Assurda la proposta di misure a tutela dell'industria automobilistica
di Carlo Stagnaro
La notizia è affidata a una scarna agenzia di venerdì sera: “contro vetture che vanno bene e costano 4000 euro non c’è ‘concorrenza’ che tenga. L’unica via di contrasto è l’imposizione di dazi e quote. Lo avrebbe detto Berlusconi - secondo alcuni presenti - al Consiglio dei Ministri. Le frasi del premier avrebbero enormemente soddisfatto i ministri della Lega, che da anni propongono misure di questo tipo. L’unico a intervenire in controtendenza sarebbe stato il ministro della Difesa Antonio Martino, secondo il quale alla base di ogni sviluppo c’è la concorrenza”.
Il quotidiano leghista La Padania dà qualche indiscrezione in più. Racconta che il Cavaliere avrebbe introdotto la discussione con una battuta: “Siccome siamo una famiglia povera ho chiesto al mio autista, al mio cameriere e al mio cuoco cosa pensassero di queste nuove macchine orientali che costano 4000 euro e vanno pure bene... I collaboratori del premier gli avrebbero risposto che le comprerebbero per le loro mogli. E per il premier è evidente che contro queste merci la lotta è durissima. Avrebbe quindi osservato: voi sapete quanto costa una Panda Fiat. Bene, il divario è talmente grande che l’unico mezzo per rispondere efficacemente è quello di imporre dei dazi e delle quote di entrata”.
Queste considerazioni sono disarmanti, lasciano allibiti. E’ in primo luogo contraddittorio che provengano dal leader di quello che ama, o amava, definirsi “partito liberale di massa”. La battaglia a favore del libero scambio non è, a ben vedere, patrimonio dei soli liberali. Se c’è un tema su cui virtualmente tutti gli economisti concordano è proprio che il commercio rende tutti più ricchi: chi compra e chi vende. Entrambi, a transazione avvenuta, si trovano in una situazione migliore di quella iniziale.
Questo processo benefico e naturale è ostacolato dagli attriti della politica. I dazi non sono, in realtà, altro che imposte: essi si applicano al prezzo di mercato di un bene, rendendolo meno attraente. Solo che, a differenza di altre forme di tassazione, i dazi sono discriminatori: colpiscono i beni secondo la loro nazionalità. Le utilitarie cinesi non sono prese di mira perché costano poco: sono bersagliate perché sono cinesi. Se la Fiat fosse in grado di produrre auto da 3500 euro, il governo non si scandalizzerebbe. Anzi, esalterebbe la compagnia torinese portandola in palmo di mano.
Invece, purtroppo, le macchine made in Italy – per parafrasare l’inquilino di Palazzo Chigi – “vanno male e costano di più”. Quindi, per proteggere un’impresa inefficiente (che per giunta ha goduto, negli scorsi decenni, di una quantità inverosimile di privilegi) il governo si propone di rendere artificialmente non competitivi i prodotti di una casa concorrente. In questa maniera si fanno tre vittime con un solo colpo.
La prima vittima sono i produttori cinesi, messi fuori mercato a dispetto della loro abilità. Dal punto di vista morale è, quella di Berlusconi, una posizione indifendibile. Egli appoggia politiche che puniscono i cinesi perché sono troppo poveri. Così, a causa della loro povertà li si condanna a una povertà ancora maggiore, a meno che (il ricatto è una sorta di alibi morale per i nostri uomini di governo) i cinesi non indossino l’abito buono di noi occidentali. Salari minimi ai nostri livelli (senza tener conto del differente costo della vita), regolamentazioni del lavoro, norme ambientali, e tutto il consueto caravanserraglio.
La seconda vittima sono i consumatori italiani, a cui viene impedito di acquistare un’automobile di valore a un prezzo conveniente. Chi, in particolare, dovrà pagare il prezzo del protezionismo non saranno l’autista, il cameriere e il cuoco di Berlusconi (che, si può presumere, non se la passano troppo male): saranno tutti gli individui a basso reddito. Giovani, anziani, impiegati, piccoli imprenditori, operai, artigiani, e mercanzia varia.
La terza vittima è la concorrenza e, con essa, la competitività. I dazi non rendono competitive le nostre imprese: mettono semplicemente alla porta quelle straniere. Le aziende si muovono nel campo economico come gli atleti su quello sportivo. E’ da un allenamento duro e una competizione senza esclusione di colpi che emergono gli assi. L’analogia per il protezionismo è una legge che impedisca ai fuoriclasse stranieri di partecipare al nostro campionato. Questo renderebbe più brillante la performance delle nostre squadre? Renderebbe i tifosi più felici dello spettacolo cui assistono? Stimolerebbe i nostri giocatori a impegnarsi di più? La risposta è un triplice no.
Ed è con la consapevolezza di questo no che, in Consiglio dei Ministri, il titolare della Difesa si è opposto alla manovra protezionistica invocata da Berlusconi e dalla Lega (che, quando diceva ancora qualcosa di leghista, denunciava le troppe prebende di cui gode l’industria automobilistica nazionale). Martino ama ripetere che non è rompendo il termometro che si cura la febbre.
Il Berlusconi ruspante e liberale che nel 2001 ha incassato una vittoria elettorale senza precedenti ne era ben consapevole. Il premier reduce dalla sconfitta bruciante delle Regionali sembra aver imboccato la strada dell’assistenzialismo contro il quale tanto tempo fa arringava la maggioranza silenziosa dei produttivi. Berlusconi, di’ qualcosa di destra!
Da La Provincia di Como, 26 maggio 2005


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