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“Lo spirito di Venezia: amore o morte?”
di Diana Stainer
A volte mi domando come veda Venezia chi non vi è nato e cresciuto. Lo immagino mentre per la prima volta, magari in viaggio, percorre il Canal Grande e osserva i Palazzi, che si riflettono tremanti nell'acqua a creare una sorta di gioco degli specchi. Poi si perde tra calli e campielli, come in un labirinto che sembra senza uscita. Un giorno c'è il sole e la città è ridente, un giorno c'è una nebbia avvolgente e tutto si fa cupo, minaccioso. Poi arriva la marea, che si inghiotte la città. E poi ancora è Carnevale con il suo caos di luci e suoni.
È un sogno? È un incubo? No, semplicemente è Venezia, città molteplice, variegata e doppia, quasi stregata, a volte surreale e assurda, ma per questo straordinaria e ammaliatrice, nel bene e nel male. Nel bene perché chi la visita non può che trarne esperienza unica e indimenticabile, nel male perché capita anche che qualcuno ne faccia il luogo ideale dove porre fine alla propria vita, probabilmente con uno stato d'animo in sintonia con i suoi aspetti più decadenti e malinconici.
Il mondo classico era consapevole dell'influenza che l'ambiente circostante esercita sull'uomo a livello psicologico e riteneva che il luogo possedesse un'anima, il genius loci. Lo spirito del luogo non è altro che la capacità di questo di comunicare sensazioni a chi vi si trova immerso, è una sorta di nucleo animistico, un presidio di forze che lo rappresentano. L'antica geomanzia cinese studiava lo spirito del luogo prima di stabilirvi insediamenti o erigervi una casa per scoprire se gli influssi sull'uomo sarebbero stati benefici oppure no.
Oggi queste pratiche possono far sorridere, ma non possiamo negare l'esistenza di una sorta di "empatia ambientale", ovvero di una relazione tra un particolare luogo e la condizione psicologica dell'individuo, secondo una corrispondenza tra stato d'animo e messaggi evocati dall'ambientazione. Alcuni luoghi ci ispirano determinate riflessioni e addirittura sembrano condividere il nostro stato affettivo del momento, entrando in risonanza affettiva con il mondo interiore. Infatti è proprio nel profondo di noi stessi che la realtà e i suoi simbolismi si incontrano con gli archetipi e i contenuti del nostro inconscio, restituendoci una varietà di sensazioni e vissuti.
Queste riflessioni sulla capacità del luogo di comunicare con la sfera emotiva della nostra psiche sono state alla base di alcuni studi, che hanno considerato gli eventuali aspetti psicopatologici legati all'allontanamento temporaneo dal proprio ambiente abituale di vita, come ad esempio il viaggio. Le motivazioni che solitamente spingono l’individuo a viaggiare (conoscere, sperimentare, provare nuove emozioni, fuggire, ecc.) possono assumere talvolta valenze patologiche e quindi rendere il viaggio un’esperienza tutt’altro che gratificante e costruttiva, ma anzi alienante e in grado di destrutturare la sfera dell'Io. Ciò a dimostrazione che i luoghi visitati in qualche modo possono entrare in sintonia con la personalità del viaggiatore, in taluni casi influenzandola positivamente, stimolandone un accrescimento cognitivo ed affettivo, in talaltri favorendo patologicamente uno smarrimento dell'Io e dell'identità personale.
La condizione di estraniazione in cui si trova chi è lontano da casa è un piacere quando la persona è dotata di un'immagine di sé stabile, di difese sufficientemente forti e di una buona capacità di adattamento a una realtà che cambia; in questo caso diventa occasione per una messa in gioco di sé stessi e del proprio essere, un momento di crescita e di autoaffermazione. La stessa condizione diventa invece un trauma quando viene vissuta dall'individuo come perdita dei riferimenti dell'Io, assenza totale di protezione e sconfitta delle difese abituali, a scapito del senso della propria identità e dell’integrità psichica.
A testimonianza di queste eventualità Bar-El, uno psichiatra di Gerusalemme, ha messo in luce che un gran numero di visitatori ogni anno vengono ospedalizzati presso le strutture psichiatriche con disturbi psicotici che comportano un’alta frequenza di condotte deliranti. Nei casi studiati, non solo il delirio si rivela il sintomo più ricorrente, ma esso si incentra particolarmente su tematiche mistiche, che consistono in un'identificazione completa con una figura mistico-religiosa. Tale sintomatologia è così singolare e tipica che ormai si parla di una "Sindrome di Gerusalemme".
Bar-El ritiene vi sia una relazione specifica tra l'idea di Gerusalemme nell'immaginario collettivo come luogo centrale dell'esperienza religiosa e la natura degli episodi psicotici studiati.
La Sindrome di Gerusalemme sembra confermare infatti una patologica esasperazione della capacità di un luogo di influenzare l'Io e il senso d’identità dell'individuo. Anche se solo temporaneamente, alcuni soggetti rimangono suggestionati dal luogo visitato e dal suo genius di spiritualità e misticismo, facilitati in questo dalla profondità del loro credo e, resi fragili da una struttura psichica precaria o già francamente patologica, subiscono i significati che loro stessi attribuiscono all'ambiente del viaggio.
Queste considerazioni sul genius loci introducono e forse spiegano in parte un fenomeno che è stato oggetto di uno studio clinico da me svolto in collaborazione con il prof. Giovanni Colombo, psichiatra e docente dell'Università di Padova e del dr. Fabrizio Ramacciotti, primario dei Servizi Psichiatrici del Centro Storico di Venezia. Abbiamo voluto infatti verificare l'ipotesi, suggerita dall'osservazione quotidiana degli operatori psichiatrici di Venezia, secondo cui ogni anno un certo numero di persone si recherebbe a Venezia con il proposito di suicidarsi.
In effetti, considerando esclusivamente soggetti di provenienza straniera, la casistica raccolta relativamente agli anni dal 1988 al 1995 comprende 51 episodi di condotta suicidaria, di cui 35 tentativi di suicidio e 16 suicidi riusciti. Si tratta di uomini e donne parimenti rappresentati rispetto al sesso, con un'età intorno ai 35-40 anni, perlopiù non coniugati o comunque privi di un legame affettivo stabile, non occupati professionalmente, di provenienza soprattutto europea, in particolare dai paesi di lingua tedesca.
Il tentativo di suicidio avviene spesso tramite l'assunzione di un'overdose di farmaci, in altri casi, soprattutto per i suicidi riusciti, tramite l'annegamento e la defenestrazione. Vi è da dire che per alcuni il gesto, più che una vera volontà di morte, sembra tradire un atteggiamento di richiesta d'attenzione e di aiuto, come dimostra la modalità di attuazione del loro proposito suicidario. In effetti alcuni hanno tentato di annegarsi nella acque della città in presenza di numerosi passanti, prontamente intervenuti in loro aiuto. Eclatante è poi il caso di quattro di essi, che si sono scagliati all'improvviso in acqua presso zone di forte passaggio: due nelle acque della laguna in piena Piazza San Marco; uno dal Ponte di Rialto; un altro dal Ponte degli Scalzi vicino alla Stazione ferroviaria. Un paziente spagnolo, dopo aver assunto una dose massiccia di carmabazepina, si era recato "a morire" in Piazza San Marco, dove i passanti lo avevano soccorso ormai in stato di coma; un francese addirittura si era tagliato le vene dei polsi in Campo S. Maria Formosa, in pieno giorno e di fronte agli occhi sbigottiti dei passanti.
Diversi di questi pazienti soffrono o hanno sofferto di problemi psichiatrici, con una prevalenza di disturbi depressivi. Le motivazioni del gesto raccolte dai medici subito dopo il ricovero sono rappresentate perdipiù da un'insopportabilità della propria condizione e da una forte volontà di porvi fine, collegate soprattutto ad un profondo stato depressivo o ad uno stato psicologico di intenso malessere; altri hanno motivato il loro gesto con riflessioni filosofiche esistenzialiste: una paziente riteneva che l'unico modo di controllare la morte è quello di procurarsela; un'altra sosteneva che la vita non va vissuta oltre i 50 anni e raggiunta questa età è lecito togliersela.
Nella maggior parte dei casi i soggetti hanno affermato di essersi recati a Venezia appositamente per suicidarsi, solo alcuni invece si trovavano in città come turisti e solo dopo essere giunti sul luogo hanno deciso di togliersi la vita, senza che questo proposito sia stato premeditato alla partenza.
In effetti nella quasi totalità dei casi i pazienti si trovavano a Venezia da soli.
Come spiegare la scelta ben precisa di Venezia come luogo in cui morire?
Il nostro è stato uno studio retrospettivo, basato sull'analisi delle cartelle cliniche, e quindi non abbiamo avuto una testimonianza diretta dei soggetti sulle motivazioni della loro scelta. Il suicidio o il tentato di suicidio di queste persone ci rimane un mistero, così come rimane senza una spiegazione certa e definitiva come mai proprio Venezia sia stata scelta come luogo di morte.
In ogni caso ci siamo chiesti se anche per questo fenomeno si possa invocare il concetto di "empatia ambientale" e quindi se Venezia possa avere le caratteristiche per suggerire un'idea di morte in persone fragili e predisposte, così come nella Sindrome di Gerusalemme il suo genius mistico è in grado di scatenare una vera e propria sindrome delirante.
In letteratura, in cui si riversano i contenuti dell'immaginario collettivo, esiste un noto stereotipo a proposito di Venezia come luogo per eccellenza in cui il binomio amore-morte si intreccia. Il romanzo di Thomas Mann Morte a Venezia è forse quello che più di tutti riassume la rappresentazione della città in questa duplice veste e ne fornisce un'immagine che probabilmente condiziona ancora oggi la collettività.
Anche nella realtà e nell'attualità, lontani dalla "finzione" del romanzo e dal pensiero romantico, Venezia non ha ancora perso questa sua duplicità di città dell'amore, ma anche della morte. Come scrive Fontana, chiunque visitando e rivisitando Venezia non può non avvertire un sentimento misto di stupefatta e riverente ammirazione e, insieme, di desolata tristezza. Probabilmente ciò deriva dalla sua capacità di comunicare immediatamente e contemporaneamente il suo splendore e la sua agonia che la opprime ormai da due secoli. Fontana arriva a definire Venezia addirittura "prezioso, raffinatissimo involucro di decadenza e di morte".
Spesso si parla di una Venezia morente, lasciata morire in solitudine dai suoi stessi abitanti e abbandonata alla minaccia delle sue acque.
Da un punto di vista psicoanalitico non va trascurato che Venezia poggia sull'acqua ed è circondata dall'acqua, che attraverso i canali si insinua in tutto il suo interno; l'ubiquità dell'acqua è l'aspetto più tipico e caratteristico della città e non si può non fare riferimento agli aspetti materni, simbiotici e fusionali cui questo elemento simbolicamente rimanda (secondo il nesso acqua – liquido amniotico – ambiente uterino). Questa città sull'acqua allora, eserciterebbe il suo enorme potere attrattivo perché nell'inconscio collettivo è simbolo non solo di stranezza e di anormalità insite nella struttura generale dell'ambiente, ma anche di nostalgia del grembo materno. E leggendo questo pensiero non si può non fare riferimento a quanto Fornari, famoso psicoanalista, ha interpretato come una delle più centrali fantasie del soggetto suicida. Attraverso questo agìto egli inconsciamente non vorrebbe tanto fuggire dal mondo oggettuale, ma anzi intenderebbe ricostruire con esso un'unione ormai perduta, ritornando ad una fase antica, simbiotica, dove non esistono separazione e perdita dell'oggetto, ma esiste solo il grembo materno ritrovato.
Qual è dunque il genius loci di Venezia? È un genius d'amore, così come decantato da alcuni che vi vedono la città degli innamorati, sottolineandone gli aspetti più romantici o è forse un genius di morte, così come suggerito da altri, che ne evidenziano i tratti decadenti e malinconici?
Probabilmente né l'uno, né l'altro separatamente: la complessità architettonica e territoriale, il pluralismo simbolico e le sue caratteristiche di surrealità ben si prestano anche ad una molteplicità di interpretazioni psicologiche e a stati d'animo tanto diversi e opposti quali gioia e desolazione, euforia e depressione.
Venezia ha una complessa capacità comunicativa, che origina dal suo essere irriducibilmente ambigua e doppia, se non multiforme. È anche città mitica, che in qualche modo vive in uno spazio-tempo a sé, quasi una città fantasma, onirica agli occhi di visitatori stranieri a volte assuefatti al grigiore delle loro metropoli. Henry James la definì un luogo perfino inquietante e quasi stregato. Venezia è la realizzazione di un eccezionale compromesso con la realtà naturale, una città sospesa, isolata e dai confini indefiniti; una città anche immobile, in qualche modo ferma nel tempo, difesa al cambiamento. D'altro canto quali possono essere i vissuti, gli stati d'animo di un individuo che intende togliersi la vita, se non un senso di estrema solitudine ed isolamento, un'assenza di confini intesa come assenza di protezione e sicurezza?
Forse anche per questo i nostri pazienti vi hanno visto il luogo eletto dove finire "grandiosamente" la vita, oppure dove inscenare solamente un loro dramma esistenziale e lasciare uscire i propri fantasmi.
Del resto lo stesso luogo non ha per tutti le medesime valenze emotive, poiché la lettura che ognuno di noi ne dà è in relazione allo stato d'animo personale, alla nostra individualità e soggettività psicologica, che rappresentano un filtro per la realtà che ci circonda.
In ultima analisi, se è vero che alcuni luoghi sono tutt'altro che "neutri" per l'individuo, ma anzi fanno scattare qualcosa nel mondo interiore e suggeriscono stati d'animo specifici attraverso un modo di "sentire" il luogo e i suoi significati, il suicidio a Venezia di questi soggetti fa pensare che non è solo il luogo a determinare inesorabilmente il carattere dei nostri vissuti, ma è anzitutto la lettura che l'individuo fa di quel luogo, attraverso la sua storia, il suo stato d'animo e il suo personale modo di vedere il mondo e la realtà.
È una sintonia che si viene a creare tra l'esterno e l'interno, tra il reale e la fantasia. E come un tramonto è uno spettacolo che ispira serenità o malinconia a seconda del nostro sentimento, così Venezia si presta a rappresentare come un perfetto palcoscenico la nostra esaltazione o il nostro dramma interiore.





