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    Predefinito Referendum: quale democrazia? Di Francesco Botturi

    DIBATTITO
    Replica a Gustavo Zagrebelsky che accusa di immoralità politica chi sostiene l'astensione e i cattolici di clericalismo

    Referendum, quale democrazia?



    Di Francesco Botturi

    Se non stai al (mio) gioco non sei democratico, ed anche la Chiesa... Questa sembra essere un’interpretazione severa ma realistica di quanto ha scritto ieri su «Repubblica» Gustavo Zagrebelsky. L’argomentazione è (apparentemente) semplice: l’astensione dalla prova referendaria prossima è lecita giuridicamente, ma è illecita dal punto di vista della «moralità politica». L’illecito deriva dal fatto che chi si astiene sfrutterebbe in modo "opportunistico" la quota degli astensionisti per indifferenza: si sommerebbero così i "veri astensionisti" (indifferenti) e i "falsi astensionisti" (interessati). Interessati a che cosa? A far fallire i referendum, ovviamente, sottraendosi al «libero e ideale confronto». Ma chi si sottrae alla libera e diretta partecipazione – prosegue l’argomentazione – si sottrae alla logica democratica, dunque mostra un’indole pericolosamente poco democratica. A partire da questa premessa di fatto scatta anche una considerazione di principio, in cui – come non è infrequente nella cultura laica – si cerca di mettere la Chiesa contro se stessa, opponendo «cattolici democratici» e «cattolici clericali», laicato e gararchia ed anche figure gerarchiche fra di loro. Non è infatti, lo stesso Magistero, a cominciare da quello del Concilio Vaticano II, che indica tra i compiti dei laici di «animare cristianamente l’ordine temporale, rispettandone la legittima autonomia» e quindi partecipando «alla vita pubblica come cittadini», come afferma la Gaudium et spes? Eppure, secondo Zagrebelsky, se ci sono «forze» (ecclesiastiche, clericali?) che «agiscono come longa manus di poteri esterni», la democrazia diventa «un luogo di scontro e di potentati» che obbediscono a regole altre da quelle democratiche. A sostegno l’articolista cita quel famoso passo di John Locke (1689) che sostiene che i cattolici non sono degni di tolleranza politica perché papisti, cioè legati da «obbedienza ad un Papa infallibile», che vincola le coscienze; cioè sono alle dipendenze di un potere esterno e nemico, così come – osserva Zagrebelsky – nel secolo scorso furono considerati i comunisti, quali «agenti del potere sovietico», in molte democrazie occidentali. Insomma, tra fede religiosa, soprattutto quella cattolica, e fede democratica il «connubio è difficile: si stia attenti perciò – da parte dei cattolici "clericali" italiani – a non proiettare ombre durature sul futuro della convivenza civile del nostro Paese», è la conclusione. L’avvertimento è chiaro, le premesse – appoggiate ad uno dei passi (quello di Locke) meno felici della letteratura liberale moderna – sono inequivoche, il tentativo di seminare zizzania in casa cattolica abbastanza chiaro, il risultato evidente: come tentativo di delegittimazione non c’è male. Dobbiamo riprendere il filo delle argomentazioni, quella sul referendum e quella su cattolicesimo e democrazia. La prima porta due capi d’imputazione: parassitismo politico ed estraneazione sospetta dal dibattito democratico. Quanto alla prima accusa, all’articolista sembra sfuggire che si sta parlando di quesiti referendari che una (piccola) porzione di cittadini, legittimata da una procedura costituzionale, sottopone al resto della cittadinanza. Ora, mi sembra che faccia parte dell’etica democratica la libertà di giudicare l’opportunità (e anche la liceità) morale di rispondere a quesiti che vengono posti, così come in generale è moralmente legittimo, anzi doveroso, vagliare la bontà morale del rispondere a una domanda (già lo stesso rispondere è un’azione, che come tale può essere buona o cattiva). Così potrebbe essere moralmente inopportuno rispondere ai quesiti referendari posti e al come sono stati posti. Una prima osservazione infatti potrebbe riguardare l’opportunità di lasciare un maggior tempo di sperimentazione a una legge complessa nel suo impianto per poter poi serenamente valutare se effettivamente essa comporta gli inconvenienti che le si attribuiscono. In secondo luogo, una bocciatura referendaria di parti d ella legge vincolerebbe il successivo legislatore a posizioni molto nette (quelle care ai radicali), ma avversate da buona parte dei cittadini, cattolici e non. Così la revisione della legge avverrebbe in condizioni non equilibrate e serene. In terzo luogo è assai discutibile che l’operazione referendaria offra garanzie di correttezza quanto alla formazione di un autentico consenso popolare. Mi riferisco alla complessità del testo della legge e al fatto che i quesiti referendari – quelli che il cittadino si troverà sulla scheda – chiedono un’operazione chirurgica sul testo, il cui contenuto è scarsamente dominabile dal cittadino comune. Si tenga presente che il votante dovrà esprimere il suo sì o no su 26 (!) parti del testo, giocate su frasi, mezze frasi, singoli sostantivi, aggettivi, verbi, eccetera. Il tutto invece, naturalmente, è presentato al cittadino da parte dei proponenti sotto il titolo (cioè lo slogan) di grandi obiettivi ideali. La presentazione radicale recita al quesito 1 «per consentire nuove cure per malattie come l’Alzheimer, ecc.», al quesito 2 «per la tutela della salute della donna», al quesito 3 «per l’autodeterminazione e la tutela della donna»... E chi non vorrebbe promuovere questi valori? In conclusione, questa è serietà democratica? È moralmente lecito trattare materie così delicate e complesse in questo modo massimalista per un verso ed oscuro per un altro? Non ne risulta l’effetto di battaglie non di merito presso l’opinione pubblica, ma ideologiche? Secondo queste ragioni non accettare di essere interrogati su queste proposte referendarie è cosa non solo giuridicamente lecita, ma anche moralmente buona. Il secondo capo d’imputazione riguarda la colpa di non partecipazione al dibattito democratico. Qui basta osservare che l’astensione ha la sua dignità teorica e di fatto sta alimentando un dibattito pubblico. Piuttosto questo è ostacolato da chi non vuole considerare le ragioni di chi si astiene, lo esclude perciò dal dibattito e poi gli rimprovera di non parteciparvi. A fronte di tutto questo il fatto che l’astensionismo critico si sommi a quello indifferente fa parte delle condizioni di fatto del confronto referendario; così come accade che molti votino senza precisa cognizione di causa. Veniamo per concludere all’argomentazione sulla presunta smentita del compito partecipativo cattolico alla vita democratica in cui finirebbe l’astensionismo. Zagrebelsky cita una Nota della Congregazione per la dottrina della fede in proposito. Dimentica però di citare il seguente passo: «Quanti sono impegnati direttamente nelle rappresentanze legislative hanno il preciso obbligo di opporsi ad ogni legge che risulti un attentato alla vita umana. Per essi, come per ogni cattolico, vige l’impossibilità di partecipare a campagne di opinione a favore di simili leggi né ad alcuno è consentito dare ad esse il suo appoggio con il proprio voto». Seguire un insegnamento come quello della Chiesa non significa abolire la propria coscienza e immettere elementi estranei nella democrazia, ma portare un contributo di coscienza morale e democratica, che può anche manifestarsi con il sottrarsi ad una prova referendaria che non offre tutte le garanzie per la formazione democratica del consenso.

    Avvenire - 28 maggio 2005

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    Predefinito Botturi monumentale.

    Seguire un insegnamento come quello della Chiesa non significa abolire la propria coscienza e immettere elementi estranei nella democrazia, ma portare un contributo di coscienza morale e democratica, che può anche manifestarsi con il sottrarsi ad una prova referendaria che non offre tutte le garanzie per la formazione democratica del consenso.





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    Davvero un grande docente di morale il prof. Botturi

 

 

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