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  1. #1
    memoria storica di PoL
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    Predefinito Dolchstoss, verità o leggenda?...



    cari amici
    molto probabilmente il titolo che compare in testa a questo thread è insolito per molti di voi. Il significato della parola Dolchstoss in tedesco è ‘pugnalata nella schiena’, ma probabilmente sapere questo non chiarisce di molto le cose. Il discorso che intendo portare avanti è semplicemente l’umile risposta che intendo dare ad una serie interminabile di thread copia-incolla dal titolo assai significativo quali ‘deliri nazi’, ‘un antisemita= un imbecille’, ‘gli infami protocolli dello zio’ e via delirando comparsi tempo fa su questo spazio. Scopo del tutto evidente di questi postati è stato ovviamente la ripetizione fino alla nausea della solita tiritera secondo la quale la sciagura del nazismo in Germania e la relativa ‘persecuzione’ di ‘sua innocenza’ il popolo ebreo siano solo ed esclusivamente da imputare alla ‘follia’ di Adolf Hitler in primo luogo, e in secondo al fatto che tale ‘follia’ abbia potuto contagiare in qualche modo le decine di milioni di tedeschi che lo hanno seguito. Il discorso si fa poi da tragico a tragicomico quando si scoprono quelle che sarebbero state le ‘cause primarie’ di tutto questo, che qui mi limiterò ad elencare in ordine di ilarità crescente…

    a) la morte, avvenuta tra atroci dolori, della madre di Adolf Hitler sarebbe stata conseguenza di una cura sbagliata inflittale da un medico ebreo
    b) in gioventù Adolf Hitler avrebbe contratto la sifilide da una prostituta ebrea
    c) Adolf Hitler sarebbe stato omosessuale e per reazione avrebbe odiato gli altri ‘diversi’, in primo luogo gli ebrei
    d) Adolf Hitler avrebbe contratto prematuramente il morbo di Parkinson
    e) Adolf Hitler avrebbe attizzato l’odio dei tedeschi nei confronti degli ebrei divulgando in giro copie dei Protocolli dei Savi di Sion [che talvolta mi piace chiamare ‘Protocolli dello Zio’… …], un libello falso che dipinge gli ebrei come aspiranti ‘dominatori del mondo’

    Ovviamente l’elenco di simili stupidità potrebbe proseguire ancora parecchio ma non mi piace fa perdere tempo al lettore intelligente. Quello che invece farò, nel mio piccolo si intende, è indicare una possibile alternativa a queste sciocchezze, lasciando giudicare al lettore la sua attendibilità. Male che vada non sarà altro che una ennesima ‘sciocchezza’… una più o meno tanto che differenza può mai fare?…

    Qui in seguito si potrà leggere una specie di ‘storia a puntate’… cominciando ovviamente dalla prima… come sempre, buona lettura!…



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    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  2. #2
    memoria storica di PoL
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    Predefinito



    Alfred Dreyfus...

    Tutto è cominciato allora

    Nell’ottobre del 1894 Alfred Dreyfus, ufficiale trentenne di origine ebraica impiegato presso il ministero della guerra, era tratto in arresto e accusato di aver rivelato segreti relativi alla difesa all'addetto militare tedesco a Parigi. Dopo un giudizio alquanto sommario Dreyfus era degradato e condannato alla deportazione a vita nell'isola del Diavolo [Caienna]. In Francia il ricordo della sconfitta subita nel 1870 contro i prussiani era ancora assai cocente ed esso era inevitabilmente collegato ad un vera e propria psicosi collettiva che vedeva nel ‘tradimento’ la causa di quella sconfitta. Come era accaduto anche in passato in circostanze come queste, il ruolo di ‘traditore’ si prestava assai bene ad essere attribuito ad un ebreo. A modesto parere din chi scrive, tale episodio, in seguito enfatizzato come classico esempio di manifestazione di ‘antisemitismo’, sarebbe potuto benissimo finire nel dimenticatoio con grande beneficio per tutta l’umanità se non avesse avuto delle ripercussioni a dir poco incredibili che per dodici anni sconvolgeranno l’intera Francia. Già nel 1896, dopo due anni dal primo processo contro Dreyfus, il comandante G. Picquart, nuovo responsabile dell'ufficio informazioni del ministero, riapre le indagini, persuaso della colpevolezza di un altro ufficiale francese, Esterhazy. Questi però, nonostante la debolezza delle prove a carico di Dreyfus, è scagionato dal consiglio di guerra e Picquard per punizione trasferito in Tunisia. Questo nuovo strascico finisce per dividere i francesi in due correnti d'opinione: i dreyfusards [intellettuali, socialisti, radicali e repubblicani antimilitaristi] e gli antidreyfusards [la destra nazionalista e clericale]. Ad accendere ancora di più gli animi l’intellettuale Emile Zola pubblicava su Aurore un articolo in difesa di Dreyfus intitolato J’accuse. Processato per calunnia e diffamazione delle forze armate, Zola è condannato l’anno successivo a un anno di carcere e al pagamento di 3000 franchi di ammenda. Nonostante gli sforzi del governo per smorzare le polemiche, è destino che solo un anno dopo un clamoroso colpo di scena riapra nuovamente il caso. Un’indagine interna nell’esercito francese scopre che un tal colonnello Henry ha falsificato dei documenti che poi sono stati aggiunti al fascicolo di Dreyfus. Henry, una volta scoperto, si suiciderà. Nel 1899 si insedia al governo una coalizione di ‘difesa repubblicana’ presieduta dal radicalsocialista Waldeck-Rousseau e si avvia la revisione del processo. Il secondo processo a carico di Dreyfus si svolge a Rennes e il consiglio di guerra tuttavia conferma la sentenza di colpevolezza, sia pure concedendo attenuanti e riducendo la pena a dieci anni di lavori forzati. Nel settembre di quello stesso anno il presidente Loubet concede la grazia a Dreyfus e nel dicembre dell’anno successivo viene approvata una legge di amnistia per tutte le persone coinvolte nella vicenda. Solo nel luglio 1906, vale a dire dodici anni dopo l’incriminazione di Dreyfus, la Cassazione francese annulla la sentenza di Rennes e Dreyfus viene reintegrato nell'esercito col grado di maggiore, ricevendo anche la croce di cavaliere della Legione d'onore. Anche Picquart viene reintegrato, promosso generale di brigata e nominato ministro della guerra dal nuovo governo Clemenceau…




    Vignetta d'epoca che illustra l'asprezza delle divisioni causate in Francia dalla vicenda Dreyfus

    La vicenda Dreyfus era destinata a non restare un caso come tanti di ‘errore giudiziario’, ma finirà per innescare una serie di eventi le cui estreme conseguenze sono ancora oggi il più serio pericolo per la pace nel mondo. Il caso [non saprei proprio come definirlo altrimenti…] vuole che un giornalista austriaco ebreo di nome Theodor Herzl, sia stato incaricato di seguire il processo a Dreyfus. E’ stato chiaro fin da subito che Herzl non sosteneva Dreyfus perchè convinto che fosse stato accusato di un crimine che egli non aveva commesso, bensì perché convinto che egli fosse stato processato solo perché ebreo. Ecco infatti che cosa ha scritto:

    … un ebreo che, ufficiale membro del comando generale e con alle spalle una carriera onorevole, non può aver commesso un crimine del genere… gli ebrei, da troppo lungo tempo condannati al disonore civile, hanno sviluppato un sentimento di onore quasi patologico e un ufficiale ebreo è sotto questo aspetto specificatamente ebreo…

    Certamente egli era rimasto fortemente impressionato dal fatto che, nei giorni in cui seguiva a Parigi il primo processo contro Dreyfus, aveva udito la gente in giro per la capitale francese che cantava :’Morte agli ebrei!…’. Come egli stesso dirà poi, questa esperienza lo aveva convinto dell’inutilità di tentare di ‘combattere’ l’antisemitismo. Nel giugno 1895, alcuni mesi dopo, scriverà nel suo diario…

    … a Parigi ho constatato con i miei occhi che cosa è l’antisemitismo… lì ho imparato a conoscerlo per quello che storicamente è… sopra tutto ho constatato la inutilità e futilità di ogni tentativo di ‘combattere’ l’antisemitismo…

    In queste poche parole possiamo ben dire sta tutta l’essenza del sionismo, di cui Herzl ancora oggi è ritenuto a ragione il padre: l’antisemitismo non può essere nè sconfitto né tanto meno curato, può solo essere evitato e il solo modo di evitarlo sta nell’erigere uno stato ebreo. Non è un caso che queste stesse identiche parole siano passate in bocca a tanti altri leader sionisti e ancora oggi siano ripetute pressoché inalterate da Ariel Sharon. Nel modo che abbiamo ora visto il sionismo è nato e ha percorso i primi passi, sempre però con un obiettivo ben chiaro in mente e, quello che più importa, un obiettivo per il conseguimento del quale poco o nulla ha contato il prezzo richiesto a altri popoli.
    Già nel 1897, con notevole spesa personale, Herzl fondava a Vienna il suo quotidiano Die Welt e organizzava a Basilea il primo congresso sionista. Già in quella sede si raggiungeva all’unanimità la decisione che il futuro stato di Israele sarebbe sorto nella stessa terra da cui gli ebrei erano stati allontanati più di 1800 anni prima, vale a dire la Palestina. Ogni tentativo di convincere Herzl e gli altri leader sionisti a desistere da questo obiettivo risulterà in seguito del tutto vano, a cominciare da una ‘offerta’ fatta nell’agosto del 1903 dal governo britannico di un vasto territorio nell’Africa Orientale [Kenia e Uganda] per accogliervi uno stato ebraico dotato di governo autonomo. Una delle personalità più in vista dei primi anni del sionismo, Chaim Weizmann, in un incontro avvenuto nel 1906 con Balfour, il futuro primo ministro britannico autore della famosa omonima dichiarazione, così spiegherà la questione. Alla domanda di Balfour del perché la Palestina e la Palestina soltanto poteva divenire la patria del sionismo, Weizmann avrebbe così risposto: ‘Ogni altra scelta sarebbe idolatria… signor Balfour, supponga che io le voglia offrire Parigi al posto di Londra, lei che fa?…’. All’obiezione di Balfour: ‘…dottor Weizmann, ma noi abbiamo Londra…’, Weizmann rispondeva a sua volta :’… è vero… però noi avevamo Gerusalemme quando Londra era una brughiera…’.




    A sinistra una foto di Theodor Herzl, a destra il monumento funebre a lui dedicato a Gerusalemme...

  3. #3
    memoria storica di PoL
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    Predefinito ... riprendiamo il discorso... sperando in bene...

    cari amici
    come potete vedere, per motivi che suppongo abbiate tutti compreso, sono stato costretto a riprendere il discorso da capo e chioedo scusa al gentile lettore, ringraziandolo per il suo non diminuito interesse...

    Oggi proviamo a scrivere un'altra puntata di questa 'storia- leggenda' e al termine di essa vediamo se c'è qualcuno che ha qualcosa interessante da dire... speriamo bene!...



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    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  4. #4
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    Predefinito

    Il sogno si avvera…

    Il maggiore ostacolo che fin sa subito Theodor Herzl e i suoi successori si sono trovati tra loro e il loro sogno è stato che il territorio che avrebbe nelle loro intenzioni dovuto ospitare il futuro stato ebraico era da secoli sottomesso all’Impero Ottomano. Questo, all’inizio del XX° secolo, si trovava, è vero, in profondo declino avendo perduto nei decenni precedenti gran parte dei suoi possedimenti in Africa e nei Balcani. Nell’agosto del 1914 però, con l’inizio di quella che sarebbe stata poi ricordata come la ‘Grande Guerra’, per il movimento sionista si apriva una miracolosa via per realizzazione del suo progetto e fin dal primo momento non ebbe esitazioni nell’imboccarla. Il primo conflitto mondiale, che alla fine costerà una ventina di milioni di morti, non sarà tuttavia sufficiente da solo a permettere ai sionisti di conseguire il loro obiettivo. Per questo ci vorrà un secondo conflitto mondiale, dal prezzo più che doppio, oltre cinquanta milioni di morti. Ma andiamo con ordine…




    Acquarello che ritrae la Baia Baia di Anzac, sulla Penisola di Gallipoli, il giorno dello sbarco delle truppe del Commonwealth, 25 aprile 1915...

    Il 2 agosto 1914 Germania e Turchia avevano sottoscritto un trattato segreto che sarebbe divenuto operativo in caso di guerra tra Germania e Russia, tradizionale nemico dell’Impero Ottomano. In esso i due imperatori, il tedesco e l’ottomano, si impegnavano a sostenersi reciprocamente dal punto di vista militare e alla Turchia erano offerte, in caso di vittoria contro la Russia, ampie porzioni di territori caucasici. La discesa in guerra della Turchia doveva divenire effettiva solo a fine ottobre, dopo che le sua alquanto debole forza militare era stata accresciuta sia dall’arrivo di consiglieri germanici, sia dalla cessione da parte della Kaiserliche Marine degli incrociatori Goeben e Breslau, stazionanti in Mediterraneo fin dal 1912 nell’ambito degli accordi della Triplice Alleanza. La discesa in guerra dell’Impero Ottomano aggravava di molto le difficoltà dell’Inghilterra mettendo in pericolo il Canale di Suez e le comunicazioni dal Mar Rosso verso l’Oceano Indiano. Viceversa in campo sionista l’ampliamento della guerra era subito visto come una ‘occasione storica’ per la realizzazione del loro sogno di ritorno alla ‘Terra promessa’. In effetti non occorre essere dei geni di strategia geo-politica per comprendere che in caso di sconfitta e conseguente disgregazione dell’Impero Ottomano il più grave ostacolo alla realizzazione del loro sogno sarebbe stato spazzato via. Dire poi la necessaria premessa a questo sarebbe stata la vittoria delle forze dell’Intesa e di conseguenza la sconfitta degli Imperi Centrali, Germania in primo luogo, sarebbe come dire che due più due fa quattro. Questa convezione dovrà rafforzarsi parecchio dopo che Gran Bretagna e Francia, nella illusione di poter facilmente eliminare subito la Turchia dalla guerra, all’inizio del 1915 avevano concepito un piano di invasione del territorio turco che passerà alla storia come ‘Operazione Gallipoli’ [Gallipoli è una penisola che si trova all’imboccatura dei Dardanelli…] e dopo che codesto piano sarà andato incontro ad un sanguinoso fallimento. In attesa di reperire presso i paesi loro alleati truppe a sufficienza per l’operazione terrestre, nei mesi di febbraio e marzo del 1915 si procedeva da parte di numerose unità navali franco-britanniche al preliminare bombardamento dei forti costieri turchi che avrebbero potuto ostacolare lo sbarco. Questo ritardo, dovuto soprattutto a carente organizzazione logistica, doveva avere da subito gravi conseguenze. Il tempo inaspettatamente loro concesso permetteva infatti ai turchi sia di rinforzare le loro difese terrestri, sia di contrattaccare con l’arma navale tipica delle marine ‘deboli’, le mine subacquee. Succedeva così che nelle acque prospicienti gli Stretti affondavano per effetto delle mine due corazzate inglesi [Ocean e Irresistibile] e una francese [Bouvet]. Lo sbarco di truppe inglesi, australiane e neozelandesi a Gallipoli doveva iniziare solo il 25 aprile, allorchè l’obiettivo di sfondamento delle linee turche, rinforzate nel frattempo da materiali e istruttori tedeschi, non poteva più essere conseguito. Al pari di quanto era accaduto sul fronte occidentale nell’autunno precedente, la progettata invasione della Turchia si trasformava in sanguinosa e logorante guerra di posizione. Il successivo mese di maggio poi le acque dei Dardanelli finivano per divenire per le unità navali britanniche che appoggiavano con le loro artiglierie le truppe a terra una trappola mortale. Il 13 maggio la corazzata Goliath era affondata dai siluri di un cacciatorpediniere turco e due settimane dopo, il 25 e 27 maggio, il sommergibile tedesco U-21 ne colava a picco altre due, Triumph e Majestic. In meno di un mese quella che doveva essere per i suoi pianificatori una classica ‘passeggiata militare’ era divenuta la più grave e cocente disfatta mai subita dalla Gran Bretagna in tutta la sua storia. A Farne le spese in un primo tempo erano il primo Lord del Mare John Fisher e il primo Lord dell’Ammiragliato Winston Churchill, entrambi sostenitori dell’impresa di Gallipoli e per il fallimento di questa costretti a dare le dimissioni. La sfortunata campagna di Gallipoli doveva terminare solo a fine dicembre, allorché Londra deciderà di por fine all’inutile massacro evacuando l’intero corpo di spedizione. Il prezzo in vite umane sarà alla fine di 180.000 alleati e 220.000 turchi. Ad onta di questa vergogna, l’impresa di Gallipoli è ancora oggi ricordata nei paesi del Commonwealth [Australia e Nuova Zekanda] con una festività che cade il 19 dicembre ed è chiamata l’Anzac Day… contenti loro…

    Fallito nel modo che abbiamo visto la strategia di ‘attacco frontale’, per la Gran Bretagna e per i suoi alleati sionisti non restava altra via per la vittoria finale che la strategia di ‘aggiramento e logoramento’. Fin da subito era apparso chiaro agli inglesi che un elemento essenziale di tale strategia era far conto sui sentimenti nazionalisti arabi, da troppi secoli oppressi dalla dominazione turca e più che mai desiderosi di indipendenza. In questo ambito tra la fine del 1915 e l’inizio del 1916 si verificava uno scambio di corrispondenza tra lo sceicco della Mecca Hussein Ibn Ali e l’alto commissario britannico in Egitto Sir Henry McMahon in merito all’assetto di tutta la regione mediorientale in seguito all’auspicato crollo definitivo dell’Impero Ottomano. Le ’promesse’ di McMahon consistevano, più o meno, nella garanzia di una generica futura ‘indipendenza’ per gli arabi e nella creazione di uno stato arabo compreso nei territori che si vedono in figura…



    Non si può certo essere però così ingenui da ritenere che quella che era stata nel secolo precedente la ‘potenza imperialista’ per definizione, vale a dire la Gran Bretagna, non covasse in realtà un disegno nettamente differente, specie tenendo in conto dell’oggetto del contendere strategicamente decisivo della regione, vale a dire il petrolio. Pertanto parallelamente alle ‘trattative’ in corso con gli arabi, tra Gran Bretagna e Francia si sarebbe portata avanti una ‘intesa segreta’ che era iniziata nel novembre del 1915 da Georges Picot e Mark Sykes. Il primo era un diplomatico di grande esperienza e questo farà sì che alla fine la Francia riuscirà ad ottenere molto di più di quanto non ci si potesse aspettare. L’assetto previsto dalla ‘intesa segreta’ anglo-francese può essere riassunto nella figura seguente…



    Alla Gran Bretagna sarebbe spettato il controllo di gran parte della Giordania, dell’Iraq e una piccola area intorno ad Haifa, alla Francia invece della regione sud-orientale della Turchia, del nord dell’Iraq, della Siria e del Libano. Le due potenze avrebbero deciso in maniera indipendente i confini tra gli stati all’interno delle rispettive aree di influenza. Per la regione che in seguito sarà chiamata Palestina era prevista un’amministrazione internazionale cui avrebbe dovuto partecipato a Russia ed altre potenze alleate. I confini della Palestina, che saranno in seguito oggetto di accese controversie, erano grosso modo fissati così…

    - a sud una linea che partendo da un punto della costa all’incirca a metà strada tra Balah e Gaza, proseguiva verso est in direzione del Mar Morto passando tra Beersheba ed Hebron
    - ad est che partendo dal Mar Morto procedeva verso nord lungo il Fiume Giordano fino al Lago di Tiberiade
    - a nord una linea che partendo dal Lago di Tiberiade e passando a sud di Tzfat, raggiungeva la costa mediterranea circa a metà strada tra Haifa e Tiro
    - ad ovest la costa mediterranea

    Non vi è bisogno chiaramente di sottolineare ancor di più il ‘cinismo’ degli anglosassoni, i quali già allora erano assolutamente sicuri che le ‘promesse’ fatte agli arabi al momento opportuno sarebbero state tranquillamente dimenticate [per essere giusti occorre anche dire però che lo stesso faranno di lì a qualche anno con gli ebrei…]. Giova però notare che per la terra che costituiva il ‘sogno degli ebrei’, vale a dire quello che allora era lo ‘sceiccato di Gerusalemme’ , un poco perchè considerato assolutamente privo di risorse e assai arretrato, un poco perché in esso si trovavano luoghi da più religioni considerati ‘santi’, era stata prevista una ‘amministrazione internazionale’ alla quale avrebbero partecipato anche altre potenze, in primo luogo Russia e Italia. Mentre la prima però, come ben sappiamo, per via della rivoluzione dell’ottobre del 1917 non si troverà alla fine al tavolo dei vincitori, la seconda a guerra terminata entrerà subito in conflitto con la Gran Bretagna per la questione delle isole dell’Egeo e per sarà esclusa dalla partita...

    Quello che è essenziale notare, a mio modesto parere, è che il nessuno dei piani anglo-francesi del 1915-16 compare il minimo accenno ad un qualcosa che possa lontanamente somigliare ad uno futuro ‘stato ebraico’ in Palestina. Dopo questa piccola ma essenziale premessa facciamo un salto nel tempo e constatiamo che nel volgere di un solo anno le prospettive sioniste migliorano al punto che la Gran Bretagna dovrà sottoscrivere quello che ancora oggi è considerato una delle pietre miliari del movimento sionista: la dichiarazione Balfour. Che cosa era accaduto?… E’ interessante a questo riguardo dare la parola allo storico israeliano Benny Morris, che i lettori già sicuramente riconoscono…

    … nel 1915-16 un terremoto al vertice politico della Gran Bretagna aveva portato ad una costellazione eccezionalmente ben disposta verso il sionismo. Kitchener era morto nel naufragio della sua nave, silurata da un sommergibile tedesco. Loyd George aveva sostituito Asquish come primo ministro e Arthur James Balfour, anch’egli filosionista, aveva ottenuto il ministro degli esteri. Balfour spiegherà in seguito che egli e Loyd George erano entrambi motivati dal ‘desiderio di dare agli ebrei il meritato posto nel mondo perché una grande nazione senza una patria non è una buona cosa…

    Beh!… diciamo che è una spiegazione come se ne possono dar tante… il fatto che essa convinca è tutta un’altra cosa però!… Sia come sia, è più che evidente il mutato clima nei confronti della causa sionista, mutato al tal punto che il 31 ottobre 1917 il leader della federazione sionista britannica Lord Lionel Walther Rothshild riceverà da parte del ministro degli esteri britannico una lettera ufficiale che passerà alla storia come ‘Dichirazione Balfour’. Non costa molto riprodurla…

    Sono assai lieto di trametterLe, a nome del Governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di simpatia verso le aspirazioni ebraiche sioniste. Essa è stata sottoposta al Governo e da essa approvata…

    Il Governo di Sua Maestà guarda con favore l’istituzione in Palestina di un focolare nazionale del popolo ebreo e farà del suo meglio per facilitare il raggiungimento di questo obiettivo, fermo restando che non sarà compiuto alcun passo in grado di nuocere ai diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non ebree in Palestina, o ai diritti e allo status politico goduti dagli ebrei in qualunque altro paese


    Niente male come ‘trasformismo politico’, non è vero?… Sarà stato motivato dal fatto che Loyd Gorge e Balfour, appena insediatisi sulle rispettive poltrone, abbiano subito convenuto sul fatto che ‘una grande nazione senza patria non è una buona cosa’?… O magari è collegabile a qualche altro evento intercorso in quel fatidico anno 1917?… Indagheremo nella prossima puntata…

  5. #5
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    Predefinito Anno 1917... la svolta...

    cari amici
    scusandomi con voi per le 'diversioni intellettuali' che qualcuno si ostina ad inserire nella nostra discussione e riguardo alle quali nulla mi è impossibile fare, vediamo di riprendere il discorso da dove lo avevamo lasciato. Se sul fronte del Mediterraneo orientale le cose dopo in primo anno di guerra stavano nella maniera che abbiamo decritta, nel continente europeo la sitiuazione per Gran Bretagna e Francia [l'Italia merita un discorso a parte...] non era per nulla migliore, anzi...
    All'inizio del 1917 milioni e milioni di soldati dei rispttivi schieramenti erano morti, e la terribile situazione di stallo pareva non dovesse finire mai...
    Ecco nel prossimo postato una breve e sommaria descrizzione... buona lettura!...



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    Nobis ardua

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  6. #6
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    Contro l’impossibile

    La prima guerra mondiale resta un esempio insuperato di sterminio di giovani, alla fine del quale, per dirla con un celebre verso di Argon, ‘l’Amleto europeo potè scorgere milioni di spettri’. Trascurando il fronte mediterraneo, di cui abbiamo parlato nell’ultimo intervento, proviamo a delineare a grandi linee l’andamento del conflitto dall’esaurirsi della spinta iniziale contro la Francia [fine del 1914…] al 1917, anno che possiamo definire ‘delle svolte decisive’. Per i primi 36 lunghissimi mesi, con la sole eccezione di Verdun sul fronte occidentale e della Strafeexpedition sul fronte italiano, la strategia dei tedeschi , impegnati ‘per la vita o per la morte’ in un conflitto su due fronti, era stata difensiva verso occidente e offensiva verso oriente e questo aveva avuto il notevole risultato di mettere fuori combattimento da prima la Romania e poi la Russia. In occidente, ossia sul fronte francese, i tedeschi avevano combattuto costantemente in condizioni di inferiorità numerica valutabile all’incirca di 100 contro 150 e di inferiorità materiale ancora più schiacciante. Ciò nonostante erano riusciti a risolvere il problema della difesa e del contrattacco sviluppando tattiche sempre più sofisticate ed efficienti man mano che mutavano le caratteristiche della lotta. Il risultati ottenuti dagli anglo-francesi in quel periodo sono ben messi in evidenza nientemeno che da Winston Churchill nel suo The world crisis: 4.400.000 uomini perduti dagli alleati contro i 2.650.000 perduti dai tedeschi. Volendo valutare quantitativamente l’efficienza media dei combattenti nei due schieramenti è possibile fare un calcolo di questo tipo: rapporto fra gli effettivi avversari e quelli propri moltiplicato il rapporto tra le perdite inflitte e quelle subite. Per l’insieme costituito dagli anni 1915-1916-1917 si trova un fattore di due e mezzo a favore del soldato tedesco, ossia il combattente tedesco si è dimostrato due volte e mezzo più bravo dell’avversario anglo-francese. Non è mai stato un mistero per nessuno storico che il soldato tedesco si sia comportato assai meglio nella prima che non nella seconda guerra mondiale, e lo stesso Hitler dovrà più volte constatare la veridicità di questo. La stessa considerazione, cosa rilevata amaramente anche da Mussolini, vale anche per il soldato italiano e questo dovrebbe in teoria portare alla conclusione che un stato totalitario non crea necessariamente dei validi combattenti… solo che non è questo lo scopo di queste righe. Particolarmente inetta era risultata la tattica dei britannici, al punto da giustificare la frase pronunciata da un giovane storico inglese di allora: ‘Gli inglesi sono leoni comandati da somari…’. Il logoramento subito dagli anglo-francesi nei primi tre anni di guerra era stato tale che, dopo la defezione della Russia, l’intervento americano risultava non più un elemento acceleratore della vittoria bensì un elemento assolutamente indispensabile per piegare la Germania...

    Il 1915 era stato per gli anglo-francesi un vero e proprio ‘anno di automassacro’. All’inizio del 1916 [il 21 febbraio per l’esattezza…] erano stati i tedeschi a passare all’offensiva a Verdun, con il preciso obiettivo dei costringere la Francia a ‘svenarsi’ per la propria difesa. Anche se la battaglia di Verdun è passata alla storia come una vittoria francese, lo scopo dei tedeschi, attaccare al prezzo di perdite inferiori a quelle inflitte all’avversario, era stato in gran parte raggiunto. Gli inglesi invece si erano mantenuti all’offensiva per tutto il 1916 e per la prima metà del 1917, fidando nella strategia, da essi ritenuta vincente, della ‘battaglia dei materiali’ [in tedesco Materialschlacht…], la quale contemplava la realizzazione su ‘obiettivi limitati’ di una concentrazione di fuoco e di potenziale d’attacco assolutamente soverchianti...




    ‘Tank’ inglese modello Mark1, utilizzato per la prima volta nella battaglia della Somme, in località Flers-Cancelette, nel settembre 1916. Per tutta la durata del conflitto i tedeschi non disporranno di alcun analogo mezzo da contrapporre ad esso...

    Tali azioni avrebbero dovuto sommergere le posizioni tedesche con un volume di fuoco al di là di ogni possibilità di resistenza. Un esempio di ciò si avrà il 7 giugno 1917 nel corso dell’attacco in località Massines, il 7 giugno 1917. Quel giorno l’attacco di 12 divisioni britanniche su di un fronte di appena 14 chilometri era preceduto dal fuoco preparatorio di 2266 cannoni di medio e grosso calibro durato… solo 17 giorni consecutivi… Pur in quella circostanza i tedeschi riusciranno a venire a capo del problema. Questi risultati che ancora oggi paiono incredibili non erano stati ottenuti con l’aiuto della ‘fortuna’, per la ‘superiorità di armamenti’ o per ‘genialità stategica’, qualità questa di cui i tedeschi in vero erano assai poco dotati. Al contrario si era trattato del risultato dell’applicazione di accurate disposizioni tattiche e di precise regole prescritte alla truppa. E l’artefice di questo ‘miracolo’, un individuo di qualità veramente eccezionali, aveva anche un nome: tenente colonnello Bernhard von Lossberg. Nel gennaio 1915 von Lossberg era stato nominato capo dell’ufficio operazioni per il fronte occidentale e per otto mesi si era immerso nell’esame di rapporti e statistiche. Al lavoro di scrivania però egli alternava frequenti incursioni nelle prime linee e si mischiava in incognito tra i soldati. Così aveva individuato le difficoltà insite nell’organizzazione di una battaglia difensiva contro forze ‘soverchianti’ e trovato il modo di ridurre al minimo le perdite, evitando soprattutto che i comandi impartissero ordini che le truppe in linea non erano in grado di attuare. In una di queste ‘peregrinazioni’ von Lossberg era venuto in possesso di un documento apparentemente di scarsa importanza, trovato il una trincea francese nei pressi di Reims il 10 maggio 1915. In esso aveva trovato inaspettata conferma di alcune sue ‘intuizioni’ che i suoi superiori, tenacemente ancorati al concetto di ‘difesa a oltranza’, avevano sempre contrastato temendo, come si suol dire, di ‘perdere il certo per l’incerto’. Il documento conteneva una serie di ‘consigli’, diramati dal comando della V armata francese, sull’organizzazione della difesa. Fino a quel momento, in ossequio ai ‘dettami ortodossi’, questa era stata incentrata su tre linee. La prima era occupata da esigue forze davanti alle quali stava una fitta rete di posti di osservazione. La linea di maggiore resistenza era la seconda, ben presidiata e dotata di ricoveri in grado di proteggere la fanteria anche sotto i bombardamenti più duri. La terza linea era in genere costituita da un ridotto entro il quale trovavano riparo le truppe destinate al contrattacco. Si trattava di una organizzazione difensiva strutturata in profondità ma rigida, molto vulnerabile al fuoco di artiglieria condotto in modo massivo. A convincerlo della necessità di rivedere totalmente questo schema aveva poi fortemente contribuito i risultati della violenta offensiva lanciata dai francesi nella Champagne il 26 settembre 1915. Essa era stata portata, su un fronte di soli 15 chilometri, da ben 20 divisioni in prima linea e 7 di rincalzo, le quali avrebbero dovuto sfruttare lo sfondamento dilagando nelle retrovie tedesche. Arrivato al posto di comando nel pieno dell’attacco francese, von Lossberg riceveva una telefonata con la quale il comando di armata chiedeva l’autorizzazione ad operare un ripiegamento di due chilometri. Von Lossberg negava, sotto la propria responsabilità, l’autorizzazione e subito dopo si dirigeva verso le prime linee per constatare personalmente quello che avveniva. Si convinceva così che la linea principale di resistenza, la seconda cioè, era troppo affollata di truppe che sarebbe stato invece opportuno tenere di riserva per il contrattacco…

    Forte di questa e altre esperienze, tra il 1915 e il 1916, nel corso di quella che è stata chiamata ‘battaglia della Somme’, von Lossberg elaborava tutta una serie di miglioramenti organizzativi e convinceva anche l’Alto Comando ad applicarli. La prima ad essere rivoluzionata doveva essere la rete di comando. Durante i combattimenti von Lossberg aveva verificato che il tempo necessario a far arrivare un ordine dal comando di divisione alla linea avanzata tipicamente era tra le 8 e le 10 ore, e altrettanto avveniva in senso inverso. Per ridurre drasticamente questo tempo von Lossberg aveva convinto lo stato maggiore a concedere ai comandi di battaglione autonomia e libertà d’azione quasi totali. Nella nuova organizzazione le decisioni del comandante di battaglione andavano accettate dagli inferiori e dai superiori senza alcuna distinzione di grado e di anzianità. Al comando di reggimento erano lasciate responsabilità soprattutto logistiche, consistenti in pratica nell’assicurare il rifornimento di munizioni e l’afflusso delle riserve. A livello superiore, in modo analogo, la responsabilità era affidata ai comandanti di divisione, che godevano di autorità indiscussa su tutte le forze presenti nel settore loro affidato, comprese le artiglierie di corpo d’armata. I comandanti di divisione regolavano le loro mosse in base alle informazioni trasmesse via radio dai comandi di battaglione. In tale modo i tempi di cui si è parlato erano ridotti a sole 2 ore. Oltre a questa, altre modifiche essenziale erano apportate all’organizzazione difensiva germanica, in vista dei sei mesi terribili nei quali si svolgerà la ‘battaglia della Somme’. Nella nuova organizzazione le trincee perdevano il loro carattere di linee di combattimento per diventare ricoveri da usare nei periodi di stasi o vie di movimentazione di truppe e materiali. Al profilarsi di un attacco nemico le trincee erano subito sgomberate e la truppa si disperdeva occupando i crateri creati dallo scoppio dei proiettili o qualsiasi altro anfratto del terreno, obbligando così l’artiglieria nemica a ‘diluire’ la sua azione su uno spazio assai più ampio. Particolarmente letali per gli attaccanti si dimostravano i nidi di mitragliatrici situati in buche del terreno dall’apparenza innocua e non rilavabili dall’osservazione aerea, la quale invece non aveva difficoltà a evidenziare le trincee, che divenivano cos’ il principale obiettivo dell’artiglieria. Queste mitragliatrici entravano in azione di sorpresa all’ultimo momento, falciando e scompaginando le ondate d’attacco. Questa in sostanza era stata la risposta tedesca alla escalation offensiva alleata, basata su disponibilità pressoché illimitata di artiglieria, munizioni, aerei e carri armati. La nuova organizzazione difensiva, il cui scopo era evitare che l’esercito tedesco fosse sopraffatto, approvata per iscritto dal maresciallo Ludendorf, comandante in capo delle armate di occidente, diveniva operativa alla fine del 1916. Lo stesso Ludendorf scriveva con orgoglio nell’introduzione che ‘il soldato tedesco non si dovrà più immolare dicendo a se stesso qui devo stare e qui devo morire’ . Il nuovo ‘manuale operativo’ era accolto con entusiasmo a tutti i livelli, dai comandanti delle grandi unità fino ai semplici soldati. Da quel momento la resistenza ‘senza cedere un palmo di terreno’ [tante volte ordinata da Adolf Hiltler nel successivo conflitto mondiale…] diveniva una sciocca ed inutile forma di suicidio. Nella nuova forma di ‘combattimento elastico’ la cellula elementare era formata da una squadra d’assalto di soli 11 uomini [Stosstruppe], quattro addetti alla mitragliatrice [due per il tiro e due per il rifornimento di munizioni e acqua…] più sette fucilieri. La Stosstruppe era esclusivamente utilizzata per l’attacco in ambito offensivo, per il contrattacco in ambito difensivo. Essa godeva di una grande margine di autonomia e questo significava la responsabilizzazione di sergenti e financo caporali. Come vedremo più avanti, l’organizzazione della Stosstruppe avrà un ruolo decisivo nella storia tedesca non solo in guerra, ma ancor di più nel dopoguerra. A livello pià alto lo schema si ripeteva con i battaglioni d’assalto [Sturmbattaillonen] e le Eingreifdivisionen [Divisioni ‘aggangiate’] , che avevano il compito di organizzare contrattacchi su vasta scala…




    Soldati britannici sul fronte della Somme nell’imminenza di un attacco…

    La nuova organizzazione doveva però essere messa alla prova. Il 15 dicembre 1916 i francesi, al comando del generale Nivelle, avevano attacco con 8 divisioni appoggiate da 827 pezzi di artiglieria su un fronte di 10 chilometri presso Verdun. I 21.000 fanti delle cinque divisioni sotto organico tedesche che difendevano il settore erano schierati per 2/3 sulla prima linea, 1/3 in profondità. In altre parole erano disposte ‘troppo in avanti’. Il fuoco devastante dell’artiglieria francese, la quale era stata dotata di 1.200.000 proiettili, aveva creato un poderoso sbarramento protettivo per la fanteria la quale, avanzando sotto l’arco delle traiettorie dei proiettili, aveva raggiunto le trincee tedesche prima che i difensori potessero uscire dai ricoveri, trasformatisi in vere e proprie trappole. In due giorni i tedeschi avevano perso 13.500 uomini, dei quali 9.000 ‘illesi’ erano stati fatti prigionieri. Quella esperienza aveva insegnato parecchie cose, in primo luogo che ricoveri profondi andavano disposti solo nelle linee arretrate e soprattutto dovevano essere muniti di uscite molteplici. L’artiglieria inoltre doveva essere disposta in profondità, non meno di 2000 metri e non più di 6.000 dalla linea avanzata. Dietro poi doveva esservi un secondo schieramento di pezzi da campagna e di batterie pesanti, in modo da battere il nemico dopo che questo aveva superato la linea avanzata. Si doveva infine prevedere l’impiego di veloci ‘batterie notturne’, assai mobili in modo da poter essere velocemente rimosse al sorgere del sole. Il successo relativo riportato dal generale Nivelle a dicembre persuadeva il comando francese a tentare di ripetere su scala più larga una manovra analoga, impiegando in luogo di sole 8 divisioni ben tre armate, V-a, VI-a e X-a. L’attacco era sferrato alla mattina il 16 aprile 1917 lungo lo Chemin des Dames ed era affidato ancora al generale Nivelle, promosso di grado e nominato comandante in capo dell’esercito francese al posto dell’anziano generale Joffre. A sera dello steso giorno era fallito. Dei 400.000 uomini lanciati contro le linee tedesche, difese da 150.000 uomini ben scaglionati in profondità, le perdite erano state di 117.000 unità, 32.000 dei quali caduti in combattimento. Nivelle aveva promesso uno sfondamento ‘decisivo, vittorioso e finale’ , mentre l’avanzata si era arrestata dopo solo due chilometri. Gli ammutinamenti che scoppieranno in seno all’esercito francese nelle settimane seguenti faranno correre alla Francia un pericolo mortale, evitato solo dal fatto che i tedeschi non si renderanno conto della reale portata del collasso nemico. Nivelle era sostituito dal ‘prudente’ generale Petain, il quale da subito pronuncerà una frase destinata a divenire famosa: d’ora in avanti non faremo altro che aspettare gli americani. Dall’inizio del conflitto la Francia aveva perduto 3.500.000 uomini e si trovava ormai allo stremo. In attesa dell’arrivo degli americani però a far fronte ai tedeschi restavano i soli britannici. Questi alle 5.30 del mattino del 9 aprile, all’alba di un giorno gelido e nevoso, dopo il solito massiccio bombardamento preliminare che aveva consumato 2.687.000 proiettili di artiglieria, avevano lanciato ondate di fanteria sostenute da carri armati contro la cresta di Vilmy e in un primo momento sembrava avessero colto il successo, perché le truppe canadesi avevano saputo conquistare il famoso Vimy Ridge. La difesa tedesca in quel punto non era stata ancora disposta in profondità ed aveva dovuto cedere terreno per una profondità compresa tra i 3 e i 6 chilometri. Responsabile dell’errore era il comandante della VI-a armata germanica, generale von Falkenhausen, al quale l’età [73 anni] concedeva una qualche attenuante. Questi aveva in un certo senso ‘applicato all’eccesso’ la nuova dottrina di von Lossberg ed aveva tenuto le riserve strategiche troppo arretrate. Inebriato dalla ‘inattesa vittoria’ e desideroso di sfruttare il momento favorevole, il generale Allenby, comandante la V-a armata britannica, mandava allora all’attacco la cavalleria e se l’era vista tornare indietro sotto forma di pochi cavalli senza cavalieri, tutti falciati dalle mitragliatrici tedesche. L’11 di aprile l’infaticabile von Lossberg era promosso capo di stato maggiore della I-a armata, posta agli ordini del generale Otto von Bulow, lo stesso che sei mesi più tardi comanderà la XIV-a armata austro-germanica a Caporetto. Non appena assunto l’incarico era chiamato da Ludendorff e riceveva l’ordine di prestare assistenza alla VI-a armata in difficoltà. Ottenuti da Ludendorff i pieni poteri, von Lossberg si recava subito ad ispezionare le prime linee e in pochi giorni riorganizzava la difesa secondo i nuovi criteri lungo un fronte di 25 chilometri tenuto da 15 divisioni. Dietro ogni divisione di prima linea egli schierava una divisione Eingreif, la quale si teneva a disposizione per qualunque necessità lungo un fronte di 10 chilometri. In soli due giorni la difesa del settore era stata totalmente riorganizzata. Allo scopo di risollevare il morale della truppa inoltre le truppe in linea erano sostituite in modo da resistere a lungo, cosa che non era per gli inglesi, alla tensione psichica imposta da quell’ambiente infernale. I benefici di quest’opera eseguita con velocità prodigiosa si vedranno di li a quattro giorni, allorché gli inglesi tenteranno uno spettacolare ‘colpo di mano’. Il giorno 17 giugno 500.000 chilogrammi di alto esplosivo che gli inglesi, lavorando come talpe per due anni a 24 metri di profondità, avevano piazzato sotto le trincee tedesche a Massines, erano fatti deflagrare. L’esplosione risultante, di effetto paragonabile ad una esplosione nucleare, era udita fino a Londra e faceva traballare la scrivania del primo ministro Loyd George. Le truppe britanniche successivamente lanciate all’attacco tuttavia, ad onta della sorpresa, erano fermate dopo neppure un centinaio di metri e alla fine della giornata le loro perdite [15.000 uomini] non erano inferiori a quelle tedesche. Per tutta la primavera, l’estate e l’autunno del 1917 l’esercito britannico tenterà invano di sfondare il muro di gomma tedesco. Con allucinante monotonia le perdite mensili arriveranno a cifre da capogiro: 120.000 uomini in aprile, 76.000 in maggio, 75.000 in giugno, 85.000 il luglio, 84.000 in agosto, 81.000 in settembre, 120.000 in ottobre, 74.000 in novembre. Il totale alla fine farà 630.000 britannici contro 380.000 tedeschi, nel quadro di una lotta nella quale l’inferiorità tedesca era del 25 per cento negli effettivi, del 50 per cento nell’artiglieria e negli automezzi, del 100 per cento nei carri armati…



    Giugno 1917 - Il posto di comando del generale tedesco Otto von Bulow…

    Quella che si è delineata, sia pure a grandi linee, è la situazione esistente sul fronte occidentale nella prima metà dell’anno 1917. Appare del tutto evidente che tale situazione non avrebbe potuto trovare alcuno sbocco possibile, che non fosse ovviamente il cessate il fuoco, se non fosse intervenuto un nuovo decisivo ‘elemento’ che facesse pendere la bilancia in favore degli anglo-francesi. Tale ‘elemento’, cosa che appariva assai evidente a chiunque, non poteva essere altro che la discesa in campo degli Stati Uniti d’America. A questo proposito la storia del secolo passato e dell’ancor appena iniziato secolo presente insegna che i cittadini della grande democrazia americana sono in genere stati sempre restii a scendere in guerra, salvo qualche ‘evento di eccezionale gravità’ non li abbia costretti a farlo. Quando si è trattato di muovere guerra alla Spagna per strapparle Cuba e le colonie del Pacifico, l’incidente occorso alla corazzata Maine, esplosa mentre era all’ancora nel porto dell’Avana, aveva costituito il pretesto a lungo atteso per la guerra contro la Spagna. L’attacco giapponese a Pearl Harbour del dicembre 1941, inevitabile conseguenza della politica ostile e strangolatoria attuata nei mesi precedenti contro il Giappone, ha rappresentato il casus belli che ha consentito all’America di schierasi con la Gran Bretagna contro Germania e Italia. Assai recentemente, come tutti sanno, i sanguinosi ‘attacchi suicidi’ contro le Twin Towers e il Pentagono hanno giustificato la ‘guerra al terrorismo’ portata avanti da George Bush. Ebbene, cosa che forse non tutti conoscono nei dettagli, anche la discesa in campo americana nel corso del primo conflitto mondiale per attuarsi ha avuto bisogno di un ‘evento scatenante’ solo che, a differenza degli altri casi, esso è stato del tutto incruento. Per i dettagli di questa storia veramente ‘incredibile’ , che ancora oggi presenta interrogativi non risolti, non posso che raccomandare al lettore di non perdersi la prossima puntata…

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    Predefinito ... c'è forse stato un complotto?... ma no!!!...

    cari amici
    passiamo ora ad esaminare un poco uno dei più intricati 'enigmi' del XX° secolo, vale a dire le vicende che hanno portato gli Stati Uniti a scendere in campo nel corso del primo conflitto mondiale. Intanto questa è una specie di premessa... buona lettura!...



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato


    L'entrata in guerra degli Stati Uniti

    Oltre a Chaim Weizmann, figura che abbiamo già incontrato come presidente della World Zionist Organization nonché direttore dei Laboratori dell’Ammiragliato di Sua Maestà, tra coloro che più di ogni altro, subito dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, erano convinti che la nascita dello stato ebraico in Medio Oriente e l’esito finale del conflitto fossero indissolubilmente legati vi era David Ben Gurion. Il futuro ‘padre di Israele’ era nato a Plonsk, in Polonia, il 10 aprile 1886 con il nome di David Gruen. Il padre Avidgor e la madre erano entrambi ebrei ortodossi e, stando alle sue ‘memorie’, pare che quasi tutte le sere a tavola si parlasse della ‘terra promessa’. Nei paesi dell’Europa orientale alla fine del XIX° secolo la vita per gli ebrei non era certo piacevole, essendo allora, soprattutto in Polonia e Russia, l’antisemitismo una sorta malattia endemica che di tanto in tanto sfociava in violente repressioni attuate contro gli ebrei ricordate ancora oggi con il nome di pogrom. Recatosi a Varsavia per condurvi i suoi studi e profondamente sconvolto sia dall’ambiente della città profondamente ostile agli ebrei, sia della passiva rassegnazione dei suoi consanguinei a questo stato di cose, nel 1906 aderisce al movimento sionista, cambia il suo cognome da Gruen in quello assai più ‘ebraico’ Ben Gurion ed emigra da prima a Odessa e quindi in Palestina. Qui già allora viveva una numerosa comunità di ebrei, la maggior parte emigrati come lui dall’Europa, soprattutto in colonie agricole dislocate sulle colline della Galilea. Già allora i rapporti tra gli ebrei, ancora in numero limitato, e la popolazione araba locale non erano dei migliori. In pratica i coloni ebrei di giorno si dedicavano alla coltivazione della vite e degli agrumi, di notte vegliavano con il fucile in mano per proteggere le famiglie e i raccolti dai vicini arabi. La lingua allora parlata dagli ebrei in Palestina era lo yiddish, una sorta di dialetto ebraico ‘contaminato’ da un rilevante numero di termini derivati dal russo e dal tedesco. In questo ambiente il giovane Ben Gurion lavora per tre anni in una comunità agricola, poi per evitare problemi alla sua famiglia rimasta in Polonia, nel 1909 fa ritorno a Plonsk per espletare il servizio militare. Riformato per ‘miopia’ David ritorna in Palestina dove fonda un sindacato dei lavoratori agricoli e, cosa assai significativa, un giornale in lingua ebraica. Le sua attività politica e soprattutto le sue dichiarate idee sioniste e socialiste finiscono per renderlo, agli occhi delle autorità turche, un ‘sovversivo’, ciò che gli vale nel 1915, a guerra iniziata cioè, l’espulsione da tutti i territori dell’Impero Ottomano. Ben Gurion si reca quindi negli Stati Uniti, dove incontra una ebrea esule dalla Russia di nome Paula Munweiss, che diverrà poi sua moglie…




    David [Gruen] Ben Gurion e Paula Munweiss nel 1915…

    Non appena approdato a New York, David dava così inizio ad una forsennata campagna giornalistica, destinata soprattutto agli ebrei americani, avente il non dissimulato obiettivo finale la discesa in campo degli Stati Uniti a fianco della Gran Bretagna nel conflitto europeo. Nel 1915 gli ebrei che vivevano negli Stati Uniti d’America erano in numero ragguardevole [circa 1.500.000…], ma ancora non giocavano sulla politica americana un peso rilevante. Fino a quel momento la causa sionista non aveva fatto grande presa oltre Atlantico. Il loro atteggiamento nei confronti della guerra scoppiata in Europa poi era lo stesso nutrito dalla maggioranza degli americani, vale dire una sostanziale adesione alla corrente isolazionista e, soprattutto agli interessi del mondo finanziario. Quest’ultimo infatti non era attratto partecipazione diretta al conflitto, quanto piuttosto ad arricchirsi realizzando affari con entrambi i belligeranti. Se poi di fatto ad avvantaggiarsi delle operazioni di Wall Street erano soprattutto i paesi dell’Intesa e non la Germania, questo era dovuto al fatto che il possesso dell’assoluto dominio marittimo da parte della Gran Bretagna consentiva a questa di esercitare sulla Germania il blocco totale di tutti gli scambi commerciali via mare. Se poi si leggono i giornali americani dei primi mesi di guerra, si scopre che, a causa dell’elevato numero di immigrati cattolico-irlandesi presenti negli Stati Uniti e della feroce repressione del movimento indipendentista irlandese attuata a quel tempo dalla Gran Bretagna, le ‘simpatie’ della maggior parte degli americani andavano assai più a Berlino che non a Londra. Dal punto di vista squisitamente storico ancora oggi quindi si deve dare una risposta convincente al come sia stato possibile scardinare la tenace e interessata neutralità degli Stati Uniti durata fino alla primavera del 1917. Per quasi un secolo la storiografia scritta dai vincitori ha stabilito che la causa dell’entrata in guerra degli Stati Uniti nel primo conflitto mondiale è stata la guerra sottomarina indiscriminata condotta dalla Germania in violazione dei leggi di guerra fondamentali, in primo luogo la salvaguardia delle vite dei civili e il rispetto dei neutrali. Ebbene oggi si può dire con certezza che tutto questo rappresenta un falso storico, che non è ragionevolmente più possibile sostenere…



    In alto l’edizione straordinaria del New York Times che annuncia l’affondamento del Lusitania. In basso un sommergibile tedesco della prima guerra mondiale…

    In particolare l’episodio che, secondo detta storiografia, sarebbe stata la causa originaria degli eventi culminati con la dichiarazione di guerra degli Strati Uniti alla Germania è identificato con l’affondamento del grande transatlantico Lusitania ad opera del sommergibile germanico U-20, avvenuto il 7 maggio 1915. Già nel febbraio di quello stesso anno il comandante in capo della Hochseeflotte [‘Flotta d’alto mare’], ammiraglio von Pohl, aveva dichiarato che, a partire dal giorno 18 di quello stesso mese, qualsiasi unità in navigazione nelle acque del Regno Unito dichiarate ‘zone di guerra’ sarebbe stata soggetta a siluramento da parte degli U-boote senza preavviso né garanzia di soccorso per equipaggi e passeggeri. A voler dire le cose come veramente stanno, queste misure, che successivamente saranno descritte come ‘prima fase’ della ‘guerra sottomarina indiscriminata’ , altro non era che l’inevitabile risposta nei confronti della dichiarazione unilaterale britannica del novembre precedente, che aveva dichiarato tutto il Mare del Nord ‘zona di guerra’ anche nei confronti di navi neutrali. In pratica con tale misura gli inglesi avevano dato inizio ad blocco sistematico di tutti i rifornimenti diretti alla Germania, blocco che continuerà per tutta la durata del conflitto ed anche oltre [sulla cosa avremo modo di ritornare…] e che alla fine produrrà una delle cause del collasso finale tedesco, la fame. In conseguenza della risposta tedesca la Gran Bretagna e il mondo intero saranno messi di fronte alla terribile efficacia della guerra sottomarina condotta contro il traffico commerciale. Nella sola prima settimana di attuazione del contro-blocco germanico sette navi mercantili in navigazione intorno alle isole britanniche, di cui due neutrali, erano affondati. Gli strumenti allora in dotazione per la rilevazione e il contrasto dei mezzi subacquei in dotazione non solo alla Royal Navy, ma a tutte le marine del mondo, erano del tutto insufficienti e altre settimane dovranno passare prima che gli inglesi non riusciranno a mettere a punto la prima tattica efficace di difesa contro i sommergibili germanici, vale a dire l’organizzazione dei convogli. Nel frattempo però altri piroscafi finiranno per incappare nei siluri tedeschi e tra questi ci sarò il Lusitania. Il grande transatlantico britannico, detentore allora del prestigioso ‘Nastro Azzurro’, era salpato dal porto di New York diretto a Liverpool 1° maggio 1915. Oggi si sa che Londra non poteva ignorare il pericolo cui il Lusitania andava incontro. Fino dal 3 marzo infatti la ‘Stanza 40’ [la prestigiosa organizzazione di decrittazione delle comunicazioni nemiche al servizio dell’Ammiragliato britannico della quale avremo modo di parlare ancora…] aveva regolarmente intercettato le comunicazioni tedesche che segnalavano le partenze di tutto il traffico mercantile diretto a Liverpool, come pure i messaggi diretti a tre sommergibili germanici in missione al largo delle isole britanniche, tra i quali l’U-20, che sarà protagonista del fatale siluramento. Pur in possesso di tutte queste informazioni l’Ammiragliato britannico si limitava ad avvertire genericamente i principali porti della costa occidentale di possibili agguati di sommergibili, senza però emanare precise istruzioni ai piroscafi in mare. Solo il 6 maggio, dopo l’affondamento di una motonave lungo le coste meridionali dell’Irlanda, l’ammiragliato emanava un avviso a tutte le unità mercantili in navigazione segnalando la presenza di sommergibili in quelle acque. Ancora oggi non è certo se quelle tardive segnalazioni siano state captate o no dal Lusitania , quello che è certo e che esse non impedirono il fatale incontro del grande transatlantico con l’U-20. Questi, avvistato il Lusitania, alle ore 14.10 del 7 maggio 1915 lo colpiva con un unico siluro, che ne provocava l’affondamento alle 14.28. Il conto dei morti alla fine sarà di 1.198, dei quali 128 cittadini americani. L’emozione per la morte di centinaia e centinaia di innocenti sul Lusitania non si era ancora spenta quando il 19 agosto 1915 il sommergibile U-24 silurava ed affondava nel canale di San Giorgio il transatlantico Arabic, provocando la morte di 39 persone, tre delle quali cittadini americani. Questo ulteriore episodio finiva per esasperare il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson, il quale inviava a Berlino una nota di protesta talmente vivace da indurre lo stesso Kaiser Guglielmo II ad ordinare di lì a poco d’autorità la sospensione degli attacchi sottomarini indiscriminati. Il 18 settembre 1915, giusto sette mesi dopo che era stata iniziata, terminava così quella che è ricordata come ‘prima campagna sottomarina tedesca’. La tesi secondo la quale essa sarebbe da ascrivere come motivazione dell’entrata in guerra del 1917 degli Stati Uniti contro la Germania del Kaiser è evidente che sta alla pari con la ‘tesi’ che giustificherebbe l’aggressione del 2001 degli stessi Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein per le ‘armi di distruzione di massa’ da questi impiegate oltre dieci anni prima contro i curdi. Ammesso e non concesso che la ‘motivazione’ sia in qualche modo ‘convincente’, troppo è il tempo intercorso tra gli eventi per poter sostenere che sussiste tra essi un rapporto causa-effetto. Nei sei mesi successivi la guerra navale sul Mare del Nord proseguiva su scala più ridotta, da parte tedesca limitando in pratica l’impiego dei sommergibili alla posa delle mine. All’inizio del 1916 si verificava un avvicendamento al vertice della Hochseeflotte. L’ammiraglio von Pohl era sostituito dal ben più energico ammiraglio Rheinhardt Scheer e questi imprimeva subito mordente alla condotta della guerra sul mare. Uno dei suoi primi provvedimenti, attuato alla fine di febbraio, era la ripresa della campagna sottomarina senza restrizioni in Atlantico. Questa ‘seconda fase’ era però destinata a durare meno di due mesi, nuovamente interrotta a metà di aprile di autorità dal Kaiser in seguito alle rinnovate pressioni di Washington. La terza e più intensa campagna sottomarina sarà avviata dai tedeschi all’inizio del 1917, allorché come abbiamo visto entrambi i contendenti sul teatro di guerra europeo erano arrivati ad una situazione di stallo apparentemente senza via di uscita. La situazione generale della Germania dopo due anni e mezzo di guerra su due fronti e in grave ristrettezza alimentare a causa del blocco delle sue vie di rifornimento, era giunta ad un livello di criticità tale che non restava altro da fare che giocare le ultime carte oppure chiedere la resa. In questa situazione il 9 gennaio 1917 si teneva nel castello di Pless, alla presenza del Kaiser, una riunione nella quale sarebbero state prese decisioni dalle conseguenze decisive per le sorti della Germania. Tra le proposte presentate all’imperatore Guglielmo II, una prendeva in esame la ripresa della guerra sottomarina senza restrizioni in Atlantico come unica risorsa rimasta alla Germania non certo per vincere la guerra [obiettivo realisticamente fuori portata per i tedeschi fin dalla fine del 1914…], quanto per riuscire ad ottenere una pace dignitosa. Dopo ore di discussioni il Kaiser di convinceva che non vi erano alternative ragionevoli e, pur conscio delle dure reazioni che vi sarebbero state da parte americana, firmava il decreto di attuazione che sarebbe divenuto operativo il successivo 1° febbraio. Due mesi prima negli Stati Uniti si erano tenute le elezioni presidenziali e Woodrow Wilson era stato confermato alla Casa Bianca. La campagna elettorale da lui condotta nei mesi precedenti era stata improntata al mantenimento di una stretta politica di neutralità e la maggioranza degli americani, desiderosi di evitare il coinvolgimento della loro nazione in una guerra che in definitiva non era la ‘loro guerra’, gli aveva tributato pieno appoggio. Con queste premesse non deve stupire che, allorché il 1° febbraio, come stabilito nella riunione di Pless del 7 gennaio, la Germania comunicava in via ufficiale agli Stati Uniti la ripresa della guerra sottomarina senza restrizioni il presidente americano, dopo aver convocato il giorno successivo una riunione di governo per decidere la risposta, annunciava il 3 febbraio al Congresso che il paese sarebbe rimasto neutrale e non avrebbe favorito nessuno dei due schieramenti, sforzandosi invece di favorire in ogni modo una soluzione pacifica del conflitto in Europa…



    3 febbraio 1917- Il presidente americano Wilson annuncia al Congresso l’intenzione di mantenere la neutralità degli Stati Uniti e l’obiettivo del raggiungimento della pace in Europa…


    Esattamente due mesi dopo, il 2 aprile 1917, lo stesso presidente Wilson presentava allo stesso Congresso degli Stati Uniti la petizione nella quale si dichiarava guerra alla Germania, petizione che il Congresso approvava il 6 aprile. In quei due mesi era dunque si era verificato un ‘qualche cosa’ che con la guerra sottomarina non aveva nulla a che vedere e che aveva completamente sovvertito la situazione, spingendo non solo il presidente ma l’intera opinione pubblica americana a rivedere completamente la posizione degli Stati Uniti e a schierarsi a fianco dell’Intesa nella guerra in Europa. Quale sia stato questo ‘evento’ dalle conseguenze di tale portata lo vedremo nella prossima puntata…

  8. #8
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    Thumbs up ... chi cerca trova...

    cari amici
    tra le letture del fine settimana vi propongo una nuova puntata della storiella. In essa è riportata una 'novità' che fino a questo momento, a quanto ne so io, è stata ignorata dalla 'storiografia ufficiale' e si tratta di una 'novità' che può cambiare radicalmente certe 'verità storiche' date per consolidate...

    Poi mi direte se sono stato bravo o no... per ora... buona lettura!...



    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  9. #9
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    Arthur Zimmermann, ministro degli esteri del Kaiser dal novembre 1916 all’agosto 1917…

    Un 11 settembre in versione 'soft'...

    L’episodio a dir poco ‘clamoroso’ [tanto che ancora oggi desta sconcerto e incredulità…] che alla fine risulterà decisivo per le sorti del primo conflitto mondiale è consistito nella decifrazione ad opera degli inglesi di… un telegramma tedesco. Sì… il lettore ha inteso in modo corretto… anche se a prima vista può sembrare incredibile è stato un telegramma tedesco inviato oltre l’Atlantico nel gennaio del 1917 a causare una serie di eventi che, nell’arco mdi qualche settimana, ha spinto gli Stati Uniti a riconsiderare la loro politica di neutralità e a scendere in guerra contro la Germania, determinando uno spostamento degli equilibri strategici che alla fine risulterà decisivo. L’episodio occupa un posto di assoluto rilievo nell’ambito della storia della crittografia e delle scritture segrete ed è considerato ancora oggi l’esempio più eloquente di quanto la crittoanalisi [ossia la scienza della decifrazione di messaggi in codice…] è in grado di determinare l’esito dei conflitti e quanto può risultare disastroso, in guerra come in pace, l’uso di sistemi di comunicazione non sicuri. Secondo la versione quasi unanimemente accettata dagli storici, in gran parte derivata dalle ‘rivelazioni’ dei britannici dopo il termine del conflitto, la ‘Stanza 40’ [così si chiamava l’organizzazione dell’Ammiragliato inglese incaricata della decifrazione dei messaggi tedeschi] sarebbe riuscita ad intercettare e alla fine a decifrare un telegramma inviato dal ministro degli esteri Arthur Zimmermann all’ambasciata tedesca a Washington nel quale erano racchiuse ‘istruzioni speciali’ da far pervenire all’ambasciatore tedesco di Città del Messico. Il contenuto di queste ‘istruzioni speciali’, una volta portato a conoscenza del governo e dell’opinione pubblica americana, avrebbe poi innescato una serie inarrestabile di ‘azioni e reazioni’ il cui risultato finale sarà la discesa in guerra degli Stati Uniti a fianco di Francia, Gran Bretagna e Italia. Gran parte del materiale storiografico esistente sull’argomento, come già accennato, appartiene alla storia delle scritture segrete e pertanto deve essere considerato in gran parte per ‘addetti ai lavori’. Al di fuori di questo ambito ‘specialistico’ l’opera più significativa scritta sull’argomento è quella della storica americana Barbara Wertheim Tuchman intitolata The Zimmermann Telegram: the key incident that provoked the USA into entering World War. Per non correre il rischio di sbagliare ad essa si farà riferimento costante. Prima di scendere nei dettagli è opportuna un a breve introduzione che chiarisce lo scenario nel quale tale ‘incidente’ si è verificato…




    Testo cifrato del telegramma Zimmermann trasmesso all’ambasciata tedesca di Città del Messico...

    Già la notte successiva all’inizio del conflitto la nave posacavi britannica Telconia si era avvicinata di notte alla costa tedesca del Mare del Nord ed aveva provveduto ad individuare e tranciare i cavi telegrafici sottomarini che collegavano la Germania con il nord America. In tal modo la Germania era stata privata del mezzo di comunicazione più sicuro per le comunicazioni transatlantiche e si era trovata di fronte all’alternativa di usare la radio [soggetta ad intercettazione da parte del nemico] o i cavi di altre nazioni. In quella circostanza la Svezia, paese neutrale ma piuttosto ‘ben disposto’ nei confronti della Germania, si era offerta di inoltrare i telegrammi tedeschi diretti negli Stati Uniti tramite i propri cavi sottomarini. Il problema è che questi cavi passavano per la Gran Bretagna e ciò rendeva possibile l’intercettazione dei messaggi telegrafici tedeschi da parte degli inglesi. Per ovviare a questo era essenziale tutte le comunicazioni telegrafiche tedesche, al pari delle comunicazioni via radio, fossero inviate in cifra e non in chiaro. Utilizzando una procedura oramai in voga da due anni e mezzo e quindi assai consolidata, il 16 gennaio 1917, ossia giusto una settimana dopo la riunione nella quale si era presa la decisione da parte tedesca di riavviare a partire dal 1° febbraio la guerra sottomarina ‘senza restrizioni’, il ministro degli esteri tedesco Arthur Zimmermann inviava al proprio ambasciatore negli stati Uniti un telegramma nel quale erano contenuto un messaggio da inviare all’ambasciatore in Messico perché a sua volta lo facesse pervenire al presidente messicano Venustiano Carranza. Il testo in chiaro di questa messaggio era il seguente…

    … intendiamo iniziare una guerra sottomarina senza restrizioni a partire dal primo febbraio. Tenteremo nonostante ciò di indurre gli Stati Uniti a restare neutrali. Qualora questo non fosse possibile intendiamo rivolgere al Messico una proposta di alleanza sulle basi seguenti: muovere guerra insieme, ottenere pace insieme, generoso sostegno finanziario e nostro assenso alla riconquista da parte del Messico di territori perduti in Texas, New Mexico e Arizona. A lei la definjzione dei particolari. Informerete il presidente [della Repubblica del Messico] di quanto sopra nella massima segretezza non appena l’entrata in guerra degli Stati Uniti sia certa, aggiungendo il suggerimento che egli di sua iniziativa inviti il Giappone ad aderire immediatamente e nel contempo funga da intermediario tra noi e il Giappone. Vi prego di richiamare l’attenzione del presidente sul fatto che l’impiego senza restrizione dei nostri sottomarini schiude la possibilità di costringere l’Inghilterra alla pace entro pochi mesi. Accusate ricevuta…

    Per capire in pieno non solo la ‘gravità’ ma l’assoluta irrazionalità delle ‘proposte’ che Zimmermann rivolgeva al presidente messicano sarà opportuno chiarire alcuni ‘retroscena’. Negli anni precedenti il Messico era stato sconvolto da una rivoluzione interna guidata dal bandito Pancho Villa e questa, al pari di tutte le altre guerre civili dell’America Centrale del XX° secolo, era stata anche [anzi soprattutto…] in chiave antiamericana. Il presidente Wilson, prendendo a pretesto una serie di ‘sconfinamenti’ di guerriglieri in territorio americano, aveva quindi deciso un intervento militare a protezione degli interessi americani sotto forma di una serie di ‘raid punitivi’ oltre confine condotti con grande energia dal generale John J. Pershing. Dopo anni di considerevole sforzo militare e finanziario, alla fine [più o meno come è stato recentemente per l’Iraq…] il governo americano riusciva ad organizzare in Messico delle ‘elezioni democratiche’ che designavano alla presidenza Venustiano Carranza, ovviamente ‘amico’ degli Stati Uniti, il quale come primo atto varava la ‘nuova Costituzione’ [giusto come ora in Iraq…], ancora oggi in vigore. Alla luce di questa situazione le ‘proposte’ contenute nel telegramma di Zimmermann erano semplicemente ‘follia’. In primo luogo non si comprende assolutamente con quali mezzi la Germania, allora strangolata dal blocco navale britannico, potesse fornire al Messico, situato dalla parte opposta dell’Atlantico, appoggio economico e soprattutto militare in un eventuale conflitto armato con gli Stati Uniti. In secondo luogo, tanto per fare un paragone, scegliersi nel 1917 Carranza come alleato in una guerra contro gli Stati Uniti è la stessa cosa che scegliere nel 2005 per il medesimo ruolo il ‘Grande Ayatollah’ Al-Sistani, recente ‘vincitore’ delle elezioni in Iraq. In terzo luogo l‘accenno ad un possibile coinvolgimento del Giappone in questa ‘avventura’ era semplicemente fuori della realtà. A quel tempo infatti il Giappone si trovava in guerra con la Germania, essendo esso vincolato ad una trattato di reciproco appoggio militare in caso di guerra sottoscritto con la Gran Bretagna nel 1904, alla vigilia del conflitto russo-giapponese. La guerra contro la Germania rappresentava poi per il Giappone l’occasione propizia per mettere le mani, senza eccessivo impegno militare, sulle isole Marianne, abitate in gran parte da giapponesi e allora sottoposte a protettorato tedesco. Detto in breve nessuno dotato di un minimo di buon senso poteva avere dubbi sul tenore della risposta che, indipendentemente da tutto il resto, il presidente messicano avrebbe tributato a Zimmermann. Viceversa era pressocchè certo l’effetto devastante che il contenuto del telegramma di Zimmermann avrebbe avuto sull’opinione pubblica americana, dove i sentimenti anti-messicani erano particolarmente acuti dopo anni di tensione e incidenti lungo i confini meridionali del paese...




    Alcune parti del testo del telegramma Zimmermann decifrate dai crittonalisti britannici. Il codice usato per la cifratura traduceva le parole contenute nel dizionario tedesco il numeri di cinque. Si noti che la parola ‘Arizona’, non compresa probabilmente in tale dizionario, è stata cifrata mettendo insieme i gruppi di lettere ‘AR’,’IZ’,’ON’ e ‘A’…

    Secondo la versione ‘ufficiale’ divulgata successivamente dagli inglesi, il giorno successivo a quello dell’invio, il testo cifrato del telegramma in questione, dopo essere stato intercettato, era consegnato dall’ammiraglio William R. Hall, direttore del controspionaggio della Royal Navy, ai due dei più abili decrittatori della ‘Stanza 40’, il reverendo William Montgomery, ‘traduttore’ di opere teologiche scritte in tedesco, e Nigel de Grey, editore della società Heinemann. Il compito loro affidato non era però particolarmente semplice, essendo il testo del telegramma stato cifrato con il nuovissimo codice 0075. Di norma un testo cifrato con un codice mai impiegato in precedenza risulta praticamente impenetrabile. Se però si dispone di almeno un altro testo cifrato con lo stesso codice la decrittazione può risultare possibile, sia pure con un procedimento laborioso e incerto. Questa è la ragione per la quale oggi gli unici ad essere considerati assolutamente indecifrabili sono i codici cosiddetti ‘a singolo uso’, i quali dopo l’impiego debbono essere distrutti. A quanto pare la ‘Stanza 40’ era in possesso di un messaggio cifrato con il codice 0075 catturato poche settimane prima in Medio Oriente e questo avrebbe consentito a Montgomery e de Grey di mettere in chiaro alcuni frammenti del telegramma. In particolare essi avevano messo in chiaro le parole ‘Messico’, ‘California’, ‘Giappone’, ‘guerra sottomarina’ e altre, il che lasciava in qualche modo intravedere l’importanza del contenuto. Dal momento che era stato loro ordinato di procedere con la massima urgenza [un particolare questo assai significativo…], Montgomery e de Grey si recavano dopo 24 ore dall’ammiraglio Hall con il testo del telegramma decifrato solo in parte. Cosa abbastanza singolare, l’ammiraglio si limitava a chiudere il testo in cassaforte e a raccomandare ai due crittoanalisti di completare la decifrazione. Sempre secondo la versione fornita dagli inglesi, la iniziale riluttanza a far conoscere agli americani il testo del telegramma, oltretutto decifrato solo in parte, era dovuta al timore di rivelare al nemico la propria capacità di decifrazione, cosa che non si e al desiderio di attendere di vedere la reazione che avrebbe prodotto negli Stati Uniti l’annuncio della ripresa della guerra sottomarina illimitata. E’ evidente che questa ‘spiegazione’ fornita dagli inglesi lascia intendere che essi con tutta probabilità erano a conoscenza delle decisioni prese il 9 gennaio dallo stato maggiore germanico e della cruciale importanza del telegramma Zimmermann prima ancora che il telegramma stesso fosse inoltrato. Diversamente tra l’altro non si spiega come tra la miriade di telegrammi diretti dalla Svezia alla volta degli Stati Uniti, proprio alla decifrazione del telegramma in oggetto sia stata data grandissima priorità ed urgenza. Passavano quindi due settimane e il 1° febbraio, come previsto dal copione, la Germania comunicava al presidente americano la ripresa dell’offensiva sottomarina. Sempre secondo la versione inglese, in seguito alla dichiarazione di Wilson del 3 febbraio, che annunciava l’intenzione del governo degli Stati Uniti di mantenere la neutralità osservata fino a quel momento, i britannici decidevano di sfruttare il contenuto del telegramma Zimmermann, il cui testo nel frattempo era stato messo completamente in chiaro da Montgomery e de Grey. Dal momento che era sempre essenziale tenere all’oscuro i tedeschi della violazione dei loro codici da parte degli inglesi, questi ultimi avrebbero escogitato a questo scopo un geniale stratagemma. Dal momento che si poteva prevedere che l’ambasciatore tedesco a Washington von Bernstoff, una volta eliminate le istruzioni presenti nel telegramma destinate a lui, avrebbe ritrasmesso il telegramma al collega von Eckhard a Città del Messico, il servizio segreto britannico si metteva in contatto con il proprio agente locale, noto come ‘Mr. H’, il quale a sua volta avrebbe attivato i propri contatti con le poste messicane. In tal modo una copia della ‘versione messicana’ del telegramma Zimmermann, questa tra l’altro cifrata con il ‘vecchio’ codice 13040, da tempo noto agli inglesi e non solo a loro, finiva per arrivare in chiaro sulla scrivania del segretario di stato britannico agli affari esteri Arthur Balfour, autore della omonima ‘dichiarazione’ riguardo al ‘focolare ebraico’ in Palestina pronunciata pochi mesi dopo. Il 23 febbraio Balfour invitava l’ambasciatore americano Walter Page per un colloquio, durante il quale mostrava il telegramma. Page dichiarerà in seguito: ‘è stato quello il momento più drammatico della mia vita’. Quattro giorni dopo il presidente Wilson poteva vedere da sé la ‘prova eloquente’ del fatto che la Germania aveva incoraggiato un’aggressione militare diretta contro gli Stati Uniti. Il telegramma era quindi dato in pasto alla stampa, con l’intento di rendere l’opinione pubblica edotta circa le ‘reali intenzioni’ dei tedeschi. All’inizio tuttavia reazione di questa ‘opinione pubblica’ , assai meno ‘ebete e scema’ di quanto qualcuno vorrebbe, non era quella prevista e l’opinione più diffusa, sostenuta a gran voce non solo da organizzazioni pacifiste e lobbies filotedesche, ma dalle stesse autorità diplomatiche messicane e giapponesi, era che tutto questo fosse un complotto [sì il lettore ha inteso bene… complotto…] per trascinare gli Stati Uniti in guerra. Dal momento poi che numerosi esponenti della stessa amministrazione americana nutrivano la stessa identica opinione, all’inizio l’atteggiamento del presidente Wilson si mostrava orientato ad estrema cautela. A questo punto lo stesso Zimmermann compiva un ‘passo clamoroso’ che era destinato a dissipare tutti i dubbi circa la ‘autenticità’ del telegramma. Il 28 febbraio, nel corso di una conferenza stampa tenuta a Berlino, senza che gli fosse stata fatta alcuna domanda pressante, egli dichiarava da prima : ‘… non posso negarlo, è vero…’, e subito dopo: ‘… il mio errore è stato quello di fidarmi di un mezzo di comunicazione che ritenevo sicuro…’. Rimasto così senza alcuna alternativa, il presidente Wilson, il quale aveva dichiarato fin dall’inizio sarebbe stato ‘un crimine contro la civiltà’ trascinare il paese in un conflitto armato, il 2 aprile 1917 era costretti a cambiare idea e dichirava al Congresso: ‘… consiglio al Congresso di dichiarare che la recente svolta del governo imperiale [tedesco] in realtà non è niente di meno che una guerra contro il governo ed il popolo degli Stati Uniti e che esso accetta formalmente lo status di belligeranza che in tal modo gli è stato imposto…’

    Questi, grosso modo, i fatti… o meglio i fatti come sono stati tramandati per decenni da una certa ‘storiografia’, che può benissimo definirsi ‘dei vincitori’. Per qualche ragione infatti la vicenda del ‘telegramma Zimmermann’, per aunto ne sa lo scrivente almeno, non è mai stata affrontata da uno storico tedesco e quindi un raffronto non è possibile. Diamo quindi la parola a Barbara Tuchman, la quale così commenta sinteticamente la vicenda…

    … anche se il telegramma non fosse stato mai intercettato e pubblicato, era inevitabile che prima o poi i tedeschi prendessero un’iniziativa che ci avrebbe coinvolti nel conflitto. Era però già tardi e se avessimo atteso ancora gli Alleati avrebbero potuto essere costretti a trattare. Da questo punto di vista il telegramma Zimmermann ha cambiato il corso della storia…

    Poche righe che invito a rileggere più volte. Esse infatti dicono più di tonnellate e tonnellate di aria fritta. In altre parole senza uno stupidissimo telegramma vi sarebbe stata la seria eventualità che l’intervento degli Stati Uniti giungesse troppo tardi e la guerra, a causa dell’esaurimento delle risorse di entrambi i contendenti, terminasse senza vinti e senza vincitori… il che cosa che avrebbe di certo infranto i sogni di qualcuno… . Il lettore sono certo non troverà esagerato l’affermazione che la vicenda del ‘Telegramma Zimmermann’ ha giocato nella prima guerra mondiale lo steso identico ruolo che hanno giocato gli attacchi dell’11 settembre 2001 nella ‘guerra globale al terrorismo’. Anche se i due episodi non sono sullo stesso piano per quanto riguarda l’efferatezza e il numero delle vittime, il loro ruolo è stato del tutto analogo, vale a dire entrambi sono stati la ‘chiave’ dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. Appurato questo si tratta di chiarire il ruolo che il ministro tedesco Arthur Zimmermann ha avuto nella vicenda. Perché non vi siano dubbi lascio nuovamente la parola a Barbara Tuchmann…

    … con le dichiarazioni [Zimmermann] intendeva esprimere il proprio modo di vedere le cose. Da prima egli ha chiarito di non aver scritto personalmente alcun messaggio a Carranza, ma di aver dato unicamente istruzioni all’ambasciatore ‘attraverso una via che era convinto essere sicura’… ha dichiarato inoltre che, a dispetto della ripresa dell’offensiva sottomarina, egli sperava che gli Stati Uniti restassero neutrali… le sue istruzione dovevano essere comunicate [al presidente messicano] solo nel caso in cui gli Stati Uniti avessero dichiarato guerra e il suo atteggiamento era stato dunque ‘assolutamente leale nei riguardi degli Stati Uniti’… Ritenere che gli Usa rimanessero neutrali dopo l’affondamento delle loro navi ad opera dei tedeschi è segno di grande ingenuità da parte di Zimmermann. D’altra parte è possibile [anche in questo caso dimostrando grande ingenuità] che egli intendesse mostrare al mondo la situazione disperata della Germania soggetta al blocco navale mettendo altri paesi nella stessa situazione… Può essere che vi sia onestà e buona fede nelle sue affermazioni [del 28 febbraio], anche se in tal caso bisogna concludere che la disinformazione da lui mostrata circa la criticità dei rapporti tra Messico e Stati Uniti riguardo la questione dei confini rivela una inefficienza inconcepibile da parte dei servizi informativi tedeschi…

    Questa l’opinione di Barbara Tuchman, opinione a parere di chi scrive condivisibile solo in parte. Parlare di ‘incredibile ingenuità’ o ‘incredibile inefficienza’ a proposito di uno sperimentato diplomatico di carriera quale era Artur Zimmermann non è infatti accettabile, per il semplice caso che se ‘ingenuità’ e ‘inefficienza’ superano certi limiti, esse devono essere considerate per quello che sono, ossia coscienti e volontarie e si deve concludere che Arthur Zimmermann nella circostanza abbia agito d’intesa con nemico. Certo a questo punto il lettore può legittimamente chiedere quale possa essere stata la ‘motivazione’ che ha indotto quest’uomo ad agire contro il proprio paese, ben conscio del prezzo che esso avrebbe dovuto pagare in caso di sconfitta. Una possibile risposta a questo quesito lo scrivente l’ha trovata in rete in un sito assai particolare, il quale si occupa nientemeno che di ‘araldica’...

    Dai dati anagrafici risulta che Arthur Zimmermann è nato il 5 ottobre 1864 a Marggrabova, località allora nel territorio della Prussia Orientale, oggi in Polonia. Ebbene con una semplice ricerca eseguita sul sito in questione http://www.houseofnames.com/xq/asp.f...Zimmermann.htm
    si è ricostruito il cosiddetto albero genealogico di Arthur Zimmerman, che qui riportiamo a baneficio del lettore…



    Come si può notare dai particolari messi in rilievo, Arthur Zimmerman è stato uno dei più autorevoli rappresentati di una antica famiglia ebrea stabilitasi nell’Europa orientale fin dal Medioevo… e questo è tutto...

  10. #10
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    cari amici
    il postato di oggi, nell'ambito dell'argomento che ci si è prefissi di trattare, potrebbe essere definta una 'pausa di riflessione'. In effetti non toglie nè aggiunge nulla alla domanda posta nel titolo del thread, ma costituisce a creare le premesse per poter continuare nell'indagine...

    Augurandomi di cuore di riscuotere comunque l'interesse del gentile lettore...


    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato


    Gli avvenimenti nella seconda metà dell’anno 1917…

    La discesa in guerra degli Stati Uniti a fianco degli Alleati, anche se alla lunga finirà per dare un contributo determinante alla rovina della Germania, non poteva certo cambiare in breve tempo la situazione di stasi che si era venuta a creare sul fronte occidentale, ma non solo. Uomini di ogni nazionalità continuavano ogni giorno a morire in Belgio, Francia, Italia, nei Balcani, in Mesopotamia e il Palestina. Anche se dal punto di vista dei ‘numeri’ gli Stati Uniti erano in grado di schierare ‘un esercito di non meno di cinque milioni di uomini’, in Francia, dove alla fine la guerra si sarebbe vinta o persa, alla fine dell’anno 1917 si trovavano poco più di centomila soldati americani, inesperti e male addestrati. Oggi si sa con certezza che la terza ed ultima campagna sottomarina promossa dai tedeschi all’inizio del 1917, solo per poco non ha raggiunto l’obiettivo che si prefiggeva, ossia indurre la Gran Bretagna a trattare la pace. Uno dei motivi del suo insuccesso è stato certamente l’esiguo numero di U-boote che la Germania ha potuto schierare effettivamente in campo. Il 1° febbraio 1917 la Germania disponeva di 106 battelli subacquei, ma solo 36 di essi si trovavano in zona di operazione. In marzo il loro numero crescerà a 128 e nell’ottobre del 1917 si toccherà il primato: 146 U-boote. Mai però in tutto il corso della guerra si troveranno in mare più di 70 battelli subacquei tedeschi, e il loro numero alla fine non potrà risultare decisivo contro le prime tre potenze navali del mondo [nell’ordine Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia…] coalizzate insieme. Il record degli affondamenti mensili degli U-boote, a tutt’oggi rimasto ineguagliato, doveva registrarsi nell’aprile 1917 con 354 navi mercantili colate a picco per un totale di 854.549 tonnellate di stazza, 516.394 delle quali inglesi. In quello stesso mese la Gran Bretagna si riduceva ad avere una scorta alimentare di soli 10 giorni e la preoccupazione saliva ai massimi livelli, tanto che da più parti di paventava di dover chiedere la resa nel caso non si fossero trovate valide ‘contromisure’. Tanto per far comprendere la differenza a livello umano che vi era tra allora tra i popoli che si fronteggiavano, non è fuori luogo considerare che la Germania da tre anni, a causa del blocco totale cui era sottoposta, si trovava in analoga, se non peggiore situazione. Qui tutto oramai era Ersatz [‘surrogato’]. Il pane era solitamente ottenuto mettendo insieme segatura e bucce di patata. Cani e gatti costituivano oramai un ‘pranzo di lusso’. Tutta la nazione era da tempo abituata durante l’inverno a non togliersi mai il pastrano di dosso. Ovvia conseguenza di questo continuo aumentare delle ristrettezze era la contemporanea crescita del malumore popolare, in specie degli operai e dalle loro organizzazioni, assai attente alle notizie che giungevano dalla Russia. La situazione doveva diventare ancora più critica dopo la rivoluzione russa del marzo 1917, la quale aveva indotto a scioperare 300.000 lavoratori a Berlino e a Lipsia. Come vedremo tra poco inoltre, fomentate dalla incessante propaganda socialista, idee rivoluzionarie stavano prendendo piede anche all’interno delle forze armate tedesche, in particolare entro la stessa Kaiserliche Marine

    Una delle prime ‘contromisure’ realizzata dai britannici era stata quella di accrescere il numero di cantieri navali pubblici e privati, allestendone 74 nuovi e portando il totale a 133. Contemporaneamente era stato accelerato il ritmo di costruzione del naviglio di scorta. Un notevole aiuto era poi fornito dalla Marina degli Stati Uniti, sia con l’invio di una divisione di corazzate a Scapa Flow, principale base della Home Fleet, sia soprattutto con la fornitura, entro il mese di dicembre del 1917, di 52 cacciatorpediniere e 27 navi pattuglia antisommergibili. Il rimedio più efficace contro l’insidia dei sommergibili doveva però rivelarsi il vecchio sistema dei convogli, utilizzato già al tempo delle navi a vela. Grazie a questo sistema non era più necessario destinare grosse aliquote di naviglio a vigilare zone di ‘passaggio obbligato’ che gli U-boote erano in grado facilmente di eludere, e le unità antisommergibili potevano quindi accompagnare costantemente i piroscafi, raggruppati in complessi di 20-30 unità, lungo l’intera rotta fino al porto di destinazione. Prima di allora erano di norma riuniti in convoglio solo i trasporti di truppa. A partire dal febbraio 1917 era esteso alle navi carboniere, anche se limitatamente alle rotte lungo la Manica. Nel successivo mese di aprile il sistema dei convogli era esteso a tutto il traffico mercantile lungo le coste della Scandinavia e nell’Atlantico, quindi nel Mediterraneo, conosciuto da tempo come ‘paradiso degli U-boote’. Conseguenza di tutto ciò fu che nella seconda metà del 1917 gli affondamenti di navi alleate diminuiranno da una media mensile di 650.000 tonnellate a 400.000 tonnellate di stazza, e nel corso del 1918 non supereranno mai le 342.000 tonnellate del mese di marzo. Di contro dovevano salire le perdite degli U-boote, passando dai 22 sommergibili affondati nel 1916 ai 66 del 1917 e ai 73 del 1918. Alla fine della guerra si costaterà che i sommergibili germanici avevano colato a picco 5.234 mercantili alleati o neutrali per un totale di 12.185.832 tonnellate di stazza, oltre a 10 corazzate, 18 incrociatori, 20 cacciatorpediniere e 9 sottomarini nemici. Il record degli affondamenti, tuttora imbattuto, spettava all’U-35 del comandante von Arnauld de la Perière con 189 navi per 446.708 tonnellate di stazza. Dei 372 sommergibili dei vari tipi costruiti in Germania prima del termine della guerra, 178 erano andati perduti in missione, 24 erano stati autodistrutti o internati in porti neutrali, 5 ceduti all’Austria e alla Bulgaria e 165 catturati dagli Alleati al termine del conflitto. Oltre a questi 226 U-boote non avevano fatto in tempo a lasciare gli scali. Avevano combattuto bene, assai meglio di quanto non faranno nel secondo conflitto mondiale. Con tutto ciò non erano stati in grado di mutare il corso della guerra…




    Una rara fotografia di un sommergibile tedesco della prima guerra mondiale. Si tratta dell’U-6…

    Nonostante il fallimento dell’offensiva sottomarina contro la Gran Bretagna, all’inizio della seconda metà dell’anno 1917 la situazione della Germania era critica ma non ancora disperata. Il 7 novembre 1917 la rivoluzione bolscevica poneva definitivamente la parola fine alla partecipazione della Russia al primo conflitto mondiale. Il nuovo governo rivoluzionario, preoccupato più di qualsiasi altra cosa di far fronte alla drammatica situazione interna della Russia, siglava a Brest-Litovsk il trattato di pace con Germania, Austria e Turchia , per effetto del quale doveva cedere il controllo della Finlandia, delle future Repubbliche Baltiche [Estonia, Lituania e Lettonia], della Polonia, della Bielorussia, dell’Ucraina ucraina e di alcuni territori del Caucaso. La Germania usciva dunque vincitrice del conflitto combattuto ad Oriente ma non potrà goderne i frutti in quanto la necessità estrema di truppe per far fronte in Occidente agli Alleati, ai quali si erano aggiunti gli americani, le rendeva impossibile mantenere il controllo di territori tanto vasti. In Finlandia, Lituania e Lettonia verranno così insediati dei sovrani ‘amici’. La disponibilità di soldati creatasi in seguito al collasso della Russia permetteva così ai tedeschi di concentrare le risorse che restavano per un ultimo disperato sforzo in Occidente. Per questo molte truppe germaniche si rendevano disponibili, ma non quante se ne poteva sperare in un primo momento dal momento che nei territori sottratti alla Russia, sconvolti dalla guerra civile tra bolscevichi e forze controrivoluzionarie, si dovrà lasciare una buona metà delle truppe lì dislocate. Nel frattempo, sempre per merito di von Lossberg [promosso al grado di maggiore generale il 1° agosto 1917…], la tecnica della difesa era stata portata alla perfezione. I ricambi di truppe in prima linea erano divenuti9 così frequenti che in media un battaglione rimaneva in prima linea 2 giorni su 12. Il numero di divisioni Eingreif era stato accresciuto, al punto che ogni divisione in prima linea era appoggiata alle spalle da una divisione Eingreif, in modo da tenere insieme un fronte di cinque chilometri. Parallelamente al rafforzamento della tecnica di difesa, era stata messa a punto una nuova e decisiva tecnica d’assalto. Questa si basava sempre sull’attacco frontale, ma era basato sull’infiltrazione di piccoli reparti attraverso le inevitabili maglie dello schieramento nemico. Tale nuova tattica era impiegata per la prima volta, senza che i comandi alleati ne apprezzassero il significato, nella cosiddetta ‘battaglia di Riga’, con la quale la Germania nel settembre 1917 aveva preso possesso della Lettonia. Solo un mese più tardi la nuova ‘tattica offensiva’ sarà sperimentata, a sorpresa e con effetti devastanti, sul fronte italiano ed il mondo intero sentirà nominare per la prima volta il nome di una località fino ad allora sconosciuta destinata a divenire il peggior incubo della storia della nostra Italia: Caporetto…



    L’undicesima battaglia dell’Isonzo, combattuta nell’agosto e settembre del 1917, aveva posto assai vicino al limite di rottura la capacità di resistenza dell’esercito austro-ungarico, contrapposto agli italiani. Per riprendere fiato era assolutamente necessario passare all’offensiva in quanto un ulteriore prosecuzione della guerra in atteggiamento difensivo avrebbe definitivamente esaurito tutte le risorse che restavano all’impero degli Asburgo. Per questo però l’aiuto germanico era essenziale. In seguito alle reiterate e disperate pressioni da parte dell’alleato, Hindemburg e Ludendorf acconsentivano ad una verifica. Il generale Krafft von Dellmessingen, un bavarese di 55 anni con un curriculum militare di tutto rispetto, era così inviato ad ispezionare il fronte italiano. Dopo averlo girato dal 2 al 6 settembre, mentre ancora infuriavano i combattimenti sul San Gabriele, ed essersi soffermato soprattutto sull’alto Isonzo, Krafft il giorno 8 faceva ritorno al quartier generale. Qui , dopo aver illustrato le difficoltà, in apparenza sovrumane, dell’impresa, concludeva con un : ‘… si può fare…’. I tedeschi agivano quindi in fretta. L’11 settembre l’abilissimo generale Otto von Bulow era convocato a Berlino e si vedeva di punto in bianco assegnare il comando della XIV-ma armata mista austro-germanica di nuova formazione. Avrebbe dovuto guidare l’offensiva che si sarebbe scatenata da lì a poco sull’alto Isonzo e sarebbe stato coadiuvato, in qualità di capo di stato maggiore, da Krafft von Dellmessingen. Il 14 von Bulow era a Vienna e si metteva subito al lavoro redigendo carte, schizzi e disegni. Gli obiettivi che la controffensiva si proponeva consistevano nel raggiungere la linea Korada-Cividale, costringendo l’esercito italiano a ripiegare anche nel basso Isonzo. Grande era lo scetticismo sulla possibilità di raggiungere obiettivi più ambiziosi. Il 22 settembre però von Bulow agli ordini già emanati faceva aggiungere la frase: il nemico deve essere sloggiato dalla zona del Carso e ricacciato dietro il Tagliamento. Lo stesso giorno von Bulow si recava nella zona dell’alto Isonzo e installava il suo comando su una vetta presso Tolmino, dalla quale poteva avere una visione completa del teatro delle future operazioni. A titolo di fondamentale precauzione si davano disposizioni a svolgere i preparativi nel massimo segreto. I materiali avrebbero precedutoi i cannoni e questi gli uomini. I movimenti delle truppe sarebbero avvenuti di notte e all’ultimo momento. L’attacco iniziale sarebbe stato concentrato tra Plezzo e Tolmino. In quel momento questo tratto di fronte era difeso dagli italiani poco e male, per cui il mantenimento del segreto era essenziale. Per tenere lontani i ricognitori italiani erano inviate nella zona squadriglie di caccia germanici, tra le quali quella del celebre asso von Richtofen e vi si concentrava la quasi totalità della difesa contraerea disponibile. I ricognitori tedeschi effettuavano a loro volta fotografie del retrofronte italiano e con esse erano corretti gli errori contenuti nella carte topografiche austriache. L’ufficio cartografico stampava quindi migliaia di tali nuove carte, contenenti l’indicazione precisa di tutte le posizioni italiane, e ne faceva larga distribuzione anche ai reparti più minuscoli. L’equipaggiamento inoltre era selezionato con grande cura. Approntamento dei materiali, allenamento delle truppe al terreno montuoso e addestramento tattico procedevano con l’eliminazioni di tutti gli intoppi logistici. Il trasporto di materiali, artiglierie [tra cui 1200 pezzi tedeschi…] e uomini che raggiungeranno i punti di partenza all’ultimo momento rappresenterà un successo assolutamente inarrivabile non solo per gli italiani, ma per gli stessi austriaci. Si era praticata una decisa ‘iniezione’ di ‘elemento germanico’, i cui effetti si faranno sentire di lì a poco. Il comando italiano non si reso conto dell’addensamento di forze imponenti sull’ala sinistra del fronte giuliano né del fatto che i 300 cannoni esistenti nel settore a metà di settembre erano nel frattempo divenuti 2000. I movimenti delle truppe iniziavano il 14 ottobre per le formazioni più lontane, il 16 per le altre. I soldati germanici si avvicineranno alla linea di fuoco a marce forzate sotto un tempo orribile, dormendo mimetizzati di giorno e muovendosi di notte. Per regolare il traffico le strade le strade principali erano state divise in sezioni, ai cui estremi erano dislocate radio campali che segnalavano lo snodarsi dei convogli, prendendo provvedimenti in caso di ingorghi. La maggior parte delle formazioni usufruirà di un giorno di riposo prima dell’attacco, altre invece si troveranno quasi di colpo a passare dalle retrovie nel pino della battaglia. Nella conca di Plezzo tutto era portato prima dalla ferrovia elettrica sotterranea che passava sotto il Predil e poi lungo la camionabile che sfiorava le linee italiane. Tutto questo intenso traffico passerà inosservato. Si arriva così all’ora X, 24 ottobre, ore 2 del mattino quando, precisa al secondo, l’artiglieria austro-germanica, dislocata a raggiera intorno a Tolmino su un numero enorme di batterie, apre il fuoco fra il monte Rombon e l’alta Bainsizza, concentrato soprattutto nella conca di Plezzo. Nello stesso istante mille tubi lanciagas a comando elettrico proiettano verso le linee italiane una salva di cilindri che eplodono sulle trincee liberando un gas sconosciuto. Una nube mortale avvolge il soldati italiani della prima linea, schierati tra Plezzo e l’Isonzo. La maggior parte di loro morirà senza accorgersi di che cosa sta accadendo. Le artiglierie italiane, soprattutto quelle del XXVII° corpo d’armata comandato dal quarantaseienne generale Pietro Badoglio, una delle ‘disgrazie più disgraziate’ che sia toccata all’Italia in tutta la sua storia, rimangono silenziose e nessuna inchiesta sarà in grado successivamente di appurare le ragioni di tale silenzio. Dopo due ore e mezza, alle 4.30 cioè, il tiro delle artiglierie è sospeso per riprendere improvviso e con sconvolgente violenza alle 6.30, diretto questa volta contro le retrovie italiane. Nel giro di mezz’ora le comunicazioni telefoniche saltano una a una. Nessuna linea telefonica è stata interrata e protetta entro tubi di piombo. La rete stessa è stata poi studiata male. L’artiglieria italiana continua a tacere e d’altronde la sua azione difficilmente sarebbe efficace a causa il fumo che nasconde ogni cosa. Non ci si accorge quindi che le fanteria austro-tedesca, protetta efficacemente dal tiro amico, è già acquattata a ridosso della prima linea italiana. Alle ore 8 precise, cessata l’ultima salva, essa si getta addosso alle posizioni italiane. La trattazione per intero delle varie fasi della battaglia di Caporetto esula evidentemente dagli scopi di questa discussione. Sarà tuttavia assai interessante e oltremodo istruttivo soffermarsi un poco su alcune azioni di cui è stato protagonista allora un certo tenente Erwin Rommel, comandante di una delle tre compagnie del battaglione di montagna Wuttemberg. I soldati della brigata Arno scrutano in direzione dell’Isonzo e sono talmente intenti a gustarsi il panorama che non si accorgono che sotto di loro, strisciando lungo le pareti rocciose , il ‘diavoli’ del Wuttemberg di infiltrano silenziosi come animali da preda. Rommel e con lui 500 uomini avanzano così lungo la parete nord del Podkalbuc e dopo aver fatto un chilometro di imbattono in un plotone italiano immerso nel sonno e catturano così 40 uomini e due mitragliatrici senza sparare un solo colpo. Tutto si svolge come nelle guerre dei Sioux. Poco dopo è la volta di una batteria italiana di medio calibro. Gli artiglieri stanno ancora lavandosi quando devono subito alzare le mani. Anche questo è avvenuto nel massimo silenzio. Il successivo obiettivo di Rommel è il passo Nachnoi. Qui i soldati italiani sono alloggiati in caverne dove resteranno imbottigliati. Le vedette, tutte intente anch’esse osservare l’Isonzo da lontano, allo scorgere dei tedeschi lasciano cadere le armi senza neppure un lamento. I prigionieri sono così già centinaia quando Rommel giunge a 300 metri da passo Nachnoi. Qui è necessaria una manovra un poco più astuta delle precedenti. Da prima una pattuglia tedesca fa in modo da attirare l’attenzione degli italiani, quindi un’altra comincia a sparare da un direzione inattesa, poi un’altra da un’altra direzione ancora , e così via in un crescendo di confusione. In capo ad un quarto d’ora il presidio italiano di 500 uomini decide di arrendersi. Il prossimo obiettivo di Rommel è il monte Kuk, dalla cui vetta però proviene un fuoco di fucileria e mitragliatrici tale che questa volta ci vuole l’artiglieria. Durante l’avanzata un gruppo di genieri tedeschi lo ha seguito srotolando il cavo telefonico dalle pesanti bobine portate a spalla. Grazie a loro Rommel riesce a mettersi in contato con le batterie pesanti situate nella zona di Tolmino, le quali così battono la vetta del monte Kuk tra le 11.15 e le 11.45 da una distanza di 10 chilometri. Nel frattempo il superiore di Rommel, il maggiore Sproesser, dimostrando buon senso e elasticità mentale inarrivabili per gli ufficiali italiani, si rende conto che in quel momento è Rommel la ‘punta di lancia’ dell’offensiva e gli cede altre tre compagnie, esautorando di fatto se stesso come comandante di battaglione. In tal modo Rommel si trova a comandare un migliaio di uomini, equipaggiati con una trentina di mitragliatrici pesanti e altrettante leggere. Nel frattempo l’artiglieria pesante campale tedesca, sempre puntuale e precisa, investe con un uragano di fuoco le trincee italiane disposte sulla cima del monte Kuk, coadiuvata da alcune batterie leggere piazzatesi sull’appena conquistato passo Nanchoi. Rommel da prima cerca di ripetere la tattica usata in precedenza con successo, attaccando da posizioni molteplici e inattese. Gli italiani, comandati dal valoroso capitano Mercadante che combatte con un occhio soltanto essendo l’altro stato accecato dallo scoppio di uno schrapnel, questa volta però non si fanno impressionare e l’attacco è respinto. Per superare l’impasse Rommel ricorre così ad piano astuto e audace. Aggirerà il monte Kuk da sud, piombando addosso agli italiani dalla direzione che meno di aspettano. Lasciando sul posto gli uomini strettamente necessari per tenere impegnato il nemico, con una forza di quattro compagnie si dirige verso Ravne percorrendo la strada militare italiana come se nulla fosse. Lungo di essa i tedeschi incontrano carriaggi e autocarri italiani che sfilano in senso contrario, ma nessuno fa loro caso. A mezzogiorno Rommel giunge a Ravne, dove stazionano conducenti italiani con muli e salmerie. Non appena vedono i tedeschi i conducenti se la danno a gambe senza neppure sparare colpi di avvertimento. Da Ravne Rommel può contemplare la strada Luico-San Pietro, lungo la quale scorre un traffico tranquillo senza alcuna misura di protezione. Rommel prende con sé due compagnie e le nasconde ai lati della strada, in modo da catturare uno ad uno quelli che arrivano alla spicciolata. Ad un certo punto però sopraggiunge un grosso distaccamento di bersaglieri in ordinato ripiegamento da Luico verso Savogna. Comincia così una fitto scambio di fucileria e mitragliatrici nella quale i tedeschi, pur assai inferiori di numero, sono avvantaggiati dalla posizione defilata. Dopo cinque minuti di fuoco però le munizioni cominciano a scarseggiare e allora Rommel tenta l’espediente di far sventolare fazzoletti bianchi. Il fuoco riprende così violentissimo per altri dieci minuti, durante i quali Rommel esaurisce in pratica le munizioni. A questo punto avviene però una sorta di ‘miracolo’, uno di quelli che giustifica in pieno il motto audaces fortuna iuvat. I 50 ufficiali e 2000 soldati del 20° bersaglieri, con in testa il comandante di reggimento e i due comandanti di battaglione che reggono una bandiera bianca, depongono le armi e si arrendono. Quando scoprono quanto esiguo è il numero di nemici che li hanno fatti prigionieri rimangono tutti a bocca aperta. Su questa azione lo stesso Rommel scriverà: ‘… al reparto italiano è venuta a mancare un’azione di comando energica e conscia ai propri obiettivi…’. Alle 15.30 Rommel giunge a Luico, dove contemporaneamente giunge un battaglione delle Guardie. Il monte Kuk, che doveva essere il suo obiettivo, verrà conquistato nel tardo pomeriggio da squadre d’assalto del Wuttemberger Gebirgbattaillon. L’ordine ricevuto dalle truppe italiane che lo presidiavano era di resistere ad oltranza. Verso le tre del pomeriggio sono circondati dalle truppe da montagna tedesche. Ci si scambia qualche colpo di fucile e mitragliatrice. Un ufficiale italiano propone di tentare di rompere l’accerchiamento, ma gli viene ricordato che l’ordine è di restare. Qualche italiano che tenta di uscire dalle trincee è steso immediatamente. Compaiono allora centinaia di fazzoletti bianchi issati sui fucili. La resa in massa è cominciata…

    Nel frattempo Rommel non si ferma e punta verso il suo prossimo obiettivo, la vetta del monte Matajur, 1614 metri, sulla quale è attestato il grosso della brigata Salerno, comandata dal generale Zoppi. Secondo la ‘Storia Ufficiale’ la resistenza della Salerno è stata ‘disperata’. Secondo Rommel si è trattato di una resa in massa. Probabilmente nessuna delle due versioni corrisponde a verità. A credere alle cifre, un poco dubbie, la Salerno avrebbe perso 29 ufficiali e 1358 soldati tra morti e feriti, 3746 dispersi [probabilmente quasi tutti prigionieri] e 815 sarebbero riusciti a forzare l’accerchiamento e a riparare a Savogna o sul monte Purgessimo. Il capo di stato maggiore della XIV-ma armata ‘mista’, Krafft von Dallmassingen, fornisce una versione sostanzialmente equilibrata. Secondo lui la resistenza della Salerno, cui si erano aggiunti alcuni reparti di bersaglieri, all’inizio è stata debole ma successivamente si è indurita. Alla lunga però agli italiani non è stato possibile contenere i duri attacchi delle smilze compagnie di Rommel le quali, premendo contro la vetta, hanno coinvolto l’intera brigata. Questa non ha tentato alcun contrattacco e alla fine si è dovuta arrendere. In sostanza è stata una specie di ‘battaglia di Canne in miniatura’. Reparti non numerosi ma ben disciplinati circondano grossi nuclei nemici impedendone lo spiegamento. In questo modo sono pochi coloro che tra gli assediati combattono, gli altri restando solo a ‘far peso’. Questo il commento di Rommel nelle sue memorie…

    … durante mi combattimenti del 26 e 27 ottobre 1917 i reggimenti italiani giudicarono la situazione disperata e rinunciarono anzitempo alla lotta quando si videro attaccati sul fianco e alle spalle. I comandanti italiani mancarono di fermezza. Non erano abituati alla nostra tattica agile e non avevano saldamente in mano i soldati…




    A sinistra una fotografia del tenente Erwin Rommel nel 1917. A destra soldati italiani e tedeschi della Grande Guerra…


    I risultati ottenuti dal distaccamento comandato da Erwin Rommel si possono riassumere in breve. Dall’alba del 25 ottobre al mezzogiorno del 26 ha combattuto senza sosta contando 6 morti e 30 feriti. Da solo ha catturato 9000 soldati, 150 ufficiali e 81 cannoni. Nessuna impresa di Rommel compiuta nella seconda guerra mondiale è [purtroppo] lontanamente paragonabile per audacia, coraggio e [soprattutto] abilità di comando con quanto egli ha compiuto da tenente a 26 anni tra il Podklabuc e il Matajur. Non staremo qui a dilungarci sui successivi sviluppi dell’offensiva austro-tedesca dell’ottobre del 1917, arrestatasi come ben noto per esaurimento delle risorse al Piave dopo due settimane di avanzata. Diciamo solo che essa, al pari dell’offensiva subacquea ‘indiscriminata’ non sarà in grado di mutare le sorti della guerra tra l’Italia e l’Impero di Austria e Ungheria. In particolare i reparti tedeschi, ai quali era dovuto interamente il successo di Caporetto, dovranno essere inviati di lì a poco sul fronte occidentale dove la Germania combatteva la sua guerra per la vita o per la morte. Con la sparizione dei reparti germanici la guerra sul fronte italiano tornava ad essere una ‘guerra di posizione’ nella quale alla lunga potrà affermarsi chi disporrà di maggiori risorse materiali. Con tutto ciò Caporetto è stata una pietra miliare servirà da insegnamento a tutte le successive generazioni. In primo luogo è stata la dimostrazione di come un piccolo numero di combattenti disciplinati e addestrati intensivamente possa avere la meglio su grandi masse di soldati scarsamente motivati e mal comandati. Gli insegnamenti tratti da questa battaglia costituiranno la base di una totale rielaborazione dell’arte della guerra con l’affermarsi del principio, regolarmente messo poi in pratica durante tutto il ventesimo secolo, secondo il quale la qualità finisce sempre per affermarsi sulla quantità. In secondo luogo il ricordo nefasto di Caporetto, dove per la prima e in pratica anche ultima volta il soldato italiano è venuto a ‘contatto diretto’ col soldato germanico e si era visto con quale risultato, influenzerà [negativamente] in modo decisivo le scelte ineluttabili che Mussolini dovrà operare nella seconda metà degli anni ’30. In terzo luogo l’esperienza di Caporetto, che confermava la bontà della nuova tattica di combattimento messa a punto dai tedeschi, sarà da loro messa a frutto nella grande offensiva scatenata sul fronte occidentale nella primavera del 1918…

 

 
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