La guerra irachena costa un po' troppo.
Cinque miliardi di dollari al mese, 7 mila miliardi di lire: è il prezzo della guerra in Irak per gli Stati Uniti. Il guaio è che quella che Wolfowitz vendette agli americani come una "guerra lampo" ("gli iracheni ci accoglieranno a braccia aperte"), sta facendo la fine di tutte le guerre-lampo: dura più del previsto, e anzi "si intensifica", secondo il Christian Science Monitor (1). L'Ufficio Bilancio del Congresso ha fatto una proiezione: se l'occupazione dell'Irak durerà fino al 2010, il prezzo sarà sui 600 miliardi di dollari. Circa il doppio di quanto costò la guerra di Corea negli anni '50. Salvo imprevisti, che in guerra accadono. Già oggi il Congresso ha dovuto varare un supplemento di spesa di 82 miliardi di dollari sul bilancio. Altri 58 miliardi sono stati aggiudicati per l'Afghanistan e 20 in più per la riforma della "preparedness" militare, voluta da Rumsfeld. I combattimenti "durano di più, e sono più intensi di quanto si fosse previsto, e così aumentano le spese per tenere le truppe sul teatro", ha detto John Spratt, deputato democratico del South Carolina. L'usura dei mezzi, il costo dei carburanti e le ore di volo degli aerei sono le voci più consistenti di spesa. Un veicolo corazzato Bradley, che in tempi di pace non percorre più di 800 miglia all'anno, ora in Irak deve percorrere fino a 4 mila miglia l'anno, ha ammesso anche Rumsfeld: i cingoli vanno cambiati più spesso, i motori si guastano e vanno revisionati. Sei elicotteri UH-60, della Guardia Nazionale, sono andati perduti in Irak e Afghanistan, e così via. Metà della spesa aggiuntiva riguarda ovviamente il personale. Specie il personale di riserva richiamato in servizio, che deve essere pagato, le coperture di rischio e "compensazioni speciali". Poiché il reclutamento volontario su cui si basa l'esercito Usa è crollato, è stato creato un sistema di incentivi e gratifiche, specialmente per chi accetta di prolungare la ferma. Il peggio è che gli specialisti e i commandos, addestrati con grandi spese dalle forze armate, tendono a dimettersi per poi riciclarsi come mercenari a contratto, con paghe dieci volte superiori a quelle statali. E' il risultato della creatività di Rumsfeld, convinto che i mercenari "li usi solo quando servono", al contrario dei soldati, che sono "a carico dello Stato a vita". Ma in guerra i mercenari hanno creato un allineamento competitivo al contrario: bisogna pagare ai soldati stipendi vicini a quelli del "militare privato". Ma la Casa Bianca è ottimista: l'economia americana è forte, e può permettersi la spesa militare, salita dal 3,6% al 4% del prodotto interno lordo.
di Maurizio Blondet
Note
1) Peter Grier, "the rising economic cost of Iraq war", Christian Science Monitor, 19 maggio 2005.




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