Religiosi in missione, 1 su 2 è veneto
«E sanno schierarsi contro i governi»


Sempre dalla parte dei fedeli, a costo di inimicarsi i potenti

Religiosi in missione, 1 su 2 è veneto «E sanno schierarsi contro i governi» - Corriere del Veneto

VENEZIA — La croce al collo ce l'ha. Un piccolo tau rigorosamente di legno. Per il resto indossa una camicia blu stro*picciata e aperta di tre bottoni che lascia scoperto il petto di un lottatore. Il resto lo fa un martello ben saldo in mano e una lingua che parla solo lui: «Alors, moment, moment. Tol su le penel et malembe malembe ti fa tout le mur». Roba da far morire di crepacuore un in*segnante di francese. Un misto di linga*la («malembe malembe» si*gnifica «piano piano») e pa*dovano («tol su» non ha biso*gno di traduzioni) che gli operai congolesi sono abitua*ti a capire benissimo. Perché padre Leo è uno dei tremila*cinquecento missionari vene*ti che si aggirano per il mon*do e che costruiscono scuole, ospedali e – probabilmente non c'è bisogno di precisarlo – chiese. Perché l'abitudine a sentir par*lare il dialetto veneto (mischiato alla lin*gua locale) è diffusa in tutto l'ambiente missionario. Basta pensare che un sacerdote su due (quelli attivi all'estero in tutto sono circa settemila) viene dalla nostra regio*ne. «Un po' perché negli anni Settanta noi veneti eravamo poverissimi e su una famiglia di cinque figli almeno uno finiva in seminario – dicono gli stessi missionari – Un po' perché il Veneto è una regione dove c'è fede. E tanta».

So*no gente pratica i missionari. La mag*gioranza di loro ha più di sessant’anni e vive in Africa o in Sudamerica da più di trenta. Spesso si immedesimano nella situazione politica del Paese in cui ope*rano, al punto che non sono pochi i mis*sionari sui novecento che lavorano in Africa o sui millecinquecento che opera*no in Sudamerica ad aver ricevuto ri*chiami da parte delle autorità del luogo. Basta fare come padre Loris di Treviso che ricordando «la frusta, il tempio e i mercanti» ha deciso di fronteggiare ur*lando i militari ruandesi che impediva*no ai bambini hutu di frequentare la scuola o come padre Marco di Vicenza che ha preso a cuore le sorti degli indios sfidando il governo della regione brasi*liana del Roraima intenzionato a espro*priare le loro terre. Ma non serve nem*meno una guerra in corso perché il ruo*lo dei missionari diventi «politico». E' il caso di Celestino che anni fa aveva usa*to i fondi a sua disposizione per strappa*re un gruppo di ragazzi ai paramilitari ivoriani in Costa d'Avorio e farne una squadra di calcio. A guerra finita ne è na*to uno scontro con il sindaco del villag*gio perché la squadra di Celestino conti*nuava a vincere campionato dopo cam*pionato.

Sempre in Congo un padre vicentino era stato arrestato (e poi rilasciato) dal*la polizia di Kinshasa per aver insegna*to ai pigmei a lavorare il ferro e a costru*ire fucili rudimentali. Ufficialmente lo scopo era la caccia, ma quando i militari congolesi entrarono nei loro territori per decimarli e prendere il controllo del*le miniere d'oro ne seguì uno scontro ar*mato. Ma i progetti dei missionari spes*so vanno oltre i classici ospedali e san*no scuotere le coscienze di intere regio*ni. Padre Alvaro non ci ha messo molto a capire che il problema principale della foresta pluviale – quell'enorme distesa verde che comprende quasi tutto il cen*tro africa – era l'informazione. Tutt'oggi continua settimanalmente dalla capita*le a registrare i telegiornali francesi che si occupano di Africa, li fa tradurre in swahili e distribuire per le parrocchie. «Così i fedeli hanno la possibilità di sa*pere che cosa succede nei loro paesi alla fine della messa – sorride Alvaro che du*rante la guerra in Ruanda a metà degli anni Novanta ha passato il tempo diste*so sul pavimento della sua canonica mentre fuori fischiavano i proiettili – il governo non l'ha presa bene? Chissene*frega». Non mancano però i problemi legati spesso all'età dei missionari. In Kenya dove il paese è diviso principalmente tra kikuyu (l'etnia al governo), luo (quel*la di Barak Obama) e samburu, anche i missionari paiono non avere unità d'in*tenti perché ognuno tende a difendere le ragioni dei propri fedeli. E anche in questo caso ne nascono scontri politici in cui il Vaticano si deve districare. «E' raro che il Vaticano prenda una posizio*ne netta sulle vicende africane o suda*mericane – ripeteva padre Benedetto con pesante accento veneto, mitigato dallo spagnolo – metterebbe a rischio tutti i suoi missionari sul territorio».

Alessio Antonini

27 novembre 2009