del mondo rurale verso i modelli urbani. Il crescere di una generalizzata coscienza ambientale è un’occasione importante per il mondo agricolo, poiché favorisce un processo in cui esso può diventare un riferimento per le culture urbane che vanno alla ricerca di una migliore qualità della vita. Per questo è di importanza fondamentale che il mondo rurale ritrovi pienamente nuovi e più avanzati equilibri con l’ambiente naturale. Verso ciò conducono non solo le politiche agricole, ma pressioni della stessa cultura agreste e montana, desiderosa di non perdere, anzi di rivitalizzare, valori basilari, nonché opportunità di nuovo sviluppo come quelle offerte dai mercati della qualità e dell’agricoltura multifunzionale. L’ecologia è, oggi, una sfida e un valore, perché i mutati stili di vita, introducendo esigenze nuove e diverse opportunità, spesso purtroppo relegano in secondo piano i controlli sullo sfruttamento delle risorse energetiche e sullo smaltimento di rifiuti e scorie, mettendo a repentaglio l’equilibrio biologico e ambientale. È necessario perciò un impegno educativo specifico e qualificato, in particolare verso le nuove generazioni, perché imparino ad amare e rispettare la natura, mantenendone la bellezza e rendendola sempre accogliente e feconda. Su questo tema dell’ecologia torneremo con maggiore approfondimento nella seconda parte della nota.

    Le aziende agricole

    13. Le aziende agricole, un tempo spina dorsale del mondo rurale, sono oggi frequentemente a conduzione individuale e non più familiare. Sempre più spesso appaiono non come un terreno con l’abitazione dell’agricoltore e della sua famiglia, ma come una realtà differenziata, multifunzionale, sede di varie attività. La loro gestione coinvolge sempre meno la famiglia ed è affidata per lo più a uno solo dei suoi componenti, con ampio uso di mezzi meccanici e con saltuarie collaborazioni di familiari o esterni. Tra questi cresce il numero di persone provenienti da Paesi non appartenenti all’Unione Europea, soprattutto durante la stagione della raccolta dei prodotti. Questa trasformazione del mondo agricolo esige che le varie aziende si colleghino tra loro, siano ben inserite nel territorio e vengano difese e valorizzate. A sostenere ulteriormente questa integrazione è la catena agro-alimentare, che permette di seguire in tutte le fasi i singoli prodotti, creando così un legame più vasto con il territorio e insieme una più sicura certificazione dei prodotti stessi. Ciò favorisce nuove realtà di collegamento all’interno del mondo agricolo e tra mondo agricolo e territorio, anche con inedite opportunità pastorali.

    Valori permanenti

    14. I cambiamenti economici e socio-culturali degli ultimi decenni hanno avuto profondi influssi sul mondo rurale, in Europa come nel resto del mondo. Pur in presenza di tante mutazioni, nel mondo rurale restano tuttavia intatti molti valori tradizionali, anche se vissuti oggi in modo diverso. Segnaliamo tra questi la ricerca della qualità del cibo, l’accoglienza, la solidarietà, la condivisione della fatica nel lavoro.

    La qualità del cibo

    15. Non più ricercato per semplice soddisfazione di esigenze vitali, ma, considerata la possibilità di gratificazione del gusto consentita dalla varietà e freschezza dei prodotti, il cibo si fa oggi, per molti, ricerca di qualità, cultura , legame con l’ambiente, tipicizzazione personale. La possibilità di scelta del cibo oggi presente nel mondo occidentale deve portare a un’ulteriore valorizzazione del mondo agricolo, perché dietro le nostre tavole c’è la terra e dietro la terra c’è il lavoro dell’agricoltore, cioè le mani e la fronte di chi ha seminato, lavorato, raccolto per offrire i frutti. Ciò richiede anche di educare i consumatori nella scelta dei prodotti, in modo che ogni tavola preferisca la produzione del luogo, quella più genuina ma anche più sobria ed essenziale, quella che ha culturalmente un maggior legame con la propria storia.

    Forme nuove per l’accoglienza

    16. Permane sempre viva la virtù dell’accoglienza, tipica del mondo rurale, che oggi si caratterizza in modo nuovo in tre forme: l’agriturismo, l’accoglienza dei neo-rurali, l’impatto con l’immigrazione extracomunitaria. L’agriturismo risponde a bisogni diversi, come la vicinanza alla natura, la gioia di cibi genuini, la ricerca di tranquillità. Il contatto con lo stile di vita di una famiglia agricola, fatto di semplicità e di cordialità, può contribuire a ritrovare la genuinità di sentimenti e atteggiamenti che la cultura delle città sembra aver dimenticato. Sempre più numerosi sono i cosiddetti "neorurali", gente che abbandona l’ambiente urbano per andare a vivere in campagna, pur continuando a lavorare in città. Quando la scelta dei nuovi venuti si incrocia con la positiva accoglienza da parte dei già residenti, l’incontro diventa fecondo per tutti: chi già vive in campagna allarga i propri orizzonti e si confronta con culture diverse; chi arriva dalla città respira e fa propri i valori antichi del mondo rurale. La scuola e la parrocchia, in questo quadro, diventano palestre vivaci di tale integrazione. Queste nuove presenze, a loro volta, frenano almeno in parte lo spopolamento del territorio rurale e l’impoverimento dei servizi indispensabili: scuole, trasporto pubblico, servizio sanit ario, strutture commerciali, ecc. L’impatto dell’immigrazione extracomunitaria, che oggi è uno dei fattori necessari e decisivi per il mantenimento stesso del mondo agricolo, sta lentamente cambiando il volto anche dei paesi più interni e marginali. Li costringe a un’apertura inaspettata alla mondialità, a misurarsi con il cammino ecumenico e con il dialogo interreligioso, da valorizzare adeguatamente nelle comunità civili e religiose.

    Rinnovare la solidarietà

    17. Il mondo rurale ha provvidenzialmente conservato forme e gesti tradizionali di solidarietà: comunanze, usi civici, aiuto reciproco fra vicini, prestito di generi alimentari, di denaro e di macchine agricole, scambio di manodopera. Sono forme di condivisione che vanno confermate e valorizzate. In particolare è opportuno rilanciare le forme associative di solidarietà, come le cooperative e le casse rurali, oggi banche di credito cooperativo, nate all’interno delle comunità ecclesiali, che per oltre un secolo sono state elementi di garanzia e fonti di sviluppo sociale, economico e culturale. Queste istituzioni di mutualità vanno incrementate nei luoghi dove ancora hanno una debole presenza, anche attraverso un fecondo intreccio tra Nord e Sud d’Italia. Dove invece costituiscono una presenza ormai consolidata, è urgente recuperare le motivazioni originarie, per poter rispondere, in modo fedele ai valori, alle domande nuove del territorio. Tale solidarietà va allargata oltre i confini nazionali, per divenire sostegno e accompagnamento di zone del Sud del mondo economicamente più fragili. In questo contesto assumono particolare interesse le azioni di solidarietà a distanza e le iniziative dalla forte valenza etica come il commercio equo e solidale, il banco alimentare, la banca etica.

    La fatica del lavoro

    18. Tradizionalmente associata all’agricoltura è pure l’attenzione per il significato della fatica e la sua accettazione come sforzo fisi co necessario per conseguire i frutti della terra. Nonostante la meccanizzazione e la modernizzazione, il lavoro agricolo assorbe tempo, ha orari poco comodi, espone alle intemperie, domanda energia fisica e abilità manuali. La tradizione cristiana riconosce grande importanza a questi aspetti del lavoro agricolo, apprezzando il servizio di chi spende le proprie energie sulla terra, per produrre ciò che è necessario alla vita, in sintonia con l’opera del Creatore. «Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo Crocifisso – ha ricordato Giovanni Paolo II nella Laborem exercens – l’uomo collabora in qualche modo con il Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità» (n. 27).

    II. IL MONDO RURALE E L’ECOLOGIA

    «La tua terra avrà uno sposo»
    (Is 62,4)

    Una novità che chiede responsabilità

    19. Il rapporto tra mondo rurale ed ecologia è oggi indubbiamente una novità rispetto a trent’anni fa, quando il tema ecologico era appena abbozzato. È un settore di grande valenza, che coinvolge in modo diretto la responsabilità verso il creato. Le nuove istanze economiche e ambientali si intrecciano però con precisi interrogativi etici, di cui vogliamo richiamare alcuni profili.

    La sicurezza alimentare

    20. La sicurezza alimentare è uno dei punti nodali dell’agricoltura moderna finalizzata a ottenere prodotti adeguati nella quantità, ma soprattutto salubri, ben distribuiti e controllati, nella logica della qualità piuttosto che della quantità. Nei Paesi caratterizzati da redditi elevati la sicurezza alimentare non riguarda tanto il problema dell’accesso al cibo quanto quello della sua salubrità. Anche in questi ultimi anni numerosi episodi hanno mostrato che la ricerca di un interesse economico immediato può determinare usi superficiali e colpevoli delle tecnologie agricole, con gravi rischi per la salute di molti Le conseguenze possono essere particolarmente gravi se alla conce ntrazione di attività produttive sempre più complesse non corrispondono controlli adeguati, come è accaduto con la diffusione del morbo cosiddetto della "mucca pazza". La sicurezza alimentare richiede impegno e attenzione da parte dei diversi operatori del processo di produzione e distribuzione alimentare, ma anche da parte degli organismi pubblici. Alle autorità pubbliche compete, in particolare, la vigilanza in materia di sicurezza degli alimenti e la verifica degli effetti, diretti o indiretti, delle nuove tecnologie e dei nuovi prodotti alimentari sulla salute dell’uomo e sull’ambiente.
    Nodo fondamentale che coinvolge la realtà dei campi
    è l’uso saggio dell’acqua, decisivo per lo sviluppoPermane sempre viva la virtù dell’accoglienza, tipica di questo settore, che oggi si caratterizza in tre forme: l’agriturismo, l’accoglienza dei neo-rurali e l’impatto con l’immigrazione extra-Ue Le istituzioni di mutualità tipiche del mondo agricolo vanno incrementate dove ancora non ci sono e allargate oltre i confini nazionali, per diventare sostegno e accompagnamento di zone del Sud del mondo economicamente più fragili

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