Ho aspettato fino ad oggi 15/06 per esprimere in maniera fredda e lucida le mie considerazioni, relative al fallimento del referendum sulla legge 40, considerando i punti di debolezza che sono emersi nelle settimane di campagna elettorale.
Collaborando col comitato per il Sì, in una realtà come Prato, non una megalopoli, ma pur sempre una città di tutto rispetto in rapporto alle sue dimensioni e alla popolazione ho potuto notare in maniera evidente le difficoltà che col tempo crescevano e l'incapacità nostra, come pratesi impegnati in questa battaglia per i diritti civili a porre dei sedi rimedi.
Probabilmente, non mentendo addirittura a noi stessi esisteva, fin dal venerdì sera (giorno di chiusura della campagna elettorale) una forte consapevolezza che il quorum difficilmente sarebbe stato raggiunto, ma considerando l'importanza della tematica difficilmente domandando ad un qualunque aderente al Comitato per il Sì, ottimista o pessimista che fosse, avremmo azzeccato in anticipo il dato sull'affluenza.
Perché la vera sconfitta si è manifestata proprio nelle dimensioni dell'astensione, mediante la quale gli italiani hanno inviato un segnale più o meno chiaro di rifiuto del laicismo, secondo alcuni, o di un effetto assuefazione di fronte all'ennesima battaglia culturale-politica presente nel nostro Paese.
Personalmente, propendo per la seconda ipotesi, in quanto non so quanto sia possibile parlare di consapevolezza degli italiani, visto che il 50% nei sondaggi mostravano ad esempio di non conoscere cosa fosse la fecondazione eterologa....
Questo non perché il popolo sia ignorante, in quanto ad esempio sull'eterologa gli italiani sono in buona compagnia, visto che non è stata capita neanche da quei leader politici, i quali annucciavano contestualmente alla loro presenza ai seggi il no sul quarto quesito, così, per un vezzo ideologico, per strizzare l'occhio alla Chiesa, perché un giorno Ruini può far comodo; piuttosto l'opinione pubblica è stata scarsamente informata e coinvolta a partire dalla data dell'indizione del referendum una domenica e un lunedì di giugno, giornate buone per riporsare o per andare al massimo al mare, non certo ideali per recarsi al voto.
I dibattiti pubblici, televisivi hanno rafforzato d'altronde la convinzione che la questione buona per un dibattito fra Premi Nobel non facesse al loro caso e hanno cominciato a disinteressarsi.

Questa situazione è stata immediatamente capitalizzata da parte del mondo cattolico, il quale capendo la posta in gioco, ha trovato molto più conveniente stimolare lo strato più pigro dell'opinione pubblica, invece di cercare un confronto-sconto aperto, capace di misurare i rapporti di forza. "Non si mette la Vita ai voti": è stato il motto della Premiata Ditta Ruini & Co., al quale possiamo aggiungere "Non vogliamo rischiare di essere travolti dai sì: rimanete a casa", emblema molto più coerente e forse non meno efficace.

Rispetto alle difficoltà emergenti invece i Ds sono andati in letargo, non fisicamente, visto che qualche presenza qua e là per i comitati è stato possibile osservarla, ma a livello cerebrale, considerando l'assenza di serie iniziative a partire dal livello nazionale per assicurare una mobilitazione almeno del loro elettorato.
Alternativamente possiamo pur sempre considerare che anche nel centro-sinistra l'anima laica non va oltre il 20% ed anche l'Unione (dei geni del crimine....) per governare si affida alle sottane di preti e contropreti.

Comprenderete, pertanto bene, come in questa situazione ogni giorno che passava senza concrete iniziative per la mobilitazione l'astensione cresceva e si consolidava a vista d'occhio, fino al misero tracollo di Domenica.
Una Waterloo della democrazia partecipativa, con effetti devastanti non solo sui Radicali, ma anche sullo stesso schieramento che dovrebbe risultare vincente da questo Referendum, il centrodestra, che si avvia a diventare sempre più il luogo di ritrovo di improbabili cattolici-integralisti, avvicinandosi sempre più al modello della Dc e mostrandosi sempre più lontano all'esempio dei moderni partiti conservatori (quelli che fra l'altro vincono e conservano il governo).

Liberale