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    Predefinito Trattato morto ed Europa da riformare?

    DOPO IL NO OLANDESE INUTILE FAR FINTA DI NULLA



    Il Trattato è morto
    Europa da riformare




    Elio Maraone

    Dopo il «no» dell'Olanda, che ha ribadito quello della Francia, non si vede come l'Unione non possa prendere atto della morte del Trattato costituzionale. È una morte che apre una grave crisi europea, con pochi precedenti - per ritrovarne una analoga bisogna risalire alla bocciatura della Comunità di difesa nel 1954 - ma è anche vero che la morte del Trattato (che era tutto o quasi tutto meno che una illuminata, condivisibile Costituzione) non merita di essere pianta con troppe lacrime, e troppo a lungo. In sostanza, è stata respinta da cittadini europei una proposta inter-governativa non convincente - quei cittadini possono non aver capito bene, o sbagliato per diverse ragioni, ma la democrazia ha le sue regole, e queste vanno rispettate - una proposta che inoltre potrebbe essere sostituita da un'altra. Nel frattempo, l'Unione continuerà a funzionare secondo il regime del Trattato di Nizza. Ma, si diceva, con quel doppio «no» una crisi grave si è aperta. Una crisi funzionale, è ovvio, ma soprattutto una crisi rivelatrice della perdita, nell'Unione, di dinamismo politico, di fervore ideologico, di slancio creativo, di capacità di seduzione. Una crisi che non può essere arrestata dagli inviti a procedere come se nulla fosse, rispettando il previsto calendario delle ratifiche del Trattato (la Gran Bretagna si è già affrettata a sospendere l'organizzazione del proprio referendum), e una crisi che di riflesso investe, non soltanto da oggi, anche l'autorevolezza delle istituzioni. Non sappiamo, ad esempio, quale seguito concreto possano avere le intimazioni della Commissione, che intende proporre, la prossima settimana, l'avvio di una procedura disciplinare per deficit eccessivo nei confronti dell'Italia. Che fare? Intanto, è certo che non si andrà lontano, anzi, si farà un altro passo indietro, se nel Consiglio europeo del 16 e del 17 giugno non si supereranno la retorica delle glorie passate e l'idea dell'Europa come «grande mercato» (lo è già, e si allargherà comunqu e, senza bisogno di correzioni di rotta). Più intelligente, più utile al rilancio della passione europea tra i cittadini, nonché più giusto, sarebbe, e proprio a partire dal prossimo Consiglio, la motivata asserzione degli interessi nazionali. Per quanto riguarda l'Italia, va segnalato che il nostro Mezzogiorno - se passasse la proposta della presidenza lussemburghese di tagli di bilancio e di nuovo riparto dei fondi strutturali - perderebbe fra i 7 e 9 miliardi di euro. E tutto questo quando l'Italia non può più essere accusata di mancata utilizzazione dei fondi, e quando, sull'argomento, era già stata raggiunta una diversa intesa di massima. Dunque ha fatto bene il nostro governo ad annunciare l'altro giorno, per bocca del ministro degli Esteri Gianfranco Fini, la propria opposizione - sino alla minaccia di un «veto» in Consiglio - al citato taglio di risorse. Ma questo non basta. Per essere credibili, per non essere vasi di coccio in mezzo a quelli di ferro, occorre che l'Italia accompagni la difesa del suo buon diritto con una proposta complessiva di interesse generale, sostenuta da forti alleanze. Anche escludendo una revisione del Trattato di Maastricht - quantomeno problematica - c'è ancora spazio per riforme capaci di migliorare la situazione economica e di risvegliare il languente europeismo dei cittadini. Ovviamente, le riforme non devono essere soltanto economiche, la revisione del sistema burocratico accennata ieri dal capo del governo Silvio Berlusconi è augurabile ma non sufficiente, e non tutto si può risolvere in una volta sola. Ma se non si comincia, se non si osa, il tramonto è garantito.



    Avvenire - 3 giugno 2005

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  2. #2
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    COSTITUZIONE EUROPEA: TREANOR (COMECE), “IL DOPPIO ‘NO’ RICHIEDE DISCERNIMENTO, MA NON È RIFIUTO ASSOLUTO DEL PROGETTO EUROPEO”



    “Il ‘no’ francese ed olandese richiede discernimento sulle responsabilità dei politici e dei cittadini stessi. Questo voto è in effetti multiplo. Non si può di conseguenza dedurne un rifiuto assoluto del progetto europeo”. Lo dichiara oggi mons. Noël Treanor, segretario generale della Comece, la Commissione degli episcopati della Commissione europea, a commento degli esiti negativi del referendum sul trattato costituzionale europeo in Francia e Olanda. Questo voto, secondo Treanor, “traduce delle vere inquietudini riguardo ai problemi sociali, economici e di sicurezza in seno ai Paesi membri e interroga sulla reale capacità della politica dell’Unione europea di rispondere a queste sfide. Mette in guardia contro un allargamento illimitato dell’Ue. I timori dei cittadini richiedono coraggio e risposte coerenti da parte dei responsabili politici a livello nazionale ed europeo”.

    E’ anche vero, prosegue Treanor, “che una parte del voto negativo è il risultato di una cattiva informazione e di una comunicazione inadeguata rispetto ai fini e ai contenuti del trattato costituzionale”. Questo sottolinea, a suo avviso, “la necessità di sviluppare la trasparenza, la legittimità e la partecipazione all’interno del sistema di governo”. “Bisogna inventare – suggerisce mons. Treanor – nuovi modi per far conoscere le intenzioni del progetto europeo e le azioni dei politici europei”. Il segretario della Comece invita però a “non dimenticare che dieci Paesi membri hanno già ratificato” il trattato e a tenerne perciò conto. “Tutti i cittadini europei, cristiani in primo luogo – afferma – devono ridare vigore al loro apprezzamento dell’importanza politica e sociale del progetto europeo e del successo di cui è stato portatore fino ad oggi. Il progetto europeo rimane vitale per la promozione della pace, lo sviluppo economico e il mantenimento della coesione e dell’integrazione sociale, oggi come 50 anni fa”. Dei risultati dei referendum si parlerà al prossimo incontro del comitato esecutivo della Comece il 9 e 10 giugno.


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  3. #3
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    Tornare alla lira? Un coro di no



    Roma
    Maroni e la Lega vanno all’offensiva contro l’euro. Follini: «Idea balzana». Fini: «Una bizzarria costosa e controproducente, anche Berlusconi non è d’accordo»
    Il mondo produttivo: «È un’utopia»

    E' un coro di no quello che si è opposto ieri sia dalla maggioranza che dalla opposizione al «ritorno alla lira» o per lo meno «alla doppia circolazione», agitato come minaccia contro le probabili sanzioni di Bruxelles all'Italia dal ministro leghista del Welfare Roberto Maroni. La doppia bocciatura del referendum sulla Costituzione Ue da parte di due pezzi da novanta come la Francia e l'Olanda, riapre anche in Italia una discussione tutt'altro che accademica. Nella quale riaffiorano pregiudizi, scontentezze e delusioni sul modello di Europa disegnata dal Trattato. Tra i primi a respingere la possibilità di un ritorno alla vecchia moneta è il vicepremier dell'Udc Marco Follini, che la giudica «un'idea balzana». Si annullerebbero, spiega, «in un sol colpo gli enormi vantaggi che il nostro Paese ha conquistato in termini di stabilità economica e finanziaria». Ma certo aggiunge, dopo il no di Francia e Olanda, «occorre uno sforzo per rilanciare il progetto e la costruzione di un'Europa meno burocratica e più competitiva». Mentre, in serata, arriva una vera e propria sconfessione del ministro degli Esteri e vice premier Gianfranco Fini, che ha parlato anche a nome di Berlusconi: «Il presidente del Consiglio- ha detto Fini nel corso di una conferenza stampa - non condivide del ministro Maroni di uscire dalla zona euro». Una proposta «bizzarra, costosissima, controproducente» formulata, a suo dire, «più per alzare una bandiera di partito che come esponente di governo... Una proposta personale, priva di qualsiasi credibilità politica almeno per quanto riguarda la possibilità del governo di farla propria». Unanime la bocciatura del centrosinistra. Lamberto Dini (Margherita) parla di «una follia e una provocazione inutile da parte degli esponenti della Lega, che mi pare abbiano assunto il ruolo dei guastatori». Il collega di partito Roberto Pinza aggiunge preoccupato: «Il solo far circolare idee di abbandono dell'euro da parte di un Paese super-indebitato come il nostro potrebbe spingere con grande facilità qualunque operatore finanziario ed il mercato a non credere più nell'Italia con tutte le ovvie disastrose conseguenze sui tassi di interesse». E il segretario dei Ds Piero Fassino aggiunge: i no francese e olandese «ci consegnano l'esigenza di una seria riflessione sui caratteri, gli obiettivi e il profilo del processo di integrazione europea, ma non per tornare indietro: non è con la nostalgia del passato che si affrontano i problemi del presente e del futuro». Problemi che secondo il presidente del Senato Marcello Pera non sono legati alla moneta unica, ma all'identità europea e al bisogno di sicurezza: «Ricordiamo - ha detto - le discussioni circa le radici cristiane, e tutti vediamo le preoccupazioni di molti cittadini europei in relazione all'immigrazione islamica; ci sono cittadini che chiedono sicurezza e cercano protezione, e non riescono ad ottenerla da questa Europa». Mentre per Fausto Bertinotti è entrata «in crisi una Costituzione liberista e il no è ad una Europa che è contro i deboli e per i forti. Il fatto è che bisogna costruire una Europa diversa da questa». Ma dalla Lega si torna a insistere. Il ministro leghista Roberto Calderoli ribadisce: «Ritengo che sia assolutamente necessario consultare il popolo in merito al trattato di Maastricht e sull'euro». Reazioni negative anche dal mondo produttivo e sindacale. «È una reazione emotiva» commenta il vicepresidente di Confindustria, Marco Tronchetti Provera. Mentre Mario Moretti Polegato (Geox) definisce «un'utopia» l'ipotesi di tornare alla lira: «da soli non possiamo reggere sui mercati mondiali. Dobbiamo contare sull'Europa, che ci dà sicurezza monetaria». Mentre Guglielmo Epifani bolla la proposta Maroni come «una stupidata: se in quest a fase avessimo avuto la lira, con questo governo, saremmo ripiombati nell' Argentina di qualche anno fa».

    Bruxelles
    La Commissione europea stronca sul nascere l’ipotesi di cambiare moneta tornando al passato
    La portavoce di Almunia: «Un ripensamento è impossibile, la divisa comune è per sempre»
    da Bruxelles
    Non avrebbe potuto essere piú netto il no dell’Ue all’idea del ministro del Welfare Roberto Maroni di rimettere in corso la lira affiancandola all’euro in una convivenza che sarebbe quantomeno problematica. La prima reazione è arrivata dal presidente della Commissione europea José Manuel Barroso e dal commissario alle Finanze Joaquin Almunia, attraverso le loro portavoce con una replica che può apparire persino irriguardosa nei confronti di un ministro in carica: non era mai accaduto, a memoria di corrispondete da Bruxelles, che la proposta di un ministro fosse definita pubblicamente «non sensata» dalla Commissione, e che i governanti venissero invitati «mantenere la calma», come se fossero in preda a crisi isteriche. «Parlare di ritorno alle monete nazionali non è cosa sensata», ha stigmatizzato nella sala stampa della Commissione Amelia Torres, portavoce del commissario Almunia, affermando poi tassativamente che «l’euro è per sempre». Il che può essere certamente vero nella sostanza ma non lo è dal punto di vista giuridico poiché qualsiasi accordo tra Stati sovrani può essere denunciato da uno dei firmatari. A prescindere dalle conseguenze che ne deriverebbero in questo caso per l’Italia e l’insieme di Eurolandia. È stata poi la volta di Françoise Le Bail, portavoce di Barroso, la quale ha ammonito con una certa condiscendenza e severità che «in momenti come questi è importante che tutti mantengano la calma, ed è importante che tutte le idee vengano formulate basandosi su un’attenta riflessione». La portavoce ha dato l’impressione di parlare a scolari indisciplinati, ed era evidente che non si riferiva ai giornalisti che facevano domande sulla sortita del ministro Maroni. In risposta a uno di questi, la signora Torres si è permessa un’osservazione sprezzante: «Certe volte – ha detto – mi chiedo se non sarebbe meglio chiudere temporaneamente questa sala stampa, il che ci risparmierebbe di dover fare commenti su certe elucubrazioni». È intervenuto anche Guy Quaden, del board della Banca centrale europea e governatore della Banca del Belgio: «Certi governi – ha detto ricordando i No di Francia e Olanda – hanno avuto dal popolo il mandato di non ratificare la Costituzione europea ma nessun governo ha ricevuto il mandato per uscire dall’Ue o dalla zona euro». Per Quanden, che ha ripreso parole del presidente della Bce Jean-Claude Trichet, è semplicemente «assurda» l’ipotesi di una fine dell’Unione monetaria a causa dei No alla Costituzione. Intanto il servizio stampa della Commissione annunciava che «per dare all’euro un’identità più forte» le monete battute d’ora in poi dovranno indicare il nome del Paese in cui vengono coniate. La decisione spetta però al Consiglio Ecofin che ne discuterà nella sua prossima riunione, martedí prossimo in Lussemburgo. I ministri parleranno anche di come modificare il design delle monete in modo da farvi figurare in qualche modo anche gli Stati di recente adesione che intendono adottare la moneta unica.


    Avvenire - 4 giugno 2005

  4. #4
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    INTERVISTA
    La Turchia nella Ue? Ci vorranno ancora più di dieci anni e il Paese islamico dovrà ancora fare molti passi in avanti I Venticinque dicano alla Cina: «Mai più violazioni dei diritti umani». I «no» di Francia e Olanda non sono un rifiuto all’Europa ma al modello attuale

    Frattini: «L'Europa va rilanciata»

    Il vicepresidente della Ue boccia l'idea di Maroni: «Non è realistica, non è realizzabile e verrà liquidata come una battuta. Lasciare la moneta unica sarebbe come scendere da un treno che ci garantisce forza e solidità»




    Da Roma Arturo Celletti



    «Oggi c'è l'euro e domani ci sarà ancora l'euro. Maroni? Una proposta non realistica, non realizzabile. Tra qualche ora vedrete come verrà liquidata dalla stampa europea...». Franco Frattini attraversa la Sicilia e, diretto a Taormina dove lo aspetta per cena il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, boccia l'ultima idea del ministro della Lega: «Vedrete, i grandi giornali europei saranno impietosi. Diranno: "è stata una battuta. Solo una battuta"». La gente però rumoreggia. E anche l'ansia per l'economia che non va è un'ansia vera, reale, con cui fare subito i conti. Il vicepresidente della Commissione risponde senza pensare: «Non possiamo ignorare le inquietudini dei cittadini, ma pensare di farlo dicendo abbandoniamo l'euro non è realistico. È così: uscire dalla zona euro sarebbe come decidere di smantellare uno dei risultati più significativi dell'Unione europea». Commissario insisto: la gente è preoccupata Insisto anche io: sull'euro il saldo è positivo, non negativo. Certo, problemi ce ne sono stati. Penso ai fenomeni speculativi, a un effetto carovita, ma la risposta non può essere buttata lì; non si può dire usciamo dall'euro. Lei che cosa direbbe? La risposta non è smantellare l'Europa, è creare un nuovo consenso sull'Europa. Partiamo ammettendo gli sbagli fatti. Diciamolo: l'Europa non è stata in grado di mostrare un modello vincente... Il sogno non è più chiaro, il benessere si va perdendo e le prospettive economiche sono vaghe. In questo quadro noi non siamo stati capaci di ricostruire una prospettiva credibile. E così sono arrivati i no di Francia e Olanda... Ma attenzione, francesi e olandesi hanno detto: questo modello di Europa non ci piace. Insomma il loro non è un no all'Europa, è un no a questa Europa che va rilanciata e forse anche ripensata. I no sono finiti? Lo spero, lo spero. Ma ora la strada è una sola: bisogna continuare con una forte azione positiva e scongiurare reazioni scomposte. Mi spiego: se qualcuno dice "è tutto morto, è tutto finito", l'Europa è crollata il rischio di un effetto valanga diventa reale. È reale anche l'uscita dall'euro? Io questa prospettiva non la vedo. E credo che Maroni non ha voluto o non ha potuto valutare le conseguenze. Lasciare l'euro sarebbe come scendere da un treno che comunque ci garantisce una forza, una solidità. E andare per conto nostro ci metterebbe completamente in balia di una globalizzazione che anche l'Europa unita ha difficoltà a reggere... Figuriamoci un Paese singolo? È così: pensate al problema del tessile cinese... Che facciamo? Facciamo l'autarchia fascista? Mi sembra assolutamente ridicolo. Commissario, com'è l'Europa che sogna? Un'Europa coraggiosa, capace di dire con nettezza che tra le sue missioni fondamentali c'è quella di impegnarsi in un dialogo su quei valori assoluti e non relativi che tutte le culture e tutte le religioni devono riconoscere. Penso al valore della vita, penso al rispetto della dignità dell'uomo. Vede, ci siamo preoccupati con la Cina dell'export, del tessile, ma il diritto alla vita? Ma le migliaia di esecuzioni capitali? Si doveva intervenire? Si deve intervenire, si dovrà intervenire. Diciamolo con grande chiarezza: questi valori per noi sono più importanti di qualche aspetto nella politica commerciale. È successo con la Cina, è successo con l'Iran. Abbiamo fatto bene a occuparci del nucleare, ma i diritti umani? Questi li abbiamo messi da parte per poi riscoprirli quando i giornali di tutto il mondo hanno raccontato la storia di una donna lapidata. I diritti fanno pensare alle procedure per l'ingresso della Turchia... I negoziati inizieranno ad ottobre, ma prenderanno tempo, molto tempo. Così tanto tempo che quando arriveranno a conclusione gli attuali governanti non ci saranno più e i governi saranno diversi. Non è insomma una prospettiva di domani, nemmeno di dopodomani: c'è chi ha parlato di dieci ani, credo che ne serviranno anche di più. E poi... E poi cosa commissario? Tutt o dipenderà dall'esito dei negoziati. La Turchia deve ancora raggiungere i parametri, deve fare ancora passi avanti. Molti passi vanti. È vero: in due anni ha modificato il proprio codice penale, ha riscoperto una certa libertà di informazione, ha limitato le discriminazioni per le donne, e tutto questo si deve al desiderio e al sogno europeo. Diritti, valori, identità... Eppure la gente pensa al portafoglio! È vero e le assicuro che non staremo con le mani in mano. Reagiremo alla concorrenza sleale. Risponderemo al problema delle contraffazioni. Vuole una notizia? Entro questo mese presenterò una mia proposta alla Commissione: sanzioni penali e sequestri per arginare la contraffazione dei prodotti. Berlusconi ha messo sotto accusa i "burocrati" di Bruxelles? Beh, il presidente ha qualche ragione... Questa è apparsa un'Europa lenta nelle reazioni, un'Europa più attenta alle procedure che non alla sostanza politica. Un'Europa un po' indifferente alle preoccupazioni dei cittadini. C'è questa immagine e noi dobbiamo reagire.


    Avvenire - 4 giugno 2005

 

 

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