Domenica 29 maggio 2005

Azzerati gli incarichi decisi negli ultimi 9 mesi dalla giunta del Polo, arriva super ufficio stampa

Nomine, assunzioni e tanti ex: Loiero «re» di Calabria
di GIAN ANTONIO STELLA

«Qualunque questi straccioni, spessatamente, fanno sei, sette figli. Ma si può? E io dove li piazzo?», si chiede il mitico Cetto La Qualunque, lo scafato politico calabrese creato da Antonio Albanese che promette « cchiú pilu pe' tutti » e deve sistemare tutte le sue clientele. Un problema. Lo stesso, dicono i nemici, che ha oggi Agazio Loiero. Il quale, per carità, con Cetto non c'entra. E spiega che la scelta di azzerare tutte le nomine fatte dal predecessore negli ultimi nove mesi è il sale della democrazia dell'alternanza. Ma di gente ne deve «quantunquemente» sistemare pure lui.
Tanto più che in Calabria è in corso un quotidiano passaggio di truppe dalle file della destra a quelle della sinistra.
Tutta colpa, si fa per dire, del trionfo elettorale di quello che Cossiga chiama «il filosofo della Magna Grecia». Il quale, prendendosi una clamorosa rivincita sulla sua stessa coalizione che nel 2000 non lo aveva voluto («Errore. Avessimo vinto, l’Ulivo avrebbe avuto 8 Regioni, il Polo 7. D’Alema non si sarebbe dimesso e la storia avrebbe preso un’altra piega») ha portato a casa il 59% dei voti calabresi. Lasciando la Cdl, che nella regione aveva un tempo una roccaforte, venti punti più sotto.
Un segnale così netto che alla prima seduta del nuovo parlamentino transitò dalla sua parte un primo migrante eletto a destra, alla seconda, un secondo. Quaglie pioniere di un salto della quaglia collettivo. Perché stare a destra se la destra frana? Ed ecco arrivare alla Provincia di Reggio Calabria tutti gli eletti della Lista Sgarbi, del Patto Segni e dell’Udeur che qui appoggiavano il presidente di destra Pietro Fuda, che di fatto è già in minoranza e ha detto che a novembre lui si dimette, in tempo per farsi trovare pronto se la sinistra lo candida alle Politiche. Ed ecco farsi avanti al Comune di Reggio, che la destra strappò pochi anni fa all’Ulivo tra squilli di tromba, altri cinque consiglieri di Forza Italia che forse sì, forse no, però... Al punto che Nino Foti, mandato da Berlusconi come commissario, sospira: «Qui ognuno si fa gli affari suoi. Da un trentennio c’è un saccheggio del territorio che va a discapito della gente perbene. Pensavo di poter dare una mano. Difficile. Abbiamo provato con Gargani a metter su una iniziativa su scala nazionale per fondare il Ppe. Mah... La speranza è che chi è arrivato di là, a sinistra, e si trova 27° in lista magari torna indietro».
Il neogovernatore dice che no, l’azzeramento di tutte le nomine fatte da Peppino Chiaravalloti negli ultimi nove mesi («nove, più o meno come la legge Frattini sullo «spoils system») l’ha voluta perché ha trovato «il caos totale con tantissime assunzioni incomprensibili e atti di cui non esiste traccia documentale» e dunque la giunta non aveva scelta: «Noi vogliamo governare bene con gente di cui ci fidiamo. Poi fra 5 anni ci diranno se siamo stati bravi o no».
E guai a chiedergli quanti nuovi arrivi deve sistemare: «Ci sarà anche della convenienza, ma nella grandissima parte è gente arrabbiata con la destra». «Che non sia un problema di esuli lo credo anch’io», ride l’ex presidente berlusconiano, «Agazio ne ha già troppi da sistemare a sinistra!».
Una tesi che non convince una parte della stessa sinistra. Che mugugna. O addirittura protesta come ha fatto ieri il Movimento «Governo civico», che ha diffuso un testo in cui accusa la giunta ulivista di essere «partita col piede sbagliato», attacca tutte le prime scelte loieriane come frutto d’una «cultura da Paese sudamericano» e avverte: «Dal centrosinistra ci attendiamo più moralità e rigore e il pieno rispetto della legalità, avvertendo che ove si dovesse dar seguito ad atti illegittimi non esiteremo a rivolgerci a tutti gli organismi in grado di contrastare l’illegalità diffusa, non esclusa la stessa autorità giudiziaria».
A irritare quel pezzo di sinistra, oltre allo spoils system giudicato «palesemente illegittimo», sono altre due scelte. Una è quella di «creare un "osservatorio sulla legalità" costituito da 10 personalità nominate direttamente dal presidente» (gettone di presenza: 300 euro più spese) e aiutate da dieci «esperti» assunti a contratto. L’altra di allestire un ufficio stampa che potrà arrivare a impiegare un capufficio, un vice, 3 capi servizi e 10 redattori.

Totale: 15 persone. Cinque in più di quelli della giunta della Lombardia, che ha il quintuplo degli abitanti. Un po’ tanti, per un ufficio che negli anni di logorrea declaratoria di Fausto Taverniti, il portavoce di Chiaravalloti (premiato con un lussuoso contratto da direttore del «Web» che senza lo spoils system l’avrebbe fatto sopravvivere al capo) arrivò a 341 bollettini nei quali spiegava, ad esempio, che il suo governatore amministrava «col benevolo sostegno divino». «Ma no, ma no: gli assunti saranno cinque o sei», sdrammatizza Loiero. Perché c’è scritto 15? «Quello è il limite massimo! Ma gli assunti saranno sei o sette. E ci vogliono, per riequilibrare l’immagine della Calabria».
Fatto è che, dopo tante delusioni prese buttandosi prima a sinistra e poi a destra, sono molti i calabresi che chiedono una svolta vera. Come nell’annoso e stucchevole ripetersi delle promozioni retrodatate: il record appartiene a un tizio che, a forza di retrodatare il riconoscimento delle funzioni svolte, risulta essere dirigente dal primo luglio 1972 quando aveva (con laurea, quindi) 15 anni e nove mesi. Complimenti.
E certo non ha aiutato, nell’accumulo di fiducia, la scelta di Loiero di nominare capo di gabinetto e segretario generale Nicola Durante, che lavorava al Tar di Catanzaro e si occupava proprio di quella Regione in cui già lavora come dirigente sua moglie Roberta Porcelli. Per dare un’idea del distacco che l’uomo mette nel lavoro, val la pena di ricordare un episodio. Il giorno che finì davanti alla «sua» sezione del Tar il ricorso contro l’abbattimento di una parte abusiva della villa sugli scogli di Caminia del suocero (l’ex Avvocato dello Stato Domenico Porcelli), lui partecipò alla seduta che precedette la camera di consiglio. Nella quale entrò e dalla quale nessuno ricorda che sia uscito. E cosa decise la sentenza? Di bocciare l’abbattimento.

Gian Antonio Stella



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