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«Si decide il futuro di un'azienda sarda»
L'amministratore delegato della Portovesme srl: può cadere il piano di investimenti da 120 milioni
Carlo Lolliri, 60 anni, di Carbonia, da quattro anni amministratore delegato della Portovesme srl, capofila di un management completamente sardo. Un'intera carriera all'Eni, sino al passaggio, nel '99, dell'Enirisorse (oggi Portovesme srl) alla Glencore, gruppo internazionale svizzero. Fiore all'occhiello: 130 nuove assunzioni, tra laureati e operai. Portovesme srl, 850 dipendenti diretti (negli stabilimenti di Portovesme e San Gavino) più altri 600 nelle imprese di manutenzione e trasporti, produce (unica in Italia) piombo, zinco, argento, oro e acido solforico. Come quasi tutte le industrie sarde, ai problemi di routine deve aggiungere quelli legati al costo dell'energia, trasporti, mancanza di un porto adeguato. Come materie prime utilizza minerali (400 mila tonnellate importate in prevalenza dall'Australia) e 150 mila tonnellate di fumi di acciaieria, proprio quelli contestati dal comitato che ha promosso il referendum. Ingegnere, cosa sono i fumi di acciaieria? «Si tratta di residui industriali della lavorazione in fonderia che utilizziamo dal 1988». La vostra è l'unica azienda italiana a impiegarli? «No, c'è anche la Pontenossa di Bergamo. Con una differenza fondamentale: dalla lavorazione dei fumi noi otteniamo il cosiddetto ossido Veltz, che utilizziamo, all'85 per cento, nell'impianto elettrolitico per produrre lo zinco. I residui di acciaieria rappresentano quindi un elemento fondamentale del processo industriale. Mentre Pontenossa è solo uno smaltitore di fumi di acciaieria e vende l'ossido». Come sono classificati ufficialmente questi residui? «Rifiuti industriali pericolosi. Ma vorrei precisare che quando abbiamo chiesto alla Regione di poter aumentare la quantità da importare, è stato eseguito, per la prima volta, uno studio di valutazione di impatto ambientale con analisi e indagini rigorosissime». Quante tonnellate ne impiegate attualmente? «Centottantamila: 150 mila tonnellate prelevate in Italia, 30 mila all'estero». Da quali paesi arrivano? «Spagna, Francia, Inghilterra». E dall'Est europeo? «Assolutamente no. Ma si badi bene, noi compriamo i fumi. I rottami che li producono sono invece acquistati dalle acciaierie». Lei sa che i promotori del referendum mettono in rilievo la possibilità che nelle fonderie finisca di tutto, compresi rottami di centrali nucleari dismesse nei paesi dell'Est. «Lo so, ma nelle acciaierie europee si eseguono controlli per evitare che in fusione finiscano materiali radioattivi. Noi, per maggiore garanzia, nonostante non fossimo obbligati, abbiamo creato un portale di controllo anche all'ingresso del nostro stabilimento». Cosa è il portale? «Un'apparecchiatura in grado di rilevare la radioattività nei materiali, prima ancora che entrino in fabbrica. Giusto per esemplificare, si può paragonare al metal detector che si usa negli aeroporti. Ovviamente, l'attività del portale è sottoposta a una particolare procedura, sotto la direzione del professor Sollai, specializzato nei controlli della radioattività». Una volta estratti i materiali che vi interessano, che percentuale dei fumi di acciaieria finisce in discarica? «Mediamente intorno al cinquanta per cento». Come giudica l'atteggiamento assunto dai partiti sul referendum? «Non voglio fare polemica in un momento piuttosto delicato per l'azienda, per i lavoratori e per il territorio, anche sotto il profilo occupazionale. Molti affermano, a parole, di voler promuovere il lavoro, ma nei fatti non sono conseguenti. Prendo atto che ci sono uomini politici che hanno il coraggio di dire la verità, ma ce ne sono altri che questo coraggio non lo dimostrano. Perché hanno paura di prendere una posizione chiara e di dire le cose come stanno. Questo, ovviamente, non fa bene a noi sardi e a tutta la Sardegna». Il 12 e il 13 giugno saremo quindi chiamati a votare su un problema tutto isolano. «Sì perché la Portovesme srl è un'azienda sarda. Gestita da sardi: manager, quadri e operai». Non pensa che questo referendum sia stato un po' sottovalutato, rispetto a quelli sulla fecondazione medicalmente assistita? «Se si riferisce ai politici, è stato molto sottovalutato, perché il grido d'allarme la Portovesme srl l'aveva già lanciato, ma evidentemente ben pochi hanno ritenuto che valesse la pena raccoglierlo». Cosa succederà se la legge n. 8 sarà abrogata? «Cadrà un elemento importante del piano industriale della Portovesme srl. Pensavamo di investire addirittura 120 milioni di euro, con la prospettiva di aprire le porta anche a seconde lavorazioni». L. S.
06/06/2005




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