Le ricerche dimostrano che si vive meglio con un lavoro stabile. Chi è senza occupazione ha invece una vita meno lunga.
Disoccupati e precari si ammalano di più
Lo stato di salute è influenzato dalle condizioni sociali. Rischi maggiori per chi ha redditi bassi.
Roma - Disoccupati e precari si ammalano di più di chi ha un lavoro fisso. Uno studio dimostra che lo stato di salute è influenzato anche da fattori sociali. E che mentre essere senza lavoro significa avere un tasso di mortalità più alto del 250 per cento, un posto da dirigente garantisce un'aspettativa di vitadi un paio di anni più lunga di quella di un operaio. Il diritto alla salute, commenta l'epidemiologo Perucci, non è uguale per tutti: "I poveri si ammalano di più per motivi culturali e per stile di vita, ma soprattutto hanno maggiori difficoltà ad accedere ai servizi sanitari". Le differenze aumentano scendendo da Nord a Sud e variano da città a città: a Roma, ad esempio, sono molto più marcate che a Bologna.
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Una ricerca epidemologica: chi non lavora ha un tasso di mortalità più alto del 250 %. E i dirigenti vivono più a lungo
Precari e disoccupati si ammalano di più
Lo studio dimostra che lo stato di salute è influenzato da fattori sociali - di Federico Ungaro
Roma - Di fronte alla salute non tutti gli italiani sono uguali. Può sembrare strano e forse anche anacronistico, ma è una triste realtà: all'inizio del 21° secolo si sta aprendo un divario tra chi appartiene ai ceti più agiati e a quelli più svantaggiati, tra le schiere dei nuovi poveri composte da coloro che hanno un lavoro precario e l'élite di chi ha un lavoro stabile. Il quadro è presentato in un supplemento della rivista Epidemologia & Prevenzione intitolato "Disuguaglianze di salute in Italia" e verrà discusso in un Forum organizzato dalla Commissione politiche del lavoro e polticihe sociali del Cnel (Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro) a Roma il prossimo 31 maggio. I dati sono indicati in una realtà forse ben poco conosciuta fino a oggi, almenonel nostro paese, e cioè che le malattie non dipendono solo da fattori fisiologici, ma anche da cause sociali. Tanto per fare un esempio, uno studio condotto a Torino da Giuseppe Costa, epidemiologo dell'ateneo del capoluogo piemontese, mostra come la speranza di vita tenda a diminuire a seconda dell'appartenenza alle classi sociali. Un imprenditore maschio di 35 anni può sperare di vivere in media altri 37 anni, mentre un operaio specializzato della stessa età e dello stesso sesso circa 35 anni e mezzo.
Un altro studio, condotto in quattro grandi città (Roma, Bologna, Milano e Torino) dimostra che il rischio di subire un ricoveroè più alto se il proprio reddito è basso. A Bologna la curva è più piatta, indice che le disuguaglianze socilai in questo caso sono più contenute, ma a Roma invece si impenna notevolmente a partire dalla piccola borghesia per finire poiu agli operai.
"Nelle fasce di popolazione che hanno un lavoro precario si registra un tasso di mortalità superiore del 50 per cento rispetto a quello esistente tra coloro che hanno un lavoro stabile. Tra i disoccupati, poi, questa questo divario si impenna ancora di più, arrivando a più 250 per cento", aggiunge Costa.
In particolare, la mortalità sembra essere molto più alta relativamente alle classi sociali in alcune patologie come quelle legate all'abuso di droghe o stili stili di vita particolari, come il tumore del polmone. Ancora, esiste una correlazione tra reddito e mortalità per infarto particolarmente alta tra le donne. Quelle con i redditi più bassi hanno infatti un rischio di mortalità più alto del 40 per cento rispetto a quelle con i redditi più alti. Inoltre, anche sul fronte della salute si conferma l'esistenza di due diverse Italie, una più sana al Centro-Nord e una più malata al Sud. "Al Sud - si legge nel supplemento - sembra intensificarsi l'effetto negativo sulla salute sulla salute della bassa posizione sociale dei signoli individui". Infine, in alcuni casi i ricchi sembrano stare peggio dei poveri, ma è una contraddizione solo apparente. Si tratta di patologie come le allergie, verso le quali probabilmente c'è una maggiore attenzione da parte delle classi sociali più alte rispetto a quelle più povere. O ancora di alcuni tipi di tumori, come il colon, il melanoma, e nella donna la mammella e le ovaie legati a comportamenti più diffusi tra chi ha un reddito maggiore.
Se questo è il quadro attuale (e sembra essere peggiore rispetto a venti anni fa), il futuro sembra ancora più fosco. "Le trasformazioni in corso del servizio sanitartio nazionale rischiano di aggravare le attuali disuguaglianze e di crearne di nuove", conclude infatti Cesare Cislaghi presidente dell'Aie, l'Associazione Italiana di Epidemiologia.
da "Il Messaggero" n.142 del 25 maggio 2005, pagg. 1 e 14 - testo non linkabile, grassetto mio.




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