L’8 agosto del 1720 nacque così il Regno di Sardegna: il 2 settembre dello stesso anno Felice Pallavicino, barone di Saint Remy, venne nominato viceré ed iniziò il suo “governo”.
Per Quintino Sella “la Sardegna dal 1720 ebbe garantita la sua autonomia, la conservazione delle sue leggi e consuetudini”….”essa veniva governata da viceré, da intendenti generali cui con quella delle miniere spettava l’azienda economica dell’isola”.
Ma fu un’autonomia solo nominale e di facciata. Il governo dell’Isola venne esercitato dai Re succedutisi al trono, ad incominciare da Vittorio Amedeo II, per mezzo di istruzioni minuziosamente “dettate” ai loro viceré che dovevano uniformarsi ad esse senza possibilità alcuna di atti autonomi. La Sardegna era, quindi, subalterna al Piemonte: il governo dell’Isola avveniva da Torino.La Sardegna non era altro che una colonia del Piemonte.
I viceré divennero, quindi, solo esecutori di ordini. I primi decenni del Regno di Sardegna furono pervasi dalla necessità da parte dei Savoia di non creare “cambiamenti traumatici” rispetto alle abitudini, ai costumi, alle leggi che l’Isola ebbe in eredita dopo quattro secoli di dominio spagnolo.
Nel 1720 la Sardegna era contraddistinta da una arretratezza economica, sociale e culturale determinata dai seguenti fattori:
1) Il regime feudale che impediva il formarsi di una organizzazione sociale ed economica avanzata con lo sviluppo dell’apparato produttivo;
2) La Chiesa che non solo poteva contare sul potere spirituale ma anche su un potere economico rilevante. La DECIMA (pari ad un decimo del reddito) era un tributo che incideva in molti casi più del tributo dovuto e riscosso dal feudatario. Un potere che la Chiesa poteva mantenere anche con l’ausilio dell’Inquisizione.
3) Il livello culturale era molto basso. L’istruzione fu demandata e controllata dal clero che nella grande maggioranza”non ha conoscenza delle leggi divine e di quelle della Chiesa e non può insegnare ai parrocchiani nient’altro che il Padre nostro e l’Ave Maria”.
4) Gli intellettuali formatisi sotto la dominazione spagnola durata più di quattro secoli, erano completamente slegati dalle problematiche della Sardegna e pertanto non contribuirono da subito ad alimentare un dibattito politico-culturale perché si sviluppasse l’idea del rinnovamento.
La composizione sociale della Sardegna era determinata principalmente da agricoltori, pastori, proprietari e servi, artigiani che facevano parte della classe inferiore;
i feudatari, i nobili, l’alto clero, i cavalieri e gli alti burocrati che facevano parte della classe privilegiata poco numerosa e raramente residente in Sardegna ma “armata” dei più ampi poteri.
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