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Discussione: Mine Sociali

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    MINE SOCIALI

    L'ultimo uomo zarathustriano, la pulce dell'individualismo, saltella sulla società disgregata. Intanto si stagliano sullo sfondo nuove Unità Imperiali radicate nel popolo

    L'ultimo uomo ha vinto.
    Lo diceva anni fa Adriano Romualdi nella sua breve ma incisiva lettura di Nietzsche 1 .
    Già: l'ultimo uomo della profezia zarathustriana, colui che rende tutto piccolo, che ha abbandonato le regioni dove è duro vivere perché ha bisogno di calore, che non sa più comandare né
    obbedire, che crede di aver inventato la felicità. È questo tipo umano che trionfa e si crea finalmente un mondo su misura
    per se stesso e per la sua meschinità. L'ultimo uomo ha vinto ed ha tramutato in norma la sua piccolezza. Qualcuno, più pudicamente, chiama tutto ciò individualismo.

    Origine dell'individualismo

    Tutte le società tradizionali esistite in ogni epoca ed in ogni luogo
    hanno concepito l'uomo come un essere sociale, un membro di un insieme, di un tutto organico. L'individuo era considerato indissociabile dalle sue appartenenze. È da esse che egli traeva le sue norme di comportamento. Tutti questi legami sociali, che la modernità ha voluto recidere in quanto fonti di oppressione, non rappresentano, , in realtà, che il normale contesto di crescita e sviluppo dell'essere umano, quello stesso essere umano che già Aristotele definiva animale politico. Ora, l'individualismo rappresenta essenzialmente l'eliminazione di tale condizione di normalità, l'anormalità che si fa norma.
    Quand'è che nasca questa assurda concezione dell' "individuo" - monade isolata da ogni rapporto sociale, da ogni appartenenza, da ogni legame - non è facile dirlo. Più d'uno studioso ha creduto di intravederne il germe già nel rapporto assolutamente personale che si instaura tra il singolo e il Dio cristiano, rapporto che è al di là ed al di sopra di ogni contesto comunitario2. E tuttavia, il carattere tutto sommato olistico e comunitario assunto per diversi secoli dallo stesso Cristianesimo - allorché quest'ultimo si è fuso con una sensibilità tipicamente europea ha fatto sì che l'individualismo insito nel Nuovo Testamento restasse allo stato di mera potenzialità. Sarà solocon la rivoluzione bor_ ghese che esso inizierà ad acquisire un volto tremendamente concreto.
    Nota, non senza compiacimento, Marx nel Manifesto del Partito Comunista: «Dove è giunta al potere [la borghesia] ha distrutto tutte le condizioni di cita feudali, patriarcali, idilliache. Essa ha lacerato senza pietà i variopinti legami che nella società feudale avvincevano l'uomo ai suoi superiori naturali, e non ha lasciato tra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, lo spietato `pagamento in contanti". Essa ha affogato nell'acqua gelida del calcolo egoistico i santi ,fremiti dell'esaltazione religiosa, dell'entusiasmo cavalleresco, della sentimentalità piccoloborghese».
    Ora, il punto è che dissolvendo i "variopinti legami" che costituivano l'esistenza dell'uomo finché esso è vissuto in società normali, si è anche distrutto tutto ciò che a tali esistenze dava un senso.

    Crisi del legame sociale

    In questo modo la rivoluzione borghese determina uno sconvolgimento che è propriamente dia-bolico3, cioè basato sulla separazione di ciò che è unito, sulla meccanizzazione di ciò che è organico, sull'atomizzazione di ciò che è comunitario, sulla disintegrazione di ciò che è integro. Si ha una rottura che avviene a un livello sincronico (tra i cittadini), diacronico (tra le generazioni) e verticale (nei confronti di tutto ciò che è sovra-umano). Ciò che rimane è un'accozzaglia di cittadini di nessun luogo associatisi unicamente per difendere il proprio interesse individuale. La comunità diviene semplicemente un'arena in cui gli individui perseguono ciascuno la propria narcisistica concezione di vita buona, e le istituzioni politiche esistono solo per assicurare quell'ordine minimo (lo stato come "guardiano notturno") necessario per garantire ad ognuno la possibilità della propria autorealizzazione individualisticamente intesa. Lo stato liberale è indifferente alla "vita buona" (Aristotele) che ogni individuo sceglie per sé, ma questo comporta a sua volta l'indifferenza dell'individuo nei confronti degli affari pubblici e della vita della città. Gli individui si conformano sempre meno alle esigenze di un normale vivere comunitario poiché hanno sempre di più l'impressione fondata che nessun'altro agisca nel rispetto delle norme sociali.
    Dall'inizio degli anni '80 tutti i sondaggi mostrano un aumento regolare dell'indulgenza per la trasgressione delle regole che interessano il bene comune. Emerge anche il dato secondo il quale è la gioventù a far propri i valori individualisti con sempre maggiore entusiasmo. Ogni generazione è più individualista di quella passata. Viene del tutto meno il principio di responsabilità, secondo il quale è giusto rendere idealmente conto dei nostri atti nei confronti di chi ci ha preceduto (gli ascendenti) e di chi ci succederà (i discendenti). E questo che fa di noi un popolo; in caso contrario non siamo più che una popolazione, cioè un mero dato statistico. Ciò che ci rimane sono solo degli individui isolati che si muovono in tutte le direzioni seguendo i flussi del consumo e dello spettacolo, delle mode e del conformismo, divertiti od impauriti dal grande rea1ity show in cui ci hanno immerso affinché non ci accorgessimo del mondo letteralmente disumano che ci hanno costruito intorno.

    L'analfabetismo etico

    Ma c'è di più: non si deve credere infatti che la crisi del mondo contemporaneo sia contingente, come una temporanea e passeggera "crisi dei valori". Tutt'altro. Noi non agiamo eticamente semplicemente perché non ne siamo più capaci. Abbiamo smarrito la bussola etica che ci permetteva di orientarci nel mondo, che dava un senso al nostro agire. Lo riconosceva già Evola, in questo ispirato da Nietzsche: «Nella "morale autonoma", cioè laica e razionale, resta soltanto un nuoto, rigido comando, un "devi" da far valere contro ogni impulso della natura - mera eco dell'antica legge vivente. [ ...] Dopo il puritanismo e il rigorismo etico, questo è l'orientamento del mondo borghese: idoli sociali e conformismo fondato sulla convenienza, sulla viltà, l'ipocrisia o l'inerzia»4. Alasdair Maclntyre, filosofo contemporaneo di matrice neo-comunitarista, si ritrova qui curiosamente in perfetto accordo con l'autore tradizionalista: i moventi per agire o per non agire di cui siamo in possesso, secondo Maclntyre «sono i frammenti di uno schema concettuale, parti ormai prive di quei contesti da cui derivava il loro significato. Abbiamo, è vero, dei simulacri di morale, continuiamo ad usare molte delle espressioni fondamentali. Ma abbiamo perduto, in grandissima parte se non del tutto, la nostra comprensione, sia teorica che pratica, della morale».
    Partendo da una concezione dell'io di tipo individualista, è inevitabile che non si comprenda una regola morale se non come limitazione arbitraria dell'autonomia del singolo.
    Per quest'io l'idea di sacrificare il proprio interesse per gli altri suonerà sempre inconcepibile. Per chi, invece, non pensa a se stesso come ad una monade isolata dagli altri non sarà mai difficile tributare rispetto al prossimo. La comunità, quindi, è il solo luogo in cui diveniamo capaci di moralità: «io trovo la mia giustificazione per l'osservanza delle] regole della moralità nella mia comunità particolare: privato della vita di quella comunità, io non ho alcuna ragione di essere morale». La comunità è il luogo esclusivo della virtù (intesa nel senso aristotelico e non borghese-moralistico del termine, ovviamente); la moderna società individualista è invece il luogo di ogni abbrutimento, di ogni decadenza, di ogni perversione.
    Notava già Konrad Lorenza «come può un individuo in, fase di sviluppo imparare ad avere rispetto di qualche cosa, quando tutto ciò che lo circonda è opera, per giunta estremamente banale e brutta, dell'uomo? [...] Il senso estetico e quello morale sono evidentemente strettamente collegati, e gli uomini che sono costretti a vivere nelle condizioni sopra descritte [quelle della società moderna - ndr] vanno chiaramente incontro all'atrofia di entrambi. Sia la bellezza della natura sia quella dell'ambiente culturale creato dall'uomo sono manifestamente necessarie per mantenere l'uomo psichicamente e spiritualmente sano».

    Il mondo disumanizzato

    Un tale imbarbarimento sociale lo constatiamo in fin dei conti ogni giorno sotto forma di una diffusa mancanza di centratura esistenziale. Dominato da una febbre, da una frenesia, da una agitazione continua, il mondo moderno è caratterizzato dal più sfrenato attivismo pur avendo dimenticato il vero senso dell'azione, come già aveva capito Evola.
    Più prosaicamente, Massimo Fini ama ripetere che il simbolo della "civiltà" occidentale è il levriero che al cinodromo si affanna a rincorrere la lepre di pezza che, per definizione, non potrà mai raggiungere. Da qui l'eterna insoddisfazione, l'infelicità, la perdita di ogni scopo e significato dell'esistenza. E non è retorica: nell'Europa del 1650 i suicidi erano 2,5 per 100 mila abitanti; nel 1850 salivamo a 6,8; alla fine del XX secolo eravamo già oltre il 20. L'alto tasso di suicidi testimonia un profondo, diffuso male di vivere. Il fenomeno aumenta ogni volta che la società non riesce a creare rapporti organici tra i suoi membri. Lo stesso può valere per l'aumento esponenziale delle dipendenze - intese nel senso più ampio possibile. E ancora, si pensi alle nevrosi, alle paranoie, ai disturbi psíchieí, mai così frequenti e cliffusi. Negli USA, addirittura, più di un abitante su due fa uso abituale di psicofarmaci. Disturbi che sarebbero assordi se non fossero drammatici come l'anoressia forniscono un'ulteriore prova di un dato di fatto inoppugnabile: noi non reggiamo il nostro modello di vita. Per non parlare, poi, delle tantissime forme di disagio esistenziale che si esprimono con un ricorso forsennato alla spengleriana "seconda religiosità": dalle sette sataniche (nei casi più estremi) alla new age, dai maghi, tarocchi e santoni da quattro soldi alle tendenze di tipo "carismatico" che si stanno affermando in seno allo stesso cattolicesimo.
    Cerchiamo un'identità, un punto d'appoggio, un valore forte; ci ritroviamo dal cartomante, in una curva da stadio o magari in una boutique di abbigliamento (chissà che vestendoci come altre centomila copie di noi stessi non si acquisti un po' di personalità...). E sorvoliamo su altri "segni dei tempi" che di per sé non sarebbero meno preoccupanti: l'imporsi della dittatura del conformismo di massa e del pensiero unico, il crescente analfabetismo morale e culturale delle giovani generazioni, la letterale incapacità di comprendere il mondo che ci circonda dovuta al dominio della società dello spettacolo e molte altre delizie il cui elenco completo necessiterebbe di molto più spazio. C'è poi un aspetto che raramente si considera ma che può da solo rappresentare un simbolo adeguato della crisi del mondo occidentale: i popoli dì origine europea si stanno estinguendo. Non mi sembra cosa dì poco conto.
    Essendo ormai preoccupati solo del presente, dell'attuale, del contingente, abbiamo perso l'esigenza vitale di prolungarci in una stirpe. Attualmente, ogni donna italiana ha in media 1,26 figli (la media europea è di 1,47). Trent'anni fa c'era un ultrasessantacinquenne ogni 10 persone; oggi ce n'è uno ogni 5: fra trent'anni ce ne sarà uno ogni 3. La popolazione tedesca dovrà diminuire del 20% da qui al 2050. Se non si inverte la tendenza, tra cinquant'anni la Germania sarà un paese popolato per la metà da immigrati allogeni; lo stesso vale per la Francia; nel Regno Unito si prevede che, nel 2020, gli allogeni extra-europei contribuiranno a metà della natalità “nazionale” (se questo termine ha ancora un sensso...). Abbiamo dato le dimissioni dalla Storia. Ogni altra specie intelligente chiamerebbe tutto ciò un “disastro”. Noi lo chiamiamo “progresso”.

    Riempire il vuoto.

    Riassumendo: l'attuale civilizzazione occidentale «ha realizzato la perversione più completa dell'ordine razionale delle cose. Regno della materia, dell'oro, della macchina, del numero, in essa non ui è più respiro, né libertà, né 1uce»8. Situazione disperata, si dirà. Certamente. Ma cosa ne rimane del nostro parlare di mentalità tragica, di realismo eroico, di nichilismo attivo se non sappiamo sorridere anche e soprattutto nel venir meno di ogni punto fermo? Il vuoto della società attuale (vuoto politico, esistenziale, sociale, culturale) non aspetta altro che di essere riempito. Il nulla che ci circonda può essere la condizione di possibilità di un nuovo inizio, l'occasione che si dischiude di fronte a chi possieda una volontà storica di autoaffermazione. La filosofia di Nietzsche, in fondo, non dice altro: poiché non esistono più valori, occorre essere valorosi. Il pensiero debole pseudonietzscheano si è fermato al primo passaggio: niente valori, quindi nessuna affermazione forte.
    Ciò che il solitario di Sils Maria annunciava, però, va esattamente nella direzione opposta: occorre distruggere le vecchie tavole della legge e crearne di nuove a partire dalla nostra volontà sovrana. Non è semplice e non deve nemmeno esserlo. Nessuno pretende il contrario. E tuttavia è doveroso ed in fin dei conti anche esaltante. Cominciando, ovviamente, a partire dal lavoro su noi stessi. Divenire Unità Imperiali -per usare una felicissima espressione molto usata di recente su queste colonne -incarnazioni viventi di un'Idea. Portare dentro di sé quel mito fondatore che è 1'Imperiwn, un mito che è nel nostro avvenire, non nel nostro passato. Creare in questo modo una comunità umana che realizzi - qui ed ora - il mondo che vogliamo. Lanciare nel grigio panorama odierno delle "mine sociali"9 destinate a creare strutture solidali e radicate nel popolo.
    Ogni società umana, finché rimane tale (e anche la nostra, ancora, conserva tracce di umanità), porta con sé gli anticorpi per superare ogni crisi. Di fronte all'esempio, all'azione disinteressata, allo stile ed alla capacità di un'avanguardia si troveranno sempre orecchie disposte ad ascoltare ed energie da riattivare. Un'avanguardia che si sforzi di essere quell'aristocrazia povera profetizzata ancora da Nietzsche, cercando così di realizzare una sorta di autosufficienza esistenziale ma anche, più banalmente (ma fino ad un certo punto), economica, perché nel mondo che si affanna per il superfluo può dominare chi non vuole che l'essenziale.
    Perché la vittoria dell'ultimo uomo è terribile, ma non definitiva.

    ----------------------------NOTE-------------------------------------------------

    1 Adriano Romualdi, Nietzsche e la mitologia egualitaria, Edizioni di Ar 1981.

    2 Questo è il senso del noto passo evangelico: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa» (Mt 10, 34-37).

    3 Diabolos, in greco, deriva dal verbo diaballo: disunisco, separo.

    4 f ulius Evola, Cavalcare la Tigre, Edizioni Mediterranee 1995.

    5 Alasdair Maclntyre, Dopo la Virtù. Saggio di Teoria Morale, Feltrinclli 1993 (prima edizione 1988).

    6 Alasdair Maclntyre, Il Patriottismo è una Virtù?, in AA. VV., "Comunitarismo e Liberalismo" (a cura di Alessandro Ferrara), Editori Riuniti 2000.

    7 Konrad Lorenz, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, Adelphi 1981.

    8 f ulius Evola, Imperialismo Pagano, Edizioni di Ar 1996.

    9 Come è noto, "mine sociali" dovevano essere, per il Mussolini ispirato da Bombacci della fine della guerra, le fabbriche socializzate. "Disseminare la Pianura Padana di mine sociali": questa era la parola d'ordinedel crepuscolo della RSI. È in questi termini che ho sempre pensato, per esempio, a Casa Pound: una "mina sociale" scagliata nel pieno centro della Capitale.

    Adriano Scianca

    Tratto da "Orion"- agosto2004 - n° 230

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    Predefinito Re: Mine Sociali

    9 Come è noto, "mine sociali" dovevano essere, per il Mussolini ispirato da Bombacci della fine della guerra, le fabbriche socializzate. "Disseminare la Pianura Padana di mine sociali": questa era la parola d'ordinedel crepuscolo della RSI. È in questi termini che ho sempre pensato, per esempio, a Casa Pound: una "mina sociale" scagliata nel pieno centro della Capitale.

    Adriano Scianca

    Tratto da "Orion"- agosto2004 - n° 230
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