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    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    A due mesi dalla morte
    di Giovanni Paolo II

    Il mistero del Cuore di Cristo "mi ha parlato fin dall'età giovanile"




    di CZESLAW DRAZEK

    Il simbolismo del cuore è bello e leggibile per gli uomini di ogni generazione. Parla dell'amore, definisce tutto l'intimo dell'uomo, esprime i suoi pensieri, i sentimenti, la sua volontà.
    Anche nelle esperienze religiose, nel contatto dell'uomo con il Creatore, il simbolismo del cuore, forse più di altre immagini, fa venire alla luce del giorno la verità fondamentale della nostra fede, da San Giovanni espressa con le parole: "Dio è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui" (1 Gv 4, 8-9).
    Blaise Pascal definì la fede cattolica come "una religione del cuore". Sono universalmente noti i suoi pensieri: "Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Quanta distanza tra la nostra conoscenza di Dio e l'amarlo. Conosciamo la verità non solo con la ragione ma anche col cuore". Apprezzando il valore della ragione e la necessità di un'argomentazione intellettuale, non si voleva chiudere la fede nell'ambito di assiomi e di sillogismi. Si sperimentava la fame del cuore, che anche ai nostri giorni esiste, anzi aumenta continuamente.
    Dio è amore. Questa verità meravigliosa, conosciuta già nella Antica Alleanza, e rivelata fino in fondo nella Nuova, è il contenuto del culto del Sacro Cuore di Gesù - segno e simbolo dell'amore di Dio per gli uomini. Tra i Pontefici che negli ultimi decenni avevano sottolineato l'importanza di questo culto, Giovanni Paolo II occupa un posto particolare.
    Ponendo la persona e l'opera salvifica di Cristo al centro dell'insegnamento e dell'attività pastorale, il Santo Padre si volgeva anche verso il Suo Cuore, nel quale Dio si rivela all'uomo con semplicità e in modo molto umano ed insieme con profondità e potenza. All'inizio del suo ministero petrino Giovanni Paolo II confessò che il mistero del Cuore di Cristo "mi ha parlato fin dall'età giovanile".
    Si osservava questo fatto quando era Arcivescovo di Cracovia. Ogni anno, il venerdì dopo l'ottava del Corpus Domini, si recava alla basilica-santuario del Sacro Cuore costruita in questa città come voto di tutta la Polonia e officiata dai Padri Gesuiti, per prendere parte alla solennità del Cuore di Cristo. Concelebrava la Santa Messa con i sacerdoti e i religiosi della diocesi, proclamava la Parola di Dio, guidava la processione e benediceva i malati dei vicini ospedali.
    "Questa - diceva - è la devozione a noi più cara e molto umana. In essa si manifesta la verità che Dio è vicino all'uomo e l'uomo a Dio, che l'uomo nella sua specifica struttura umana, è creato ad immagine e somiglianza di Dio perché ci fa vedere, che ciò che è essenzialmente divino, come l'amore, può trovarsi in un cuore umano, di sua natura mortale. Infatti lo stesso Cuore di Cristo ha cessato di palpitare sulla croce ed è stato trafitto dalla lancia".
    Come Metropolita di Cracovia ha dedicato molto spazio alla questione del culto in una importante Lettera Pastorale rivolta ai fedeli dell'Arcidiocesi nell'anno 1965, nel bicentenario dell'istituzione da parte di Papa Clemente XIII della festa liturgica del Sacratissimo Cuore di Gesù, per la Polonia e per l'Arciconfraternita del Sacro Cuore a Roma. In questa Lettera, scritta nel periodo della preparazione alle celebrazioni del Millennio del Battesimo della Polonia, ricordava i più importanti dati storici e teologici riguardanti il culto.
    "La devozione al Sacratissimo Cuore di Gesù - scrisse - ci permette di stabilire un legame particolare con la Persona del Divino Maestro in tutto ciò che in essa c'è di così magnificamente umano. Ed è questa la ragione per cui tale devozione esercita un'influenza che nobilita in modo straordinario le singole anime. "Cuore Di Gesù, sorgente di vita e di santità" - invochiamo nelle litanie, chiedendo che questo Cuore ci aiuti a "rinvigorire l'uomo interiore (cfr Ef 3, 16) in ciascuno di noi. (...) Dopo duecento anni guardiamo con riconoscenza e gratitudine l'iniziativa dei nostri antenati i quali ottennero dalla Santa Sede l'introduzione della solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Vediamo in questo uno dei frutti del santo Battesimo che la Polonia ricevette nel 966. In questo modo sono state aperte possibilità più ampie all'opera del Cuore del Dio-Uomo, alla formazione che egli vuole dare ai cuori umani, alla sua premurosa vigilanza sulle sorti delle società umane in armonia con le parole dell'antifona dell'ingresso della Santa Messa del Sacratissimo Cuore di Gesù: "Di generazione in generazione durano i pensieri del suo Cuore, per salvare dalla morte i suoi figli e nutrirli in tempo di fame" (Sal 32, 11. 12). Di fronte a cuori umani spesso tormentati, di fronte all'umanità provata sta il Cuore del Dio-Uomo squarciato sulla croce dalla lancia del centurione. Aperto a tutti coloro che si apriranno davanti ad Esso".
    Nell'insegnamento di Karol Wojtyla il culto del Cuore Divino svela una grande verità su Dio, ma anche sull'uomo: sulla sua dignità, grandezza, santità e vocazione. Questo culto è un programma di vita e di azione, insegna a vivere e ad agire nella dimensione dell'amore. La sua essenza la si può esprimere brevemente: "Fissa lo sguardo sul Cuore e abbi cuore".
    Il Cardinale indicava anche la necessità della riparazione per il rifiuto dell'amore di Dio da parte degli uomini, rifiuto che assume diverse forme, tra esse anche quella dell'ateismo, della secolarizzazione, dell'indifferenza religiosa. Il Cuore di Gesù, tuttavia, non abbandona nessuno, non lascia "fuoribordo", poiché è "propiziazione per i nostri peccati". L'uomo che si riconosce peccatore e che si rivolge a Dio si trova sulla via che porta alla santità.
    In varie occasioni il Cardinale Wojtyla esortò in modo particolare le comunità e le persone che vivevano della spiritualità del Sacro Cuore di Gesù, alla diffusione e all'approfondimento del suo culto, poiché il mondo ha bisogno di cuori sensibili, aperti e generosi, formati sul modello del Cuore di Cristo: "L'uomo si rende conto che tutte le officine, le industrie, i grattacieli, i casoni, gli stabilimenti creati da lui, non sono sufficienti a colmare la sua anima, non bastano a realizzare la sua vocazione di uomo. L'uomo diventa uomo attraverso il cuore. Da ciò dobbiamo ritrovare oggi in modo particolare, questa dimensione interiore della evangelizzazione che viene direttamente dal Cuore di Gesù Cristo".


    * * *

    Nel corso di ventisei anni di Pontificato, Giovanni Paolo II ha fatto moltissimo per il rinnovamento e lo sviluppo nella Chiesa del culto del Sacratissimo Cuore di Gesù. Sono numerosi i pronunciamenti su questo tema - più lunghi o più brevi e si trovano nelle Encicliche Redemptor hominis e Dives in misericordia; nelle Esortazioni Apostoliche, nelle Lettere ai sacerdoti e ai superiori delle congregazioni religiose con la spiritualità del Cordis Jesu e perfino nei discorsi e nelle omelie tenute a Roma e durante i viaggi apostolici. Una vasta risonanza hanno avuto le meditazioni prima della preghiera domenicale dell'Angelus, dedicate alle singole invocazioni delle Litanie del Sacro Cuore di Gesù, negli anni 1985-1986 e 1989, che sono nel loro genere l'unico commento teologico ascetico di questa preghiera. Di grande importanza è anche il messaggio del Papa, pubblicato nel 1999, in occasione del centenario della consacrazione dell'umanità al Sacratissimo Cuore di Gesù. È il più ampio intervento di Giovanni Paolo II riguardante la teologia, la spiritualità e l'attualità di questo culto nei nostri tempi e del ruolo che esso dovrebbe svolgere nella nuova evangelizzazione.
    Nell'insegnamento del Papa sul Cuore Divino colpisce l'alto valore ad esso attribuito. Non è una semplice pratica di pietà, una delle tante, che appaiono ogni tanto nella vita del Popolo di Dio, e poi scompaiono. La fede in Gesù Cristo che con il Suo Cuore ama noi, peccatori, costituisce l'essenziale contenuto della religione cristiana.
    Nell'Enciclica Dives in misericordia Giovanni Paolo II ha mostrato il ruolo e il significato di questo culto. La Divina Misericordia vissuta e costantemente annunziata al mondo dalla Chiesa, concentra l'attenzione dei cristiani sulla persona del Salvatore, sulla Sua vita, sulle Sue parole e Sulle sue opere, sulla Sua incarnazione e redenzione, infine sul Suo Cuore.
    "La Chiesa - scrive il Papa - sembra professare in modo particolare la misericordia di Dio e venerarla, rivolgendosi al Cuore di Cristo. Infatti, proprio l'accostarci a Cristo nel mistero del suo Cuore ci consente di soffermarci su questo punto - in un certo senso, centrale e, nello stesso tempo, più accessibile sul piano umano - della rivelazione dell'amore misericordioso del Padre, che ha costituito il contenuto centrale della missione messianica del Figlio dell'Uomo (n. 13)".
    Alla luce delle parole del Documento Pontificio il culto del Sacro Cuore di Gesù si presenta come una forma per vivere e per venerare la Divina Misericordia, per avvicinarla alla gente, per unire ad essa la vita interiore e l'apostolato.
    Il frutto maturo di questo culto è una più perfetta conoscenza di Dio rispondente alla sua immagine, rivelata al mondo con le sue parole e con le sue azioni. Non è un Dio severo, freddo e distante, né un Dio "dei filosofi e degli scienziati", un'astratta "Idea Suprema" o "Artefice" dell'ordine nella natura, ma è un Dio vivente, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; un Dio vicino, Emmanuele, Buon Pastore, Amico, un Dio Salvatore che "cerca l'uomo prima che l'uomo cominci a cercarlo".
    Questo culto è anche una scuola di amore attivo del prossimo, una caratteristica essenziale della vocazione cristiana. Cristo dice: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13, 35). Il culto del Sacratissimo Cuore forma ad un tale amore, mostrando il valore che l'uomo ha agli occhi di Dio. Chi onora il Cuore di Gesù, deve apprezzare la vita e la dignità di ogni uomo e difenderla. Il culto del Cuore trafitto desta nei cuori degli uomini una particolare sensibilità verso la sofferenza e la sfortuna di un'altra persona, verso ogni ingiustizia e ogni torto. Nulla di strano che al culto del Sacro Cuore, Giovanni Paolo II unisca strettamente la "civiltà dell'amore", di cui parlava tanto spesso, mostrando la sua dimensione biblica, teologica ed esistenziale.
    In questa ampia prospettiva salvifica il Santo Padre ha messo in luce la questione del Culto del Sacratissimo Cuore di Gesù, unendolo con la nuova evangelizzazione. Non è sufficiente scoprire da soli l'amore di Cristo e seguirlo, ma da una tale scoperta - se è autentica - deve scaturire, di conseguenza, il desiderio di portarlo agli altri. Durante la canonizzazione del P. Claudio La Colombière, il 31 maggio 1992, il Papa affermò: "Per l'evangelizzazione di oggi occorre che il Cuore di Cristo sia riconosciuto come il cuore della Chiesa: è Lui che chiama alla conversione, alla riconciliazione. È Lui che trascina sulle vie delle Beatitudini i cuori puri e gli affamati di giustizia. È Lui che realizza la comunione calorosa dei membri del Corpo unico. È Lui che permette di aderire alla Buona Novella e di accogliere le promesse di vita eterna. È Lui che manda in missione. La stretta vicinanza con Gesù allarga il cuore dell'uomo alle dimensioni del mondo".
    Il mondo del benessere e del consumismo, ma anche della povertà e della miseria, il mondo in cui si diffonde l'indifferenza religiosa, l'ateismo, la secolarizzazione sente un grande bisogno di Cristo, della sua redenzione e dell'amore.
    Conforme con la plurisecolare tradizione della Chiesa, il culto del Cuore di Gesù dovrebbe concentrarsi intorno all'Eucaristia, nella quale in modo più pieno rispondiamo a Dio, al suo amore tramite la partecipazione al sacrificio eucaristico o conservando lo spirito di sacrificio nella vita quotidiana. Il 1° giugno 1980, nella basilica del Sacro Cuore di Parigi, il Santo Padre disse: "Non siamo chiamati soltanto alla meditazione e alla contemplazione del mistero dell'amore di Cristo. Siamo chiamati a partecipare ad esso, intervenendo nella sacra liturgia, centro della nostra fede e dell'onore misericordioso tributato all'amore di Cristo nel suo Cuore".
    La crisi della fede in Dio e nell'uomo, la sopraffazione, il disprezzo e l'ingiustizia che si diffondono sulla nostra terra, invocano un grande amore capace di salvare il mondo dal vuoto e dalla privazione di senso mostrandogli degli orizzonti più larghi e una speranza che va oltre la temporalità. Agli uomini "senza cuore" (2 Tim 3, 3) bisogna contrapporre il Cuore di Gesù e il suo amore oblativo: puro, povero e misericordioso, il quale specialmente nell'Eucaristia si dona all'uomo coinvolgendo con tutta la fermezza ognuno nella sua propria sorte. Questo amore esige da noi la reciprocità, rende dinamica la nostra partecipazione alla liturgia, ci induce a fare di sé un dono a Dio e ai fratelli, rafforza la comunità della Chiesa.

    (©L'Osservatore Romano - 2 Giugno 2005)

    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

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  2. #2
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Grazie Thomas............




    "Sei tu, Pietro. Vuoi essere qui il Pavimento su cui camminano gli altri...per giungere là dove guidi i loro passi...

    Vuoi essere Colui che sostiene i passi - come la roccia sostiene lo zoccolare di un gregge:

    Roccia è anche il pavimento d'un gigantesco tempio.

    E il pascolo è la croce".

    ( Poesia di Karol Wojtyla, 1962)

    La tua legge, o Dio, è nel mio cuore. Salmo 36

    Confida nel Signore e fà il bene,
    abita la terra e vivi con fede.
    Cerca la gioia del Signore,
    esaudirà i desideri del tuo cuore.

    Manifesta al Signore la tua via,
    confida in lui: compirà la sua opera;
    farà brillare come luce la tua giustizia,
    come il meriggio il tuo diritto.

    La bocca del giusto proclama la sapienza,
    e la sua lingua esprime la giustizia;
    la legge del suo Dio è nel suo cuore,
    i suoi passi non vacilleranno.

    *******************
    Prega per noi e con noi, caro Giovanni Paolo II......

    Con affetto Caterina LD
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  3. #3
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    CARD.MARCHISANO: MI ACCAREZZÒ GOLA
    E SONO TORNATO A PARLARE
    Lunedì ore 18:18

    agenzia sir di aprile 2005


    "Vedrà, vedrà che la parola le tornerà. Io pregherò il Signore per lei. E intanto mi accarezzava il punto della gola dove ero stato operato alla carotide e dove per errore i medici avevano provocato la paralisi della corda vocale destra, costringendomi a parlare molto debolmente, quasi impercettibilmente. E sono guarito di lì a poco tempo...". Lo ha detto il cardinale Francesco Marchisano, arciprete della Basilica Vaticana, nel corso dell'omelia che ha tenuto durante la concelebrazione di oggi pomeriggio all'Altare della Confessione, seconda Messa dei Novendiali in suffragio di Giovanni Paolo II.


    Fraternamente Caterina
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  4. #4
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  5. #5
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    PARIGI
    A 25 anni dalla visita di Giovanni Paolo II all'Unesco, il cardinale Tauran ricorda il suo discorso: uno dei più alti del secolo breve

    Senza cultura né Stato né uomo


    Di Jean-Louis Tauran



    «Sì, l'avvenire dell'uomo dipende dalla cultura!». Non è senza una certa emozione che faccio qui risuonare queste parole pronunciate dal rimpianto papa Giovanni Paolo II, già 25 anni fa. Il discorso presso la sede dell'Unesco rimane senza dubbio uno dei più significativi del suo pontificato. Coloro che lo udirono ebbero subito coscienza di aver ascoltato una grande lezione di spiritualità e di umanesimo. L'ambasciatore Jean-Bernard Raimond, che fu Ministro degli esteri e ambasciatore presso la Santa Sede, si esprime così nella sua opera Un Papa nel cuore della storia: «Giovanni Paolo II, con l'aura che gli davano la sede di Pietro e la sua azione incessante al servizio dell'Uomo, alle porte dell'anno 2000, a partire dal 20° anniversario della sua elezione, aveva già il suo posto nella storia come uno dei più grandi uomini politici della seconda metà del XX secolo.

    Nel 1980, a Parigi, all'Unesco, provai un'emozione profonda udendo uno dei più grandi discorsi del dopoguerra» (p. 27). Per 13 anni, nella mia qualità di segretario per i rapporti con gli Stati, ho incontrato Giovanni Paolo II ogni settimana per informarlo sulla situazione internazionale, le relazioni della Chiesa con gli Stati e ricevere le sue istruzioni. Molto spesso, i nostri incontri si concludevano su considerazioni relative alla cultura francese che il Pontefice conosceva così bene. Mi giunge il ricordo di una sera in cui il Papa mi parlò del Discorso sul metodo, che egli considerava come l'opera che ha aperto la via alla filosofia moderna: cogito ergo sum, commentò, dunque Dio diventa un «argomento» del pensiero umano. L'uomo pretende di decidere da solo, senza Dio, ciò che è bene e ciò che è male. Evocò subito i totalitarismi del secolo passato. Lasciando l'appartamento pontificio, giunta la notte, mi ricordavo del discorso all'Unesco di cui questo Papa polacco era l'illustrazione concreta: Dio, l'uomo, la memoria e la cultura! La cultura è innanzitutto la memoria. Noi apparteniamo a una famiglia, a una nazione, a una Chiesa con la loro storia che ereditiamo e che, in un certo modo, ci plasma. La memoria rafforza l'identità. Essa si perpetua nella nazione, questa «grande comunità degli uomini che sono uniti da legami diversi, ma soprattutto… dalla cultura. La Nazione esiste "attraverso" la cultura e "per" la cultura… essa è questa comunità che possiede una storia superando la storia dell'individuo e della famiglia» (n. 14).

    Qui, a Parigi, si può pensare alla celebre lezione di Renan alla Sorbona, «Cos'è una nazione?» (1882); rispose: un voler vivere comune. Giovanni Paolo II, nella sua lezione all'Unesco, preferisce un elemento obiettivo, più identificabile: la cultura. E riferendosi alla storia tragica della Polonia, il Papa precisava che il suo Paese d'origine ha conservato, malgrado le spartizioni e le occupazioni straniere di cui è stato vittima varie volte, la sua identità e la sovranità nazionale «non appoggiandosi sulle risorse della forza fisica, ma unicamente appoggiandosi sulla sua cultura». E «questa cultura si è rivelata, in questo caso, di una potenza più grande di tutte le altre forze». Da qui, l'importanza della famiglia e della scuola per la sua conservazione e la sua trasmissione. A questo proposito, è interessante osservare che di fronte al pericolo dell'uniformazione che veicolano i mass media o i circuiti economici che pretendono di imporre programmi e modelli uniformi - in una parola, quello che chiamiamo la globalizzazione -, il Papa invita a una sorta di resistenza.

    All'epoca dei continenti organizzati, Giovanni Paolo II ricorda il dovere di rispettare la «sovranità» degli Stati, questa «sovranità che esiste e che trae la sua origine dalla cultura propria della Nazione e della società, dal primato della famiglia nell'opera dell'educazione e infine dalla dignità personale di ogni uomo» (n. 16). Per lui, è in queste comunità naturali che l'identità espressa dalla cultura trova la sua libertà. Ma la cultura è anche speranza. L'uomo «è il fatto primordiale e fondamentale della cultura» (n. 8). È «il suo unico oggetto e il suo termine» (n. 7). Ciò ha per conseguenza che egli deve sottomettere l'elemento materiale alle forze spirituali e che la cultura deve contribuire al suo essere prima di accrescere il suo avere: «La cultura è ciò attraverso cui l'uomo in quanto uomo diventa più uomo, "è" di più, accede di più all'"essere". È qui anche che si fonda la distinzione capitale tra l'essere e l'avere» (n. 7).

    Si può dire che, grazie alla cultura, l'uomo può divenire sempre più uomo e imparare ad essere di più non solo «con gli altri», ma anche «per gli altri» (n. 11). Questo discorso è un inno alla persona umana, alla sua dignità e alle sue potenzialità. In ciò esso è portatore di speranza! L'uomo vi appare dotato di un valore particolare e autonomo: «Soggetto portatore della trascendenza della persona» (n. 14). Questo farà dire al Papa: «Occorre affermare l'uomo per se stesso». Quando tratterà dei diritti dell'uomo, Giovanni Paolo II li collegherà al «primato dello spirituale» (n. 4), ricordando all'occorrenza che l'Unesco ha per finalità il servizio dell'uomo e dell'umanità o, più precisamente, dell'uomo nella sua umanità, cioè dell'uomo dotato di intelligenza e di volontà. Trattando della scienza, il Papa non manca di rendere omaggio al lavoro degli scienziati e di offrire fiducia all'intelligenza dell'uomo protesa verso «la conoscenza disinteressata della verità». Ma egli mette in guardia contro le deviazioni possibili della ricerca scientifica. E menziona i totalitarismi del dopoguerra, la minaccia nucleare e il superarmamento. Nondimeno, egli esprime fiducia all'uomo, interpella la sua responsabilità per dirgli che Dio gli ha dato la possibilità di dominare la natura e che dunque può e deve domare la scienza. Ecco perché, verso la fine del suo intervento, il Santo Padre, rivolgendosi agli uomini e alle donne di cultura e di scienza, non esita a dir loro: « Tutti assieme siete una potenza enorme: la potenza delle intelligenze e delle coscienze» e fissa loro tre priorità: priorità all'etica sulla tecnica; primato della persona sulle cose; superiorità dello spirito sulla materia.

    Questo programma non è un'utopia. È realizzabile grazie a una «cultura morale» che è il requisito proprio dell'uomo «spiritualmente maturo; l'uomo capace di educarsi da solo e di educare gli altri» (n. 14). Rileggendo questo testo ispirato, sono stato colpito dalla felicità e dalla familiarità con cui Giovanni Paolo II ha trattato le questioni affrontate. Questo è forse dovuto alla sua cultura, alla sua esperienza di insegnante e alla sua spiritualità fuori dal comune. Ma si deve anche al ruolo d'avanguardia della Chiesa non solo nella diffusione della cultura ma anche nella sua stessa formazione. A ragione, d'altronde, il testo afferma il «legame organico e costitutivo che esiste con la religione in generale e il cristianesimo in particolare da una parte, e la cultura dall'altra» (n. 9).

    In proposito, il Papa fa una menzione speciale dell'Europa - dall'Atlantico agli Urali -, cioè nella sua pienezza culturale e spirituale la cui influenza si è diffusa nel mondo intero. Il 25 gennaio 1979 Giovanni Paolo II, in occasione del suo primo viaggio internazionale, a Puebla, aveva già affermato : «La verità che dobbiamo all'uomo è, prima di tutto, una verità sull'uomo stesso. In quanto testimoni di Gesù Cristo, noi siamo… portavoce e servitori di questa verità che non possiamo ridurre ai principi di un sistema filosofico o a una pura attività politica… Forse, una delle debolezze più manifeste della civiltà attuale risiede in una visione inesatta dell'uomo». Ebbene! Un anno dopo, all'Unesco, lo stesso Papa è venuto a dire la sua verità all'uomo e a esprimergli la sua fiducia: «Voglio proclamare la mia ammirazione davanti alla ricchezza creatrice dello spirito umano, davanti ai suoi sforzi incessanti per conoscere e affermare l'identità dell'uomo: di que st'uomo che è presente sempre in tutte le forme particolari di cultura» (n. 9).

    Egli si è presentato davanti a un'Istituzione «destinata a servire la pace e il progresso dell'umanità sull'insieme del globo», convinta della «necessità dell'unione delle nazioni, del rispetto reciproco e della cooperazione internazionale» (n. 2). È giunto come Vescovo di Roma, certo, ma anche… più curiosamente, come «figlio dell'umanità» (n. 22). È forse per questo che i rappresentanti delle nazioni l'hanno ascoltato con un'attenzione poco comune. Ma se queste parole hanno toccato il loro cuore è perché in effetti questo «figlio dell'umanità» aveva parlato loro da vero discepolo del «Figlio dell'uomo». La sua memoria nutrirà ancora a lungo la nostra speranza!

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  6. #6
    torquemada
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    Avvenire, 18 maggio 2005

    Compleanno di Giovanni Paolo II

    Singolare dono dall'Azerbaijan



    Luigi Geninazzi



    Ci sono delle piccole notizie che spalancano ad una speranza molto più grande. In tante parti del mondo, in questi giorni di Pentecoste, si amministra il sacramento della cresima ma la notizia, raccolta dal nostro giornale, è lo stupore del vescovo recatosi a Baku, nella Repubblica ex sovietica dell'Azerbaijan, per presiedere il rito. Il nunzio apostolico per il Caucaso, Claudio Gugerotti, si è trovato davanti molte persone anziane, ottantenni dalle facce rugose e dal cuore semplice, che apparivano emozionate più dei bambini che stavano al loro fianco. «È da 70 anni che aspettavamo questo momento», hanno spiegato felici e commosse.
    Qualcuno di loro si ricordava della grande chiesa neo-gotica dedicata all'Immacolata Concezione che era stata costruita nei primi anni del Novecento e venne distrutta dai bolscevichi nel 1938. Il parroco fu ucciso, i fedeli perseguitati e costretti alla clandestinità. Per tanti anni i cattolici non ebbero un luogo dove riunirsi a pregare. E neppure un sacerdote. Solo nel 1997 arrivò un giovane prete polacco, uno dei tanti pionieri nell'Oriente post-comunista. Oggi la Chiesa è rinata e la piccola comunità cattolica dell'Azerbaijan vede la presenza di giovani neo-convertiti e di anziani tornati finalmente ad usare il loro nome di battesimo.
    A rendere omaggio alla fede dei resistenti in quest'angolo sperduto del mondo un giorno arrivò anche Giovanni Paolo II. Era il maggio del 2002, esattamente tre anni fa, quando Papa Wojtyla volle abbracciare «il piccolo gregge» di Baku. «Oggi il colonnato di San Pietro si è allargato fino a raggiungervi - disse il Papa -. Sono venuto qui per testimoniarvi che siete nel mio cuore e non vi ho mai dimenticato». Molti si meravigliarono che il Sommo Pontefice si recasse in visita ad una Chiesa locale che all'epoca contava poco più ; di un centinaio di fedeli. Eppure quel viaggio rappresentò uno dei vertici dell'instancabile attività missionaria di Papa Wojtyla. Non è andato soltanto dove regnano i grandi numeri, in mezzo a milioni di fedeli come in Brasile, nelle Filippine o negli Stati Uniti. È accorso anche là dove i cattolici sono poche decine per annunciare che nessun luogo, nessun uomo, può ritenersi estraneo alla grazia divina.
    La visita in Azerbaijan fu «un capolavoro dello spirito» come ci disse in quell'occasione il parroco di Baku. E aggiunse: «Il fatto che Giovanni Paolo II abbia voluto compiere questo viaggio quand'è al limite delle forze, provato dall'età e dalla malattia, è una testimonianza impressionante di santità». Quasi una profezia di quella richiesta - «Santo subito!» - che ha accompagnato i funerali di Giovanni Paolo II ed è stata rilanciata autorevolmente dal suo successore Benedetto XVI. Il «piccolo gregge» del Caucaso è diventato più numeroso e ci piace vedere nel miracolo della Pentecoste che si è manifestato in modo sorprendente sui volti raggianti di neo-cresimati con ottanta primavere alle spalle un segno potente della fecondità spirituale di Karol Wojtyla. Ci sembra significativo ricordarlo oggi, nel giorno in cui Giovanni Paolo II avrebbe compiuto ottantacinque anni. Una data che risveglia in noi il dolore per la sua scomparsa. Ma ancor più l'affetto per Karol il Grande, l'indimenticabile.

  7. #7
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    GIOVANNI PAOLO II

    ANGELUS

    Domenica, 23 giugno 2002

    Carissimi Fratelli e Sorelle!

    1. Il mese di giugno è segnato, in modo particolare, dalla devozione al Sacro Cuore di Gesù. Celebrare il Cuore di Cristo significa rivolgersi verso il centro intimo della Persona del Salvatore, quel centro che la Bibbia identifica appunto nel suo Cuore, sede dell'amore che ha redento il mondo.

    Se già il cuore umano rappresenta un insondabile mistero che solo Dio conosce, quanto più sublime è il Cuore di Gesù in cui pulsa la vita stessa del Verbo! In esso, come suggeriscono riecheggiando le Scritture le belle Litanie del Sacro Cuore, si trovano tutti i tesori della sapienza e della scienza e tutta la pienezza della divinità.

    Per salvare l'uomo, vittima della sua stessa disobbedienza, Dio ha voluto donargli un "cuore nuovo", fedele alla sua volontà d'amore (cfr Ger 31,33; Ez 36,26; Sal 50,12). Questo cuore è il Cuore di Cristo, il capolavoro dello Spirito Santo, che incominciò a battere nel grembo verginale di Maria e fu trafitto dalla lancia sulla Croce, diventando in tal modo e per tutti sorgente inesauribile di vita eterna. Quel Cuore è ora pegno di speranza per ogni uomo.

    2. Quanto è necessario per l'umanità contemporanea il messaggio che scaturisce dalla contemplazione del Cuore di Cristo! Dove infatti, se non da quella fonte, essa potrà attingere le riserve di mitezza e di perdono necessarie per sanare gli aspri conflitti che la insanguinano?

    Al Cuore misericordioso di Gesù vorrei oggi affidare in modo speciale quanti vivono in Terra Santa: ebrei, cristiani e musulmani. Quel Cuore che, colmato di obbrobri, non nutrì mai sentimenti di odio e di vendetta, ma chiese il perdono per i suoi uccisori, quel Cuore indica l'unica via per uscire dalla spirale della violenza: la via della pacificazione degli animi, della comprensione reciproca e della riconciliazione.

    3. Accanto al Cuore misericordioso di Cristo veneriamo il Cuore Immacolato di Maria Santissima, mediatrice di grazia e di salvezza.

    A Lei ora ci rivolgiamo con fiducia per implorare misericordia e pace per la Chiesa e il mondo intero.

    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  8. #8
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    Un uomo venuto da lontano

    Mp3: http://www.miodiosalvami.net/htm/uomo/uomo.mp3

    Un uomo venuto da molto lontano,
    negli occhi il ricordo dei campi di grano,
    il vento di Auschwitz portava nel cuore
    e intanto scriveva poesie d'amore,
    amore che nasce dentro il cuore dell'uomo
    per ogni altro uomo.

    Un uomo venuto da molto lontano
    stringeva il dolore e un libro nella mano
    qualcuno ha sparato ed io quel giorno ho pianto,
    ma tutto il mondo gli è rimasto accanto:
    quel giorno il mondo ha ritrovato il cuore,
    la verità non muore.

    Un uomo che parte, vestito di bianco,
    per mille paesi e non sembra mai stanco,
    ma dentro i suoi occhi un dolore profondo:
    vedere il cammino diverso del mondo,
    la guerra e la gente che cambia il suo cuore,
    la verità che muore.

    Va', dolce grande uomo, va'.
    Va', parla della libertà.
    Va' dove guerra, fame e povertà
    hanno ucciso anche la dignità.
    Va' e ricorda a questo cuore mio
    che Caino sono pure io.

    Dall'Est è arrivato il primo squillo di tromba,
    il mondo si ferma... c'è qualcosa che cambia,
    un popolo grida: Noi vogliamo Dio,
    la libertà è solo un dono suo.
    Tu apri le braccia e incoraggi i figli
    ad essere fratelli.

    Va', dolce grande uomo, va'.
    Va, parla della libertà.
    Va " dove l'uomo ha per sorella
    solo lebbra e mosche sulle labbra.
    Va' e ricorda a questo cuore mio
    che Caino sono pure io.

    Amedeo Minghi


    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  9. #9
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    - ROMA, 9 GIU -

    «Wojtyla beato, il 28 si apre la causa»

    www.avvenire.it

    L’annuncio del cardinale Ruini ieri sera al termine del convegno diocesano sulla famiglia «In una società che trascura l’educazione occorre più sinergia tra parrocchie e genitori»

    Da Roma Mimmo Muolo

    Inizierà il 28 giugno prossimo la causa di beatificazione di Giovanni Paolo II. L’annuncio, sottolineato da un lungo applauso, è stato dato ieri sera dal cardinale vicario, Camillo Ruini, al termine del convegno diocesano svoltosi nella Basilica di San Giovanni in Laterano. E proprio la Cattedrale di Roma farà da cornice alla cerimonia tanto attesa, così come fu il luogo in cui, il 13 maggio scorso, Benedetto XVI dette la notizia che la causa relativa alla santità di Papa Wojtyla poteva iniziare senza attendere il termine canonico di cinque anni dalla morte. La data, come ha spiegato ieri sera Ruini, non è stata certamente scelta a caso. «Martedì 28 giugno, alle ore 18, – ha detto cardinale vicario – in questa Basilica di San Giovanni in Laterano, nei primi vespri della solennità dei santi Pietro e Paolo, apriremo ufficialmente la Causa di beatificazione e canonizzazione del nostro amatissimo Vescovo e Papa Giovanni Paolo II. Sarà per tutti noi – ha sottolineato il porporato – un grandissimo dono e uno straordinario motivo di rendere grazie al Signore». La notizia dell’inizio ufficiale dell’iter che porterà Papa Wojtyla sugli altari è stata sicuramente la degna conclusione del convegno diocesano dedicato alla famiglia e alla trasmissione della fede. Due aspetti centrali nel magistero ultraventicinquennale di Giovanni Paolo II. Il cardinale Ruini, tirando le somme dei lavori, aperti lunedì sera dalla relazione di Papa Ratzinger, ha tenuto a ricordare «in primo luogo la grande conferma e l’incoraggiamento che ci sono venuti dal nostro nuovo Vescovo, su tutti i punti qualificanti del nostro percorso diocesano». Anzitutto «la missione e la missionarietà sempre più necessarie e senza alternative, in un contesto sociale e culturale nel quale sono all’opera forze molteplici che tendono ad allontanarci dalla fede e dalla vita cristiana». Seconda scelta confermata, «l’impegno per le famiglie e con le famiglie, come fondamentale realtà umana oggi sottoposta a molteplici difficoltà e minacce e quindi particolarmente bisognosa di essere evangelizzata e concretamente sostenuta». Il vicario del Papa per la diocesi di Roma ha particolarmente insistito sulla necessità che «le famiglie e le comunità ecclesiali entrino in sinergia per la formazione della persona e la trasmissione della fede». Anche perché «oggi sentiamo tutti, e in particolare i genitori – ha sottolineato ancora Ruini – quanto sia necessaria, e al contempo impegnativa e difficile, un’autentica opera educativa, in un contesto socio-culturale nel quale l’educazione delle nuove generazioni sembra spesso l’ultima delle preoccupazioni». Due i nodi da sciogliere, secondo il cardinale. Il primo riguarda la libertà (che viene compresa e vissuta soprattutto «come una continua ricerca del proprio piacere»), il secondo la sessualità (separata «sistematicamente dall’amore altruistico e dalla persona»). «Nell’opera educativa, dunque, – ha fatto notare il vicario del Papa – non si tratta tanto di limitare la libertà, quanto piuttosto di darle un orizzonte più grande e più vero, sia attraverso le parole dei genitori e dei catechisti, sia soprattutto attraverso la loro testimonianza». Quanto alla sessualità, bisogna aiutare i giovani «a scoprire il senso pienamente umano, e non soltanto biologico, del corpo». In altri termini, ha concluso, «occorre ribaltare un pregiudizio diffuso e far comprendere che la fede cristiana non è affatto ostile al corpo e alla sessualità, ma al contrario ci aiuta a scoprire pienamente il loro genuino valore».



    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  10. #10
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    Intitolato a Giovanni Paolo II centro «solidale»

    www.avvenire.it

    CAGLIARI È stato inaugurato sabato scorso il «Centro comunale della solidarietà» intitolato a Giovanni Paolo II. La sede è in un convento seicentesco. Ospiterà una serie di servizi, tra cui un centro diurno e notturno per i senza fissa dimora, un centro di accoglienza per donne in difficoltà ed uno per famiglie di carcerati, le sedi di banco alimentare e banco farmaceutico, un centro per l'accoglienza e per l'affido. Per realizzare questo progetto è stato coinvolto tutto il mondo sociale cittadino.

    Fraternamente Caterina
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