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    Post L’Unione delle repubbliche sovietiche d’Europa

    Meglio il golpe bianco, meglio non far conoscere al popolo bue quali angoscianti verità siano nascoste dietro all’approvazione della Costituzione europea e del mandato di arresto europeo.
    La stessa arena politica, dove si urla come forsennati per quisquilie senza soffermarsi sui problemi più seri, ed il frastuono mediatico che accompagna come una allucinante colonna sonora la realtà della nostra vita, garantiscono di per sé che il sistema funzioni a dovere: il filtro dell'apparato trattiene sistematicamente i moscerini e lascia filtrare i cammelli... le novità più devastanti passano spesso inosservate e altrettanto spesso applaudite.
    È avvenuto tutto in breve tempo: gli onorevoli deputati, ultima spiaggia per l'approvazione dell'euromandato, sono stati preceduti di poco dai senatori della (ex, verrebbe voglia di dire) Repubblica italiana, che avevano approvato alcuni giorni prima la Costituzione europea.
    Come da copione, i quotidiani "più autorevoli" e diffusi, voce delle lobbies egemoni - e comunque, anche la stragrande maggioranza dei quotidiani "indipendenti" - hanno tenuto un bassissimo profilo su questi argomenti. I luminosi orizzonti europeisti non si discutono, come tutti i dogmi.
    Euromandato e Costituzione europea hanno molti genitori: anzitutto una folta delegazione di ignavi, una palude di girondini, gente che ha votato a favore senza preoccuparsi delle responsabilità che si stava assumendo, o più banalmente che votava per spirito gregario: le regole del gregge sono in effetti uno dei più fondamentali corpi legislativi che esista in natura.
    Oltre al girone degli ignavi, c'è chi, forse in sussulto di coscienza, ha pensato di disertare i tragici appuntamenti europeisti. Di sicuro poi qualcuno ha pensato di opporsi, ma non avendo quel coraggio che - come diceva don Abbondio - chi non ce l'ha non può darselo, ha ceduto. Contro la Costituzione europea sono rimasti in pochissimi: principalmente la Lega - che è stata l'unica a non cedere neppure sul mandato di arresto europeo - ed i compagni dell'estrema sinistra.
    Non ovviamente i compagni Diesse: quelli qualche anno fa stavano con l'Unione Sovietica e quindi oggi ovviamente sono ferocemente a favore della Costituzione e del mandato di arresto europeo.
    Il mandante del mandato è la Commissione Prodi. Uno dei più autorevoli artefici, anzi forse il padre stesso della Costituzione europea è Giuliano Amato... Le solite facce percorrono come un inquietante brivido grigio la storia della nascente Unione sovietica d'Europa.
    In effetti le analogie, non solo terminologiche, fra l'Unione delle Repubbliche Socialiste sovietiche del XX secolo e l'Unione delle repubbliche europee degli anni 2000, sono notevoli. Una, la più esplicita, ma non la più sfacciata, l'ha ricordata in un eccesso di sincerità l'eurodeputato David Martin alcuni anni fa: «Smettialmola di fingere, di difenderei e di giustificareci: ciò che noi vogliamo creare è precisamente un Superstato socialista europeo».
    L’inganno con cui i popoli ed i loro presuntuosi rappresentanti stanno per essere cancellati come Nazioni, è talmente immane che sarebbe difficile trovare un sintomo più grave del cancro che sta divorando l'Europa. Talmente grave che non potendo credere ai propri occhi, nessuno o quasi se ne accorge.
    O meglio, qualcuno ha capito, qualcuno ha fatto cenno di avere inteso, ma poi, perché il gioco della parti non trasmodasse così rovinando i programmi stabiliti in alto consiglio, si è tirato indietro. Tremonti appartiene in effetti al novero dei pochi che hanno capito: «Solo un numero stupefacentemente limitato di persone ha realizzato che i principi esterni dominano su quelli interni; che le norme europee prevalgono su quelle italiane; che la Corte di Giustizia europea prevale su tutte le corti nazionali... Ho la vaga impressione - ha insistito Temonti criticando i propri avversari politici con parole pesanti come pietre - che chi ha parlato di democrazia perduta o erosa (in Italia, n.d.r.) abbia una percezione davvero limitata dell’intensità dei fenomeni di ingegneria costituzionale che sono in atto da decenni in Europa, e prendono la forma storica e drammatica di crescenti cessioni verso l’alto di quote della sovranità nazionale. Chi ignora questi fenomeni o è in malafede, o è superficiale; ovviamente il cumulo delle cariche non è vietato».

    FRA IL GROTTESCO E IL TRAGICO

    Nel marasma dei 448 articoli della Costituzione europea non è facile districarsi. Ma se non si tentasse di individuare almeno alcuni dei focolai cancerosi di quel documento, di d'Estaing, Amato e colleghi resterebbero solo il grigiore ed alcuni aspetti grotteschi. Certo, anche i lati più ridicoli delle normative europee hanno forse uno scopo, uno scopo non voluto, ma reale: far ridere gli sciocchi. Anche se in effetti è difficile non ridere di fronte ad una Costituzione che per la prima volta nella storia dell'umanità (salvo errori... il prof. Amato ci correggerà) contempla la sugna, le stearine ed altre tipologie di grassi come materie degne di essere eternate dalla Carta fondamentale di un impero. La Costituzione europea, in effetti, debordante e paradossale nella sua storica ipertrofia, sotto spoglie ora ridicole, ora tecnocraticamente stucchevoli, ora del tutto fumose, nasconde in realtà alcuni principi che demoliscono senza appello le Nazioni. Nazioni che continuano ad avere un proprio nome ed un proprio governo a scopo illusionistici, ma sono ridotte ormai al livello di province di un impero, vergognosamente impotenti al punto di non poter decidere i vegetali che posso essere coltivati sul proprio territorio... al punto che le loro Costituzioni si vedono costrette a soccombere di fronte ad un qualsiasi, per quanto banale, atto normativo dell'Unione.
    Chi legge, chi si sforza di capire quale partita sia in gioco, come hanno fatto il ministro Tremonti, o il senatore Pera, in un sussulto di coscienza - si ignora se sincero, ma di sicuro subito esausto -, sa bene che la prevalenza del diritto unionista sul diritto delle Nazioni, con la nuova Costituzione europea, è totale, schiacciante, subdolamente ma già compiutamente definitiva. Con l'euromandato e la Costituzione europea, ogni libertà personale, anche la più elementare, anche la più comune libertà di espressione, comporta rischi di deportazione che sino ad oggi solo l'Unione Sovietica aveva propiziato su scala tanto ampia. Intanto si canta e si balla. Eppure che questa Europa ci stia dolorosamente prendendo per i fondelli non dovrebbe sfuggire a nessuno. L'Europa stabilisce le misure e le forme delle banane, delle zucchine, norma le dimensioni delle cicatrici dei pomodorini, discute su come si possa fissare, in termini giuridici, il concetto di camicia da notte, elimina le razze dei cani inferiori... e poi proclama solennemente nella Costituzione il principio di sussidiarietà, per cui ciò che può fare il singolo Stato membro non deve essere fatto dall'Unione. Ma come? Legulei deliranti al punto di dettar legge persino ai pomodorini, assicurano di rispettare, dove possibile, le autonomie locali? E i popoli europei credono a simili menzogne?
    Le anomalie morali e intellettuali di chi vuole quest'Europa hanno d'altronde un parallelo speculare a livello di diritto penale. L'uniformità grottesca di frutta, ortaggi, norme igieniche, che sembra quasi tradurre in legge una concezione religiosa - una patologica fede nell'Uomo, che pretende di imporre alla imperfetta realtà una perfezione elaborata in vitro - preludono, nell' ordine delle cose, ad una eguale massacrante uniformità che il diritto penale europeo vuole imporre nell'ordine delle idee. Le idee faranno la fine delle banane: idee standard. Le idee alternative finiranno nei gulag.

    IL DIRITTO PENALE SOVIETICO EUROPEO

    Con il mandato di arresto europeo e con gli identici, eversivi principi contenuti nella Costituzione europea, la sussidiarietà tragicomica (molto più tragica che comica a dire il vero) dell’Unione, opera ora anche a livello penale: hai commesso un reato in Italia? Dunque un giudice lettone potrà deportarti sino in Lettonia. Peggio, potrà deportarti in Lettonia alla luce del codice lettone (a te ignoto) in nome della (costituzionalizzata) reciproca fiducia fra stati membri. E lì ti potrà condannare per un fatto commesso lecitamente in Italia... ma punito dal codice lettone.
    Curioso: in Europa si dice sussidiarietà e autonomia per dire eterodeterminazione; libertà per dire schiavitù; sovranità nazionale, per definire quello che in diritto internazionale viene chiamato "stato fantoccio"...
    Si sono chiesti, i nostri parlamentari, per quale ragione quest'Europa ci tiene tanto a poter deportare a zonzo per l'Europa un poveraccio senza neppure fornire un perché (non servono motivazioni per essere tradotto chissà dove)? Si sono chiesti per quale ragione un giudice straniero deve potersi ingerire in fatti commessi sul territorio di altri Stati? Per ragioni di sussidiarietà, forse?
    Onestamente bisogna ammettere che i nostri rappresentanti sono gli unici in Europa a essersi posti qualche seria domanda: non per nulla sul mandato di arresto siamo giunti per ultimi, nonostante i fraterni ammonimenti del commissario Frattini.
    Ma pur avendo atroci dubbi, i nostri parlamentari di maggioranza - escluse le solite eccezioni _hanno ratificato egualmente il tutto, aggiungendo qualche foglia di fico qua e là, foglie che verranno comunque amabilmente eliminate dalla Corte di giustizia dell'Unione europea.
    Intanto la neonata Unione sovietica avanza. E non si obietti che chiamarla Unione sovietica significa giocare con i termini: i redattori della Costituzione europea hanno creato un Praesidium di "saggi" (composto, fra l'altro, dai soliti d'Estaing, Amato e via discorrendo) competente ad interpretare la Costituzione al di là ed al di sopra degli Stati (che non contano ormai più nulla) e persino della stessa Corte dell'Unione.
    Il Praesidium è insomma una sorta di Pizia delfica, un grottesca Pizia che dà l'idea di quanto il potere di quest'Europa si concentri in pochi, ma monotoni cervelli, che fanno, disfano, interpretano, che si autoeleggono ed esegeti di se stessi, a presidio delle proprie elucubrazioni... Il concetto di presidio d'altronde dà l'idea della forza militare con cui certe posizioni verranno mantenute in Europa.
    In effetti anche in Urss - la storia si ripete - uno degli organi costituzionali fondamentali del sistema era il Praesidium del Soviet supremo; analogamente, in Unione sovietica esistevano i commissari del popolo...

    LA FINE DELLE LIBERTÀ E DELL’INTELLIGENZA

    Ma per evitare che i neri precordi di omerica memoria agitino il pensiero in più direzioni, per inchiodare alla loro responsabilità i costruttori dell'Unione con uno solo, uno dei tanti - ma in effetti il più impressionante - esempi della tenebrosa "teologia" unionista, si citerà qui l'articolo 81 della Costituzione europea.
    Ebbene, venendo al quid, questo articolo costituzionalizza il principio di non discriminazione: «È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l'età o l'orientamento sessuale».
    Il divieto è assoluto, ma nella sistematica del testo "costituzionale" (sistematica su cui non ci si sofferma) il legislatore europeo ha escogitato (tardivamente) un patetico incartamento per sdoganare questa autentica abnormità filosofico-giuridica e renderla accettabile: si vuol dare l'idea, ma solo quella, che si tratti di un principio posto in capo all'Unione, non a tutti i suoi cittadini.
    L'escamotage è, e resta, tutto sommato puerile, o forse, meglio, geriatrico considerato che i più noti Soloni e "saggi" europeisti che hanno lavorato a questo testo sono ormai arrivati alla terza età. Certo, va pure ammesso che i "fini" elaboratori di queste trappole conoscono bene i propri polli e sanno che non servono grandi sforzi per metterli nel sacco. Ci vuole poco per essere intelligenti con simili sudditi.
    Si può solo osservare, in breve, che la sostanza dell'art. 81 citato è contenuta nell'art. 2 della Decisione quadro sull’euromandato, che a sua volta viene chiaramente sviluppato, con parole molto, molto simili alla Costituzione unionista, dalla Decisione quadro contro il razzismo e la xenofobia, come al solito partorita dall’ineffabile Commissione Prodi: si prevede, apertis verbis, il carcere per chi discrimina. Chi discrimina, in Europa, è un delinquente... La Costituzione europea vieta la discriminazione; il diritto penale unionista, in base ai medesimi principi, reprime i devianti. Ebbene, il rischio, quando si parla di questi temi, è quello di essere ripetitivi, ma i latini ricordavano che le ripetizioni giovano, per cui se nessuno comprende l’Europa del massacro economico, quella che i soliti personaggi - mercenari e mercanti, banchieri e nani, magari massoni - difendono alla bene amata faccia dell'evidenza, può essere utile soffermarsi su un solo concetto. Un concetto, un'idea semplice semplice per capire cosa c'è che non va nel sistema unionista.
    Ora, “discriminare” in latino (ed in italiano) significa distinguere. La radice del termine viene dal latino, “discerno”, che ancora una volta è identico all'italiano: insomma, si parla di discernimento, di distinzione, di discrimen.
    Il discrimen, nell'uomo, è sinonimo di pensiero, di intelligenza, di senso di identità: è la capacità di coglier le differenze. L'intelligenza serve infatti a discriminare, a discernere: solo nel mondo minerale, vegetale e fra i malati di mente all'ultimo stadio manca la capacità di discriminare. I cani discriminano... e pure i pidocchi.
    In Europa non è così: i cani ed i pidocchi potranno ancora discriminare, ma gli uomini no.
    Bianco eguale a nero: non fa differenza. Musulmano è eguale a ebreo, o cristiano... cattolico eguale a protestante, o induista, o satanista... Tutto è eguale, ogni idea è egualmente giusta e buona. Colto o ignorante, stupido o intelligente, di centro, di destra o di sinistra: non fa differenza. Non esiste discrimen perché tutto viene ritenuto indiscriminatamente (si legga pure: stupidamente) buono, degno e rispettabile.
    Se osi negarlo, se osi contrapporti a questa poltiglia intellettuale, alla demenza (nel senso etimologico, non offensivo del termine) europea fatta sistema, sei un delinquente e come tale vai discriminato, cioè separato, distinto dalla "brava" gente: ti attende la galera.
    Ma se ogni pensiero (discrimen) è buono, non si comprende come mai ci sia un pensiero (discrimen) che ti porta dritto dritto in galera.
    Dove sta l'inganno?
    Nel momento stesso in cui si riconosce che ogni pensiero (discrimen) è buono, lecito, e contestualmente si afferma che però chi attua il discrimen (chi pensa) è un criminale, si dice in definitiva che ogni pensiero è illecito. Tutti infatti pensano, dunque tutti discriminano, dunque tutti sono dei criminali.
    Il relativismo unionista, essendo un relativismo assoluto, si legge "libertà per tutti" e si traduce in "repressione e deportazione per chi dissente".
    È relativismo in superficie, ma poco sotto la schiuma delle parole si cela un monismo soffocante.
    Assoluto divieto per chiunque di discriminare, di distinguere, tranne che per l'Eurotirannide: nessuno può discriminare tranne gli Eurocrati, cui spetta tutto ed intero il potere di discriminare, disponendo l’incarcerazione, la deportazione - e chissà che altro facendo - per chi dissente. Ci si rende conto che cosa significa negare a tutti il diritto di discrimen, di pensiero, di intelligenza, tranne che al Potere costituito?
    Che lo Stato si trasforma nel Leviatano di biblica memoria. Cioè in un mostro spaventoso.
    Una cosa è certa, a decidere cosa sia lecito e cosa no saranno i saggi, i vari presidi e i tribunali del popolo: non si può dubitare un istante che verrà chiamato in causa il popolo, o, se vogliamo, la "volontà generale" di rousseauiana memoria, la democrazia... Sia pur con accenti diversi, ora più ora meno esplicitamente "democratici", è dai tempi dell'epoca del terrore della Francia rivoluzionaria, e poi dell'Urss, e persino del nazionalsocialismo che il popolo, il collettivo Dio_Uomo, serve a giustificare il massacro di chi non accetta, di chi inorridisce di fronte alla pretesa di omologare i cervelli.
    La televisione ed i media aiuteranno indubbiamente a plasmare le menti: una sana educazione che incuta il terrore per il pensiero "scorretto", farà distinguere infallibilmente il discrimen lecito dallo psico-crimine di orwelliana memoria. E questa - anche se l'eurodeportazione e l'eurorepressione non sono ancora a regime - non è una profezia, ma una realtà che già striscia subdolamente sotto i nostri occhi.
    C'è in effetti una particolarità unica nella "nostra" Europa: il tentativo di ammantare di giustizia la repressione, un tempo, si celava almeno dietro ad un minimo di pudore giuridico e di intelligenza: le norme penali rivoluzionarie hanno sempre garantito spazi abnormi ai tribunali, per far cadere sotto la ghigliottina (metaforica e reale) della legge il maggior numero di oppositori. Non si è però mai arrivati con tanta sfrontatezza a stabilire che chiunque discerne in nome del proprio credo religioso, politico, ideale, è un criminale.
    La illimitata possibilità di decidere quale sia il pensiero giusto, alberga "colà dove si puote". Con la differenza che in Dante il "colà dove si puote" è un Dio sempre eguale a se stesso, qui, invece, è l'Uomo-Dio che impone un monismo ideale capriccioso, non codificato, mutabile in ogni istante, così che tutti, nessuno escluso, possano cadere sotto i rigori della legge.
    Certo, un'apparenza di pluralismo dovrà restare... un'illusione di libertà. Potremo pensare allo stesso modo in cui un animale in gabbia può muoversi fra le sbarre: un po' più al centro, un po' più a destra, un po' più a sinistra. Chi uscirà dalla gabbia, però, sarà abbattuto.
    La repressione di chi attua un discrimen religioso, politico, ideale, in definitiva, è il capovolgimento "giuridico" del diritto stesso, un capovolgimento di inaudita ferocia; è l'anti-diritto fatto legge, fatto Costituzione.
    È evidente che l'Unione europea ci sta propinando le norme più liberticide che siano mai state escogitate nel corso della storia.

    SPERANDO NELLA FRANCIA

    Intanto il fronte pecorale dei giuristi - fatte salve le solite eccezioni - tace, o più spesso acconsente. La trappola per gli Eurofessi non avrebbe potuto essere più onnicomprensiva e meno intelligente. Onnicomprensiva - si perdonino le ripetizioni - perché ogni pensiero (discrimen) sarà al contempo lecito o delinquenziale, a seconda dei gusti degli Eurotiranni.
    Meno intelligente perché il relativismo europeo rappresenta la massima contraddizione in termini che si potesse escogitare a scopo repressivo: nell'Europa di d'Estaing, Amato, Prodi e colleghi, solo gli imbecilli, quelli che non distinguono, non pensano, hanno diritto di cittadinanza.
    Fra l'altro, il potere dell'Eurorepressione è tale e talmente vasto e multiforme che chi non verrà punito per lo psicocrimine potrà finire in galera con altri pretesti, meno evidenti, meno palesemente escogitati dal Potere centrale: non è ragionevole infatti usare sempre lo stesso reato e gli stessi europoteri per punire i dissidenti. Qualcuno potrebbe capire il gioco.
    Nel frattempo il silenzio cola come un coltre vischiosa a coprire l'evidenza: il timore, la paura di essere segnati a dito, derisi, repressi, cuce le bocche anche di coloro che saprebbero e potrebbero parlare.
    Oltre al silenzio dei giuristi, impressiona il silenzio dei filosofi; anzi, fra i "filosofi" c'è un rigurgito antirelativista che nell'epoca in cui il più cieco assolutismo diventa legge - sia pur grezzamente mimetizzato sotto falsissime spoglie - spaventa: sarà un rigurgito sincero? Certo è che è oramai giunto il tempo del relativismo assoluto, dunque della contraddizione in termini: cioè della fine dei relativismi.
    I conservatori, dal canto loro, sono felici di questo nuovo corso "filosofico", non accorgendosi che è in atto la fase del coagulo: ora che i particolarismi hanno disgustato in misura sovrabbondante le genti, è il tempo giusto per proporre il pensiero unico... anziché gioire, anziché sognare il ritorno a tempi passati, sarebbe forse più consono tremare, chiedendosi quale sarà il pensiero, la sintesi che verrà imposta.
    Schifare le genti fino alla nausea con l'anarchia ed i pluralismi, e poi proporre un governo forte che dia pace, ordine e tranquillità sociale. Sarà un caso, ma sta avvenendo, su scala immensa e con potenza devastante, quello che avvenne su scala microscopica ai tempi del fascismo: gli italiani erano talmente stanchi delle violenze e della prepotenza dei socialisti, che passarono in massa al fascismo. Anche allora gli intellettuali saltarono la barricata.
    Tornando a noi, all'ora presente, è indubbio che fra i filosofi ed i giuristi dell'antirelativismo molti siano in buona fede, giustamente disdegnando il pluralismo nella sua più deforme accezione, però è anche vero che il pesce puzza dalla testa. Giuristi e filosofi appartengono alla stessa stirpe pontificale; pontificale in senso etimologico, storico: spetta, spettava a loro essere ponti fra l'immanente ed il trascendente; maestri del giusto e dell'ingiusto, del vero e del buono...
    Ma filosofi e giuristi odierni, parodia dell' antica idea pontificale romana, hanno saltato la barricata: appartengono piuttosto alla corale che canta le lodi all'Uomo. L'Uomo è divenuto legge a se stesso ed i "professionisti" del giusto e del vero hanno cambiato mestiere in massa.
    Intanto che l'Europa cresce gli italiani, più o meno confusamente raggirati, marciano compatti verso il sole dell'avvenire.
    A scuola hanno studiato la storia dell'Impero romano... la consacrazione ufficiale dell'Impero carolingio in quella fatidica notte del Natale dell'800; ricordano senz'altro la Rivoluzione bolscevica dell'ottobre del 1917. Ma di certo sono stati tenuti all'oscuro del fatto che questa Europa, sdoganata allo loro attenzione in toni contraddittori, ora lievi ora esaltati, racchiude in sé una novità storica maggiore di tutti gli eventi del passato, unica e devastante nella storia dell'uomo.
    Sempreché questa stessa Unione europea - e non solo quella - non esploda prima. Oggi la Francia potrebbe segnare una battuta di arresto per l'Unione europea: è la medesima Francia che nel recepire il mandato di arresto europeo si è fatta pateticamente sfondare, come ai tempi della linea Maginot, nel '40.
    L'Italia invece è riuscita ad arginare - sia pure per poco tempo - l'onda lunga della devastazione unionista, circoscrivendo e frenando le pretese di onnipotenza contenute nell'euromandato.
    Una barriera di carta, se si vuole, ma pur sempre una barriera utile a svegliare le coscienze. A indicare che esiste un confine alla follia. Sulla Costituzione europea le posizioni si sono invertite. L'Italia ha celebrato la sua ennesima, miseranda Caporetto: c'è chi, per piacere, per avere un momento di gloria ed una carezza del padrone, si vende la libertà; c'è chi per un piatto di lenticchie è disposto a perdere tutto.
    Contro la Costituzione europea la Francia è oggi l'ultimo baluardo; forse cederà. Anzi, se non prima, cederà poi. Ai cugini d'Oltralpe stanno facendo il lavaggio del cervello: i soliti quotidiani "autorevoli", anche in Italia, martellano la dura cervice dei francesi.
    Ma fra i figli dei pensieri che animeranno i nuovi gulag, fra quelli che credono ancora alla libertà ed alle idee che hanno fatto l'Europa, c'è ancora chi, a costo di far ridere amaro gli Eurocrati, ama usare parole fuori tempo, parole libere ormai in odore di eresia: Dio salvi la Francia, e con lei l'Europa.


    [Data pubblicazione: 29/05/2005]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Stupida Europa

    | Giovedì 19 Maggio 2005 - 17:15 | Dragos Kalajic |

    La nostra analisi è volta ad individuare e precisare quelle che sono le strutture essenziali sulle quali si fonda l’attuale l’Europa legale, ossia quella soggetta al potere delle sue (pseudo) élites e dei suoi forti centri di pressione economici, politici, culturali e mediatici.
    In particolare, per la nostra disamina, la trattazione-chiave verte sull’argomento chi ci appare di maggiore rilevanza e che più permette di svelare quelle che sono le linee portanti della destrutturazione culturale, sociale, politica in atto nel nostro continente: le politiche demografiche e immigratorie che condizionano il futuro del nostro continente.
    Le ondate di immigrazione dal Terzo e dal Quarto mondo, sempre più frequenti, alte e minacciose, sono il risultato dell’ultima e peggiore forma di colonialismo, sostanzialmente usuraia, quell’ economia del debito che ovunque provoca miseria e fame. Un’ economia del debito che provoca ad arte la fuga di masse di disperati convogliandole verso illusori “mercati del benessere”.
    Si tratta di una sfida che assume oramai la magnitudine di una vera e propria, sebbene non dichiarata, invasione d’ Europa.
    Se un tale processo non perderà nel breve-medio termine forza e consistenza, e se questo, anzi, verrà aggravato da un ingresso della Turchia nell’Unione europea, tutti i dati indicano che già durante questo secolo gli Europei perderebbero la propria patria e diventerebbero una minoranza etnica, votata alla decomposizione e alla sua scomparsa nell’oceano grigio-nero dei diversi (1).
    Se tale moto degenerativo non verrà arrestato, si confermerà la prognosi dell’osservatore turco Nazmi Arifi sulle conseguenze demografiche dell’entrata della Turchia nell’Unione europea, esposta una quindicina anni fa sulle pagine del Preporod (2), portavoce dei musulmani di Bosnia ed Herzegovina:
    “L’Europa è cosciente del potenziale turco, l’Europa è cosciente della moltitudine turca. L’Europa guarda alla Turchia come ad un paese che ha potenzialmente duecento milioni d’abitanti. (Sono calcolati anche un centinaio di milioni di turcofoni dell’Asia centrale, ai quali il governo di Ankara, fedele al panturchismo, offre la cittadinanza turca oggi e offrirà quella europea domani, nota di D.K.) È logico che l’Europa non ostacolerà la Turchia. E’ prevedibile che, dopo dieci anni (dall’ingresso della Turchia nell’Unione europea, nota di D.K.) metà degli abitanti dell’attuale Europa occidentale saranno musulmani per una serie di cause quali: l’alta natalità dei popoli musulmani, la consistente immigrazione proveniente da paesi di religione musulmana, la caduta verticale delle natalità dei popoli europei, le conversioni all’Islam. Tutti questi sono fatti che l’Europa, volendo o non volendo, deve accettare.”
    E’ dunque chiaro – e lo deve essere anche agli occhi più semplici e ingenui - che sono false ed ingannevoli quelle formule di soluzione del problema immigratorio fin qui instancabilmente prodotte dalle (pseudo) élites politiche europee - spacciate negli Anni settanta come progetto paternalistico di “assimilazione” – che propagandano il modello fallace dell’“integrazione” o i recenti ideali sentimentalisti di una “società multirazziale” e “multiculturale”.
    In questo modo le (pseudo) élites che dominano l’Europa hanno dimostrato la propria debolezza fondamentale, la tendenza ad abbandonarsi alle superstizioni del razionalismo, particolarmente alla convinzione che con le sole parole - prodotte per interpretare a priori le incognite dello sviluppo sociale - è possibile non solo spiegare, ma anche domare la realtà, con tutte le minacce che contiene.
    Su l“assimilazione”, “l’integrazione” e “la società multiculturale” - “che ci arricchisce” - è possibile discutere solo là dove è in questione una minoranza razziale o etnica che non minaccia la maggioranza.
    L’esperienza storica dimostra come ogni rapporto pacifico venga stravolto là dove la minoranza cresce in modo tale di minacciare il predominio della maggioranza, anche nel senso della legge di selezione naturale. La specie più forte sospinge e alla fine elimina la specie più debole. Per questo motivo, all’inizio del periodo neolitico, la massa del tipo d’uomo detto mediterraneo gracile, basso, brachicefalo, con scheletro fragile e pelle olivastra - che ha conquistato il Rimlend mackinderiano, dall’India fino alle Isole britanniche, dedicato all’agricoltura ed ai culti della Madre Terra (3) - ha completamente riassorbito o eliminato gli indigeni europei, l’uomo di Cro Magnon, alto, forte e robusto cacciatore. Solo alcuni millenni dopo i discendenti dell’uomo di Cro Magnon, i nostri progenitori indoeuropei, scesi dagli altipiani caucasici nell’Europa per riconquistare la patria perduta riuscirono nel loro intento, vincendo le culture ed etnie qui già inseditesi grazie all’etica aristocratica e all’arte della guerra.

    L’Europa diventerà islamica?
    Le industrie mediatiche, produttrici dell’ opinione pubblica, che fino a ieri diffondevano un ottimismo roseo nei confronti dei modelli di coesistenza tra gli indigeni europei e gli immigrati, oggi cercano di nascondere la realtà dell’invasione d’Europa e dei processi di rovesciamento dei rapporti demografici, cercando di ridurre tutto unicamente al problema di opzione religiosa: L’Europa cristiana o islamica?
    Quasi mirassero a stabilizzare la sempre più diffusa irreligiosità degli Europei e la corrispondente indifferenza nei confronti del dilemma…
    Una cosa è certa: questo aut-aut non esiste perché il predominio dell’Islam sugli Europei è sicuro. Secondo una nuova formulazione del quesito che agli Europei - mediante i media più influenti, da Welt und Sontag e Welt, fino al Corriere della Sera - propongono le guide intellettuali dei musulmani perfino “moderati”, (ad esempio: Bassam Tibi) “il problema non è se la maggioranza degli Europei diventerà musulmana, ma piuttosto quale forma di islam è destinata a dominare in Europa: l’islam della sharia o l’euroislam” (4).
    Per rimuovere dalle teste degli Europei ogni pensiero o speranza di difesa della natura europea della patria comune, il messaggio citato viene abilmente accompagnato con il sostegno di “uno dei più grandi esperti mondiali del Medio Oriente”, Bernard Lewis: “Entro la fine di questo secolo il nostro continente diverrà islamico.”
    Davanti a questa prospettiva di trasformazione degli Europei in una minoranza etnica, il rapporto verso l’invasione degli immigrati deve essere radicalmente cambiato.
    Se alla fine di questo scenario temporale - attuato il rovesciamento demografico - sarà ancora possibile parlare di “assimilazione”, “’integrazione” o “società multiculturale”, lo potranno fare solo gli immigrati nei confronti della minoranza degli indigeni europei, a patto di avere “misericordia” per le loro debolezze e non un giustificato disprezzo, perché, tra l’altro, hanno capitolato e concesso la propria patria agli invasori senza la minima resistenza.
    In questa prospettiva, per gli Europei si pone un problema essenziale: come sopravvivere e non scomparire nell’oceano degli altri che inonda e sta per affondare la loro patria.
    Ma, invece di opporsi ai processi che minacciano la cultura e la civiltà degli Europei, le forze dominanti nell’Unione europea fanno tutto il possibile per mantenere ed anche rafforzare l’invasione degli immigrati, sostenendone pubblicamente la cosiddetta “necessità”. E anche quando le (pseudo) élites politiche si sforzano di contenere almeno l’impatto caotico dell’immigrazione - con le leggi, le regole e le misure restrittive – tutto questo si dimostra, prima o poi, non solo vano, ma anche controproducente.
    Il sistema di potere di quest’Europa legale, che agisce contro l’Europa reale, è composto, grosso modo, da quattro campi di forze dai corrispondenti interessi. Complice – o sicario - un’ Unione europea che sta abbandonando celermente il sistema di economia sociale proprio della storia, della cultura e della tradizione europea, per il desiderio di dissolversi nel magma angloamericano, ossia liberalcapitalista, le potenze sopranazionali e sovraeuropee del mondo finanziario ed industriale sono diventate la forza-guida dell’alto tradimento. Le (pseudo) élites nazionali servono gli interessi di questa centrale di dominio che oramai, da molto tempo, ha espulso la politica vera ed autentica dalla scena pubblica, riducendola ad uno dei propri servizi ausiliari.
    E’ cosa manifesta come queste (pseudo) élites politiche siano sottomesse ai condizionamenti e ai voleri del Leviatano atlantico (per usare un’allegoria schmittiana): una centrale di dominio che fa di tutto per far entrare la Turchia nell’Unione europea e per rafforzare l’invasione degli immigrati, e reagisce con rabbia contro ogni contromisura europea.
    La Chiesa Cattolica, con i propri ordini monastici e le organizzazioni caritatevoli è un magnete particolarmente attraente per la massa degli immigrati, che, a priori, sanno che saranno ben accolti e tutelati, malgrado la propria clandestinità e illegalità.
    Last but not least, particolarmente influenti fautori dell’invasione dell’Europa sono le grandi ‘fabbriche’ della cosiddetta “opinione pubblica”, che cercano ostinatamente di convincere gli Europei - con le buone, attraverso promesse fallaci, e con le cattive, attraverso ricatti morali - che l’immigrazione porta solo il bene (economico, culturale ed umano) e che ogni resistenza è un male, una specie di peccato mortale nell’epoca della secolarizzazione. Segue il latrato dei branchi al servizio del tradimento, liberati dai guinzagli. Così vengono continuamente demonizzate o criminalizzate le rare voci di coraggio che si alzano in difesa della patria europea.
    La nostra ricognizione vaglierà ora rapidamente - escludendo scientemente ogni presa di posizione ideologica, e dunque con un esame logico elementare - le principali e più frequenti giustificazioni sul bisogno o sulla necessità che l’Europa resti aperta alle invasioni immigratorie, addotte dalle (pseudo) élites dominanti.

    Idolatria
    del profitto
    I portavoce delle forze finanziarie ed industriali giustificano sempre l’apertura verso l’immigrazione in massa con motivazioni che derivano da contingenze effimere: dalla necessità di superare la crisi provocata dallo shock energetico degli anni settanta, fino a quella specie di imperativo categorico che viene spacciato come globalizzazione, un “modello” – dicono – ineluttabile che impone a tutti popoli - privati del diritto di decidere sulla propria sovranità economica - il libero flusso delle merci, dei capitali, dei servizi e degli uomini. Tutte queste ragioni sono riducibili ad una causa comune, alla demonia economica, ossia all’idolatria del profitto per il profitto.
    Siamo ormai di fronte ad un immenso complesso-guida di idiotismo attivo, nel senso originario del termine che gli antici Greci usavano per designare una forma estrema d’individualismo e d’egoismo antisociale.
    Pervase e guidate da questo idiotismo, le forze finanziarie ed industriali d’Europa non si sentono parte di una comunità e di una realtà culturale e storica, molto più ampia e alta. Nei centri di potere assoggettati alla globalizzazione, non esiste nemmeno la coscienza, immanente ad ogni cultura e civiltà normale, in tutti i tempi, che l’economia, perché semplice parte e semplice mezzo, deve servire per fini del tutto sociali, e non il contrario. Già il fatto stesso che la cosiddetta necessità delle porte spalancate verso le onde immigratorie viene giustificata con il bisogno impellente di manodopera - mentre dall’altra parte la disoccupazione dei propri concittadini assume oramai le proporzioni di un male cronico - ci dimostra quanto le forze in questione siano indifferenti dei destini del proprio contesto sociale. In questa visione di mondo alla rovescia il profitto è ueber alles.
    Forse è inutile illuminare qui la perniciosità di questa patologia e l’orizzonte enorme delle sue conseguenze catastrofiche, cominciando dai prezzi esistenziali e sanitari, sociali e culturali, ecologici e demografici che anche sul piano delle cifre trascendono diverse volte i profitti. In molti casi ci troviamo davanti ad un circulus vitiosus. Per esempio, l’immigrazione di massa viene solitamente giustificata come una manna che compensa il calo demografico degli Europei, mentre proprio l’imposizione del sistema liberalcapitalista - rendendo la vita estremamente incerta e precaria - è una delle cause maggiori di questo declino. Questo fatto viene tuttavia notato anche da certi politici, non ancora addomesticati. Così si esprime Vladimir Spidl, presidente del Consiglio della Repubblica Ceca, dubitando apertamente che l’immigrazione possa risolvere il problema demografico:
    “La gente è scoraggiata ad avere più figli a causa delle difficoltà a trovare la casa, della lunga attesa per l’’impiego, dell’ambiente ostile alla famiglia, e dall’instabilità del lavoro. (5)”.

    L’idiozia in questione si manifesta anche nella cecità verso gli effetti disastrosi che prima o poi subiranno le stesse centrali che attivano e speculano sul fenomeno. E’ certo che l’importazione delle masse degli immigrati pronti a svendere le loro braccia, porti agli importatori un profitto a breve termine, grazie alla diminuzione o, almeno, al contenimento del prezzo del lavoro nonché la conseguente repressione delle proteste sindacali dei lavoratori “indigeni”, a difesa dei loro diritti. Dall’altra parte, in una prospettiva a lungo termine, questa strategia dello sfruttamento spietato porterà ad una specie di suicidio economico perché provoca una serie di conseguenze nefaste e autodistruttive. Un effetto primario sarà, per le aziende, il blocco del perfezionamento tecnologico ed organizzativo della produzione e il fermo della ricerca di alternative, perché tutto questo è molto più caro della manodopera a basso prezzo.
    In fin dei conti, l’asserzione che l’immigrazione è necessaria allo sviluppo economico e al mantenimento almeno del volume di produzione è contraddetta dall’attuale main stream industriale, che è sottoposto ad un’altrettanto spietata regola: quella per cui i profitti maggiori vengano ottenuti non soltanto con il perfezionamento tecnologico ed organizzativo, ma sopratutto là dove sono maggiori le riduzioni dei posti di lavoro. In questa prospettiva cade il ricatto, molto frequente, che l’importazione della giovane manodopera straniera sia necessaria per rimediare la caduta verticale della natalità ed il generale invecchiamento della società europea. Le tecnologie nuove, collegate alle nuove tecniche di organizzazione sociale, offrono buone possibilità di superamento dei problemi in questione (6).
    L’importazione avida di masse di manodopera straniera allarga d’altra parte il popolo dei disoccupati e provoca, conseguentemente, con la riduzione del potere d’acquisto dei cittadini, l’implosione del mercato europeo. Se con sguardo attento seguiamo le linee-forza dei processi di globalizzazione, inevitabilmente individueremo un orizzonte prossimo venturo dove i prezzi e le condizioni di lavoro - sotto l’imperativo della concorrenza mondiale - dovranno essere omogeneizzati o addirittura parificati.
    Dunque, a causa del tradimento dell’Europa legale, l’Europa reale dovrà rinunciare anche alle ultime briciole del welfare e del proprio standard of life, di uno stile di vita europeo. Sotto il peso di una concorrenza globale, gli Europei dovranno ridursi a massa planetaria che patisce miseria e privazioni, accettando di vivere, per esempio, come i Cinesi. Si tratta di un orizzonte che disegna una nuova forma di morte, peraltro prevista dalla Seconda legge di termodinamica, dove un determinato sistema perde la vita per via della parificazione della temperatura delle singole molecole che lo compongono.

    La politica
    delle contraddizioni
    L’atteggiamento generale delle (pseudo) élites nazionali ed burocratiche davanti alle sfide dell’immigrazione si propone sotto il segno delle contraddizioni intellettuali (7) e delle doppiezze morali. Tra la crescente inquietudine dell’Europa reale e le direttive delle forze che oramai da molto tempo hanno evacuato la politica vera dalla scena pubblica, le (pseudo) élites producono solo finte resistenze alle ondate immigratorie. Queste resistenze apparenti hanno le forme delle leggi, dei regolamenti, delle misure protettive… Ma rimangono sempre lettera morta sulla carta, che in seguito viene pure cancellata attraverso periodiche, ma regolari sanatorie. In sostanza, salvo rare eccezioni, le (psuedo) élites fanno di tutto per giustificare, sostenere e realizzare la tesi assurda che l’invasione d’Europa degli allogeni è una necessità economica, sociale e perfino biologica.
    Inoltre, sebbene queste (pseudo) élites in questione abbiano accettato in pieno i principi del liberalismo angloamericano e del corrispondente individualismo egoista ed avido, tale ideologia viene applicata soltanto nei confronti degli indigeni europei e non certo agli immigrati (8). E’ evidente che si tratta di una presa di posizione molto più profonda e non di una semplice “deviazione” dalla logica aristotelica.
    O si tratta di un moralismo ipocrita, che maschera la brama dei profitti, o è uno dei molti sintomi dell’autorazzismo degli Europei.
    Durante l’ultimo decennio del XX secolo, i governi cosiddetti di centro sinistra hanno tradito e distrutto tutto il patrimonio conquistato nelle lotte sindacali imprigionando il lavoro ed il popolo dei lavoratori nelle misere condizioni di un secolo fa. Tutte le “novità” sono state presentate sotto le designazioni cinicamente false e svianti: “le riforme”, “la deregolamentazione”, “la liberalizzazione del lavoro”, “la flessibilità”…
    Cercando esclusivamente il bene degli immigrati - per attrarre le nuove ondate d’invasione - la politica pro-immigratoria fa del male a tutti. Un buon esempio lo offre la legge sul “ricongiungimento familiare” - introdotta prima in Germania e ora applicata generalmente in Europa dell’ovest - che gli immigrati usano per non lasciare il paese dove vendono la propria manodopera, per non rischiare, andando a visitare la famiglia in patria, di non ottenere più il visto di reingresso. L’applicazione generalizzata di questa legge - solo formalmente umanitaria - altera completamente la ragione primaria, puramente economica, dell’immigrazione. In questo modo uno stanziamento temporaneo diventa permanente. Il venditore di manodopera e tutta la sua famiglia vengono così, forzosamente e indissolubilmente legati al mondo dell’esilio ed indotti a recidere tutti i vincoli con il mondo e la comunità dalle quali provengono. Così la massa di immigrati diventa una massa di alienati, infelici e nemici del mondo che li circonda (9).
    Le famiglie così attratte in esilio, richiedono, per il puro mantenimento, molto di più che nel paese d’origine. Questa spesa, moltiplicata per la prole e le parentele così stanzialmente immigrate, annulla il teorico “risparmio” economico vantato da chi indica nell’immigrazione una “risorsa” e vanifica ogni speranza di un lavoro “a tempo” e di un rientro di tali lavoratori-schiavi in patria. I figli delle “famiglie congiunte” non desiderano tornare perché non ricordano più la terra natale o perché sono consci che lì saranno molto più estranei. Nel nuovo ambiente sono costretti a vivere in condizioni indecenti, nei ghetti della criminalità cronica, dove viene prodotto e plasmato il nuovo Lumpenproletariat che, oltre l’odio di classe, nutre verso l’ambiente europeo che lo circonda e soprattutto verso i “visi pallidi” anche un profondo odio razziale (10).
    Così, oramai da molti anni, nelle metropoli e nelle grandi città europee - da Londra fino a Parigi e Marsiglia, abbiamo una guerriglia permanente - con saccheggi, distruzioni, incendi dolosi, violenze e stupri - che i media coprono con il proprio silenzio, per non turbare l’illusione di un ordine pubblico.

    La Chiesa Cattolica
    ha perso il senno
    Per affrontare le sfide dell’immigrazione la Chiesa Cattolica dispone di un mezzo molto potente e sviluppato: la propria dottrina sociale. Si tratta di un frutto prodotto e maturato con il lavoro di una serie di generazioni dei teologi, cominciato con l’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII che, alla lotta di classe e al presunto dualismo tra il lavoro ed il capitale, opponeva l’idea di collaborazione e della loro complementarietà naturale ed organica. Il contenuto dottrinario della Rerum Novarum era confermato ed arricchito con l’enciclica Quadragesimo anno (1929) di Papa Pio XI, che si rivolgeva direttamente allo Stato per invitarlo a riprendere le funzioni che gli nega o, addirittura, proibisce di svolgere l’ideologia del capitalismo liberale; per incitarlo ad aiutare o sostenere gli elementi portanti della comunità e del mondo di lavoro.
    Questi elementi erano individuati secondo l’ottica tradizionale ed europea, applicata anche da Hegel per la definizione della comunità, dove l’individuo è riconosciuto come essere politico solo in virtù della propria partecipazione negli ordini, nelle istituzioni sociali, da quello della famiglia, fino alle associazioni corporative. Questa dottrina della Chiesa era stata confermata ulteriormente da molte altre encicliche, fino al Laborem excercens (1981), Sollecitutudo rei socialis (1988) e Centesimus annus (1993) di Papa Giovanni Paolo II.
    Basato sull’insegnamento evangelico, l’asse della dottrina sociale della Chiesa Cattolica è composto dal principio di bene comune che raccomanda la creazione delle condizioni che permettono all’uomo e alla comunità di realizzarsi compiutamente, dunque non solo economicamente, ma anche esistenzialmente, socialmente e spiritualmente. Altrettanto sono importanti il dovere della sussidiarietà - messo in rilievo particolarmente con l’enciclica Quadragesimo anno - e della solidarietà, compresi anche come i principi formativi ed informativi della comunità, dunque molto al di sopra della pura compassione moralistica e sentimentale.
    E’ importante far notare che il generale De Gaulle - proprio lo statista che più risolutamente si opponeva all’invadenza del Leviatano atlantico, difendendo fieramente l’indipendenza della Francia ed impegnandosi per l’unità europea dall’Atlantico fino agli Urali - ha accolto pienamente questa dottrina, insieme con il sistema della partecipazione degli operai agli utili e nella gestione delle imprese. Aveva l’intenzione di realizzare queste idee e questa tradizione in alternativa al liberalismo capitalista, per superare i mali immanenti a quell’ideologia angloamericana, profondamente estranea all’anima europea. Purtroppo, al referendum del 1969, che conteneva troppi quesiti, questa rivoluzione dall’alto era respinta, insieme ad altre proposte, con una maggioranza di no ed appena il due o tre per cento in più di sì.
    Le ondate immigratorie offrono, oggi, alla Chiesa Cattolica un’occasione unica di passare dalle parole ai fatti, per applicare concretamente la propria dottrina sociale. Le stesse dimensioni intercontinentali e sovrastatali del fenomeno immigratorio corrispondono idealmente alla pretesa universalità dell’operare della Chiesa: nessuno potrebbe accusare la Chiesa di interferire negli affari dello Stato se si impegna, impugnando la propria dottrina sociale, nella lotta aperta contro le cause neocolonialiste ed usuraie che producono le immigrazioni di massa dei disperati del Sud verso il Nord. Purtroppo, e molto stranamente, l’inasprirsi dell’invasione pacifica degli immigrati coincide con un anomalo silenzio della Chiesa Cattolica sulla propria dottrina sociale.
    Invece di rilevare le catastrofi ed accusare i primi responsabili, ossia l’economia del debito e le compagnie sopranazionali, che con lo sfruttamento totalitario e la distruzione delle rimanenti strutture comunitarie, tradizionali e culturali causano la disgregazione sociale, la fame a la miseria, spingendo i milioni di vittime verso l’esilio e il presunto benessere, la Chiesa Cattolica , attraverso le proprie istituzioni, in primo luogo caritatevoli, accoglie le masse, asseconda i bisogni economici e strategici del Leviatano atlantico ed aiuta l’invasione d’Europa. Agli occhi di quelli che si preparano per l’immigrazione, la Chiesa Cattolica con le proprie istituzioni caritatevoli è diventata un magnete, una garanzia che saranno non solo accolti, ma anche nascosti, protetti, illegalmente. Così la Chiesa Cattolica non solo tace sulla propria dottrina sociale, ma contraddice anche ai suoi principi, diventando la serva peggiore del neocolonialismo.
    Sotto la luce di quello che abbiamo esposto, qualche cinico potrebbe osservare che nel Preambolo della (cosiddetta) Costituzione dell’Unione europea è assolutamente giustificata l’omissione di ogni cenno sul cristianesimo, sebbene per secoli c’era un segno di equazione tra l’Europa ed il mondo cristiano.
    Rimane una domanda fondamentale: perché la Chiesa Cattolica oggi fa di tutto per rovesciare il quadro demografico e religioso d’Europa? Le risposte a questo quesito sono diverse: dal sospetto che per gli elementi corrotti della Chiesa le attività caritatevoli servono per lucro ed arricchimento personale - fino all’opinione che, in fondo, si tratta di un’aspettativa ingenua che gli immigrati riconoscenti chiederanno la propria conversione, ingrandendo così il gregge cattolico, oramai divenuto misero come quello protestante, dopo l’autoeviramento commesso con il nefasto “aggiornamento”, che implicava, non solo la proscrizione delle tradizioni, ma anche le censure dei testi sacri.
    Le spiegazioni ufficiali – ad esempio quella offerta dal Presidente della Conferenza dei vescovi, il cardinale Camillo Ruini, accompagnata con la raccomandazione che bisogna scoraggiare “l’immigrazione illegale” - riducono tutto ad “un imperativo morale, prima che giuridico, accogliere chi si trova effettivamente nelle condizioni del profugo in cerca di rifugio” (11). Dunque, qui siamo molto al di sotto del principio di solidarietà, immanente alla dottrina sociale della Chiesa; siamo a livello di un moralismo piagnucoloso ed impotente.
    Sebbene tale “l’imperativo morale” sia perfettamente conforme al principio evangelico, bisogna notare che la sua applicazione nell’ambito del bene pubblico, provoca molti danni e pochissimi benefici.
    Non è la prima volta nella storia del Cristianesimo che la Chiesa affronta paradossi del genere. E’ d’altra parte evidente che la letterale realizzazione dei principi evangelici può produrre degli orrori molto più grandi di quelli combattuti.
    Già il Concilio di Arles, dal 315, ha limitato drasticamente il comandamento “non uccidere” con la distinzione tra la guerra giusta ed ingiusta. Seguendo l’insegnamento di Cicerone, nella lettera ad Amon, dal 356, sant’ Ambrogio offre una più sottile limitazione dello stesso comandamento (che, in origine valeva solo per i rapporti tra gli Ebrei). Il grande esegeta insegna che esistono due forme elementari della ingiustizia: fare l’ingiustizia e permettere che gli altri la commettono, non prestando la difesa a quelli che sono minacciati.
    La Chiesa Cattolica sembra aver completamente perso il senno, l’acume ed il coraggio del proprio intelletto, che per secoli era stata la sua più famosa e rispettata proprietà.

    I servi intellettuali
    del Leviatano atlantico
    I sostegni intellettuali, diretti o indiretti, all’invasione pacifica dell’Europa si stendono lungo l’intero arco pseudopolitico, dall’estrema sinistra (dove i figli del “1968” sono diventati “no-global”), fino alla destra radicale. Davanti alla sfida in questione i “no-global” confermano i sospetti che si tratta di un movimento creato altrettanto artificialmente come quello del “1968 francese” utilizzato a Parigi per rovesciare la politica antiatlantica del generale De Gaulle. Il fine dei creatori e dei manipolatori del movimento “no-global” è di avere un sostegno e di diffondere l’impressione che alla globalizzazione non c’è alternativa oltre questo manipolo degli spostati che fanno discorsi fumosi e si abbandonano ai vandalismi.
    E si tratta di “globalizzatori alla rovescia”: scopriamo infatti che contro la globalizzazione “del capitale delle multinazionali (che) non conosce frontiere” questi “no-new global” rispondono con una sfida “uguale e contraria: fare in modo che nessuna frontiera fermi la nostra solidarietà” (12).
    Forse è inutile qui far notare che la citata e presunta “sfida” dei “no-global” in verità si impegna per gli stessi fini ai quali mirano gli strateghi della globalizzazione, imponendo apertamente all’Unione europea - attraverso le proprie filiali ed i media, dal dipartimento di demografia delle Nazioni unite, fino alle pagine di New York Times - di aprire completamente le porte alle invasione immigratorie dal Sud (13).
    D’altra parte, ai neomarxisti, profondamente delusi per il crollo del sistema del socialismo reale e per il tradimento degli ex-compagni, postcomunisti - che per il potere hanno svenduto tutte le conquiste sociali delle sinistre - le immigrazioni in massa incutono la grande speranza per la nascita di un nuovo proletariato, il materiale umano necessario per la Rivoluzione (14).
    Tra le voci della destra tradizionale e radicale non sono rare le voci sostanzialmente proimmigratorie, mosse dai pensieri e anche dai sentimenti filoislamici e turcofili, con le motivazioni variegate, ma tutte inconsistenti. La ricognizione di questo fronte del tradimento può partire molto dall’alto, dalla cattedra dell’altrimenti illustre medioevalista Franco Cardini, che per suscitare sentimenti filoislamici è solito usare un puerile ricatto morale.
    Ma non c’è nessun debito europeo verso l’islam. Gli acquisti erano regolarmente pagati. Per coltivare la propria scienza molti Europei di quell’epoca non avevano il bisogno della mediazione araba o persiana o comunque islamica: da generazioni senza soluzione di continuità, leggevano i testi antichi in originale.
    Accettando acriticamente la teoria di Huntington sullo scontro tra le civiltà (religiose) e giudicando l’espansione militare delle forze atlantiche per la conquista delle risorse energetiche del continente euroasiatico come una guerra dell’America giudeoprotestante contro il mondo islamico - ma completamente cieca davanti al fatto che proprio la strategia atlantica produce i più famigerati movimenti islamisti per i propri bisogni (Del Valle, 1997) - una certa destra radicale saluta l’invasione immigratoria e, soprattutto, la futura entrata della Turchia nell’Unione europea, aspettando da questi un rafforzamento del debolissimo fronte antiatlantico, secondo la formula “il nemico del mio nemico è mio amico”.
    Qui non c’è neppure il minimo sospetto che il prezzo di questa strategia disinvolta della liberazione degli Europei dalla occupazione atlantica dovrà essere pagato con il loro assoggettamento ad un altro, forse anche peggiore occupante.
    Una visuale politico-storica ristrettissima, che scorge la realtà odierna da una sorta di retrovisore della storia, fantasticando che oggi si ripeta il rapporto di forze che c’era nella Seconda guerra mondiale, quando il mondo mussulmano era alleato delle forze d’Asse. Si dimentica che questa alleanza, per i musulmani non era mossa da motivi ideali o ideologici, ma puramente pragmatici: Hitler e Mussolini erano visti come liberatori dal giogo colonialista britannico.
    In ogni caso, i grado di influenza di queste opinioni che circolano nella destra radicale è molto basso, per via della loro emarginazione forzata, sotto la censura ufficiale del politically uncorrect.
    Molto più nefasto è il potere di persuasione dei media più forti, al servizio delle forze dominanti, con le corrispondenti truppe d’élite, composte da maitre-à-penser, opinionisti, esperti e così via. Molto spesso così assidui e zelanti nell’eseguire i compiti loro affidati dalle pseudo-elites al potere, che esagerano e così trasmettono suggestioni prive di ogni senso.
    Un buon esempio di questo ci viene offerto dallo sviluppo opinionistico del tema “necessità dell’accettazione della Turchia nell’Unione europea”, proposto da Zbigniew Brzezinski: “L’America deve sfruttare la propria influenza sull’Europa per sostenere un’eventuale accettazione di Turchia nell’Unione europea e che (la Turchia) sia trattata onorevolmente, come uno stato europeo… Se la Turchia si sentirà esclusa dall’Europa - sarà proclive alla marea islamica…” (Brzezinski, 1997).
    Alla vigila della recente decisione degli eurocrati ad aprire tutte le vie per l’entrata della Turchia nell’Unione europea, i cori dei presunti maitre-à-penser, opinionisti ed esperti erano stati mobilitati per convincere gli Europei - rimasti in gran parte scettici, anzi: contrari - che questa apertura fermerà la marea islamica non solamente in questo paese, ma ovunque, perché così sarà premiato un “islam moderato”, anzi un “islam laico” (sic!).
    Così premiato questo luminoso esempio turco, sarà la volta di altri paesi islamici e l’incubo dell’islamismo radicale sarà per sempre allontanato…
    In questo modo i buoni scolari nostrani di Brzezinski hanno trasformato una crepa nel suo tema in una fossa dell’assurdo per il proprio pensiero, suscitando nuove domande e ipotesi.
    Quanto enunciato deve essere forse interpretato come un’avvisaglia delle intenzioni eurocratiche di invitare anche altri paesi mussulmani a divenire membri dell’Unione europea?
    Altrimenti, se le porte dell’Unione europea, dopo l’ingresso della Turchia, rimanessero chiuse per gli altri paesi mussulmani, almeno dell’area mediterranea, questi resterebbero privi degli incentivi per seguire l’esempio turco nella via verso un “islam moderato” o perfino “l’islam laico” …
    Più probabilmente l’entrata della sola Turchia nell’Unione europea sarà vista in questi paesi come un modo subdolo degli occidentali di rottura dell’umma (la comunità) e cioè dell’unità del mondo musulmano.
    Non c’è bisogno di sottolineare come questi sentimenti possano inasprire le idiosincrasie e la marea islamista.

    La saggezza
    è nei miti
    Malgrado le differenze notevoli di moventi e di ragioni pro-immigratorie tra i principali centri di potere - e che abbiamo toccato in veloce rassegna - esiste un elemento in comune a tutti. Se questo elemento deve essere designato con una sola parola, questa è indubbiamente la stupidità.
    E’ evidente che al tradimento dell’Europa partecipano anche molti altri moventi e interessi, spesso nascosti sotto quelli falsi, moralistici ed ufficiali. Ma anche molti di questi sono collegati - direttamente o indirettamente – con la stupidità. Bisogna ricordare che la luce della cattedra di Platone ci ha illuminato per sempre sulla relazione e sull’interdipendenza tra l’etica e la logica, ossia l’intelligenza, e che questo insegnamento, dopo secoli di oblio è stato riabilitato da Kant, Fichte e Weininger, proprio quale unico antidoto alla marea dilagante della stupidità moderna, mercantile e borghese (15). Eccoci dinanzi ad una domanda fondamentale che è di importanza essenziale per il destino degli Europei: che cosa ha provocato una così profonda, dilagante, ostinata e soprattutto dominante ed aggressiva stupidità? Come è stato possibile che proprio nel cuore dell’Europa - che per millenni era stato il centro del pensiero umano più avanzato, coraggioso e alto - la stupidità sia diventata la padrona?
    Forse si tratta di uno dei quesiti più difficili cui rispondere.
    Finora un tale quesito sull’origine e l’avanzare del predominio della stupidità - per quanto ne sappiamo - non era stato mai posto sul tavolo delle riflessioni sull’Europa.
    Per rispondere a questo interrogativo, secondo le regole delle scienze moderne, è necessario intraprendere una notevole ricerca retrospettiva, lungo le molte vie e le molte dimensioni assunte dall’uomo europeo e dalla sua comunità.
    E una ricerca così ampia e pluridisciplinare, oltre a richiedere l’opera di una massa di ricercatori e lunghi anni di lavoro, potrebbe avere un esito incerto, si potrebbe cioè perdere completamente nella giungla sempre fiorente di nuovi fatti e fenomeni.
    Perciò anche in questo caso il tesoro mitologico degli Europei ci offre un’alternativa, una prospettiva cognitiva molto più veloce e sicura.
    Il vero mito è una cristallizzazione delle esperienze della comunità che sono state raccolte e verificate nel corso di lunghi secoli ed anche millenni.
    Allora, quale mito conservato nel tesoro europeo ci può aiutare almeno per una tesi di lavoro se non proprio come l’indicatore diretto della verità?
    Il mito più antico sulla stupidità è quello sul fratello di Prometeo, Epimeteo, il cui nome significa “colui che comprende tardi”.
    A differenza di Eschilo, che nella tragedie Prometeo incatenato sostiene che l’unica causa del martirio di Prometeo è il suo amore sconfinato per il genere umano - Platone ci informa, nel Protagora, che il fuoco regalato agli uomini era una specie di compensazione di un errore di Epimeteo.
    Avendo avuto dagli dei il compito di distribuire al genere animale i mezzi per la sua autodifesa, Epimeteo aveva per tanto “risparmiato” il male e così era arrivato agli uomini con le mani vuote.
    Ad un certo punto della tragedia eschiliana, Kratos, l’incarnazione del potere supremo, alludendo al nome dell’incatenato - che letteralmente significa “quello che prevede” - gli dice: “A torto i divini ti chiamano Prometeo!”.
    Solo in questa epoca, assediati dalla catastrofe planetaria di una civilizzazione tutta fondata sul fuoco, sull’esplosione e sulla consumazione ignea, possiamo capire la lungimiranza di Zeus e la giustezza del castigo inflitto a Prometeo.
    Con una serie di indicazioni ed allusioni dirette e indirette, questo complesso di miti accusa hybris, la civilizzazione, come la prima causa dell’istupidimento.
    Sia nel Prometeo incatenato, sia nelle Eumenidi, dando la voce alle divinità vecchie, spodestate ed orrende, Eschilo ci trasmette la memoria della conquista e della vittoria euroariana, che ha portato il trionfo degli dei celesti sulle divinità sotterranee degli indigeni. L’Atlantide è la più compiuta immagine mitizzata di questa civilizzazione dei Titani che Prometeo ha tradito.
    Anche lui un Titano, il Prometeo eschiliano li ha traditi perché “spregiarono i mezzi di astuzia: le loro menti dure si figurarono un dominio senza fatica, grazie alla violenza.”
    Siamo liberi di concludere che la civilizzazione - alienando l’uomo dalla vita naturale - sia la principale causa dell’istupidimento?

    Sì, però questa indicazione generale non ci può essere di grande aiuto perché nel contesto della civilizzazione occidentale il processo di istupidimento delle (psuedo) élites europee è molto più avanzato perché ha cause particolari e diverse.
    Un’altra importante trattazione delle esperienze di stupidità cristallizzate è rintracciabile nel ciclo dei racconti popolari sulle avventure di Guglielmo Tell. Si tratta dei racconti popolari tedeschi sulla Città degli stupidi.
    In questa città gli abitanti fanno tutto il contrario rispetto al buon senso, rallegrando il cinico Guglielmo Tell, che pure li sollecita ad essere ancora più stupidi, per il proprio divertimento.
    Per esempio, i cittadini hanno costruito la casa comunale dimenticando le finestre; per rimediare, hanno tentato di raccogliere e portare la luce, raccolta dentro dei secchi, dei vassoi e dei sacchi. Tagliando gli alberi alla cima del monte faticosamente hanno cercato di portare a mano dei tronchi, fino alla pianura. Solo l’ultimo tronco è scivolato dalle loro mani stanche e solo questo, rotolando, è arrivato alla destinazione. Questo fatto li ha illuminati: così hanno riportato tutti i tronchi in cima, per poi spingerli a rotolarsi, e così… si sono liberati dalla fatica.
    E’ opportuno precisare che gli abitanti della Città degli stupidi non erano sempre stupidi. Anzi, una volta godevano della fama di più intelligenti ed addirittura saggi. I sovrani di molti paesi si contendevano i loro servizi e consigli. Questa offerta del proprio acume è durata però finché le loro mogli non si sono stancate imponendo ai mariti un ordine ultimativo di tornare a casa. A questo punto un sovrano ha deciso di conquistare con la forza la città dei saggi per ottenere i loro servizi solo per sé. Consci che le loro forze erano troppo deboli per resistere all’armata che si avvicinava, i saggi cittadini hanno deciso di capitolare, ma anche di simulare la stupidità davanti al conquistatore, sicuri che alla fine, deluso, il nemico li avrebbe lasciati in pace. Infatti, entrando in città e vedendo intorno a sé solo gli spettacoli di incredibile stupidità, che potevano servire solo per un suo divertimento negativo, il sovrano decise di ritirarsi. Purtroppo, mossi dalla paura che il nemico sarebbe tornato a verificare il loro stato di intelligenza, a forza di simulare sempre ed ovunque la propria stupidità, i cittadini hanno dimenticato il perché del loro trucco e sono diventati veramente tutti stupidi. Così sono diventati famosi per le loro scemenze.
    Dunque, la paura è il movente di un’imitazione mimetica della stupidità che con il tempo, a forza di perdurare, può trasformarsi in uno stato reale?
    La leggenda popolare sulla Città degli stupidi, su come i saggi siano diventati scemi, è confermata con un fenomeno della nuova storia d’Europa, che dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale è stata divisa in due zone d’occupazione, con le corrispondenti ideologie, i sistemi di indottrinamento forzato e i guardiani del politically correct.
    Non sono mancate nemmeno le eliminazioni fisiche dei non correct e nei primi anni del dopo guerra sono stati eliminati almeno due milioni di “colpevoli” o potenzialmente nemici. Per sopravvivere gli Europei dovevano far finta di conformarsi alle ideologie imposte, di accettare gli occupanti come se fossero i liberatori, ossia dovevano far finta di essere stupidi.
    Come ci insegnano i racconti sulla Città degli stupidi, questo trasformismo mimetico, con il tempo, a forza di perdurare, ha soppiantato l’intelligenza nascosta ed è diventato la vera natura, la proprietà richiesta, obbligatoria ed essenziale per le (pseudo) élites al potere.

    Una cena alla Casa bianca: l’inizio formale dell’istupidimento
    Se è necessario fissare una data d’inizio dell’istupidimento degli Europei, è da fissare al 3 aprile del 1949. Quel giorno a Washington era stata firmata l’Alleanza atlantica, ed il presidente degli Stati Uniti Harry Truman, con i segretari di Stato alla Difesa (Louis Johnson) e alla politica estera (Dean Acheson) aveva offerto una cena alla Casa bianca, per i ministri degli Esteri dei paesi membri. Come ci testimonia un fonogramma (16) delle conversazioni a tavola, il presidente degli Stati Uniti aveva aperto il conclave con una minaccia falsa, dicendo agli ospiti europei che era ormai imminente l’invasione sovietica sull’Europa occidentale: “Dobbiamo, infatti, avere ben presente che, a dispetto dell’enorme potenziale di guerra americano, le nazioni occidentali sono praticamente disarmate e non hanno nessuna possibilità di impedire che le cinquecento divisioni (sic!) sovietiche schiaccino l’Europa occidentale…”
    Per ridurre al silenzio a priori ogni richiamo alla superiorità militare degli Occidentali, basata sul possesso allora esclusivo delle bombe atomiche, il presidente Truman aveva detto gli ospiti europei di non illudersi: “…per non parlare poi della necessità di doverla eventualmente usare contro i nostri alleati dell’Europa occidentale quando fossero occupati.”
    Nessuno dei ministri europei presenti ebbe l’intelligenza o il coraggio di chiedere perché le bombe atomiche non potessero essere usate contro i centri militari del nemico nel primo giorno dell’invasione piuttosto che dopo la disfatta, ad occupazione conclusa, contro le città degli alleati.
    In verità, una possibilità di aiuto militare americano, il presidente Truman l’aveva fatta balenare dopo, ma sotto certe condizioni: “… il sacrificio di alcuni tradizionali obiettivi economici e di sicurezza: ciò potrebbe rendere l’accettazione non particolarmente auspicabile da parte vostra.”
    Dopo di lui avevano preso la parola i segretari di Stato per chiarire agli ospiti europei che i loro Stati dovevano sacrificare le colonie.
    Il ministro degli esteri dell’Olanda Dirk Stikker fu l’unico ad avere il coraggio di esprimere ad alta voce ciò che pensava: “Siamo preoccupati che gli Stati Uniti subentrino agli interessi olandesi nelle Indie per lo sfruttamento della ricchezza economica dell’area.”
    Gli altri rappresentanti dell’Europa occidentale pensavano probabilmente le stesse identiche cose sul ricatto atlantico, ma non avevano la forza di contraddire i loro padroni: facevano finta di non capire, di essere stupidi.
    Così è cominciato - ufficialmente e storicamente – il processo di istupidimento degli Europei, dalla recitazione mimetica fino al completo immedesimarsi con l’idiota.
    Ci rimane almeno la consolazione che poteva andare anche peggio.
    Il male che le (pseudo) élites al potere, a servizio del Leviatano atlantico, hanno fatto agli Europei poteva essere ben maggiore se fossero stati in possesso di un’alta intelligenza.
    E’ una consolazione che ci tramanda Donoso Cortes: “Se Dio non avesse condannato… gli ingannatori di professione ad essere perennemente stupidi, o se non avesse messo nella loro propria virtù un freno per quelli che hanno una prodigiosa sagacia, le società umane non avrebbero potuto resistere né alla sagacia degli uni, né alla malizia degli altri.” (Donoso Cortes, 1946).
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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