Panto e Lombardo, due casi
di C. Lottieri - Indipendente
25/05/2005
Alla luce dei più recenti risultati le forze moderate sono chiamate ad immaginare un proprio futuro: per cercare (in extremis) di vincere, o anche per essere un’onesta opposizione e porre le premesse per una rivincita. Indicazioni su cui riflettere, d’altra parte, non mancano, se si considera che Lombardia e Veneto sono state le uniche due regioni che la Casa della Libertà non ha perduto: grazie al voto localista (la Lega) e anche in virtù della forza attrattiva di un leader regionale quale Roberto Formigoni. Per giunta, quando si è votato a Catania e a Bolzano è stato di nuovo il “particolarismo” ad avere la meglio. La CdL ha retto grazie a personalità indipendenti e ad operazioni fortemente caratterizzate in senso locale e individuale. La coalizione di centro-destra, insomma, ha retto nel Profondo Nord e nel Sud più estremo, dove Roma è una capitale lontana e c’è tanta voglia di rivendicare soluzioni autonome. Intendiamoci: tra la Lega di Bossi e le liste di Lombardo la distanza è notevole. Ma queste distinte realtà interpretano ugualmente spinte centrifughe che trovano ospitalità proprio nell’area elettorale moderata. In tutto questo c’è molto di italiano, e non bisogna affatto vergognarsene. Poche cose sono contrarie alla nostra storia di quanto lo sia il modello prefettizio. E come Gianfranco Miglio spiegò in alcuni suoi scritti, il rapporto politico di tipo personale è un tratto tipico della nostra “mediterraneità”. Questo può anche non piacere, ma non ha alcun senso rincorrere modelli politici estranei al nostro Dna: che importati da noi hanno fatto sì che il clientelismo venisse gestito da apparati nazionali solo apparentemente incorruttibili. D’altra parte, nell’era del welfare la politica è essenzialmente scambio di favori. Tanto vale prenderne atto e fare i conti con la realtà, rendendo il tutto più trasparente anche al fine di limitare i costi e cercare una (ragionevole) via d’uscita. Quale si può trovare in un’Italia dei cento campanili, capace di riconoscersi in coalizioni “alla catalana” o “alla bavarese”, che si propongano di costruire un autentico ordine federale. Lo sviluppo economico dell’Europa centro-orientale è in tal senso emblematico, dato che aree ben più povere del nostro Sud stanno a crescendo a ritmi significativi grazie a quell’autogoverno che permette loro di attirare capitali. La Romania, ad esempio, ha adottato la flat tax (imposta ad aliquota unica) lo scorso anno e già oggi i salari reali sono cresciuti del 7% e la produzione industriale del 5,3%. Mentre da noi ci si lamenta della Cina, a Bucarest le esportazioni sono cresciute del 17,4%. In Sicilia la flat tax produrrebbe benefici analoghi, ma questo è impossibile se non si è “padroni a casa propria”. Ripensare in senso federale il centro-destra “normalizzarebbe” la Lega e favorirebbe la localizzazione dei poteri. Il rischio, in effetti, è che venga devoluta la facoltà di spendere senza che si abbia (al tempo stesso) alcuna responsabilizzazione economica e, quindi, senza che le regioni siano chiamate a chiedere ai loro cittadini le risorse di cui hanno bisogno. Un calcolo politico opportunistico, stavolta, produrrebbe effetti utili a tutti. Un centro-destra che valorizzasse le realtà locali potrebbe coinvolgere anche quanti, oggi, rischiano di danneggiare gravemente questa o quella coalizione. Non se ne parla mai, ma in Veneto vi è un nuovo partito (Progetto Nord-Est) che può contare sulle risorse e sulle televisioni dell’imprenditore Giorgio Panto e che, agitando temi della Lega di dieci anni fa, ha ottenuto quasi il 7% nella regione. Voti che basterebbero, tra un anno, a far perdere una ventina di eletti in Parlamento alla Casa della Libertà. Piaccia o no, con i Raffaele Lombardo di Catania e con i Giorgio Panto di Treviso i partiti del centro-destra dovranno fare i conti. Se facessero di necessità virtù, utilizzando tale situazione per formulare una visione politica adeguata alla complessa realtà italiana, avrebbero tutto da guadagnare.


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