La ricetta di Bruno Murgia
Un sardo la Costa Smeralda se la gode in autunno e in primavera. Quando arriva l’estate è tutta un’altra storia. Si ha una strana sensazione: quella di essere ospiti in casa propria. No, non è il solito lamento indipendentista. Nessuna intenzione di imitare Gavino Sale e piantare una bandiera nel giardino del Cavaliere. Solo sensazioni, appunto. E qualcosa di più,. Basta andare in uno dei negozi di Porto Cervo o Porto Rotondo. Oppure prendersi un caffé, chiedere una stanza in uno qualsiasi degli alberghi a cinque stelle. Sarà difficile imbattersi in qualcuno che parli con il tipico accento isolano. Sarà impossibile non individuare un milanese o un continentale del nord nella persona che vi offre un servizio. Perché la realtà è questa: sono pochissimi i sardi che occupano i posti chiave in Costa Smeralda. In più, i nostri imprenditori la titano. Al massimo, quelli più ricchi si fanno una casa e una barca. Punto. Finito. Non hanno ancora alcuna intenzione di investire e rischiare. Anzi: alcuni di loro passano il tempo a invidiare e criticare quelli che3 cercano di giocarsi una chance . e’ un problema. Non sappiamo sfruttare ciò che abbiamo. Lo lasciamo stupidamente agli altri. Ed è colpa esclusivamente nostra. Un po’ della politica (cinquanta per cento) e il resto del sistema – impresa, che finge di proporre progetti e poi fa la questua sotto banco, con il sacro terrore di rimetterci i propri quattrini. Si dirà; le banche e la politica uccidono le idee, sono dei pesi insopportabili, ma a che serve indicare il modello Tusacciu (o Solinas) – come fa Confindustria .- se poi è un esempio che nessuno segue? Questo è il dilemma nel quale si agita il nostro fragile tessuto imprenditoriale. E a questo va data una risposta. Che, peraltro, qualcuno provò ad abbozzare negli ani precedenti. Nell’estate del 2002, per esempio, la Sfirs (presidente era Alberto Meconcelli) organizzò una cordata sardo-veneta per rilevare i terreni del Master Plan e gli alberghi della Starwood. Un esperienza interessante che vedeva protagonisti un gruppo di imprenditori sardi che rischiava in proprio. Andò male. L’allora presidente Pili favorì l’americano Tom Barrack e tutto finì come sappiamo. Oggi, di imprenditori indigeni capaci di fare la differenza ne conosciamo pochi. E la colpa non è del destino.
Bruno Murgia - dal Giornale di Sardegna