INTERVENTO
Il rispetto dell’identità e della libertà religiosa deve essere al centro della comunità civile del Vecchio Continente, che sulle verità evangeliche fu unificato. Un discorso a Cracovia del «ministro degli esteri» vaticano

Se i cristiani sono esclusi dall'Europa

«Radici ancora ben vive, ma i credenti, che costituiscono la maggioranza della popolazione, non sono rappresentati adeguatamente negli organismi politici, nei media e nella cultura»

«Il nostro contributo spesso si scontra col "politicamente corretto". Comincia con la competenza, continua con l’umile fierezza delle proprie ragioni, e culmina nell’intraprendenza»


Di Giovanni Lajolo


La Chiesa è per natura sua diversa da qualsiasi comunità politica, ponendosi come autonoma ed indipendente; è così anche a livello politico europeo. Ciò vale, ovviamente, anche in senso inverso da parte di ogni comunità politica nei confronti della Chiesa.
Precisato questo diverso posizionamento della Chiesa e dei fedeli cristiani, devo però subito rilevare anche una loro relazione fondamentalmente identica, o, meglio, una modalità fondamentalmente identica, comune tanto alla Chiesa come istituzione quanto ai cristiani come cittadini, nel loro influire sul fenomeno politico Europa (e qui vorrei introdurre una non irrilevante precisazione terminologica: parlo dell’Europa in maniera indifferenziata, quale essa è rappresentata nell’Unione Europea, nel Consiglio d’Europa e nell’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa: l’Unione Europea in realtà, al presente, più ristretta della realtà geografica dell’Europa, il Consiglio d’Europa e l’Osce estendentisi ad una realtà geografica più ampia dell’Europa, ma con un baricentro politico in Europa). Qual è questa modalità fondamentale identica comune? È quella di esserci. Cioè è la loro presenza – della Chiesa in quanto istituzione originaria e del resto preesistente all’Europa come concetto politico, e la presenza dei cristiani in quanto membri della Chiesa e cittadini dell’Europa –; è la loro presenza come realtà umana, sociale, concretamente percepibile nella sua identità religiosa e non confondibile con alcun’altra realtà.
Sarebbe una falsificazione politica se l’Europa volesse ignorare tale realtà o prescindere da essa – come talune forze politiche vorrebbero – e ridurre il fenomeno Chiesa ed il fenomeno cristiani ad un aspetto interiore dell’esperienza umana, al più privatistico, e comunque irrilevante alla natura pubblica della comunità politica.

La presenza stessa della Chiesa, dico. Essa è in sé testimonianza di una realtà che limita la potenziale onnipresenza dello Stato; essa è testimonianza di un ambito della realtà umana e sociale, che non è determinata solo da categorie intramondane; essa è la "città sopra il monte" che vive in una dimensione diversa ed irradia una luce propria, che non può non essere vista. Dice una estensione della realtà umana, ma anche un limite della realtà politica.
È la presenza stessa dei cristiani. Se la comunità politica è giustamente preoccupata della propria coesione sociale, ciò non può avvenire disconoscendo una realtà profonda dei suoi cittadini: la loro appartenenza religiosa. Qualunque essa sia. E ciò comporta, per la comunità civile, una duplice conseguenza.
La prima: la tutela della libertà religiosa dei suoi cittadini, nelle sue manifestazioni individuali e sociali. Se la tutela della libertà è, genericamente, la tutela di rapporti interpersonali nel loro dipendere dalla volontà dei soggetti, la tutela della libertà religiosa mira – nella sua prima origine e nel suo ultimo fine – alla tutela dei rapporti tra la persona umana e Dio: rapporti che, per il credente, sono di tutti i più importanti, e quelli che logicamente condizionano ogni suo altro rapporto personale.
La seconda: il rispetto dell’identità religiosa. Essa è indissolubilmente legata alla prima conseguenza, ma dice qualcosa di più: dice che l’essere e l’apparire del credente, che si manifesta come tale nell’ambito secolare, profano, o laico che dir si voglia, non può essere considerato come un’apparizione di un elemento eterogeneo all’essere sociale (se non addirittura alquanto curioso), ma come parte connaturale del contesto sociale concreto. Quanto detto vale, o dovrebbe valere, beninteso, ovunque e nei confronti di tutti, dei credenti di qualsiasi religione; ma in Europa, senza possibilità di riserve, nei confronti dei credenti cristiani, essendo le cifre che li riguardano le seguenti: nell’Unione Europea attuale, su di una popolazione di 456.581.000 i cristiani sono 368.870.000 ed i cattolici 262.690.000; nell’ambito del Consiglio d’Europa su di una popolazione di 821.429.000 i cristiani sono 476.082.000 e i cattolici 284.092.000. Nell’ambito dell’Osce 1.202.129.000 i cristiani sono 727.902.000 e i cattolici 357.772.000. In breve, il peso della presenza dei cristiani, e specificamente dei cattolici, nella compagine europea non può essere disconosciuto con il pretesto di una cosiddetta laicità della comunità politica.
A voler essere realisti, ben più va detto. La presenza della Chiesa e dei cristiani in Europa deve essere accettata per quello che essa è stata nella storia dell’Europa stessa, è al presente e sarà in futuro. Il cristianesimo è il solo vero fattore unificante tra i diversi Paesi europei, diversi per carattere etnico, per lingua, per cultura. Nonostante tale variegata diversità – anch’essa una ricchezza da tutelare con cura – si riscontra ovunque una fondamentale comunanza nella concezione della natura e della dignità dell’uomo e del suo ultimo destino, nella percezione di specifici valori sociali e nella loro espressione nelle massime manifestazioni culturali sia letterarie che artistiche: basti pensare alle cattedrali, poderose sintesi di vita: e all’origine ne è il cristianesimo. Esso per primo ha non solo permesso, ma imposto la distinzione dei due poteri, quello religioso e quello civile; esso ha dato un dinamismo fortemente responsabile all’attività sociale, a partire dall’attenzione ai più poveri; è da esso che sono sgorgati – sia pure in un processo drammaticamente doloroso – i grandi princípi dell’uguaglianza, della libertà e della fraternità che sono alla base dello Stato moderno. (...)

Due sono, mi sembra, le coordinate fondamentali dell’agire della Chiesa, che corrispondono a due coordinate fondamentali dell’essere umano: la verità e l’amore.
La prima: la Chiesa è «columna et firmamentum veritatis» (1Tim. 3, 15). Il cardinale Ratzinger in un discorso che non mancò di colpire l’opinione pubblica, parlando dell’odierna società non ha esitato a parlare di «una dittatura del re lativismo che non riconosce nulla come definitivo». Forse in nessun altro continente del mondo oggi è diffusa, o, meglio, si vuol diffondere, tanta sfiducia nella capacità dell’uomo a raggiungere la certezza su verità ultime, come in Europa. E per questo, con l’idea stessa dell’essere, anche il concetto di natura si sgretola, il principio della dignità della persona umana tende a vanificarsi, e si mette così in pericolo la vivibilità stessa della vita dell’uomo nei suoi momenti più critici. La Chiesa, al contrario, è - così come è sempre stata - una vera paladina della ragione umana, capace di raggiungere non solo verità matematiche o verità delle scienze fisiche naturali, ma le verità ultime sull’uomo.
La seconda: la Chiesa è "communio caritatis" (cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium, 13). In essa si riflette – certo solo in maniera parziale e storicamente sempre perfettibile – il mistero della Comunione Trinitaria. La Chiesa è comunione di tutte le Chiese particolari con quella di Roma e tra di loro. E la Chiesa, come comunità cattolica, cioè universale, è presente nelle Chiese particolari e si realizza in esse e attraverso di esse. Nella Chiesa si attua, come in nessun’altra realtà umana, l’unità del tutto nella diversità delle parti.
È così che la Chiesa si fa spontaneamente fattore di unità tra le diverse nazioni; e non sorprende pertanto che la Chiesa inviti l’Europa a una maggiore coesione sociale e politica, ma al contempo a respirare «a due polmoni» (intendendo con tale metafora la cultura dell’Occidente e quella dell’Oriente europeo), nel rispetto della identità propria delle singole nazioni.

La Chiesa è però anche "communio caritatis", "una et catholica" secondo una dimensione diacronica: «ab Abel usque ad caelestem Jerusalem» (cfr. Lumen gentium, 2). Il passato è presente non solo come memoria di ciò che fu e non è più, ma anche di ciò che, posto nel passato, persiste come attualità del vissuto nell’ambito dell a fede in Dio, che è il Dio di Gesù Cristo, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei viventi e non dei morti (cfr. Mt. 22, 32). E la Chiesa continua ad attingere al suo passato, nulla rinnegando di ciò che è stata nel suo lungo pellegrinaggio: di ciò che è bene e che essa vuol continuare a mettere a frutto, ma anche di ciò che è male, e di cui ha ragione di pentirsi e si pente, e dal quale vuole purificarsi per un avvenire più degno della sua origine divina e delle sue radici storiche.
Nel ricordare queste coordinate della realtà della Chiesa non si può però fare a meno di rilevare anche come esse siano poste in crisi, e sottoposte quindi a verifica, da un fenomeno storico che proprio in Europa trae la sua origine: la profonda frattura nel corpo sociale dei cristiani intervenuta nel secolo XVI. Essa tocca entrambe le coordinate, quella della verità e quella della carità. Ma va parimenti rilevato che proprio da esse si è venuto evidenziando quello che vorrei definire "l’imperativo ecumenico"; ed esso ha una sua naturale irradiazione dalla ricerca della compiuta unità della Chiesa alla volontà dell’unità europea. Mi sia permesso di citare in proposito Giovanni Paolo II: «Oggi si risveglia fra i cristiani d’Europa una coscienza nuova, della loro specifica responsabilità nella costruzione di un’Europa unita, che tragga ispirazione ed energia da quella tradizione cristiana che unisce tutti i popoli. ... Va crescendo fra i cristiani divisi l’istanza profonda di ritrovare la loro unità storica per costruire insieme la dimora della famiglia dei popoli europei. L’unità dei cristiani è profondamente connessa all’unificazione del continente: questa è la nostra vocazione e il nostro compito storico nell’ora presente». (...)
oco tempo mi rimane per dire qualcosa sul ruolo dei cittadini cristiani per il futuro dell’Europa. Ho già rilevato che essi costituiscono la maggioranza dei cittadini europei. Ma essi sono solo una maggioranza anagrafica; non hanno un peso c orrispondente al loro numero negli organi del potere politico, nei mass-media e nell’opinione pubblica, né nelle più influenti istituzioni culturali; anzi non mancano episodi in cui si fa avvertire che la loro presenza viene tollerata con sufficienza, se non addirittura respinta come non omogenea ad una moderna cultura, cioè ad una cultura secolarista, e le loro convinzioni come poco consone al principio del "politicamente corretto".
Il contributo che i cristiani possono dare all’Europa in tale situazione è pertanto subordinato a come essi lo possono dare. A questo riguardo mi sembra che si richiedano alcuni requisiti soggettivi, senza i quali essi non potranno portare quel contributo loro proprio, di cui l’Europa indubbiamente ha bisogno.

Il primo: la competenza. Nella Prima Lettera di Pietro i cristiani vengono invitati a saper dare ragione della speranza che è in loro (cfr. 1Pt. 3, 15). È quell’atteggiamento dialogico di fondo che deve caratterizzare tutta la vita del cristiano, ma tanto più in materia sociale. Mai come oggi il principio di autorità non è accettato; ma noi abbiamo le ragioni migliori; dobbiamo conoscerle e presentarle in maniera adeguata. Recentemente la Chiesa ha messo nelle mani di tutti dei sussidi semplici e validissimi, quali il Catechismo della Chiesa Cattolica ed il relativo Compendio ed il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa. Restano poi anche i grandi testi del Concilio Ecumenico Vaticano II, molto ricordati nei titoli ma poco conosciuti nel contenuto. Vi sono le due grandi encicliche di Giovanni Paolo II Veritatis splendor e Fides et ratio, che trattano questioni di fondo della cultura contemporanea. Tutti questi documenti dovrebbero appartenere al bagaglio culturale minimo di ogni fedele cristiano impegnato ad un certo livello.
Secondo: la fierezza. Un’umile fierezza. Bisogna saper andare allo scoperto e non intimorirsi di fronte alle consuete accuse di fondamentalismo, clericalismo, fideismo, o simili, che ci vengono r ivolte proprio da coloro che da tali "ismi" sono contagiati. I cristiani non debbono soffrire di alcun complesso di inferiorità; e non v’è corrente di pensiero o dottrina politica che debba farci sentire indietro rispetto al passo dei tempi; se altri vantano il contributo dell’illuminismo, i cristiani sanno di essere «figli della luce e figli del giorno» (1Ts. 5,5); se altri vantano la forza del razionalismo, i cristiani sono pronti a discutere con tutti sulla base di argomenti validi alla sola luce della ragione, ma sanno che vi sono anche «le ragioni del cuore, che la ragione non conosce» (Pascal) – la vera ragione sa riconoscere i propri limiti – (ed essi sanno in più che v’è una stoltezza ed una debolezza umana che è però sapienza e forza di Dio; cfr. 1Cor. 1, 25); se altri si vantano del loro radicalismo, i cristiani sanno che nessun radicalismo è paragonabile alla radicalità evangelica, e sanno che le loro radici affondano in Cristo stesso, essi sono «radicati et superaedificati in Christo» (Col. 2, 7), l’unico Salvatore del mondo.

Una fierezza umile, ho detto; perché il nostro tesoro è posto in un vaso fragile (2Cor. 4, 7), ed esso non è comunicabile se non nell’umiltà. E per questo Pietro, nell’esortare a dare le ragioni della nostra speranza, aggiunge: ma ciò avvenga con dolcezza e rispetto (1Pt. 3, 16).
Terzo: l’intraprendenza. La consapevolezza dei valori di cui si è portatori non può non sfociare in uno sbocco operativo. Bisogna ricercare le vie – quelle già aperte a tutti e quindi anche ai cristiani, e quelle da scoprire e da aprire – per far passare il messaggio cristiano; bisogna saper favorire le iniziative volte a dar forza sociale ai veri valori e ad opporsi ai valori illusori. E questo è un compito particolare dei cristiani che svolgono un ruolo pubblico, ma anche di tutti i cristiani che hanno in mano la forza del voto: i cristiani non possono lamentare l’incoerenza degli eletti se essi come elettori non sono coerenti nel voto. Nella societ à pluralistica ed ideologicamente variegata di oggi è necessario che i cristiani sappiano anzitutto misurare e raccogliere le proprie forze, e poi unire le loro forze a quelle degli altri uomini di buona volontà, nella ricerca di una Europa che sia all’altezza dell’eredità spirituale che i nostri padri ci hanno lasciato, di una Europa quale sognata dai grandi spiriti del secolo XX.


Avvenire - 10 settembre 2005