Valter MARANI
Indagine sulla violenza negli stadi
Documento finale di una ricerca commissionata
dal Ministero dell'Interno nell'anno 2003



INTERPRETAZIONI CLASSICHE DEL FENOMENO DELLA VIOLENZA NEGLI STADI

Introduzione

L'indagine ha preso avvio dall'esame delle opere dei "classici" sul tema della violenza nello sport. La scelta è derivata dalla convinzione che i lavori di Konrad Lorenz, Desmond Morris, Norbert Elias, Eric Dunning e Peter Marsh siano in grado di fornire senz’altro il quadro interpretativo generale del fenomeno del teppismo calcistico. Studi come quelli dei sociologi italiani Alessandro Dal Lago e Antonio Roversi (i più noti fra coloro che hanno affrontato l'argomento), seppure con spunti di originalità, sono profondamente debitori del pensiero dei "classici". Le conclusioni a cui giungono Konrad Lorenz, Norbert Elias o Peter Marsh possiedono una forte valenza esplicativa anche per il teppismo calcistico italiano dei nostri giorni. Non si tratta, dunque, di opere datate, di natura analitico-descrittiva, incapaci di dare un contributo diretto alla risoluzione concreta di un reale problema di ordine pubblico. Queste teorie offrono risposte e suggerimenti a chi si pone nella condizione di dover contenere le intemperanze e le violenze sui campi di calcio.

L'analisi teorica generale risulta tanto efficace anche perché il fenomeno del teppismo calcistico, nelle sue linee di fondo, mostra una sostanziale omogeneità e si ripresenta con gli stessi caratteri essenziali in paesi diversi e in anni differenti. Con questo non si vogliono negare le particolarità e le differenze proprie di ciascuna tradizione hooliganistica, si vuole solo affermare che tali tradizioni costituiscono ognuna la species di un più ampio genus. Quello del teppismo calcistico (per anticipare un tema che verrà più diffusamente analizzato) è un fenomeno che interessa solo alcune fasce della popolazione (è raro che nei disordini vengano coinvolte persone mature, di età superiore ai 40 anni), che si sviluppa per bande (le violenze avvengono fra gruppi, mai fra singoli individui), che presenta una fortissima prevalenza dell'elemento maschile (le donne sono poche; una consolidata tradizione ultras vuole che tifosi normali, donne e famiglie debbano restare fuori dagli scontri).

Konrad Lorenz: il tifo come aggressività ritualizzata

Per tornare all'analisi dei "classici", primaria importanza è da attribuire agli studi di Konrad Lorenz sull'aggressività. Il testo da me esaminato è "Il cosiddetto male", tradotto in Italia alla fine degli anni sessanta, opera che, compiutamente, esprime il pensiero dell'autore sul tema. Konrad Lorenz distingue tra aggressività interspecifica e aggressività intraspecifica. Il rapporto di predazione non può, se non parzialmente, essere considerato un genere di aggressività interspecifica. "Il bufalo", scrive Lorenz, "non suscita l'aggressione del leone che lo abbatte" (1). Soltanto la preda, unicamente in certi casi, manifesta esplicita aggressività nei confronti dell'animale che vuole divorarla. Si tratta delle cosiddette "reazioni critiche" (2) in cui, mancando qualunque via fuga, la vittima accetta un combattimento impari con l'attaccante.

La vera aggressività, asserisce l'autore, è solo quella intraspecifica. Essa è necessaria alla conservazione della specie e assolve importantissime funzioni quali "la distribuzione degli esseri viventi della stessa specie nello spazio vitale disponibile, la selezione attraverso combattimenti tra rivali, la difesa della discendenza" (3).

L'aggressività è un istinto primario e concorre a determinare il comportamento animale, incluso quello umano, insieme a svariati altri istinti (di riproduzione, di nutrizione ecc.). Ogni istinto è dotato di una sua autonomia, vale a dire deve essere soddisfatto di per sé. Esso genera un "comportamento di appetenza". Per principio, ogni vero moto istintivo, privato della possibilità di sfogo, ha la proprietà di rendere tutto l'organismo animale inquieto e di fargli cercare gli stimoli che innescano quel moto (4). Se l'istinto non può esprimersi si abbasserà la soglia di innesco degli stimoli che lo producono, fino ad un punto (come nel caso dell'aggressività) prossimo allo zero.

Altra asserzione fondamentale di Lorenz è che gli istinti non sono dati una volta per tutte. Essi possono formarsi nel corso dell'evoluzione ed interagire con altri istinti già presenti da tempo.

Il processo di formazione di un nuovo istinto è basato sulla ripetizione di un dato comportamento, ovvero sull'abitudine. L'animale (uomo compreso), in presenza della medesima situazione, finirà per adottare, senza accorgersene, lo stesso modo di fare. Finché un giorno sentirà il bisogno insopprimibile di comportarsi proprio in quel modo e cercherà le situazioni che possano innescare quel comportamento. L'abitudine si è dunque trasformata in un istinto, un moto autonomo che necessita di essere soddisfatto per sé.

Questo processo è definito da K. Lorenz come ritualizzazione. La sua essenza risiede nel fatto che un comportamento perde la sua funzione originaria e diventa "pura cerimonia simbolica" (5). Spesso la sua vecchia funzione viene rimpiazzata da qualcun'altra, generalmente "quella di comunicare all'interno di una determinata comunità" (6). Ad esempio, l'antico moto di attacco verso un consimile, proprio di animali molto aggressivi come le oche o i pesci ciclidi, si è trasformato in una forma di corteggiamento. Il comportamento ritualizzato ha perso la sua originaria funzione aggressiva per acquisire quella di comunicare al potenziale partner il proprio interesse.

I nuovi istinti formatisi attraverso il processo di ritualizzazione, sia esso di origine filogenetica, come nel caso delle oche e dei pesci ciclidi, sia esso di origine storico-culturale, come negli uomini, contrastano e talvolta inibiscono gli istinti maggiori e più antichi. "Persino quei moti istintivi" scrive K. Lorenz "che filogeneticamente parlando hanno raggiunto autonomia proprio l'altro ieri attraverso la ritualizzazione [...] possono, in certe circostanze, far tacere tutte le altre pulsioni che gli si oppongono, come la fame e l'amore" (7). Quanto ciò sia importante per il tema dell'aggressività è sin troppo chiaro. Se l'aggressività intraspecifica, che pure svolge funzioni essenziali, non venisse contenuta da altri istinti di vecchia o nuova formazione (in particolare da riti di derivazione filogenetica o storico-culturale), le specie animali si estinguerebbero in tempi rapidi.

Anche nell'uomo sono presenti istinti formatisi per via genetica e riti di origine culturale che neutralizzano in parte l'aggressività. Ma la situazione dell'Homo Sapiens è diversa e più complessa rispetto a quella degli altri esseri viventi. Innanzi tutto l'uomo, da molte centinaia di migliaia di anni, ha risolto, in termini di forza, il rapporto conflittuale con altre specie animali. Sin dai tempi dell'invenzione delle prime armi in pietra l'uomo ha assunto una posizione di predominio pressoché assoluta rispetto ad ogni altro predatore. L'evoluzione della specie non è stata più assicurata dalla lotta interspecifica ma da quella intraspecifica. Comunità o gruppi di individui hanno annientato o sono stati annientati da altri gruppi e comunità; la continua lotta col vicino ha prodotto un aumento costante dell'aggressività; sono sopravvissuti solo gli individui più violenti e più forti.

"Credo" scrive l'autore "che in genere l'odierno uomo civilizzato soffra di insufficiente sfogo ai suoi forti impulsi aggressivi. È più probabile che i mali effetti delle pulsioni aggressive umane [...] derivino semplicemente dal fatto che nella grigia preistoria la selezione intraspecifica ha coltivato nell'uomo una misura di pulsione aggressiva per la quale egli non trova nel suo odierno ordinamento sociale una valvola adeguata" (8). Gli Indiani d'america della tribù Ute, ad esempio, "soffrono terribilmente di un eccesso di pulsioni aggressive che non riescono a sfogare nelle condizioni di vita delle odierne riserve indiane nord-americane [...] Durante i relativamente pochi secoli nei quali gli indiani hanno condotto nella prateria una vita selvaggia fatta quasi esclusivamente di guerre e ruberie deve aver agito una estrema pressione selettiva nel senso della massima aggressività. Che abbia causato in così poco tempo una modificazione del genotipo è assolutamente possibile" (9).

Questo tipo di pressione selettiva, la semplice concorrenza del compagno di specie ovvero la selezione interna avulsa dal rapporto con l'ambiente extraspecifico, "può portare alle aberrazioni più curiose e più funzionali" (10). Si registra, in questi, casi una disfunzione nel necessario istinto d'aggressione.

Nella specie umana si è formato un particolare istinto che porta alla mobilitazione di tutta la comunità in caso di minaccia ai valori universalmente condivisi dalla stessa. Scrive Lorenz: "Sembra quasi inevitabile che una reazione che originariamente serviva alla difesa di membri della società concreti e individualmente conosciuti abbia preso man mano la difesa dei valori culturali superindividuali trasmessi per tradizione, che sono più duraturi degli aggregati di singoli uomini" (11). Tali valori possono essere i più disparati: "la famiglia, la nazione, l'università, l'associazione sportiva" (12). Come ogni istinto "anche la pulsione all'entusiastico impegno combattivo determina largamente la struttura sociale e politica dell'umanità. Questa non è disposta alla lotta aggressiva perché si divide in partiti che si oppongono l'un l'altro, ma è strutturata in partiti perché questi contengono le situazioni stimolo necessarie per lo sfogo dell'aggressività sociale" (13).

In una comunità come è quella umana in cui la pulsione aggressiva è endemica e si configura in maniera tale da spingere gruppi parentali o locali a distruggersi fra loro (similmente a quanto accade in alcune specie animali come i ratti), qualunque tentativo di estirpare l'aggressività è destinato al fallimento. In primo luogo perché essa è diventata un istinto che reclama di essere soddisfatto solo per il fatto che esiste, in secondo luogo "perché non sappiamo in quanti e quanto importanti comportamenti dell'uomo sia compresa l'aggressione come fattore motivante" (14). Basti pensare che solo gli animali spiccatamente aggressivi sono in grado di creare vincoli amicali stabili e che, più essi sono aggressivi, più il vincolo è forte (lupi, oche, uomini).

L’unico metodo per limitare i danni derivanti dalle pulsioni aggressive, stante la rapidità dello sviluppo culturale e l'inadeguatezza temporale della reazione filogenetica, consiste nell'assecondare la formazione e l'esplicazione di comportamenti ritualizzati, gli unici che possano contrastare o inibire del tutto l'istinto assassino-aggressivo. "La ridirezione dell'aggressione è il metodo più ovvio e promettente per renderla innocua. Con più facilità che la maggior parte degli altri istinti essa si accontenta di oggetti sostitutivi e trova in loro piena soddisfazione" (15).

Primo fra tutti per importanza, tra le varie forme di rituali, è lo sport. Lorenz afferma che "una forma particolare ritualizzata del combattimento, che s'è sviluppata nella vita culturale umana, è lo sport come i combattimenti regolamentati formatisi filogeneticamente (le lotte d'amore tra cervi maschi). Esso impedisce gli effetti dell'aggressione socialmente dannosi e mantiene invariate le sue funzioni per la conservazione della specie" (16).

Ogni tipo di comportamento ritualizzato può subire un processo di deritualizzazione. Questo vale per gli uomini come per le società animali. Quando l'aggressività è eccessiva, il comportamento ritualizzato perde la sua funzione rituale e ritorna ad avere la sua funzione originaria. Così quel combattimento per gioco che è lo sport torna ad essere un combattimento vero tra tifosi. Ciò non toglie che, secondo Lorenz, in condizioni normali, i rituali costituiscano, a livello istintivo o culturale, l'unico sistema efficace per controllare.

Lorenz sostiene che è impossibile comprimere direttamente l'aggressività perché, abbassatasi la soglia di innesco, la stessa tornerà a manifestarsi in forma più violenta alla prima occasione. L’unico metodo naturale per limitare i danni derivanti dalle pulsioni aggressive consiste nell'assecondare la formazione e l'esplicazione di comportamenti ritualizzati.

Quale logica conseguenza della teoria di Lorenz, sono da tollerare tutti quei rituali dei tifosi che non mettano in serio pericolo la sicurezza e l'incolumità delle persone, anche a condizione di soprassedere ad eccessi verbali e comportamentali. Le società dovrebbero anzi concedere spazi agli ultras per alimentare le coreografie e l'aggressività ritualizzata innocua. Il contenimento progressivo delle forme di violenza ritualizzata (in Inghilterra e in Svezia si può essere espulsi dallo stadio solo per aver insultato gli avversari) può risultare molto pericoloso e controproducente. Lo sport e il tifo costituiscono la principale forma di combattimento rituale sviluppatosi nelle società umane e rappresentano un efficace antidoto all'aggressività reale nella vita quotidiana. Non si possono trasformare i tifosi in spettatori di teatro, tutti compiti, seduti, educati nei modi e nel linguaggio, dall'inizio alla fine della partita. Così i rituali sportivi e del tifo perdono il loro significato e cessano di espletare le loro funzioni.

Desmond Morris: il calcio, ritualizzazione della caccia

Sull'aspetto rituale del calcio si sono appuntate anche le osservazioni dello psicologo Peter Marsh e dell'etologo Desmond Morris. Entrambi concordano nel riconoscere alla violenza dei tifosi-teppisti un carattere assolutamente simbolico, non reale. Per Desmond Morris (La tribù del calcio, Mondatori, Milano, 1980; L'uomo e i suoi gesti, Mondatori, Milano, 1977) le attività sportive sono essenzialmente forme modificate di comportamento di caccia. Osservato biologicamente, il calciatore moderno risulta membro di un gruppo di caccia camuffato. La sua arma mortale si è trasformata in un innocuo pallone e la sua preda è diventata la porta avversaria. Se la sua mira è accurata e segna un goal, assapora il trionfo del cacciatore che insegue la preda (17).

Desmond Morris asserisce dunque che le attività sportive, tutte le attività sportive, sono forme ritualizzate di caccia. I primi uomini sono vissuti essenzialmente di frutti, bacche e tuberi e della caccia a piccoli animali. Essi si muovevano da soli o in piccolissimi nuclei, la loro economia era principalmente un'economia di raccolta. A questa fase iniziale ne seguì un'altra: quella della caccia ai grossi erbivori e ai predatori più pericolosi. Qui le cose cambiarono totalmente. Per avere successo in questo tipo di caccia era necessario operare in gruppo; un mammuth non poteva essere ucciso da uno o pochi uomini. Scrive Desmond Morris: "I nostri corpi dovevano trasformarsi [...] se volevamo raggiungere la preda dovevamo essere agili e veloci - bravi scattisti - ma dovevamo essere anche molto resistenti - bravi fondisti - il che significava disporre di migliore respirazione, toraci più larghi e ampi. Poi per uccidere avevamo bisogno di mani più articolate in grado di stringere e lanciare armi" (18). La necessità non plasmò solo i corpi "Anche i nostri atteggiamenti mentali dovettero cambiare. Il passaggio dalla semplice raccolta della frutta alla caccia richiese intelligenza e abilità maggiori, unite alla capacità di concentrarsi su un progetto a lungo termine, evitando ogni distrazione e perseguendo testardamente lo scopo sino al successo, cioè fino all'uccisione. C'era bisogno di grande coraggio perché gli animali braccati potevano diventare molto pericolosi. E dunque conveniva al cacciatore migliorare le qualità della comunicazione e della collaborazione con i compagni, per far si che la caccia risultasse più efficiente [...] Gradualmente i nostri antenati diventarono più atletici e, contemporaneamente, più intelligenti" (19). Desmond Morris sostiene quindi che la caccia ai grossi selvatici esercitò, nelle centinaia di migliaia di anni in cui venne praticata, una pressione costante sui corpi, le menti, i modelli di comportamento innati degli uomini. Afferma ancora l'autore che "la necessità ci ha forgiato, ci ha modellato geneticamente, facendo di noi quello che oggi siamo" (20).

Nel momento in cui si diffusero l'allevamento e l'agricoltura, circa 10000 anni fa, lo stile di vita cambiò totalmente. Vi era sempre cibo in quantità sufficiente, tranne che nei periodi di carestia, fatto che rese possibili i primi stabili insediamenti urbani. "Ma la rivoluzione era stata troppo rapida, la vita sedentaria non soddisfaceva il nostro gusto di predatori. Avevamo bisogno dello stimolo fornitoci dalla caccia, gli eccitanti spostamenti tattici, i rischi e la catarsi finale" (21). "Le capacità e l'istinto di caccia continuavano ad esistere nell'uomo e richiedevano nuovi sbocchi" (22). Ecco dunque la fonte, l'origine dello sport: l'istinto atavico del cacciatore (non la competizione, perché si può competere in ogni settore, anche in quello culinario). Tutti gli sport consistono di qualche elemento o di più elementi tipici della caccia: l'azione del mirare e del tirare qualcosa negli sport di mira (tiro, tennis, calcio, lancio del giavellotto ecc), l'azione del rincorrere (tutti i tipi di corse, a piedi, motociclistiche, automobilistiche ecc), l'azione di una squadra che va in cerca di qualcosa (una volpe, una palla). I più avvincenti, sostiene Desmond Morris, sono proprio quegli sport che più si avvicinano all'attività venatoria. Gli sport di questo tipo hanno subito un crescente grado di astrazione: dalle battute per divertimento si passò alle venationes, tenute nelle arene degli anfiteatri romani, e, infine, al gioco del calcio. Il calcio è la perfetta ritualizzazione della caccia: richiede strategia, tattica, collaborazione, inseguimento, concentrazione, resistenza, abilità fisica, motivazione, coraggio, ottima vista e buona mira.

Il calcio è più seguito di altri sport in cui ugualmente viene usata una palla perché esso è più simile ad una battuta di caccia. Il baseball presenta troppi elementi statici e manca dell'effetto dell'inseguimento della muta, i vari tipi di rugby sono troppo rigidi e schematici, il football americano presenta troppe interruzioni. In una partita, invece, non ci sono momenti morti, le sequenze di azioni sono continue, la tensione cresce senza interruzione. L'esistenza di una squadra che contrasta l'altra serve ad impedire il goal, ovvero l'uccisione simbolica dell'animale. Tale uccisione sarebbe troppo facile se non vi fosse una squadra a protezione della porta. Anche il punteggio (vengono segnati pochi goal) fa assomigliare il calcio ad una battuta di caccia (dove venivano uccisi uno o pochi animali di grossa taglia).

Desmond Morris non condivide se non parzialmente l'idea che il calcio sia riconducibile ad un evento bellico. "Le due squadre" scrive l'autore "non tentano (almeno ufficialmente) di distruggersi l'una con l'altra. Gli, avversari sono semplicemente ostacoli piazzati tra i cacciatori e la preda. Devono essere evitati, intercettati, privati della palla, ma non deliberatamente colpiti o feriti" (23). "Tuttavia" prosegue Desmond Morris, "non si può negare che almeno un elemento bellico risieda in una partita di calcio e che questo renda l'avvenimento ancora più eccitante. Bisogna riconoscere che alla fine della partita c'è un vincitore ed un perdente, e che tale caratteristica non si può ricollegare alla simulazione della pseudo-caccia. Se la partita di calcio non fosse altro che una caccia rituale la squadra e i suoi tifosi dovrebbero occuparsi solo dei goal che sono riusciti a segnare (ovvero delle prede conquistate) senza badare ai risultati acquisiti dagli avversari. Ma, ovviamente, le cose non stanno così, ed è molto meglio vincere per uno a zero che perdere per tre a quattro" (24).

Il fatto che la partita di calcio faccia rivivere tensioni ed emozioni proprie della caccia o di un evento bellico spiega l'alto livello di aggressività suscitata negli spettatori-tifosi. Si tratta, tuttavia, secondo Desmond Morris, di una aggressività sostanzialmente ritualizzata, non effettivamente pericolosa. L'autore, rifacendosi agli insegnamenti di Konrad Lorenz e agli studi di Peter Marsh, fa notare come, in rapporto al numero dei tifosi, i feriti siano percentualmente pochi, non gravi, e quasi tutti appartenenti alle schiere degli ultras-hooligans. Morris scrive che "se riandiamo al passato, scopriamo che la violenza era di gran lunga maggiore nei primi tempi del calcio [...] Nel medioevo il football popolare fu dichiarato illegale per decreto reale in vari regni, perché troppo brutale e indisciplinato. Al confronto con questi esempi dei tempi passati, i guai provocati dal pubblico agli incontri di calcio moderno paiono molto modesti" (25). La ragione per cui tali episodi acquistano una visibilità esagerata in rapporto all'entità dei fatti è individuata da Desmond Morris nella natura manifesta e prevedibile di simili scontri. "La maggior parte degli incidenti stradali avviene senza preavviso, spesso a tarda notte e in luoghi deserti. Al contrario, gli scontri sulle gradinate si svolgono in momenti stabiliti sotto gli occhi di un pubblico numeroso, della stampa e della polizia" (26).

Morris attribuisce i casi di effettiva violenza all'azione di pochi teppisti. "Per colpa di pochi individui instabili e realmente brutali, che finiscono sui giornali per il loro comportamento antisociale, il giovane tifoso normalmente turbolento viene etichettato come criminale. Grazie all'intervento dei media diventa il "diavolo popolare" della società moderna. Se, come risultato, viene trattato ingiustamente, il suo risentimento non può che peggiorare le cose. Spinto agli estremi, può addirittura finire per adottare il ruolo che la società gli ha ingiustamente attribuito. L'unico modo per evitare un simile guaio consiste nell'isolare i veri sobillatori e impedire loro di assistere alle partite" (27).

Coloro che compiono atti di violenza provengono dalle aree urbane depresse ed il loro comportamento non ha nulla a che vedere con la violenza ritualizzata del tifoso vero. Si tratta di persone "a cui la società ha dato poche opportunità di esprimersi in maniera costruttiva o creativa, che ricorrono all'ultima alternativa loro rimasta a parte la muta sottomissione" (28). Queste persone utilizzano lo sport come palcoscenico per mettere in atto il proprio malessere. I tifosi normali, invece, per quanto turbolenti, non costituiscono motivo di reale preoccupazione. I loro slogan, insulti, minacce, comportamenti isterici sono insiti, connaturati al gioco del calcio: "se venisse eliminata questa tensione il significato fortemente simbolico dei rituali tribali andrebbe perduto, il loro senso profondo sarebbe schiacciato. L'unica possibilità consiste nel mantenere questa tensione, questa intensità di partecipazione e, allo stesso tempo, di soffocare le sue forme di espressione estreme, distruttive. Il guaio è che quando un fuoco brucia è difficile da controllare e la tribù del calcio deve ancora inventare l'estintore adatto a tutte le proprie esigenze” (29).

Peter Marsh: le regole del disordine

Peter Marsh (Le regole del disordine, Giuffrè, Milano, 1984) sostiene che la subcultura giovanile ultras possiede regole precise e caratteri propri. “Gli eventi apparentemente disordinati che caratterizzano gli spalti [...] possono essere visti come conseguenti ad un sistema molto ben definito e ordinato di ruoli, regole e significati condivisi. L’azione non è caotica né priva di senso, è invece strutturata e ragionata" (30).

L’autore distingue poi tra "aggro" e violenza: "usiamo il termine aggro per indicare un'espressione ritualizzata dell'aggressività, che, in complesso, non risulta seriamente dannosa" (31). La tesi fondamentale di Marsh è che sugli spalti non si registrano esplosioni di vera violenza. Si legge testualmente: "Ancor più interessante è il modo in cui i tifosi possono percepire la natura simbolica degli scontri. Tutti, tranne una o due eccezioni, hanno ammesso che pochi si fanno davvero male. La natura simbolica e, quindi, non intenzionalmente offensiva, degli scontri risalta dall'immagine di ordine e prevedibilità che i tifosi attribuiscono a tali episodi. Sono tutti d'accordo nel ritenere che esistono limiti oltre i quali è opportuno non andare. Questi limiti sono rintracciabili attraverso i riferimenti dei tifosi a violazione di regole, ad esempio quando la gente "impazzisce" o si abbandona ad eccessi d'ira. Lo sconsiderato che rompe le regole deve essere trattenuto dal resto del gruppo che interverrà al momento giusto dello scontro" (32).

A questo punto è necessario esaminare più da vicino le norme che guidano l'azione dei gruppi di tifosi violenti.

"Esiste una serie di regole interpretative che stabilisce quando è opportuno attaccare i tifosi rivali. A livello di gruppo, eventi quali la violazione territoriale e i fatti non puniti sul campo giustificano tali attacchi. A livello di confronti faccia a faccia esiste una serie ben distinta di criteri per stabilire la presenza di minacce o di sfida" (33).

L’attacco alla curva avversaria è visto, sostiene l'autore, come un attacco al proprio territorio. Questo necessita di una risposta rituale, di un contrattacco per respingere gli invasori in territorio neutrale. I falli non puniti, similmente a contestabili decisioni arbitrali, hanno il potere di innescare reazioni ed episodi di violenza. Anche un certo tipo di atteggiamento dei tifosi può essere interpretato come minaccia rituale: posture particolari, lo sguardo rivolto diritto negli occhi dell'interlocutore, l'ostentazione di sciarpe o bandiere. La sfida rituale viene quasi sempre raccolta dal tifoso o dal gruppo di tifosi a cui essa è indirizzata. Se così non fosse la "carriera morale" di coloro che vengono provocati sarebbe compromessa. Come ogni società e micro-società anche quella degli ultras "offre una cornice per una carriera morale" (34). Quest'ultima ha a che fare con "il miglioramento o la perdita della posizione sociale a cui va incontro un individuo quando si trova a fronteggiare un rischio sociale. Il rischio è l'occasione attraverso cui l'individuo può guadagnare il rispetto o il disprezzo dei suoi compagni" (35).

Si passa quindi alla fase dello scontro vero e proprio e anche qui intervengono, come nella fase della sfida, regole precise. Scrive Marsh: "Una volta iniziati gli scontri vengono applicate alcune regole che hanno la funzione di orientare il corso della lotta. Queste regole riflettono, in primo luogo, gli obbiettivi della lotta ed è chiaro che tali obbiettivi vanno sicuramente al di là dell'inflizione diretta di dolore e di ferite fisiche" (36). L’obbiettivo di cui si parla è la vittoria rituale, l'umiliazione degli avversari, non la loro distruzione. "Nella gran parte dei casi il contatto fisico tra due schiere di rivali è molto modesto, se non addirittura inesistente" (37). Naturalmente, il confronto può essere più duro. Possono darsi casi in cui le regole prevedano il ricorso a vere azioni di violenza. Marsh lo riconosce espressamente: "Ci sono alcune gare in cui particolari fattori storici richiedono azioni in certo modo più drastiche. Dove esiste un'estrema rivalità o un campanilismo sfrenato o dove incombe uno spinoso passato di offese, i normali avvenimenti tenderanno a precipitare in direzione di un contatto fisico più ricorrente tra tifosi avversari" (38). Ma, ci tiene a dire l'autore, "non è detto che in questi casi gli scontri siano meno ordinati e che le regole di condotta non valgano più" (39). Anzi, "raramente le regole vengono infrante al punto di provocare gravi lesioni" (40).

Come vi sono norme che disciplinano l'ingaggio di uno scontro e il suo svolgimento, così ve ne sono altre che ne definiscono "il termine e le modalità di chiusura" (41). Anche qui i comportamenti hanno una valenza simbolica spiccata e il loro inserimento nel contesto del rituale calcistico ne determina il pieno significato. "A livello individuale certe dimostrazioni di deferenza e sottomissione vengono facilmente riconosciute e tali dimostrazioni sono di solito sufficienti per evitare ulteriori ostilità. A livello di gruppo la ritirata viene interpretata come situazione che autorizza a non proseguire lo scontro, dal momento che il fatto di costringere i rivali a ritirarsi è uno degli obbiettivi principali della lotta" (42).

A fronte di tutte queste regole che disciplinano minutamente l'inizio, lo svolgimento e la fine dello scontro e di fronte alla natura sostanzialmente simbolica di quest'ultimo, Peter Marsh si chiede come possa essersi formata nell'opinione pubblica e negli stessi tifosi la convinzione che le battaglie tra ultras siano realmente cruente. Scrive l'autore: "I tifosi sono impegnati nella creazione attiva di occasioni di eccitazione. Per loro la regolarità e la sicurezza sono cose da evitarsi: sono semplicemente un freno. Le gradinate dello stadio offrono una chance per fuggire dalla consuetudine quotidiana del mondo del lavoro e della scuola per qualcosa di avventuroso e stimolante. Per raggiungere una reale alternativa è necessario costruire, almeno ad un certo livello, altre attività sulle gradinate dello stadio come se fossero radicalmente diverse dalle attività di ogni giorno. La scuola e il lavoro sono sicuri e regolari, quindi gli spalti dovranno essere almeno potenzialmente pericolosi e imprevedibili. Poiché i tifosi "sanno" che le cose non stanno in questi termini - sono infatti consapevoli e possono affermare che pochi vengono colpiti anche quando le cose "sfuggono di mano" - devono cospirare per costruire il disordine. E poiché esiste una facile retorica a disposizione, la retorica dei mezzi di comunicazione che insiste nell'affermare che gli episodi alle partite di calcio sono di fatto disordinati, la cospirazione risulta facile da condurre" (43).

Un altro elemento che spinge Marsh a riportare il tifo violento alla dimensione ritualistico-simbolica è il processo di demaschilizzazione dell'avversario (attraverso insulti verbali e gestuali). Mentre l'assassinio e lo sterminio fisico seguono a pratiche di de-umanizzazione delle vittime, le violenze tra hooligans sono precedute dalla femminilizzazione e dalla derisione del "nemico", "Il fatto che i processi di de-umanizzazione siano del tutto assenti nei conflitti tra opposte tifoserie", si legge nelle Regole del disordine, "ci consente un cauto ottimismo" (44).

In sintesi, per Marsh, "la ritualizzazione dell'aggressività è efficace e le regole di combattimento e quelle che consentono di ottenere il dominio della situazione funzionano" (45). Se dei gravi episodi hanno funestato qualche giornata sportiva, questo si deve esclusivamente al fatto che i rituali non hanno funzionato, che qualcuno non li ha riconosciuti a tempo come tali. Perciò la lotta che ne è derivata ha assunto un reale carattere distruttivo. "Le strutture normative", conclude Peter Marsh, "e i sistemi simbolici non sono certo una panacea: possono offrire una soluzione al problema dell'aggressività solo fintanto che la società ammette e riconosce il loro valore" (46).

Non è che Desmond Morris e Peter Marsh vogliano negare l'esistenza del problema della violenza nello sport, soltanto affermano che raramente le regole vengono infrante al punto di provocare gravi disordini.

Episodi molto gravi si sono avuti, in Italia, ad opera dei cosiddetti "cani sciolti", giovani e giovanissimi tifosi-teppisti che si muovono più o meno autonomamente disconoscendo l'autorità dei gruppi ultras tradizionali e il valore delle regole comuni condivise (es.: l'accoltellamento di Vincenzo Spagnolo), Una situazione di anomia, nel mondo ultras, potrebbe avere conseguenze funeste: sono infatti le norme comunemente e tacitamente accettate dai tifosi-teppisti che hanno impedito, fino ad ora, un mutamento nella qualità e nella quantità della violenza.

Eric Dunning: l'holliganismo come "fossile culturale"

La spiegazione che Eric Dunning (Sport e aggressività, Il Mulino, Bologna, 1989) offre dei disordini negli stadi è correlata ad un'analisi generale sulla sociogenesi della violenza. Innanzi tutto l'autore distingue tra molti tipi di violenza: quella effettiva e quella simbolica, quella in cui vengono usate armi e quella in cui queste non vengono usate, quella legittima (esercitata in conformità a regole) e quella illegittima, quella strumentale o razionale e quella affettiva o espressiva. Proprio quest'ultima distinzione è quella che più interessa ad Eric Dunning. Si legge infatti che "la violenza assume una forma razionale se è scelta razionalmente come mezzo per assicurare il conseguimento di uno scopo determinato, essa assume invece una forma affettiva se viene praticata come fine in se stesso, emozionalmente soddisfacente e gradevole" (47). La tendenza che si registra nella società contemporanea è quella che vede la violenza strumentale sostituirsi progressivamente a quella affettiva.

Eric Dunning concorda con Norbert Elias nel sostenere che il processo di civilizzazione ha comportato, di necessità, un aumento dell'autocontrollo e una diminuzione della conflittualità aperta. Tuttavia una società altamente competitiva come quella di oggi produce al suo interno tensioni e aggressività. Il pattern concorrenziale induce gli individui a cercare la vittoria ad ogni costo, sia nelle attività economiche che in quelle sociali. Nello sport, il professionismo spinge gli atleti ad ottenere risultati senza badare ai mezzi usati per conseguirli. La violenza strumentale, quella finalizzata a far vincere la propria squadra, viene praticata in un novero sempre più ampio di contesti, generalmente di nascosto e senza che gli atleti provino piacere nel colpire gli avversari.

Ora, si chiede Eric Dunning, qual è il processo sociale che ha portato l'aggressività ad esprimersi sempre meno nella modalità affettiva e sempre di più in quella strumentale?

L'autore, per rispondere, delinea i tratti della coesione sociale in due differenti periodi storici: quello preindustriale e quello contemporaneo. Per coesione sociale Dunning intende il modo in cui i membri della società sono legati l'uno all'altro.

Nell'età medioevale o moderna lo Stato era debole e non deteneva, se non parzialmente, il monopolio dell'uso della forza, la divisione del lavoro era embrionale, le catene di interdipendenza erano ridotte. Gli uomini di quel periodo si formavano e vivevano in ristretti gruppi parentali o locali. All'interno di quel tipo di società "si creava un ciclo positivo di feedback che intensificava la tendenza a far uso della violenza a tutti i livelli" (48). In uno Stato debole i guerrieri, classe deputata al mantenimento della sicurezza esterna, erano estremamente importanti e "per come venivano socializzati ricavavano soddisfazione dal combattimento" (49). La gente non era parte di una più ampia società. Le persone erano membri di piccole entità collettive (casate, clan, famiglie, villaggi) e vi si identificavano totalmente. Scrive Dunning: "il proprio nucleo è vissuto come 'in', quello degli altri come 'out'; i sentimenti di orgoglio e di attaccamento al gruppo generati all'interno di un particolare ceppo e di segmenti locali sono cosi intensi che conflitti e rivalità sono praticamente inevitabili quando si incontrano membri di due o più di questi gruppi" (50). In più il combattimento veniva considerato, all'interno di ciascun nucleo, il solo sistema per dimostrare il proprio valore di uomo e per acquistare prestigio e posizioni di potere. L'aggressione subita da uno dei membri del clan scatenava la risposta di tutto il gruppo e innescava un ciclo di violenze simili alle faide dei paesi mediterranei. Circa il processo di socializzazione degli uomini di quelle epoche Dunning scrive che "la tendenza da parte dei bambini a far ricorso alla violenza è rafforzata dall'uso che ne fanno i genitori come strumento di socializzazione e dai modelli di ruoli adulti cui possono far riferimento nella società. In secondo luogo la relativa mancanza di sorveglianza da parte degli adulti aiuta la formazione di bande che si prolungano nella vita adulta e che, a causa delle lealtà di gruppo strettamente definite [...] entrano insistentemente in conflitto con altre bande locali (51).

Gli uomini dell'età preindustriale si sentivano gratificati dalla pratica della violenza dacché essa permetteva di conseguire prestigio, onori, posti di potere. Esisteva, a livelli senz'altro più elevati di quelli attuali, la bramosia di attaccare, vale a dire "il desiderio e la capacità di godere attaccando gli altri" (52), in poche parole, il piacere della violenza.

Il comportamento intersoggettivo si è modificato nell'età contemporanea, caratterizzata dalla crescente divisione del lavoro e dai monopolio dell'uso della forza da parte dello Stato. La complessità del mondo attuale richiede forme di autocontrollo sempre maggiori. La gente ha ormai ripudiato la violenza, se vi deve ricorrere non prova piacere ma sensi di colpa. L’aggressività ha assunto un carattere sempre meno affettivo-espressivo e sempre più strumentale-razionale.

Ciò che Eric Dunning vuol sottolineare è che non tutte le fasce e le classi sociali sono state interessate da queste trasformazioni. Vi sono alcune "enclave" in cui sopravvivono forme di comportamento tipiche del modello preindustriale. Uno di questi "fossili sociali" è proprio il fenomeno hooliganism. Asserisce l'autore: "Esistono almeno quattto aspetti del teppismo degli stadi che suggeriscono che le sue caratteristiche centrali potrebbero essere generate da legami segmentari e cioè:
1) Il fatto che ai gruppi coinvolti sembra interessare in egual misura e, a volte, addirittura di più farsi la guerra che guardare la partita. I loro stessi resoconti suggeriscono che si divertono decisamente a combattere gli uni contro gli altri e che la capacità di battersi sia la fonte principale di prestigio, individuale e di gruppo.
2) Il fatto che i gruppi rivali sembrano essere reclutati, in gran parte, dallo stesso livello di stratificazione sociale cioè dalle cosiddette sezioni dure della classe operaia. Si deve spiegare perché i loro combattimenti implichino un conflitto intraclassista invece che interclassista. [...] Il tipo di coesione sociale dell'età preindustriale può fornire una spiegazione.
3) Il fatto che le lotte tra questi gruppi assumono la forma di vendette nel senso che [...] singoli e gruppi vengono presi di mira perché esibiscono le insegne di appartenenza ad un gruppo rivale. Le lunghe faide che si sviluppano tra gruppi rivali di tifosi teppisti, e che prescindono dall'avvicendamento delle persone che formano tali gruppi, puntano nella stessa direzione, sono cioè indicatori dell'elevatissimo grado di identificazione dei singoli teppisti con i gruppi a cui appartengono.
4) Il notevole grado di uniformità nell'azione che viene esibito nei canti e nei cori dei teppisti del calcio [...] È ragionevole supporre che alla base di questo fenomeno vi siano gli effetti omogeneizzanti della coesione sociale del periodo preindustriale" (53).

Eric Dunning sostiene che lo stile maschile aggressivo dei tifosi inglesi è proprio della classe operaia bassa. Nonostante la presenza dello Stato con i suoi efficienti apparati formativi e repressivi, nonostante la pressione esercitata dai contesti sociali e produttivi, i processi di socializzazione e i valori condivisi da questa classe sono quelli tipici dell'età preindustriale.

Resta da spiegare come mai gli esponenti di questa classe abbiano scelto il calcio come scenario per esibire i tratti aggressivi della loro cultura. La risposta dell'autore è che "il calcio è una finta battaglia per il pallone. Anche se formalmente controllato, di solito meno apertamente violento e, in un certo senso, più astratto, è per molti versi analogo al tipo di scontro che avviene tra i teppisti stessi [...] Inoltre, se la squadra in trasferta si porta dietro un numero rilevante di sostenitori, si trova un gruppo di rivali già pronto" (54).

Dunning, inoltre, ritiene che il fenomeno hooliganism non sia sorto alla fine degli anni sessanta. Gli hooligans, con le loro risse e la loro cultura, c'erano anche nei primi decenni del secolo; la loro brutalità e il loro modo di fare sono identici al tifo violento dei giochi con la palla dell'età medioevale, l'hurling e il knappan. L’autore sostiene quindi che ad essere responsabile dello stile maschile violento dei tifosi è un particolare tipo di processo di socializzazione inserito in uno specifico contesto culturale. Solo la completa integrazione di queste "enclave" sociali può portare ad un sensibile ridimensionamento del fenomeno hooliganism.

Norber Elias: processi di civilizzazione e controllo della violenza

Per Norbert Elias (Sport e aggressività, Il Mulino, Bologna, 1989) tutte le varie forme di divertimento (attività di loisir) quali sport, teatro, cinema, musica hanno in comune il fatto di produrre stati emotivi di tipo mimetico. Si tratta di emozioni molto simili a quelle provate in situazioni reali (ansie, paure, gioie, dolori, amore, odio) ma prive dei connotati di rischio e di drammaticità propri degli eventi effettivamente vissuti.

Le emozioni suscitate dai divertimenti sono prodotte da uno stato di tensione (un processo fluttuante in cui si alternano poli opposti - paura e speranza, ansia e piacere -) che aumenta gradatamente (climax) fino "ad un catartico punto in cui tutte le paure e le ansie possono risolversi temporaneamente, lasciando, soltanto per un breve momento, il gusto di provare una gradevole soddisfazione" (55).

Norbert Elias sostiene che le attività di loisir siano complementari rispetto alla vita seria. L’autore afferma infatti che "qualunque studio riguardante lo sport che non sia anche studio della società è privo di contesto" (56). La società, sostiene Elias, viene resa possibile solo dalla cooperazione e dalla divisione del lavoro. A loro volta, i processi di interdipendenza e di specializzazione necessitano di un controllo emotivo sempre maggiore. La vita di oggi, a causa del suo livello di complessità, richiede agli individui una compressione emotiva di gran lunga superiore a quella delle civiltà del passato. "La sopravvivenza e il successo sociale sono legati all'esistenza di una corazza non troppo forte né troppo debole di autocontrollo individuale [...] qualunque situazione di forte eccitazione è considerata anormale in un individuo e pericoloso preludio alla violenza in una folla. Eppure il contenimento di forti sentimenti, il mantenimento di un controllo uniforme di pulsioni, affetti, emozioni, costantemente, per tutta una vita, può suscitare tensioni all'interno di un individuo" (57).

Ciò che Elias afferma è "che la maggior parte delle società umane, per quanto è dato vedere, sviluppano certe contromisure contro le tensioni da stress che esse stesse generano [...] di solito è possibile osservare una considerevole quantità di loisir compreso lo sport, che svolgono tale funzione (58).

Dunque, i divertimenti avrebbero una funzione liberatoria e catartica, mettendo gli uomini in condizione di sfamare il loro bisogno di emozioni (individuali e collettive) senza correre rischi reali e senza danneggiare il funzionamento della società.

"Lo sport ha il carattere di una battaglia mimetica controllata e non violenta. È una fase di lotta, di tensione ed eccitamento da battaglia [...] generalmente seguita da un'altra fase di sollievo dalla tensione del combattimento che si risolve con il trionfo e la vittoria o la delusione e la sconfitta" (59). Lo sport, sostiene Elias, è sempre la metafora di una battaglia, indipendentemente dal fatto che tale battaglia sia combattuta tra umani, o tra umani ed animali (come accadeva nei circhi romani), o tra umani e oggetti inanimati (alpinismo). Tuttavia il modo in cui vengono vissute le emozioni associate allo svolgimento di queste battaglie rituali è influenzato dallo stadio evolutivo in cui si trova la società. Sport come quello del football sono sempre esistiti (in Inghilterra, in Italia, nel medioevo e nel rinascimento) ed hanno sempre assolto la loro funzione di eventi simbolici produttori di emozioni di tipo mimetico. Tuttavia i livelli di organizzazione del gioco e di modalità della violenza sono mutati nel tempo. Nel medioevo il livello di violenza del calcio antico era spaventoso se paragonato agli standard attuali, le regole del gioco erano scarse e variavano da contrada a contrada. Elias sostiene che il processo di civilizzazione che ha portato alla diminuzione progressiva della violenza tra i membri del corpo sociale e ad un corrispettivo aumento del controllo emotivo ha giocato un ruolo fondamentale anche nell'ingentilimento dello sport. L'elevato standard di violenza delle epoche passate trovava corrispondenza nella brutalità delle competizioni sportive.

Lo sport moderno, dice Elias, è nato nell'Inghilterra del XVIII secolo in concomitanza con la conclusione di un ciclo di violenza politica e l'affermarsi del parlamentarismo. Il rinnovato clima di pacificazione politica e sociale avrebbe conferito allo sport le caratteristiche che esso ha attualmente, vale a dire un'accentuata regolamentazione unita ad un basso tasso di violenza.

Elias sottolinea che il processo di civilizzazione "come altre sequenze di cambiamenti che procedono verso una direzione particolare, può tornare indietro, essere seguito da un processo di decivilizzazione o addirittura può essere accompagnato da spinte decivilizzatrici" (60).

Se lo sport moderno, a differenza di quello del passato, non è poi troppo violento, ciò è dovuto al fatto che quella attuale è una società sostanzialmente pacifica, caratterizzata da un elevato livello di controllo emotivo. Ma, se viene a crearsi una situazione di forte conflittualità sociale, le cose possono cambiare. Già di per sé, dovendo soddisfare la produzione di emozioni collettive, "il calcio è chiaramente sospeso tra due pericoli mortali; la noia e la violenza" (61). In più, se ad assistere a questa battaglia "mimetica" sono "giovani dalla vita insoddisfatta e senza speranza" (62) può accadere che l'emozione della finta battaglia si trasformi nell'emozione reale prodotta da una battaglia vera.

LA VIOLENZA NEGLI STADI NELL'ANALISI DI TRE SOCIOLOGI ITALIANI

Alessandro Dal Lago: il calcio come metafora di una battaglia

L'analisi della letteratura internazionale sul tema del teppismo calcistico deve essere integrata con l'esame delle opere dei maggiori studiosi del fenomeno ultras in Italia. Fra gli italiani che hanno trattato l'argomento i più noti sono i sociologi Antonio Roversi ed Alessandro Dal Lago. Entrambi, considerati ormai primarie figure di riferimento, hanno rilasciato interviste su quotidiani nazionali in relazione ai recenti tragici fatti di Avellino. Interessante ed acuta anche la critica di Valerio Marchi, studioso oltre che frequentatore e conoscitore delle curve.

Alessandro Dal Lago (Descrizione di una battaglia, Il Mulino, Bologna, 2001; Regalateci un sogno, Fabbri Editori, Milano, 1992) si ricollega alla tradizione inglese della scuola di Leicester (Peter Marsh), sottolineando la valenza metaforica e rituale degli scontri tra ultras, distinguendo tra violenza simbolica e violenza reale. Scrive l'autore: "Parlare di guerre e battaglie significa, nel caso del calcio, evocare una dimensione essenzialmente rituale. Sia in campo, sia sugli spalti, giocatori e tifosi non si combattono, di solito, realmente ma mettono in scena la rappresentazione di una battaglia. È vero che, come in ogni rappresentazione, anche nel calcio la messinscena può diventare reale o tingersi di contenuti reali [...], tuttavia questi sono casi estremi. Solitamente, nelle migliaia di partite che vengono giocate ogni settimana in tutti gli stadi del mondo, la guerra rimane per lo più una recita collettiva" (63). Per Dal Lago "Lo stadio è la ribalta (o scena dell'evento) in cui la metafora bellica può essere (dal punto di vista degli attori implicati) convenientemente celebrata. L'intensità di questa celebrazione o rito e la forma bellica che esso può assumere (dall'aggressione verbale all'insulto rituale allo scontro fisico tra gruppi) dipendono essenzialmente da due fattori: uno storico (le relazioni tradizionali di alleanza o di ostilità prevalenti tra le due tifoserie) e l'altro "situazionale" (e cioè il comportamento dei due gruppi in relazione a ciò che sta avvenendo in campo)" (64). E, chiarisce definitivamente l'autore, "quando definisco bellica la metafora dominante del calcio non intendo affermare che una partita sia per gli spettatori solo o prevalentemente una battaglia [...] lo scontro fisico è solo una, e in fondo la meno frequente, modalità di celebrare la metafora. Anche in una guerra vera e propria le battaglie costituiscono eventi sporadici - comprensibili all'interno di una trama di strategie, tattiche, mosse diplomatiche, attività organizzative, logistiche e di propaganda, ecc. Soprattutto non si deve dimenticare che i tifosi organizzati celebrano la metafora della guerra, e che quindi le loro azioni sono prevalentemente metaforiche" (65). Lo stadio rappresenta la cornice (un frame, direbbe Erwin Goffman), in cui avviene lo scontro rituale. I tifosi cercano di soverchiare con canti e slogan gli avversari. Salve di fischi, cori di incitamento, insulti più o meno obbligati, risposte convenzionali: c'è, in questi casi, secondo l'autore, la volontà di provocare e il piacere di essere provocati, una voluttà che raramente tocca la soglia dell'aggressione fisica.

La tesi di fondo di Dal Lago è che l'incontro di calcio, per come è strutturato, per i significati simbolici che acquista, rappresenta un fenomeno sociale costitutivamente produttore di tensione. Per l'autore la violenza non è affatto estranea al gioco del calcio. Essa è insita, connaturata nell'essenza del gioco. La partita è la metafora di una battaglia in cui due gruppi si affrontano in uno spazio ristretto davanti a migliaia di tifosi. Questi ultimi non sono spettatori; essi, attraverso meccanismi di identificazione collettiva e conflittuale, si sentono partecipi della lotta, reclamano il diritto di intervenire e di influenzare l'esito del confronto, sono coinvolti in toto nella rappresentazione della metafora bellica. Ne consegue, secondo Dal Lago, che, nel calcio, un certo livello di violenza sia assolutamente fisiologico. I disordini, in questo tipo di gioco, sono sempre esistiti, anche nei periodi in cui i mass-media non amplificavano le gesta dei teppisti. Quelli attuali si presentano relativamente più gravi solo perché sono causati non da singoli tifosi ma da gruppi stabilmente strutturati ed organizzati (gli ultras). Scrive a questo proposito l'autore: "Questo e non altro è l'aspetto del tifo. Qualcosa che tutti conoscono se sono mai entrati in uno stadio, e che coinvolge sia gli spettatori più anonimi e pacifici, sia i vip che si permettono un posto in tribuna e in special modo i militanti del tifo, gli ultras. Questi ultimi non hanno fatto altro, negli ultimi trenta anni, che tirare le logiche conseguenze organizzative del significato del calcio come rito collettivo. Laddove esisteva una passione indifferenziata e disorganizzata (le ombrellate in tribuna di altri tempi, le intemperanze verbali, le cacce all'arbitro, le invasioni spontanee di campo), gli ultras hanno delimitato dei territori (le curve), dato forma estetica al tifo (le coreografie, gli slogan, i canti), regolamentato informalmente gli scontri con i nemici, creando un vero e proprio codice di regole del disordine. Queste regole comprendono, per esempio, la limitazione degli scontri ai soli ultras, il bando delle lame, il rispetto delle alleanze (i gemellaggi), la solidarietà militante tra i membri della stessa curva e così via. Come è naturale, non sempre queste regole, perennemente negoziate e rinegoziate, sono rispettate [...] Negli stadi, nelle città, nelle stazioni ferroviarie si muovono migliaia di giovani che giocano l'eterna partita amico/nemico. Qui il problema è come limitare i costi umani di questa partita, invece di coltivare la retorica illusoria di eliminare la violenza, simbolica o reale, che talvolta ne risulta (66). Voler estirpare totalmente la violenza dal football equivale, secondo l'autore, a snaturare completamente il gioco, a trasformarlo in qualcosa di diverso.

La tesi di Dal Lago, a mio parere, illustra correttamente solo un tipo di violenza ultras, quella che ha stretta attinenza alle dinamiche del gioco. Ma vi è un secondo tipo di violenza, la quale ha ben poco a che vedere con il calcio, e che, anzi, usa il calcio come pretesto ed occasione. Gli incidenti più gravi avvengono prima o dopo la partita, spesso lontano dallo stadio, e sono in larga misura programmati in anticipo. Senza contare gli atti di vandalismo ed i furti, in massima parte tanto modesti (saccheggi negli autogrill, prelievo degli incassi della giornata, sottrazione di portafogli) da apparire assolutamente ingiustificati, frutto esclusivo di una volontà distruttrice, espressione di violenza affettiva.

Un'altra critica al lavoro di Dal Lago è che in esso si considerano pressoché unicamente gli aspetti cognitivi, sociali e rituali del gioco del calcio, senza che venga affrontato in alcun modo il problema della giovane età dei responsabili delle violenze negli stadi. Se il calcio innesca, in chi assiste alle partite, dei meccanismi di identificazione collettiva e conflittuale con quanto avviene in campo, come mai a venire coinvolti nei disordini sono sempre e solo giovani e giovanissimi di sesso maschile?

Antonio Roversi: una disagiata situazione materiale non è sufficiente a spiegare la violenza nello sport

Antonio Roversi, (Calcio, tifo e violenza, Il Mulino, Bologna, 1992) ha il merito di aver ripercorso la storia del movimento ultras in Italia, dalla sua nascita fino agli anni novanta, e di aver fatto un'approfondita analisi sociologica degli ultras della squadra del Bologna. I primi gruppi ultras italiani nascono alla fine degli anni sessanta e agli inizi degli anni settanta. Si tratta di formazioni influenzate essenzialmente dal clima di estremismo e di ribellismo politico di quegli anni e dalla componente hooliganistica inglese che viene avidamente assimilata in diversi modi. "Innanzi tutto direttamente: ricordiamo che tra il 1969 ed il 1974 vengono in Italia diverse squadre inglesi [...] e che in alcuni casi le partite costituiscono occasioni di incidenti tra tifosi italiani ed inglesi. Ma può avvenire anche indirettamente seguendo in televisione le partite di coppa in cui squadre italiane affrontano squadre inglesi, oppure leggendo i giornali sportivi specializzati, che dedicano ampio spazio - anche fotografico - alle imprese dei giovani hooligan di quegli anni. Per pochi fortunati questa conoscenza avviene addirittura on the spot, durante viaggi in Inghilterra [...] (67). Gli anni ottanta sono caratterizzati da una maggiore strutturazione, coordinazione e pianificazione. Le formazioni ultras contano centinaia di elementi, all'interno dei quali si definiscono percorsi di carriera ben definiti, si pianificano con cura gli scontri, si stringono alleanze e gemellaggi. È in questi anni che si radicano definitivamente gli odi. In questo stesso periodo il movimento ultras, nato al seguito delle maggiori squadre, si diffonde anche in periferia, interessando anche i campionati minori. L'ultima fase è quella che vede una crisi dei gruppi ultras tradizionali, disconosciuti dalle nuove leve giovani e giovanissime, attratte dalla fama noir del gruppo e interessate solo allo scontro fisico. Questa analisi ricalca, senza che Roversi lo menzioni, quella fatta da Gary Armstrong (68) sul fenomeno hooligan inglese negli ultimi anni: una serie di gruppuscoli autonomi, senza una leadership autorevole, senza particolari selezioni di accesso, disposti alla violenza e disinteressati quasi totalmente a ciò che avviene in campo.

L'indagine di Roversi ha principalmente riguardato il gruppo degli ultras al seguito della squadra del Bologna. Dall'analisi di un campione di 264 individui è emerso che solo il 3% degli intervistati ha un'età superiore ai trenta anni, mentre oltre 1'80% ne ha meno di venticinque. Roversi fa notare come più del 17% dei componenti del gruppi siano donne. In realtà, ciò di cui Roversi non tiene conto è che non necessariamente ad una presenza femminile del 17% corrisponde un'altrettanto elevata partecipazione delle donne ai disordini. Il campione mostra che la maggior parte degli ultras bolognesi sono lavoratori (80%). Degli ultras intervistati il 60% sono operai, il 10% impiegati, solo il 3% sono lavoratori autonomi o imprenditori/dirigenti, il 7% non ha voluto specificare la propria occupazione. Il restante 20% è costituito da studenti, la maggior parte dei quali frequentano istituti tecnici o professionali. Dice espressamente Roversi che "In buona sostanza, dunque, da questi dati emerge un'immagine della composizione sociale di questo gruppo di ultras come di una piramide schiacciata verso la base. Alla luce della professione paterna indicata da 122 soggetti [...] questa caratteristica appare confermata, sebbene si noti una certa mobilità discendente rispetto allo status professionale dei padri" (69).

In ultima analisi Roversi prende le distanze dalle tesi di Norbert Elias e di Eric Dunning. Non sarebbero i problemi economici, di emarginazione, di arretratezza socio-culturale tipici del sottoproletariato a costituire la spiegazione del fenomeno del tifo violento in Italia. Indagini svolte su alcune tifoserie italiane (quella di Pisa, ad esempio) hanno evidenziato la presenza non solo di disoccupati ed operai non specializzati, ma anche di operai specializzati, impiegati, studenti liceali ed universitari, appartenenti al ceto della piccola-media borghesia. La tesi di Roversi è che i tifosi non condividano una disagiata situazione materiale. Quello che condividono è una sottocultura dai tratti fortemente nomici, un insieme di valori, di modelli egemoni ed unificanti. All'interno di questa cultura, la violenza (guidata da regole precise) non costituisce un disvalore. Roversi sottolinea come l'attività degli ultras si estrinsechi soprattutto nell'organizzazione delle coreografie e nel sostegno incondizionato alla squadra. La violenza è solo una delle opzioni, un aspetto della realtà ultras.

Valerio Marchi: l'intreccio tra estremismo politico e tifo violento

Valerio Marchi (Ultras. Le sottoculture giovanili della curva, Edizioni Koinè, Roma, 1996) ha sottolineato la distinzione tra hooliganismo inglese, in cui la violenza costituisce il principale fattore aggregativo, e movimento ultras italiano, su cui hanno profondamente inciso l'estremismo politico ed il campanilismo. "Il modello inglese si manifesta (pur registrandosi ormai una stratificazione sociale tendenzialmente interclassista) come una sorta di prolungamento del tradizionale schema comportamentale rough working class: il gruppo hooligan tende ad aggregarsi soprattutto intorno allo scontro fisico e al tifo durante la partita, manifestando la propria natura prettamente sottoculturale nell'assenza di forme evolute di coordinamento, di organizzazione e di promozione delle attività di curva: il gruppo ultras italiano, al contrario, è storicamente interclassista e trova il proprio collante in un comune approccio culturale di tipo militante, mediato sia dallo stile maschile che permea il mondo del calcio sia dalla forte conflittualità politica che ne segna la nascita sulla scena italiana e che si tramuta in una forte propensione allo scontro di strada" (70). L'autore ha altresì individuato nella disgregazione sociale e nel progressivo disconoscimento dei valori della morale e della politica una delle cause prime dell'insorgenza dei fenomeni di intolleranza e violenza negli stadi. Valerio Marchi invita inoltre a non sottovalutare il razzismo nelle curve: non si tratta di una semplice trasposizione simbolica, perché l'adesione ai principi della destra è spesso reale, non solo di facciata.

LA VIOLENZA HOLLlGAN NEI PAESI EUROPEI

La situazione tedesca nell'analisi di Kurt Weiss e Volker Reitner

Il fenomeno del teppismo calcistico è presente in vari paesi d'Europa. Può dunque risultare utile un'analisi dei contributi di studiosi e sociologi di altre nazioni, con particolare riferimento alla Germania, all'Olanda, al Belgio, alla Danimarca, alla Francia e alla Svizzera.

La composizione e l'estrazione sociale dei tifosi-teppisti tedeschi risulta diversa da quella degli omologhi inglesi. Gli hooligan tedeschi provengono dalle classi medie, oltre che da quelle operaie. Molti di loro hanno, inoltre, spiccate tendenze di estrema destra. Stranamente, gli studiosi tedeschi sembrano voler minimizzare, se non celare del tutto, questo aspetto inquietante. Kurt Weiss, ad esempio, pur menzionando aggressioni a giovani di sinistra e assalti a centri sociali e alloggi di immigrati effettuati da tifosi neonazisti, non si mostra affatto allarmato. Anzitutto, secondo Weiss, i tentativi di infiltrazione e di proselitismo dell'estrema destra nelle curve non avrebbero sortito gli effetti sperati. In secondo luogo, gli ostelli frequentati da anarco-comunisti e gli edifici occupati da simpatizzanti dell'estrema sinistra sarebbero un palcoscenico ideale, un'eccellente cassa di risonanza per chi, come i tifosi, va in caccia di notorietà. L'attenzione di istituzioni, mass-media e polizia è continuamente appuntata su questi giovani di sinistra dal comportamento anticonformista e ribelle: un solo attacco contro di loro garantisce agli hooligan tedeschi maggiore visibilità e fama di decine di scontri con le tifoserie rivali. Circa l'uso di simboli ed emblemi nazisti, Weiss invita a non prendere troppo sul serio svastiche e croci celtiche. Egli sostiene che alcuni tifosi hanno le idee tanto confuse da portare sui giubbotti di pelle, fianco a fianco, la svastica e lo stemma dei piloti della R.A.F.. Volker Reitner asserisce che i simboli nazisti servono solo a provocare, ad infrangere i tabù. Essi sono privi di valenza politica, servono solo a farsi notare, a finire sui giornali del lunedì mattina.

I nuclei più duri di hooligan tedeschi sono stati allontanati dai club ufficiali e hanno formato delle proprie bande. Queste ultime si sfidano e si battono duramente, specie lontano dagli stadi. Gli odi e le rivalità vengono superati nel momento in cui ad affrontare le squadre tedesche sono avversari stranieri, in particolare olandesi. Gli hooligan tedeschi si presentano compatti e sanno esprimere una forte solidarietà quando c'è da affrontare un nemico esterno. Similmente a quanto accade in Inghilterra e diversamente da quanto accade in Italia, esiste, in Germania, una nazionale hooligan.

Di notevole interesse sono le analisi dei sociologi K. Weiss e G. Pilz. La tesi di fondo di Weiss è che la violenza calcistica costituisca un modo con cui i tifosi cercano di compensare la loro generale "mancanza di influenza" nella società. "Ad un osservatore esterno la loro giornata", asserisce Weiss, "può sembrare di una monotonia spaventosa; vivono giorno per giorno, pensando alle imprese passate o fantasticando su quelle future. Se per caso arrivano a scontrarsi, la gioia che provano non conosce limiti. In tanti incutono paura e si sentono potenti; alla partita non sono interessati, l'unica cosa che per loro conta è battersi, farsi notare, dimostrare che esistono".

Per Gunter Pilz la violenza nel football è un grido d'aiuto di giovani che non si sono bene inseriti nella società e che non hanno prospettive per il futuro. La violenza dei tifosi è soprattutto la conseguenza delle molte ineguaglianze della società tedesca, una reazione all'eccesso di controllo e di disciplina. Secondo Pilz, tanto le misure repressive quanto quelle socio-pedagogiche (in primo luogo i vari fanproject) sono destinate a fallire, a meno che esse non si accompagnino a provvedimenti strutturali in grado di migliorare effettivamente la vita quotidiana dei giovani.

Il "vandalismo" negli stadi olandesi

In Olanda, nonostante i club siano responsabili della sicurezza all'interno degli impianti e nonostante che vi siano steward e telecamere negli stadi, si registra un incremento degli atti di violenza e di intolleranza, un corrispondente incremento degli arresti e degli ordini di bando ed un aumento sensibile dell'impiego delle forze di polizia. Il numero degli arrestati, nella stagione 2001-2002 è salito a 1887 persone, contro le 1200 della stagione precedente (50% in più). Anche gli ordini di bando, nella stessa stagione, sono aumentati del 10%, attestandosi sul valore assoluto di 1222. Si sono registrati casi di violenze che hanno soprattutto coinvolto tifosi normali e persone estranee, con conseguenti lesioni gravi o gravissime. I tifosi sono giunti persino a bloccare la circolazione ferroviaria sulla maggiore linea olandese, nella stazione di Utrecht. Molteplici atti di vandalismo sono stati compiuti a danno di infrastrutture e beni mobili entro e fuori gli stadi. Una nuova forma di violenza si è imposta in modo preoccupante: le minacce e le aggressioni agli steward e al personale della sicurezza. Quasi sconosciuto negli anni passati, siffatto fenomeno ha assunto ora proporzioni tali da far temere un esodo di massa da parte degli operatori del settore.

Questa situazione delicata dà ragione del maggior impiego di forze di polizia in occasione degli incontri di calcio.



La tabella, tratta da fonti ufficiali olandesi (Central Information Unit for Hooliganism, C.I.V: in olandese), mostra come, a fronte di una diminuzione preventivata del 10% annuo (linea gialla), l'impiego delle forze dell'ordine sia invece aumentato costantemente dal 1998 al 2002.

Dei disordini negli stadi olandesi sono quasi sempre protagonisti i giovani o i giovanissimi. Questi ultimi sembrano, sulla base delle statistiche degli arresti, più propensi a commettere atti di vandalismo che non atti di violenza. Gli adulti, intendendo come tali quelli di età superiore ai trentuno anni, preferiscono agire da soli, mentre sono i più giovani a muoversi in gruppo.



È a partire dagli anni Settanta che in Olanda iniziano a verificarsi gli incidenti più gravi. All'inizio vi furono solo scontri tra tifosi esagitati, poi vennero le violenze al centro delle città, i furti a catena ed i saccheggi, i danneggiamenti ad autobus e treni. Nei primi anni di teppismo calcistico le sides erano comunque molto coinvolte nella vita delle loro squadre, poi tale coinvolgimento è diminuito. In Olanda il teppismo calcistico ha vissuto una stagione molto violenta, con la moda del lancio di ordigni e bombe a mano. Ancora oggi si hanno riscontri del temibile livello qualitativo della violenza dei tifosi olandesi: prima della gara di Champions League tra Ajax e Celtic Glasgow (Scozia) un tifoso scozzese è stato ferito al petto da un colpo di pistola in un bar di Amsterdam (8 agosto 2001).

Hans van der Brugg, a proposito della composizione sociale dei gruppi hooligan, sostiene che ad essere maggiormente interessate sono le classi operaia e media. L'autore, inoltre, identifica una chiara mobilità discendente tra i tifosi coinvolti in atti di violenza. Questi tendono ad avere livelli occupazionali e di istruzione inferiori a quelli dei loro padri. Van der Brugg sostiene inoltre che gli incidenti non hanno nulla a che vedere con il gioco. Anzi, la maggiore affluenza di tifosi giovani si registra proprio nelle partite a rischio, a conferma del fatto che è la possibilità che vi siano disordini a costituire il principale fattore di richiamo. L'autore sottolinea l'importanza del controllo parentale e di una buona carriera scolastica sul contenimento delle forme di hooliganismo giovanile.

Uno studio condotto da Russell e Goldstein mette a confronto hooligan e tifosi normali in Olanda. Lo scopo è quello di individuare specifici tratti psicologici che distinguano gli uni dagli altri. I due ricercatori hanno scoperto che negli hooligans le tendenze antisociali sarebbero più marcate che nei tifosi comuni. Si fa riferimento, in particolare, ad una maggiore impulsività e ad una minore capacità di autocontrollo. Ma ciò che caratterizza i fan più accesi è la ricerca di situazioni eccitanti. Essi rifuggono dalle attività ripetitive e noiose. Cercano l'azione come antidoto alla monotonia e allo squallore quotidiano. Sarebbe proprio questa disposizione psicologica a differenziare il potenziale hooligan dal tifoso normale.

Misure legali in Belgio dopo la tragedia dell'Heysel

La violenza nel calcio si concentra, in Belgio, quasi esclusivamente nelle serie maggiori. Ciò è confermato anche dalle disposizioni di legge che prevedono obblighi per gli organizzatori di incontri di calcio. Essi devono prendere tutte le misure e precauzioni necessarie per prevenire danni a persone o cose, devono nominare un responsabile della sicurezza, assumere degli steward, predisporre impianti video negli stadi, occuparsi dell'emissione e della vendita dei biglietti nominativi. Questo, però, vale solo per le squadre di prima divisione o per le partite in cui si confrontano squadre della prima e della seconda divisione.

Sebbene gli incidenti si verifichino solo nelle serie equivalenti alla nostra A e B il problema però resta sempre grave. Nonostante l'introduzione della nuova legge sul football del 21.12.1998 e i successivi rapidi decreti di attuazione, si sono registrati incidenti molto seri, quali ad esempio l'uccisione di un giovane tifoso dell'Anderlecht. Quest'ultimo è stato aggredito al termine del match Anderlecht-Lommel da tre tifosi del Lommel, poi arrestati, e brutalmente picchiato a morte nell'ottobre del 2001.

Episodi di intimidazione agli steward e ai responsabili della sicurezza sono all'ordine del giorno: nelle circolari del Ministero degli Interni si raccomanda addirittura di non rivelare la loro identità, per evitare che subiscano ritorsioni, nel caso in cui collaborino con la polizia.

La situazione emerge con chiarezza dalla circolare del ministero degli interni OOP 38 del 24 ottobre del 2002 in cui si chiede alle forze dell'ordine di colpire duramente gli hooligan più pericolosi per eliminare l'aura di sostanziale impunità che circonda i violenti da stadio.

Lode Walgrave e Kris van Limbergen sono stati incaricati dal governo belga di svolgere un'indagine sulla violenza nello sport dopo la tragedia dell'Heysel. La loro ricerca evidenzia che i teppisti sono riuniti in gruppi dalle caratteristiche piuttosto labili, con leader ed elementi che cambiano spesso, gruppi caratterizzati dallo scarso consenso sui fini e sui mezzi da perseguire. Tali bande hanno stretti rapporti con sottoculture giovanili urbane dai tratti molto spesso delinquenziali (diversi hooligan fanno parte degli skin ed hanno tendenze di destra). I membri delle sides sono caratterizzati da un'alta vulnerabilità sociale. Provengono spesso da famiglie disgregate, sono figli naturali o adottati. I genitori fanno dei mestieri umili, hanno gravi problemi da risolvere e, in ogni caso, dedicano poco tempo ai figli. Questi ultimi, per conseguenza, vanno male a scuola. I genitori, inoltre, non riescono a stabilire un contatto durevole e responsabile con i figli che finiscono per socializzarsi in strada, all'interno di gruppi di pari. Proprio a causa della loro breve carriera scolastica il 70% dei membri delle sides sono lavoratori e moltissimi sono disoccupati. Fra quelli che hanno un lavoro parecchi hanno un'occupazione precaria: assunti con contratti a termine svolgono mansioni faticose (muratori, scaricatori, portieri di notte). Nel complesso, rispetto alla posizione dei genitori, si riscontra una spiccata mobilità discendente. Le violenze negli stadi, secondo Lode Walgrave e Kris van Limbergen sarebbero una conseguenza delle privazioni e del senso di frustrazione dovuti al basso status di questi giovani. Come in Kurt Weiss, anche nell'analisi dei ricercatori belgi la cosiddetta "mancanza di influenza" viene vista quale fattore scatenante della violenza hooligan.

L'esemplare "caso danese": tifosi non violenti

Ha destato stupore, in questo quadro, la felice situazione danese dove il tifo violento è quasi inesistente. Si tratta di una nazione dalle tradizioni nordiche (sicuramente affini a quelle tedesche ed inglesi), dove i tifosi sono per altro gran bevitori e si ubriacano con regolarità. I tifosi danesi (roligan, da hooligan e rolig, che in danese vuol dire tranquillo), hanno uno stile chiassoso ma assolutamente pacifico. Le motivazioni di questo comportamento possono essere viste come eccezioni che confermano le regole e possono essere di grande ausilio per spiegare le cause che producono la violenza negli stadi. Anzitutto, - sottolinea Birgen Peitersen, - tutti i paesi scandinavi vantano una tradizione di influenza statale sul ruolo dello sport nella società. Vi è una coscienza sociale molto diffusa e i governi hanno sempre investito fondi consistenti per stimolare la pratica sportiva. Lo sport impegna, nei paesi scandinavi, ingenti risorse e viene visto come un complemento necessario al benessere dei cittadini. Questa mentalità, aperta, avanzata, profondamente radicata in tutti gli strati della popolazione, ha soffocato per lungo tempo ogni spinta elitaria verso la creazione di un vero e proprio settore professionistico del calcio. La pratica sportiva induce gli spettatori scandinavi a mostrare un vivo interesse per la qualità del gioco, a vivere la partita da sportivi, non da tifosi militanti. A questo c'è da aggiungeie che, a differenza dei tifosi-teppisti di altri paesi, i danesi sono tifosi "ricchi" che, avendo notevoli disponibilità finanziarie, si divertono a conoscere e visitare i paesi in cui gioca la nazionale. Per questi autentici sportivi la squadra non è tutto, il gruppo non si trasforma in banda, l'avversario non è un nemico.

A conferma dell'eccezione danese, uno studio compiuto in Danimarca sul movimento roligan (400 tifosi) evidenzia che:
1) I tifosi hanno un'età media più alta (oltre 30 anni, con punte di 60-70) rispetto agli ultras-hooligan del resto d'Europa.
2) Vi è, nei gruppi danesi, un'alta presenza femminile (15% e oltre).
3) I tifosi sono per lo più operai e impiegati. Ma si tratta di operai "ricchi", che si divertono a fare anche altre cose mentre vanno in trasferta e che quando viaggiano non badano a spese.
4) Amano l'alcool come e più degli inglesi, ma questo non basta a renderli violenti.

I media, inoltre, hanno scoperto il carattere pacifico dei roligan e, agendo da fattore di rinforzo, hanno contribuito ad alimentare il fenomeno del tifo non violento.

Norvegia: violenza sconosciuta. Svezia: hooligan quasi violenti

La situazione norvegese è pressoché simile a quella danese. In Norvegia il problema del tifo violento è quasi del tutto sconosciuto, fatta eccezione per episodi di modestissima entità (quelli, ad esempio, di cui si sono resi protagonisti i tifosi del Valerenga di Oslo). Il tifo è chiassoso e pacifico, non si registrano incidenti né in patria, né all'estero. Questo è ancora più rimarchevole considerando che i norvegesi sono forti bevitori. Ad alimentare il clima pacifico contribuisce, secondo Andersson e Radmann, anche il modo di porsi delle forze di polizia, la cui presenza è discreta, poco visibile. I poliziotti norvegesi non prestano servizio in formazioni compatte, non vanno equipaggiati in tenuta antisommossa né portano armi. Insomma fanno di tutto per non suscitare l'aggressività dei tifosi, per non dare l'impressione di essere un gruppo ostile pronto al confronto e all'azione.

La realtà svedese, sebbene non paragonabile a quella degli altri paesi europei, non è tanto tranquilla quanto quella danese o norvegese. In Svezia il teppismo calcistico è conosciuto e sono numerose le partite che vedono i tifosi coinvolti in disordini e violenze. Il livello di tali intemperanze è di solito contenuto in limiti accettabili. Sono frequenti le aggressioni alla tema arbitrale e ai giocatori, laddove negli altri paesi europei la violenza è quasi esclusivamente diretta agli ultras rivali o alle forze di polizia. Da un'indagine sulla tifoseria del Djurgarden è emerso che su 3000 tifosi solo 30 si sono dichiarati pronti a battersi e solo 20 hanno dichiarato di andare in cerca del contronto. Studi fatti sull'argomento hanno evidenziato che la maggior parte degli hooligan violenti ha precedenti penali o viene seguita dai servizi sociali. L'età media è bassa, si tratta di elementi molto giovani. Il fenomeno della violenza negli stadi riguarda principalmente le partite disputate tra squadre svedesi, non quelle giocate tra squadre svedesi e squadre straniere.

Patrick Mignon analizza i fenomeni di violenza negli stadi francesi

Se la Francia ama il calcio lo ama moderatamente, in modo discontinuo. Il football in Francia non ha mai attratto un vasto numero di spettatori né ha mai suscitato un grosso coinvolgimento emotivo nella gente, diversamente da quanto accade negli altri paesi europei. A dispetto dell'indubbia popolarità di questo sport, persino le città più popolose non possono permettersi di avere più di una squadra e le partite attraggono, in media, solo la metà degli spettatori italiani, inglesi o spagnoli. L'offerta di calcio (come in generale i vari progetti di creazione di grandi stadi in Francia) verte più sull'idea che costruendo delle attrezzature si attirerà il pubblico che sulla constatazione dell'esistenza di una domanda non soddisfatta.

L’interesse per questo tipo di sport è fortemente aumentato tra la metà degli anni ottanta e i primi anni novanta, grazie al successo delle squadre francesi nelle competizioni internazionali e ai conseguenti investimenti finalizzati a promuovere su larga scala il gioco del calcio.

L’estrazione sociale e la composizione demografica dei tifosi francesi differisce marcatamente da quella britannica, nel senso che tutte le classi sociali (con l'eccezione dell'aristocrazia e della classe degli agricoltori) sono ben rappresentate. In ogni caso, indagini condotte sui tifosi del Paris Saint Germain evidenziano che gli hooligan, vale a dire i tifosi violenti, sono giovani, maschi e di razza bianca, per lo più appartenenti alla "working class".

Patrick Mignon asserisce che gli incidenti, gli atti di vandalismo, gli scontri e le risse sono diventati frequenti solo dopo la seconda metà degli anni ottanta. I gruppi ultras maggiormente temuti si sviluppano attorno alle squadre più importanti: Paris Saint Germain, Marsiglia, ma anche Bordeaux, Metz, Nantes e St. Etienne.

Si parla spesso di violenza nello sport, ma in Francia quale violenza esiste?

Si riscontrano più frequentemente aggressioni e tafferugli tra tifosi in occasione degli incontri che oppongono, nelle serie minori, squadre di paese o rappresentative di comunità (Antille ecc). Gli incidenti gravi (quelli conseguenti alle azioni di violenza pianificate in anticipo da bande di hooligan con danneggiamenti, feriti e scontri con le forze di polizia) sono abbastanza rari. Molte delle frange del tifo più violento esibiscono emblemi o simboli razzisti e si dichiarano espressamente di estrema destra. Le frange violente sono spesso espressione delle subculture delle periferie urbane.

In Francia le tifoserie hanno generalmente un solo nemico tradizionale. Diversamente da quanto accade in Inghilterra, Olanda o Germania, dove gli hooligan sospendono le rivalità solo in occasione di competizioni internazionali, nel Paese transalpino sono frequenti i rapporti di amicizia tra le diverse tifoserie, suggellati da veri e propri gemellaggi. In sintesi gli ultras francesi non presentano un tasso di conflittualità paragonabile agli omologhi italiani o tedeschi. Essi sembrano essere interessati più alle coreografie da stadio che agli scontri.

Patrick Mignon vede nei processi di esclusione-emarginazione la causa preminente dell'insorgere del tifo violento, con particolare riferimento ai tifosi-teppisti del Paris-Saint-Germain. Nei suoi studi viene anche segnalata la particolarità della situazione francese, dove altri sport, metafore anch'essi di lotta virile (rugby e ciclismo), competono con il calcio nel soddisfare la "quest for excitement" degli spettatori. In Francia, forse perché esiste una forte identità nazionale ed una altrettanto antica tradizione di centralismo burocratico, i campanilismi hanno un'influenza minore che in Italia, a tutto beneficio della qualità del tifo.

Il calcio in Svizzera: la fine di un'isola felice

Il caso della Svizzera può rivelarsi di estremo interesse in rapporto al fenomeno della sociogenesi della violenza hooligan. Fino al 1998-1999 il problema dei disordini e degli scontri negli stadi era, in questo paese, pressoché sconosciuto. Si trattava di un'isola felice, dove lo sport veniva vissuto con spirito ricreativo sia a livello dilettantistico che professionistico.

Dal duemila la situazione è cambiata e si è osservato un considerevole aumento degli atti di violenza. Numerosi incontri di calcio e di hockey sono divenuti teatro di scontri e disordini. Il 23 luglio del 2000, ad esempio, in occasione della partita Lugano-Zurigo, si è verificata una mega-rissa con auto danneggiate e 25 tifosi arrestati. La violenza si presenta con gli stessi connotati che ha nel resto d'Europa, vale a dire sotto forma di vandalismi, aggressioni a gruppi rivali e soprattutto attacchi alla polizia e agli addetti al servizio d'ordine.

Il sorgere del problema della violenza nello sport si è accompagnato ad un risveglio dell'attività di elementi neo fascisti. Le attività degli estremisti di destra, diminuite tra il 1992 ed il 1997, hanno subito una forte recrudescenza a partire dal 1999, soprattutto negli ambienti degli skinheads. Diversi casi gravi avvenuti nel 2000 documentano l'aggravarsi del fenomeno (attacco con fucile d'assalto ad un edificio abitato da autonomi di sinistra a Berna il 10 luglio del 2000, minacce di morte via internet contro avversari politici, sequestri ripetuti di armi, munizioni e congegni esplosivi fabbricati artigianalmente). L’episodio in cui, nell'agosto del 2000, un centinaio di estremisti di destra hanno disturbato il discorso pronunciato dal consigliere federale Villiger ha rappresentato la prima uscita in pubblico dei neonazisti svizzeri ed ha suscitato scalpore fra la gente. Nel corso del 2001 e del 2002 si sono registrati atti di violenza ed aggressioni a giovani stranieri. In una di queste, ad esempio (Klingnau, 16 marzo 2002), un ragazzo turco è stato ridotto in fin di vita. Gli estremisti di destra svizzeri sono almeno un migliaio, tutti molto giovani (generalmente al di sotto dei 25 anni). Essi si sono formati all'odio razziale sia attraverso le teorie di destra e il materiale in circolazione nei siti internet, sia per mezzo di libelli, sia tramite i concerti e la musica skinheads. Nei concerti si curano le relazioni internazionali e si procede al reclutamento di nuovi adepti. La Svizzera è peraltro diventata luogo di incontro privilegiato di estremisti austriaci e tedeschi.

Il fatto che l'insorgere della violenza negli stadi svizzeri appaia in concomitanza con il radicamento del movimento skinheads e con l'intensificarsi dei contatti tra estremisti di vari paesi di lingua tedesca non è probabilmente casuale. Attività di reclutamento di nuove leve vengono effettuate non solo ai concerti ma anche negli stadi. È verosimile (e confermato anche dalla polizia elvetica) che i responsabili degli scontri siano in maggioranza neonazisti. Ci troviamo di fronte ad un caso in cui la violenza organizzata nello sport si presenta come emanazione dell'ideologia politica estremistica, come figlia di una subcultura (quella skinheads) intollerante e razzista.

Questa analisi è, in un certo senso, confermata dai recenti provvedimenti delle autorità svizzere. Il progetto di legge federale concernente misure contro il razzismo, la tifoseria violenta e la propaganda violenta (versione del 12 febbraio 2003) basa la sua impostazione sul convincimento che "i tifosi egli skinheads violenti spesso agiscono insieme" (71).

Nel pacchetto di legge la lotta all'estremismo di destra si prefigura come la chiave per debellare il nascente fenomeno della violenza nello sport. Vengono introdotte due nuove fattispecie penali: la prima configura come reato la costituzione o la partecipazione ad associazioni razziste, la seconda punisce con la reclusione o la multa chi, in pubblico, espone simboli o emblemi incitanti all'odio razziale. Siccome le comunicazioni tra associazioni razziste e lo scambio di materiale avvengono via internet o attraverso i consueti canali della corrispondenza postale è stato previsto un incremento dei poteri in capo alla polizia postale deputata al controllo delle comunicazioni e la possibilità di confiscare in via amministrativa il materiale di propaganda razzista. Altro aspetto centrale del provvedimento è la futura costituzione di un archivio nazionale contenente i dati di coloro che si rendano responsabili di violenze in occasione di eventi pubblici (concerti, partite di calcio, comizi ecc.).

Considerazioni conclusive: il contributo della criminologia nell'esame delle intemperanze ultras

Alla comprensione del fenomeno della violenza nel calcio contribuiscono alcune delle più note teorie esplicative del crimine. Sebbene rappresentino delle forme molto generali di spiegazione del comportamento deviante, esse possono tuttavia costituire la cornice di fondo e la chiave interpretativa delle intemperanze degli ultras. Tra queste teorie, particolare interesse per il tema affrontato rivestono la teoria della subcultura di A. Cohen, la teoria del "labelling" di Backer, Lemert e Matza, la teoria del controllo sociale di Hirshi (profondamente debitrice degli studi della scuola di Chicago). È probabile, per fare un esempio, che la stretta repressiva nei confronti degli ultras violenti attuata a partire dalla fine degli anni 80, abbia condotto il movimento a prendere coscienza della propria identità e a rafforzare la capacità di resistenza e opposizione contro il sistema. L'accresciuta ostilità nei confronti delle forze dell'ordine ed il costante aumento dei feriti tra polizia e carabinieri è purtroppo realtà facilmente constatabile. Che "l'etichettamento" sia in grado di produrre ulteriore devianza, come sostiene la teoria del labelling, può forse trovare conferma nella storia del movimento ultras degli ultimi anni (es., compaiono ovunque, nelle curve, striscioni del genere: "più diffidate, più resisteremo").

Il fatto, altro esempio, che gli ultras non considerino riprovevole e sbagliato ricorrere alla violenza (in determinati casi e secondo modalità rigidamente disciplinate), mostra l'esistenza di un conflitto di sistemi normativi. Ci si trova di fronte, direbbe A. Cohen (Ragazzi delinquenti, Milano, Feltrinelli, 1981), ad una subcultura dotata di un proprio codice di comportamento.

COME LA STAMPA AFFRONTA IL TEMA DELLA VIOLENZA NEGLI STADI

I mass-media creano o alimentano il fenomeno hooligan?

Una triplice ragione induce ad analizzare i contenuti e le forme degli articoli e dei servizi giornalistici in materia di teppismo calcistico.

In primo luogo diversi autori stranieri ed italiani (Peter Marsh, Desmond Morris, Valerio Marchi, Alessandro Dal Lago solo per citare i più significativi), sostengono che i mass-media abbiano artificiosamente creato o contribuito a creare il fenomeno della violenza negli stadi. In un solo weekend sulle strade italiane, dice Valerio Marchi, si contano, tra i giovani, più morti e feriti gravi che in dieci anni di incidenti tra ultras. L'approccio ritualistico-simbolico seguito da Marsh, Morris e Dal Lago non attribuisce alle violenze dei tifosi un carattere reale e distruttivo se non in casi eccezionali (ossia quando i rituali non vengono più riconosciuti come tali). Gli autori propendono quindi per la tesi che il problema del tifo violento sia frutto, in tutto o in parte, del "moral panic" creato dai mass-media.

Un'altra idea molto diffusa e radicata è quella secondo cui i giornali e le televisioni conferiscono visibilità ai teppisti, contribuendo ad alimentare la violenza negli stadi. Indagini svolte sul tema hanno dimostrato che gli hooligan, pur disprezzando i giornalisti, gradiscono molto che sui media si parli delle loro gesta. In Inghilterra la stampa mantiene il silenzio sulle imprese dei teppisti del calcio, limitandosi a pubblicare le foto e i nomi di coloro che vengono arrestati.

Infine, c'è da segnalare l'opinione che gli ultras italiani hanno della stampa. Essi la considerano, in massima parte, uno strumento al servizio della repressione, un mezzo che serve gli interessi del sistema e del calcio moderno (tutto affari, pay-tv e niente anima), una pedina nel gioco che ha come posta la cancellazione dell'ingombrante universo ultras.

Stuart Hall in "The Treatment of Football Hooliganism on the Press", con riferimento all'eccessiva attenzione dei media al tema della violenza negli stadi, parla dell'esistenza di una "spirale di amplificazione" del problema. Se si dà l'impressione, sostiene l'autore, che un fenomeno costituisca una minaccia per la collettività e che tale minaccia ingigantisca e sia sempre meno gestibile dalle autorità preposte al suo contenimento, allora il risultato non potrà essere che l'insorgere del panico nel corpo sociale. Il legislatore democratico, sull'onda emotiva, adotterà provvedimenti dal carattere sempre più repressivo, la polizia sarà indotta a tenere un comportamento duro e fermo. Le misure di controllo aumentano e si rafforzano. Si viene a creare una situazione di confronto-scontro che porta al coinvolgimento di un numero crescente di tifosi. L'effetto spirale, sostiene Hall, viene prodotto dalla stampa utilizzando particolari tecniche di editing con largo uso di caratteri in grassetto e di titoli cubitali in prima pagina. Il linguaggio è farcito di termini come "animali", "bruti", "selvaggi"; l'intero impianto dell'informazione è orientato al sensazionalismo.

L'approccio di Hall è stato sostanzialmente confermato anche da Patrick Murphy. Tale è l'influenza dei media, secondo l'autore, sul pubblico e sugli stessi hooligan, che gli articoli e i servizi radio-televisivi produrrebbero effetti auto-predittivi. Gli incontri decantati dalla stampa come più pericolosi finiscono per essere effettivamente al centro di violenze e disordini (Murphy si riferisce, in particolare, alle partite giocate all'estero dalle squadre o dalla nazionale inglese). Non pochi hooligan hanno giustificato il porto di strumenti atti ad offendere o di vere armi con quanto letto sui giornali locali o sentito alla radio o in tv: la notizia, diffusa con apprensione dai media, di un match ad alto rischio, li aveva indotti a prendere misure adeguate per tutelare la propria incolumità.

Murphy sostiene che i media interferiscono pesantemente nell'adozione delle politiche di contenimento del fenomeno del teppismo calcistico. La stampa e le trasmissioni più seguite liquidano l'intero problema considerando la violenza hooligan come irrazionale e gratuita ed etichettandone gli autori come dei selvaggi incapaci di qualsiasi autocontrollo. E, si chiede Murphy, se la violenza non ha alcuna motivazione razionale che cosa si può fare per combatterla se non ricorrere all'uso esclusivo della forza? Ciò che ne risulta sono dei provvedimenti di corte vedute, dal carattere emergenziale, peggiorativi della situazione nel lungo periodo. Del resto, aggiunge Murphy, le spiegazioni sociologiche della violenza, per loro natura, difficilmente avranno lo spazio che meritano né occuperanno a titoli cubitali le prime pagine dei giornali.

In conclusione, Stuart Hall e Patrick Murphy sostengono che, a dispetto dell'attenzione riservata dalla stampa alle violenze hooligan, relativamente poche persone in Gran Bretagna hanno esperienza diretta del fenomeno. I media, dunque, anziché offrire un quadro obbiettivo del problema, influenzano marcatamente e indirizzano l'opinione pubblica. Essi hanno creato l'immagine di una realtà fatta di caos, scontri e disordini, e hanno fornito spiegazioni semplicistiche e preconfezionate dei modelli di comportamento hooligan. In sostanza, secondo i due sociologi, stampa e televisione hanno contribuito a generare il fenomeno e lo hanno sicuramente aggravato.

Il ruolo dei media, tuttavia, non è soltanto negativo. Vi sono dei casi in cui giornali e televisioni hanno dato il loro apporto alla nascita o al rafforzamento del tifo "buono", quello corretto e pacifico.

Un esempio è quello costituito dai supporter scozzesi. Questi ultimi (studiati attentamente da R. Giulianotti), negli anni settanta e nei primi anni ottanta, avevano, quanto a violenze o disordini, una fama almeno pari a quella dei loro cugini inglesi. Ad un certo momento, dopo che le squadre scozzesi furono escluse dai tornei a causa delle intemperanze dei loro sostenitori, gli scozzesi decisero di adottare un modello di tifo pacifico, coreografico e festoso. Il "Tartan army" scozzese ha avuto più di un premio a livello europeo per la condotta amichevole e sportiva dei suoi componenti. Questa trasformazione è stata molto condizionata dai mass media. Anzitutto i tifosi scozzesi si muovevano in gruppi molto numerosi e bastava già questo ad attirare l'attenzione dei giornalisti, specie nelle gare giocate fuori dalla Scozia. In secondo luogo, grazie alla fama di tifosi pacifici e festosi, gli scozzesi hanno ricevuto dai media un trattamento privilegiato. Mentre le violenze degli hooligan inglesi venivano amplificate, quelle degli scozzesi erano regolarmente sottostimate o addirittura taciute. Giornali, radio e televisione hanno contribuito a trasformare e a creare la nuova identità di una tifoseria.

Un caso pressoché analogo a quello scozzese si è registrato in Danimarca con il tifo roligan. L'unica differenza consiste nel fatto che i danesi non hanno dovuto subire alcuna trasformazione in quanto sono da sempre stati supporter pacifici e corretti. In ogni caso, i pur sporadici incidenti che si verificano sui campi danesi vengono spesso ignorati dalla stampa interna ed estera, ancora legate all'immagine del tifo roligan, chiassoso e nonviolento. Il fatto che i media non esaltino l'immagine e le imprese dei tifosi-teppisti e che conseguentemente non gli riconoscano alcun ruolo, può avere effetti inibenti sul loro comportamento deviante.

Roman Horak ha notato che, verso la metà degli anni ottanta, lo spazio riservato dalla stampa agli hooligan austriaci si ridusse sensibilmente. A questo calo di attenzione seguì ben presto anche una sostanziale diminuzione degli episodi violenti.

Potrebbe dunque configurarsi la possibilità di "censurare" le violenze degli ultras. Tuttavia questa soluzione, a mio avviso, non convince del tutto. In primo luogo, con la possibilità di comunicare e di diffondere direttamente le idee attraverso la rete, l'oscuramento mediatico delle gesta dei tifosi violenti perderebbe molta della sua efficacia. Secondariamente, l'esperienza inglese, dove nel 2003 gli scontri sono di nuovo aumentati, nonostante la censura di giornali e televisione (la violenza nel calcio sembra essere soggetta a dei cicli, argomento, questo, non ancora approfondito dai sociologi), ha dimostrato l'invalidità di questa ipotesi.

La tragedia allo stadio "Partenio" di Avellino nella stampa italiana

Vi sono alcune considerazioni da fare sul modo in cui i media italiani affrontano il problema. Generalmente il taglio che viene dato è quello cronachistico e, salvo incidenti gravissimi, non si investigano quasi mai le possibili cause del fenomeno. Anche nella presentazione di eventi semplici si registra talvolta superficialità ed incompletezza (se c'è una rissa, ad esempio, colpevole è sempre chi ha avuto la meglio, vittima chi ha avuto la peggio); la legge dell'audience vuole che siano soprattutto i disordini a catalizzare l'attenzione dei media, non altri aspetti positivi della subcultura ultras.

La tragedia di Avellino, dove ha recentemente perso la vita il giovane Sergio Ercolano, può fornire indicazioni sul modo in cui la stampa tratta un "caso maggiore" di violenza negli stadi.

I giornali esaminati sono tutti quotidiani. Si tratta delle più diffuse testate nazionali, di due quotidiani sportivi e di alcuni quotidiani politicamente orientati. I numeri esaminati sono quelli a partire da domenica 21 settembre 2003 (giorno successivo alla caduta mortale del giovane) fino a giovedì 25 settembre 2003 (giorno dei funerali di Sergio Ercolano).

Quotidiani consultati: Il Corriere della Sera; La Repubblica; La Stampa; Il Giornale; Il Messaggero; Il Tempo; Avvenire; L'Unità; Il Secolo d'Italia; Il Manifesto; La Gazzetta dello Sport; Il Corriere dello Sport.

La notizia dei disordini è stata data il giorno successivo, domenica 21 settembre. Fatta eccezione per le due testate sportive (La Gazzetta dello Sport, notizie e foto in prima pagina a caratteri cubi tali, due pagine di approfondimenti all'interno, pp. 2 e 3; Il Corriere dello Sport, notizia in prima pagina e trattazione all'interno, p. 11), dell'episodio viene fornito un resoconto, per altro alquanto sommario, solo nella pagina della cronaca o in quella dello sport (La Repubblica, nello sport, un trafiletto con foto in alto nella parte superiore della pagina, p. 47, e un approfondimento a p. 49; Il Tempo, in cronaca, un articolo di poche righe a lato della pagina, p. 21; Il Messaggero, poche righe, in alto, insieme a risultati, marcatori, e classifica. p. 29; Il Corriere della Sera, in cronaca, articolo di tre colonne, p. 16; La Stampa, nello sport, un articolo di quattro colonne e foto in fondo alla pagina, p. 29; Il Giornale, nello sport, un articolo di sole due colonne in fondo pagina, p. 28; L'Unità, articolo a tre colonne con foto, nello sport, p. 18).

È solo con l'intervento dei politici e delle alte cariche dello Stato (il Ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, il Presidente della Camera Ferdinando Casini, per citare le figure più rappresentative) che il fatto assurge a rango di "evento maggiore" e che la stampa mette in moto il suo volano mediatico, trasformando l'articolo relegato il giorno prima nella cronaca o nello sport nella notizia principale dei giorni successivi. Intere pagine vengono infatti dedicate al problema della violenza negli stadi a partire da lunedi 21 settembre.

Quello che in tale sede interessa vagliare è:
1) se e quali quotidiani abbiano dato un taglio "sensazionalistico" alla notizia, facendo uso di metafore, iperboli, espressioni o di uno stile tali da produrre un allarme ingiustificato o da generare moral panic nei lettori;
2) se e quali quotidiani abbiano offerto, al di là della ricostruzione dei fatti e degli sviluppi delle indagini, al di là del resoconto degli interventi dei politici o delle autorità, un'informazione approfondita, attenta alle implicazioni politico-sociali e alle problematiche sociologiche sul tema della violenza nello sport;
3) se e quali giornali abbiano dato spazio alla voce dei principali imputati, gli ultras, e ai politici che, in parlamento, difendono le loro ragioni. Un'informazione critica ed imparziale, che vada oltre le condanne o l'indignazione, presuppone che su un problema vengano presentate più opinioni od ipotesi e che, nella sua trattazione, vi sia contraddittorio;
4) se i giornali sportivi abbiano dato un taglio particolare alla notizia, diverso da quello della stampa "comune".

Circa il primo punto non è difficile constatare come alcuni titoli o frasi appaiano quanto meno esagerati:

La Repubblica, domenica 21 settembre, p, 47, titolo dell'articolo: Avellino [...] si scatena l'inferno.

La Repubblica, domenica 21 settembre, p. 49 titolo dell'articolo: Scontri ad Avellino, [...] feroce invasione [...]. Nello stesso servizio, firmato da Marco Azzi, si legge "Prima è stato devastato il campo da gioco, poi la città; [...] l'inferno si è scatenato quando mancavano una decina di minuti all'orario di inizio". Sembra il resoconto del sacco dei lanzi nella Roma del Cinquecento e non quello dei disordini avvenuti in uno stadio.

Il Tempo, lunedì 22 settembre, p. 8, nell'articolo di Luca Casotto: " Si è invece ripreso il vicequestore Gennaro Rega colpito da un attacco cardiaco e preso a bastonate in quella mezz'ora di inferno che è stato lo stadio "Partenio" prima del derby Avellino-Napoli che sabato sera ha fatto ripiombare il calcio nel terrore, vittima della sua più atroce follia".

Il Messaggero, lunedì 22 settembre, p. 2 articolo di Sandro Ianni: "Dentro lo stadio erano in trecento, forse quattrocento, molti volti coperti da passamontagna, spranghe tra le mani, pietre e bulloni in tasca. E fuori ce ne erano altrettanti, con bastoni e perfino qualche molotov. Hanno combattuto all'ultimo sangue, picchiando quel manipolo di poliziotti e carabinieri che fuggiva tentando di salvare la pelle. Hanno infierito senza pietà sul vicequestore Gennaro Rega, colpito da un collasso, hanno divelto porte, cancelli, spalti, hanno seminato il terrore tra la gente".

Il Corriere dello Sport, domenica 21 settembre, p. Il sottotitolo del pezzo di Franco Esposito: "Folli scontri, invasione di campo; gravissimo tifoso del Napoli caduto dagli spalti". All'interno dello stesso articolo si legge: "L'inferno nello stadio. La guerriglia al Partenio. Una serata di inaudita violenza originata dal volo nel vuoto di un tifoso...".

La Gazzetta dello Sport, domenica 21 settembre, titolo dalla prima pagina: "Inferno allo stadio, ragazzo morente. Poliziotti aggrediti, Avellino-Napoli è un incubo". Altro titolo di un servizio interno, p. 3 "Qui Avellino, zona di guerra."

In considerazione del clamore suscitato dalla vicenda e dell'intervento di politici e di alte cariche dello Stato, sono stati diversi i quotidiani che hanno approfondito il tema della violenza negli stadi. Quasi tutti hanno fornito un quadro comparativo sull'andamento della violenza in Italia negli ultimi anni, utilizzando fonti ufficiali del Ministero dell'Interno. Tutti hanno poi parlato delle misure previste dalla nuova legge 88 del 2003; alcuni di essi ne hanno contestato l'efficacia (L'Unità, Il Manifesto).

Alcuni quotidiani hanno descritto più o meno estesamente i provvedimenti della legislazione inglese (Il Corriere della Sera, La Stampa), qualcuno ha accennato alla situazione francese (Il Messaggero).

Quasi tutti i giornali hanno sentito l'opinione di uno o più esponenti del mondo dello sport (Galliani, Laudi, Agnolin, Albertini, Maldini, Capello, Totti, Baldini, Beghetti); largo spazio hanno anche avuto le dichiarazioni di esponenti delle forze dell'ordine direttamente impegnati nel controllo della violenza negli stadi.

C'è tuttavia da registrare che le interviste a sociologi e studiosi del fenomeno della violenza nello sport sono state effettuate solo da alcune delle più note e prestigiose testate: Il Corriere della Sera, lunedì 22 settembre, p. 2, intervista ad Alessandro Dal Lago; La Repubblica, lunedì 22 settembre, p. 14, intervista a Carlo Balestri direttore di Progetto Ultras; Il Messaggero, martedì 23 settembre, p. 2 intervista a Franco Ferrarotti.

Soltanto pochi quotidiani hanno invece dato voce diretta agli ultras, riportando le loro frasi: La Repubblica, martedì 23 settembre, p. 4; Il Giornale, martedì 23 settembre, p. 6; La Stampa, martedì 23 settembre, p. 2.

Sempre il quotidiano torinese ha intervistato due fra i più strenui difensori degli ultras in parlamento: Pier Paolo Cento dei Verdi e Teodoro Buontempo di Alleanza Nazionale, La Stampa, martedì 23 settembre, p. 3.

Quantomeno singolare è apparso, invece, il modo in cui l'intera vicenda è stata trattata dai due principali quotidiani sportivi, Il Corriere dello Sport e La Gazzetta dello Sport. Nessuna intervista a sociologi o esperti del tema fatta eccezione per un intervento di Luigi Spedicato, docente dell'università di Lecce, sul Corriere dello Sport di mercoledì 24 settembre. Nelle pagine e pagine dedicate dai due giornali alla tragedia di Avellino tra domenica 21 settembre e giovedì 25 settembre non c'è nessun articolo sulle misure prese in Inghilterra per combattere la violenza hooligan e manca qualsiasi riferimento alla situazione internazionale. A differenza della stampa non specializzata, né sulla Gazzetta dello Sport né sul Corriere dello Sport si trovano i dati ufficiali sulla violenza negli stadi elaborati e diffusi dal Ministero dell'Interno. Sugli ultras è stato gettato una sorta di ostracismo: nessuno di loro è stato intervistato, né lo sono stati esponenti politici vicini al mondo delle curve. Gli unici ad intervenire sui due quotidiani sono stati gli addetti ai lavori (allenatori, giocatori, sportivi, presidenti di squadre), i politici o i funzionari delle forze di polizia.

Si ha quasi l'impressione di percepire una sorta di imbarazzo nel mondo dello sport ufficiale; si avverte, forte, la volontà di prendere in tutti i modi le distanze dai violenti. Non si accenna in alcuna maniera all'assunzione di una possibile responsabilità dei club per le intemperanze dei propri tifosi, né si dà voce a coloro che potrebbero proporre misure di questo tipo. Si vuole quasi rimuovere il problema. Il calcio ufficiale viene presentato come depositario dei valori della sportività e del fair play, come un mondo sano "messo in pericolo da una piccola frangia di violenti" (Adriano Galliani, La Gazzetta dello Sport, martedì 23 settembre) e insidiato da "poche mele marce ... che si annidano all'interno o meglio ai margini dei club" (Ruggero Palombo, La Gazzetta dello Sport, lunedì 22 settembre). Si ha quasi paura di indagare le cause della violenza negli stadi per tema che il professionismo esasperato, gli interessi multimilionari, i rapporti con le tifoserie malate possano portare il mondo del calcio sul banco degli imputati.

COME IL LEGISLAIVRE, IN ITALIA E IN INGHILTERRA, HA AFFRONTATO IL TEMA DELLA VIOLENZA NELLO SPORT

L'analisi del quadro normativo ha evidenziato un rafforzamento progressivo e costante degli strumenti processuali e penali messi a disposizione dall'ordinamento per combattere la violenza negli stadi. Quella che gli ultras definiscono "una crescente repressione" ha avuto inizio alla fine degli anni 80 con l'introduzione (legge 401-1989) del divieto di accesso agli stadi (DASPO). Sono seguite, nell'ordine, l'introduzione dell'obbligo di presentazione all'autorità di P.S. (legge 45-1995), l'introduzione dell'arresto facoltativo in flagranza e del processo per direttissima (legge 377-2001), l'introduzione di nuove fattispecie penali (lancio di oggetti e invasione di campo, legge 377-2001), fino ai recenti provvedimenti della legge 88-2003.

Sono due gli elementi che maggiormente risaltano: il primo è che questi provvedimenti ricalcano più o meno fedelmente gli equivalenti inglesi; il secondo è che le leggi in vigore hanno un prevalente carattere repressivo (il DASPO e l'obbligo di presentazione, tecnicamente misure di prevenzione aventi natura amministrativa, sono considerate dai destinatari come estremamente afflittive, e per il loro contenuto e per la loro durata (fino a tre anni)).

I primi ordini di bando inglesi (exclusion orders) sono stati introdotti dal Public Order Act del 1986, tre anni prima degli equivalenti italiani; le fattispecie del lancio di oggetti pericolosi e dell'invasione di campo sono state introdotte, in Inghilterra, con il Football Offences Act del 1991, dieci anni prima che in Italia. In linea generale, la legislazione inglese è più severa di quella italiana: gli ordini di bando "on conviction" possono durare fino a dieci anni; in caso di violenze negli stadi, chiunque (non solo gli steward) può arrestare i responsabili; l'emissione di ordini di bando (on complaint) può avvenire anche su richiesta di un agente di polizia (constable), in relazione a persone che abbiano commesso violenze di qualunque genere (non solo sui campi di calcio), indipendentemente dal fatto che siano state denunciate o condannate. La legge inglese, particolarmente severa, è stata però affiancata da una serie di altre misure, senza le quali gli incidenti non sarebbero di certo scesi del 30% in dieci anni (1992-2002, fonte: Home Office). A fronte dei circa 3200 arrestati nella stagione 2001-2002, si è verificato in Inghilterra un afflusso superiore a 27.000.000 di spettatori. Di sicuro non è stato merito soltanto di leggi più severe se tanta gente è tornata negli stadi. Gli inglesi, per affrontare con successo la battaglia contro gli hooligan, hanno preso altri provvedimenti: hanno reso più sicuri gli stadi, hanno fatto massiccio uso di impianti video, hanno responsabilizzato le società, affidando ad esse l'onere di mantenere l'ordine all'interno degli impianti sportivi. La legge 88 del 2003, con le misure che i proprietari degli impianti e le società devono adottare entro il 2004-2005 (impianti video, metal-detector, elementi di separazione tra le tifoserie, biglietti numerati), ha finalmente imboccato la strada dell'effettiva prevenzione attraverso una "bonifica" del territorio su cui si disputano gli incontri.

Circa la discussa questione della responsabilità delle società per i disordini provocati dai loro sostenitori, la legge prevede soltanto (legge 45-1995) che le società possano essere sanzionate, nella misura del 10%-50% degli incassi da uno fino a quattro incontri, nel caso in cui sovvenzionino, con danaro o altra utilità, tifosi diffidati o associazioni di cui facciano parte tifosi diffidati.

Tuttavia, le sanzioni che più frequentemente colpiscono le società sono quelle previste dal codice di giustizia sportivo. Si tratta, tutto sommato, di sanzioni pecuniarie di modesta entità, che hanno però il pregio di essere prontamente irrogate, considerati i meccanismi celeri della giustizia sportiva. Il codice di giustizia sportivo prevede la responsabilità oggettiva delle società per i disordini provocati dai tifosi, sia all'interno dello stadio, sia all'esterno, se le società non rispettano il divieto di intrattenere rapporti (contributi in danaro o altra utilità) con i propri supporter. L'ordinamento sportivo mostra di essere più avanzato di quello statale anche sul piano della strutturazione delle fattispecie. Moderne teorie criminologiche (teorie del controllo sociale, Gottfredson ed Hirshi) hanno rivalutato, rispetto alle sanzioni penali, le sanzioni informali e le sanzioni positive. Di queste ultime abbiamo un esempio, per quanto riguarda il fenomeno della violenza nel calcio, all'art. 10 del codice di giustizia sportivo. L'art. 10 prevede che la responsabilità oggettiva della società per i cori e per gli striscioni razzisti viene esclusa se gli altri tifosi abbiano, con il loro comportamento, annullato l'offensività dei cori, o diminuita, se la società faccia il possibile per rimuovere le scritte e far cessare i canti. In materia di violenza nello sport, l'estensione, all'ordinamento dello Stato, di una legislazione premiale combinata con sanzioni severe indurrebbe di certo le società a collaborare attivamente per debellare le intemperanze dei tifosi.

C'è, infine, da segnalare l'originario progetto di Osservatorio Nazionale sul Tifo Calcistico contenuto nella Proposta di Legge Paissan n. 6196 del 1-7-1999. L'Osservatorio, tra le altre funzioni, aveva il compito di mediare i conflitti tra gruppi ultras, tra ultras e società, tra ultras ed istituzioni; presso l'Osservatorio sarebbe stato istituito un Consiglio Nazionale dei Tifosi che avrebbe espresso pareri, formulato proposte all'Osservatorio, al Parlamento, al Governo e a tutti gli organismi pubblici e privati. La creazione del Consiglio Nazionale dei Tifosi avrebbe fatto uscire il movimento ultras dall'isolamento tipico di una subcultura chiusa, lo avrebbe indotto a rapportarsi in maniera dialettica e non conflittuale con gli altri attori del sistema.

IL FENOMENO ULTRAS IN ITALIA

Lineamenti caratteristici

Ed ora, alcune considerazioni sul fenomeno ultras in Italia. Come già accennato all'inizio della relazione, il movimento ultras può essere considerato un'unica subcultura. Le differenze che vi si riscontrano non impediscono di parlare, al di là delle specificità nazionali, di un unico genus. Si tratta di un movimento di cui fanno parte giovani e giovanissimi e che fonda la sua esistenza sulla dicotomia amico/nemico. Le rivalità sono il sale del nostro movimento, dice un "ideologo ultras". Il gruppo ultras ha ragione di essere solo in quanto vi sono altri gruppi con cui confrontarsi. E il confronto, anche se in parte ritualizzato, deve comportare in ogni caso lo scontro fisico. Rifiutare di battersi, fuggire, non rispondere alle provocazioni significa perdere totalmente la reputazione. Gli ultras affermano (e questo è un elemento fondamentale che essi ribadiscono sempre, sia nelle autobiografie, sia nei siti internet dedicati ai tifosi, sia nelle interviste) che i gruppi possono dire di conoscersi bene solo dopo essersi battuti. Il relativo giudizio che ne consegue dipende dal valore e dal coraggio dimostrati sul campo.

L'intero mondo valoriale ultras vive come sottoprodotto di questa dicotomia amico/nemico. L'amicizia, la solidarietà, il coraggio, il rispetto, la lealtà reciproca sono un'emanazione diretta della mentalità di banda. Una "formazione militante" stabile, impegnata in un confronto violento con altri elementi affini, non può non creare vincoli e legami forti fra i suoi adepti. Si tratta di una forma di moderno cameratismo. Questo potrebbe spiegare anche la facilità e la rapidità con cui, in non rari casi, le curve hanno aderito alle ideologie di estrema destra razziste e xenofobe. E si tratta di un'adesione reale, che va oltre il recupero e la trasposizione di alcuni simboli.

Altro dato consolidato è che le formazioni ultras sono formate in gran parte da giovani e giovanissimi. Chi aderisce al movimento è generalmente alla ricerca di un'identità. L'uomo maturo ha già chiaro il suo ruolo nella società, sa già chi è. Il giovane, invece, talvolta non lo sa. Egli cerca un'identità forte ed è convinto che, entrando in un gruppo ultras (un gruppo forte, rispettato e temuto), riuscirà ad acquistarla. Senza contare che i ragazzi, nelle curve, trovano amicizia, solidarietà, lealtà e senso di appartenenza, tutte esperienze, ai loro occhi, appaganti e preziose.

Altro aspetto fondamentale per la comprensione del fenomeno è il carattere espressivo-affettivo della violenza ultras. Quest'ultima non è funzionale al conseguimento di un risultato valutabile in termini di profitto o di vantaggio, non è finalizzata al raggiungimento di obbiettivi politici o sociali. La violenza (ritualizzata e reale) serve alla formazione ultras (come agli individui che ne fanno parte) per dimostrare la propria esistenza, la propria forza, per acquisire, in ultima analisi, uno status.

Anche il fatto che la massima parte dei tifosi-teppisti appartengano alle fasce sociali medio-basse della popolazione (studi sulle tifoserie di Pisa, Bologna, sugli hooligan inglesi), può non essere casuale. I fenomeni di esclusione, la difficile accessibilità e percorribilità dei canali leciti di acquisizione di status (su questo sono d'accordo Desmond Morris, Norbert Elias, Eric Dunning, Lode Walgrave, Kriss van Limbergen, Kurt Weiss, Patrick Mignon, Valerio Marchi, oltre ad alcuni dei maggiori sociologi contemporanei fra i quali, non è da tralasciare, ad esempio, A. Cohen) possono spiegare la formazione di una subcultura in grado di offrire forme autonome di carriere morali.

La forte nomicità, la chiusura, la difficile penetrabilità sono tratti che coesistono e che, in parte, conseguono alla natura intrinsecamente alternativa e conflittuale della subcultura ultras. Le curve sviluppano una logica oppositiva al sistema che va dal rifiuto del calcio moderno all'ostilità sempre più marcata nei confronti delle forze dell'ordine. Il vero rischio è che la violenza dei tifosi-teppisti trasformi la sua natura da espressiva in strumentale, acquisendo i connotati della aperta lotta politica.

Preoccupanti segnali in questo senso vengono tanto da destra (con tentativi di infiltrazione e proselitismo da parte di estremisti) quanto da sinistra (basti pensare che alcune tifoserie rosse, come quelle del Livorno, della Ternana, dell'Ancona hanno stilato un patto che le impegna a superare tutte le rivalità calcistiche e a coalizzarsi nella resistenza e nella lotta politica). Sembra quasi, in certi casi, che le parti si siano invertite: non è più il mondo ultras ad essere influenzato dalla politica (come accadde ai suoi esordi, agli inizi degli anni 70) ma sono le curve ad esprimere autonome proposte di lotta.

Si può affermare che il movimento ultras si sente al centro di una campagna repressiva che ha come obbiettivo la sua eliminazione. La pressione crescente a cui è sottoposto il mondo delle curve ha alimentato ed alimenta, da parte del movimento, la presa di coscienza della propria identità e lo porta a formulare tentativi di azione e di resistenza comune (il raduno avvenuto il 5 aprile a Roma di parecchie rappresentanze dei vari gruppi di ultras italiani ne è un esempio).

Caratteristiche degli ultras violenti italiani: età, estrazione sociale

Un'attenta analisi del mondo ultras sembra confermare le tesi sopra esposte.

Anzitutto, dall'esame dei casi di incidenti ed arresti per violenze avvenute negli stadi, da studi effettuati sul tema, dalle ammissioni degli stessi protagonisti dei disordini risulta che l'età media degli ultras italiani coinvolti negli scontri è molto bassa. Si aggira sui 20-25 anni, è raro trovare tifosi violenti che abbiano più di trenta anni. Il caso di A. F., 47 anni di Ercolano, arrestato a novembre del 2003 in merito agli atti di violenza compiuti al termine della gara tra Ercolano e Casertana valida per la serie D, è da considerarsi anomalo. Secondo uno studio fatto in Olanda, sono i tifosi violenti più anziani ad agire in preferenza da soli, mentre i più giovani si muovono in gruppo.

Naturalmente non tutti gli ultras si rendono responsabili di violenze. Nelle grosse formazioni organizzate di tifosi c'è sempre chi si occupa di organizzare le trasferte, di preparare le coreografie, senza impegnarsi in scontri di alcun tipo. Questa constatazione non invalida però la principale tesi esplicativa del fenomeno hooligan, secondo cui esso sarebbe basato su meccanismi oppositivi riconducibili alla dicotomia amico-nemico. Lo scontro, che è alla base di tutto l'universo ultras, può essere effettivo o ritualizzato. C'è chi sceglie di affrontare l'avversario con sassi, bastoni, bombe carta e coltelli e chi lo fa cercando di superarlo nei canti, nel tifo e nelle coreografie. I tifosi di entrambi i generi si sentono ultras a tutti gli effetti, come risulta da quanto scrivono sui siti internet e da quanto hanno personalmente assicurato al sottoscritto. Ci sono poi quegli ultras che sono impegnati in tutte e due gli aspetti, ossia che prendono parte alle attività "lecite" del gruppo ma che non si tirano indietro se c'è da compiere atti di violenza. Il coinvolgimento dei tifosi varia a seconda del modo in cui viene da loro vissuto il confronto. Alcuni di quelli che si limitano ad un'opposizione simbolica considerano i violenti negativamente, come dei teppisti. Nell'ambito di quanti accettano lo scontro fisico c'è chi ritiene giusto prendersela solo con altri ultras, non con i tifosi comuni, e c'è chi fa di ogni erba un fascio.

Tali affermazioni sono importanti. Non si spiegherebbe, altrimenti, se è vero che le dinamiche oppositive sono il dato primario del mondo ultras, come mai i disordini riguardino solo poche delle partite giocate ogni settimana, e come non tutti, ma solo alcuni giovani, vi vengano coinvolti. Il confronto è l'essenza della realtà ultras, ne rende possibile l'esistenza. L'unica cosa che si può fare è favorire la diffusione della violenza ritualizzata a scapito di quella vera.

L'estrazione sociale dei tifosi più accesi e potenzialmente pericolosi è stata fatta oggetto di numerosi studi, in Inghilterra e in Europa in particolare, di meno in Italia. Si discute se siano le classi operaie o quelle medie a fornire materia prima al fenomeno hooligan. Quale dato evidente, in tutte le indagini effettuate in Inghilterra, Belgio, Olanda, Germania, Francia e Italia, emerge che i violenti appartengono spesso a classi medio-basse, hanno una carriera scolastica insoddisfacente, sono caratterizzati, rispetto ai genitori, da una mobilità discendente. Analisi fatte in Italia su alcune tifoserie ultras (quella del Bologna e quella del Pisa) evidenziano che ci si trova di fronte a lavoratori e studenti. Più che logico, in relazione alla giovane età dei soggetti. Quello che stupisce è di trovare una così alta percentuale di lavoratori impiegati in mansioni medio-basse e di studenti di istituti professionali. Non molti sono gli universitari, quasi del tutto assenti i giovani fortunati delle classi superiori. Scrive un ultras su Tifonet il 14 novembre 2003: "Il giorno dopo sei sempre lo spazzino che si deve alzare alle sei della mattina per pulire la città...". L'estrazione sociale degli ultras viene indirettamente confermata anche dalla battaglia che il movimento, compatto, ha ingaggiato contro il caro prezzi dei biglietti e degli abbonamenti. Molte delle cariche sono effettuate dai tifosi-teppisti per poter travolgere il servizio d'ordine ed entrare senza biglietto allo stadio. Durante le trasferte sono frequentissimi i piccoli furti, specie negli autogrill. A detta dei responsabili si tratterebbe di un modo per contenere le spese del tifo, spesso insostenibili. Lo stile e la grammatica degli ultras che intervengono sui forum di tifosi denuncia una cultura e delle capacità linguistiche mediocri. Contatti diretti avuti con gruppi ultras del sud in trasferta al centro (Reggina e Cosenza) hanno palesato che i tifosi avevano problemi ad esprimersi in corretto italiano.

Si potrebbe obbiettare che la violenza nel calcio è forte anche in paesi, come l'Olanda o la Svizzera, che sono tra i più ricchi e dove i livelli salariali, anche per coloro che fanno mestieri umili, sono, in assoluto, elevati. Tuttavia, a dover essere qui considerata non è la deprivazione assoluta ma quella relativa, ossia quella rapportata agli altri membri della società in cui si vive. La mancanza effettiva di influenza (come sostengono Lode Walgrave e Kurt Weiss) con il senso di frustrazione che ne deriva, il conseguente allentamento delle relazioni e dei vincoli sociali (secondo la teoria di Hirshi), i processi di emarginazione che colpiscono categorie od individui sono i veri responsabili della formazione dei comportamenti devianti e violenti.

Tipologie della violenza

Ci si può chiedere se la violenza dei tifosi-teppisti sia la stessa di quindici, venti anni fa. L'allarme per le intemperanze degli ultras è oggi molto alto, stampa ed istituzioni dedicano al problema notevole attenzione. Ultras degli anni ottanta e dei primi anni novanta concordano nel riconoscere che la violenza era superiore ai loro tempi. Ciò appare assolutamente verosimile. I dispositivi di video-registrazione a circuito chiuso sono ormai istallati e diffusi capillarmente su tutto il territorio. Anche se si tratta di impianti pubblici o privati la polizia può, in caso di necessità, visionarli e vagliarli con attenzione. Le strade delle nostre città sono tappezzate di telecamere ed è ormai quasi impossibile anche uscire di casa senza che, volendolo, si possano ricostruire tutti gli spostamenti fatti! A questo si aggiunga la possibilità di scattare ed inviare foto in tempo reale con i nuovi video telefonini e ben presto parlare di privacy sarà solo una farsa. Non è un caso che black-block e manifestanti violenti in genere prendano a bastonate e distruggano sistematicamente le telecamere che incontrano alloro passaggio. I circuiti di videosorveglianza costituiscono uno degli strumenti principali nel contenimento e nella lotta a qualunque comportamento contrario alle leggi in vigore. In Inghilterra tali dispositivi sono stati massicciamente usati, le prime volte, proprio all'interno degli stadi. Il calo drastico delle violenze nelle aree videosorvegliate è anche, se non principalmente, imputabile ad essi. Un impianto efficiente come lo sono quelli degli stadi inglesi (che permettono di fare primissimi piani sui volti dei tifosi) abbassa drasticamente le possibilità di sfuggire alle indagini, anche in caso di parziale travisamento. A proposito, autori come Gary Armstrong e Valerio Marchi hanno parlato del tifo violento come palestra di sperimentazione di strategie repressive.

A questo si aggiunga l'impiego massiccio delle forze dell'ordine in occasione di qualunque incontro appaia a rischio sulla base di valutazioni effettuate dagli analisti dell'Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive.

Tutti gli ultras si lamentano dell'impossibilità di scontrarsi con i rivali, del fatto che viene impedito loro qualsiasi contatto con le tifoserie avversarie. I tifosi in trasferta, sia che si muovano in treno, sia che vadano in autobus, sono quasi sempre scortati dalla polizia; quando arrivano in città vengono guidati e accompagnati fin dentro il settore a loro riservato, dopo la partita vengono riaccompagnati ai mezzi di trasporto. Le forze dell'ordine si interpongono prontamente e, se in numero sufficiente, controllano agevolmente la situazione.

La legislazione più repressiva ha ridotto il numero di coloro, fra i violenti, che possono assistere alle partite, o perché diffidati o perché arrestati. Il movimento ha subito e sta subendo un duro colpo ad opera delle misure di prevenzione del divieto di accesso e dell'obbligo di presentazione. Ci sono interi direttivi ultras diffidati (Livorno, oltre duecento diffide), squadre del campionato di eccellenza che contano decine di diffidati (San Cataldo, in Sicilia). Questo ha ridotto in parte le capacità offensive del movimento ma ha anche favorito la disgregazione all'interno dei gruppi ultras, la proliferazione dei cani sciolti, il venir meno di un controllo "dall'alto" sull'attività dei singoli e delle leve più giovani.

Non sorprende dunque che la violenza, rispetto agli anni passati, abbia subito variazioni quantitative e qualitative. In genere sono diminuiti gli scontri dentro gli stadi, o anche quelli che coinvolgono grosse bande di ultras. Sono aumentati gli incidenti dovuti ad incontri casuali, quelli che avvengono quando agli autogrill si incrociano pullman di tifosi rivali o alle stazioni transitano treni con ultras di opposte fazioni. È giocoforza che, in tali casi, il numero dei giovani coinvolti nelle violenze sia funzione del caso e delle circostanze, piuttosto che il risultato di piani preordinati in anticipo. Può capitare che siano i passeggeri di un solo autobus a rispondere alle provocazioni degli avversari, come può capitare che, nell'area di servizio, di bus ce ne siano tre o anche più. Le violenze dovute ad incontri casuali o quelle preordinate su agguato nei luoghi di transito obbligati sono forse, attualmente, l'unico sistema che i tifosi hanno per misurarsi con i rivali, senza che le forze dell'ordine siano in grado di intervenire prontamente e in modo efficace. Sono numerosi i casi di convogli attaccati mentre transitano nelle stazioni. Attacchi fulminei con lancio di oggetti e relativa risposta dei passeggeri ultras hanno creato non pochi disordini recentemente alla stazione di Firenze (scontro tra Laziali e sostenitori della Fiorentina) alla stazione Tiburtina (violenze tra supporter del Napoli e quelli della Roma) alla stazione di Catanzaro-Sala (23-11-2003, assalto dei tifosi del Catanzaro al treno dei supporter del Cosenza. Azione rapida da commando con tentativo, non riuscito, di incendiare il vagone su cui si trovavano i rivali), solo per citare pochi esempi. Rischi anche gravi, per gli avventori degli autogrill e per i viaggiatori, nelle stazioni e sui treni, sono la conseguenza di questa strategia.

La violenza si modifica, dunque, in funzione del contesto situazionale e normativo in cui trova esplicazione. Essa ha comunque dei tratti comuni che derivano dalla natura di banda del fenomeno ultras. Il fatto che l'aggressione venga portata in gruppi relativamente numerosi (mai meno di 5-6 persone) rende centrale, nella tattica hooligan, la tecnica dello scontro per cariche. Nei resoconti che gli ultras (sentiti direttamente o tratti dai forum su internet) fanno delle violenze, i disordini iniziano sempre con il branco che, compatto, muove all'attacco. L'azione di gruppuscoli di cani sciolti che picchiano o tolgono sciarpe e bandiere a singoli tifosi avversari è biasimata come comportamento privo di coraggio: i veri ultras, per dimostrare di essere realmente superiori, devono affrontare e mettere in fuga l’intero nucleo duro dei supporter avversari.

Se cariche e controcariche costituiscono la tattica preferita, se non obbligata, dei tifosi-teppisti, quello che varia sono invece gli strumenti da loro usati. Dopo il patto stilato dagli ultras nel 1995 con cui venivano banditi i coltelli dagli stadi, sono ora diverse le tifoserie che usano sistematicamente armi da taglio o grossi petardi. In cima alla lista sono gli ultras del Napoli, della Lazio, della Roma, ma anche quelli dell'Inter e del Milan. Particolare fama di scorrettezza hanno i tifosi-teppisti del Napoli e quelli della capitale. Queste tifoserie sono singolarmente temute e la maggior parte degli accoltellamenti e dei ferimenti anche gravi sono a loro imputabili (72) Esse conservano la propria fama anche negli incontri internazionali. Sono numerosi i tifosi stranieri accoltellati da romanisti o laziali in occasione di partite giocate a Roma (alcuni tifosi inglesi sono stati accoltellati in occasione dell'incontro Roma Liverpool nel 2001). Altro aspetto inquietante è che tali formazioni ultras, con l'esclusione parziale di quella napoletana, sono tutte notoriamente orientate a destra, con forti infiltrazioni estremistiche. Una parziale conferma della superiore pericolosità di alcune delle maggiori tifoserie di destra viene, per converso, dalla sostanziale "correttezza" negli scontri dei gruppi ultras di sinistra. I supporter dell'Atalanta, quelli del Bologna, del Modena o del Perugia preferiscono non ricorrere all'uso di armi proprie, contribuendo così ad abbassare il livello di rischio di eventuali scontri. I bergamaschi, in particolare, hanno fama di rifiutare categoricamente l'uso di coltelli o di altri strumenti potenzialmente molto pericolosi o lesivi.

I razzi e i grossi petardi hanno da sempre fatto parte dell'armamentario ultras. Il primo morto sugli spalti, Vincenzo Paparelli, venne colpito all'Olimpico da un razzo sparato all'altezza delle gradinate; Antonino Currò, tifoso del Messina, venne anche lui colpito ed ucciso da un razzo in occasione del derby Palermo-Messina nel 2001. Una lunga serie di feriti gravi tra i tifosi e le forze dell'ordine sono imputabili all'uso di petardi ed artifizi pirotecnici. A differenza delle lame, condannate pressoché da tutti gli ultras e bandite da molti di loro, le bombe carta sono comunemente lanciate verso tifosi avversari e forze dell'ordine, essendo il loro uso considerato "più o meno" lecito da tutte le tifoserie.

Gran parte della violenza ultras ha come oggetto la polizia. Gli scontri con quest'ultima sono diventati più frequenti di quelli con i supporter avversari. Questo è l'esito sia di una maggiore presenza ed efficacia dell'azione delle forze dell'ordine, sia dell'accresciuta pressione delle istituzioni nei confronti del mondo ultras. Le leggi che hanno introdotto misure sempre più severe e l'aumento dei poteri conferiti alle autorità di pubblica sicurezza hanno innescato la reazione dei gruppi di ultras violenti che considerano le forze dell'ordine come primo nemico. L’odio contro i rappresentanti dello Stato supera ogni distinzione politica e ogni rivalità calcistica o campanilistica, per quanto radicate esse siano. Dice un ultras violento "Il governo ha provato a dare un giro di vite alla violenza negli stadi e ha ordinato che ogni questura avesse una squadra della DIGOS per seguire i tifosi delle squadre di calcio. Così ormai ci siamo abituati. lo li vedo spesso: c'è il biondino che si veste sempre alla moda, c'è quello che gioca a fare il tenero e l'amicone... Tutta gente della curva, ormai. Persone che ormai mi salutano ma che io non ricambio mai: non mi va di passare per amico delle guardie, per infame. Io li odio, li odio, più di qualsiasi cosa al mondo..." (73). L’ostilità nei confronti delle istituzioni e dei loro tutori funge da elemento di coagulazione del mondo ultras. Come la presenza di tifoserie avversarie è indispensabile, nella logica oppositiva amico-nemico, a conferire identità ed unità d'azione alle singole bande ultras, così la presenza di un nemico esterno, le istituzioni con il loro braccio armato, serve a dare autocoscienza e identità all'intero movimento hooligan italiano. Il processo è il medesimo e uguali ne sono gli esiti: si ha bisogno di un nemico per nascere, per affermare un'identità propria, si ha bisogno di un nemico per continuare ad esistere. È per questo che i diversi tentativi di effettuare un lavoro di mediazione tra autorità e forze dell'ordine, da un lato, e ultras dall'altro, risultano essere di non facile attuazione. Gli ultras vedono come delatore chiunque di loro abbia contatti o prenda accordi con la polizia. Il risentimento diventa inoltre una barriera insuperabile se l'ostilità è supportata dalla componente politica. Formazioni di estrema sinistra (le B.A.L. livornesi) o di estrema destra (quelle che contano adepti di Forza Nuova) rifiutano a priori l'idea che si possa venire a patti con i rappresentanti dello Stato.

Ciò che inoltre favorisce gli scontri può essere l'assimilazione, da parte dei tifosi-teppisti, delle forze dell'ordine che prestano servizio negli stadi ad un gruppo ultras rivale. Può sembrare strano, ma per una formazione militante che basa la sua esistenza sullo scontro (reale o simbolico) è più importante avere di fronte a sé un nemico piuttosto che un certo tipo di nemico. Un tifoso violento scrive su internet il primo dicembre 2003 "i cori contro polizia e carabinieri vengono fatti perché subiamo ripetuti abusi dalle divise blu e quindi sono nostri nemici a tutti gli effetti, al pari di veronesi, romani, laziali"; un altro asserisce che "la polizia è l'unico gruppo ultras che, su tutto il territorio nazionale, ha il diritto di picchiare senza correre alcun rischio di essere denunciato o diffidato. Per questo la polizia è il primo nemico di ogni vero ultras". Per gli hooligan, come sostengono anche Andersson e Radmann, trovarsi di fronte un nucleo di avversari che accettano lo scontro con equipaggiamento e tattica simili ai propri significa essere invitati al confronto. Gli ultras vedono nei poliziotti e nei carabinieri un gruppo che si batte con loro ad armi pari (usano caschi, scudi, manganelli; rispondono con fumogeni alle bombe carta), e che, come loro, utilizza le cariche per mettere in fuga i nemici.

La violenza nelle serie minori

Ciò che maggiormente caratterizza la violenza del calcio italiano, in rapporto a quella che si registra in altri paesi europei, come, ad esempio, in Olanda e in Belgio, è la forte componente campanilistica e la presenza di gravi e ripetuti incidenti nelle serie minori. Solo alcuni esempi recenti. Il caso del vice-questore Manzo, colpito all'occhio da un sasso mentre cercava di calmare un gruppo di ultras nel corso della partita di serie D Casertana-Cainavese; il lancio di oggetti che ha fatto perdere la vista, all'inizio del campionato 2003, ad un ragazzo quattordicenne tifoso della Pro-Vasto, squadra che milita in serie D; il tentativo di omicidio registratosi durante la gara Real Altamura-Monopoli disputata alla fine di novembre del 2003, quando, nel corso di gravi scontri, un uomo di Altamura di 37 anni ha investito con la sua auto un tifoso della squadra avversaria, ferendolo gravemente. Incidenti seri, per fortuna senza gravi conseguenze per le persone, sono molto frequenti. Centinaia di tifosi della Fidelis Andria sono stati diffidati per aver caricato ed essere entrati senza biglietto nel corso del derby pugliese Fidelis Andria-Brindisi, tenutosi la prima settimana di dicembre 2003; nel corso della partita Paganese-Juve Stabia, disputatasi i primi di dicembre del 2003, si sono registrati numerosi feriti tra le forze dell'ordine e tre feriti fra gli ultras; il 26 novembre 2003 un gruppo di tifosi-teppisti nocerini è arrivato di notte nella cittadina di Cava, picchiando alcuni passanti (un ragazzo rischia di perdere un occhio), danneggiando diverse auto, mandando in frantumi le vetrine dei negozi e, si dice, sparando colpi di pistola a scopo intimidatorio: il derby nocerina-cavese è stato poi disputato a porte chiuse in campo neutro (a Foggia).

L'entità e la frequenza degli scontri non deve però allarmare oltre un certo segno. Le squadre che giocano nelle serie minori sono molte, e, anche se gli episodi di violenza, in assoluto, non sono pochi, essi devono comunque venire rapportati al numero delle partite giocate nelle categorie inferiori.

La diffusione del fenomeno ultras nelle serie minori, sostiene Antonio Roversi, si è verificata a partire dalla fine degli anni ottanta. Queste formazioni sono, a tutti gli effetti, gruppi ultras in miniatura e si comportano esattamente come i loro omologhi delle serie maggiori. Il tifo e la disponibilità agli scontri sono i medesimi delle squadre maggiori e spesso gli ultras dei centri minori tifano anche per le squadre di A o di B.

Vi sono, tra gli stessi "hooligan di provincia" opinioni discordanti. C'è chi afferma che si può essere veri ultras solo nelle serie minori, perché è solo qui che ormai è possibile scontrarsi con i tifosi avversari, grazie alla minore presenza di forze dell'ordine, alla mancanza di impianti di videoregistrazione, alla inadeguatezza strutturale degli impianti. C'è, al contrario, chi sostiene che la repressione è molto più efficace in provincia e che le formazioni di supporter violenti delle categorie inferiori saranno le prime a sparire. Le diffide che arrivano a colpire decine e decine di tifosi di una squadra minore, come quelle prima ricordate dell'Andria o del san Cataldo (13 divieti di accesso per una squadra che gioca nel campionato di eccellenza) hanno senz’altro l'effetto di decapitare o quanto meno invalidare per un lungo periodo i piccoli gruppi ultras. Probabilmente tutte e due le opinioni sono vere. Quello che in questa sede interessa sottolineare è che il campanilismo, nella realtà italiana, è, in certi casi, una componente così forte e radicata da trovare nel calcio solo una fra le molteplici occasioni per manifestarsi. Le rivalità tra città confinanti, siano esse città di provincia, come Terni e Perugia, o come Livorno e Pisa, o semplici paesi come Cava e Nocera, sono insite nel DNA degli abitanti, ereditate da secoli di storia e di tradizioni. È molto difficile impedire che il campanilismo si esprima attraverso il calcio nelle serie minori.

Altra nota che consegue alla diffusione capillare del movimento ultras sul territorio nazionale è che il tifo violento non è necessariamente espressione delle subculture delle periferie urbane delle grandi città. Le affermazioni fatte da politici come il verde Cento o il rifondatore Russo-Spena, in occasione del dibattito parlamentare sull'approvazione della legge 28-2003, sono in larga parte prive di fondamento. Se può essere vero che la violenza dei tifosi-teppisti, in Italia, nelle grandi metropoli, ha mutuato alcuni dei suoi tratti dalle subculture delle periferie degradate, resta comunque il fatto che il movimento ultras è vivo e vegeto anche nei grossi centri agricoli e nei paesi di provincia. In queste realtà minori, non sono le sottoculture skin o mods a spingere i giovani a schierarsi contro i coetanei dei paesi vicini. Sono piuttosto le ragioni campanilistiche che rivivono in loro dai tempi in cui gli avi si affrontavano in armi sotto le insegne dell'uno o dell'altro comune.

Il genere di violenza che si rinviene nei campi minori è qualitativamente diverso da quello della serie B o della serie A. Gli episodi di violenza strettamente correlati al gioco (invasioni di campo, aggressioni o lanci alla terna arbitrale, assedio all'arbitro a fine partita, ferimento di guardalinee, lancio di oggetti per colpire i giocatori, aggressioni all'allenatore o ai membri della squadra ospite) sono molto più diffusi nelle serie minori che in quelle maggiori. Si ha l'impressione che il tifo violento del campionato di C o D o del campionato di eccellenza, risulti essere più sano, più fisiologico, pur nella sua patologia, del tifo delle squadre maggiori. Interpellati sull'argomento gli ultras di provincia hanno affermato di sentirsi molto vicini alla squadra, di parlare spesso con i giocatori, di conoscerli tutti personalmente, di seguirli negli allenamenti, di incitarli nei momenti critici della partita: sono ragazzi come loro, non idoli superpagati pronti a cambiare bandiera alla prima occasione.

Estremismo politico e tifo violento

Ferme restando le considerazioni generali fatte in precedenza, c'è da esaminare in particolare i rapporti tra tifo ed estremismo di sinistra o di destra.

Queste righe sono tratte dal sito ufficiale delle B.A.L. livornesi:
3) Impegni extracalcistici
Il fronte non può e non deve limitarsi ad agire unicamente negli stadi, l'impegno sociale deve essere un primario obbiettivo, per questo verranno prese posizioni sulla situazione politica attuale, partecipando (dove possibile) alle manifestazioni come spezzone autonomo, che adotterà una linea propria.
Immaginiamo cosa sarebbe potuto accadere se a Genova si fosse presentato uno spezzone di ultras di sinistra, coordinato da una linea indipendente, ed organizzato come un corteo domenicale, immaginiamo quale riflesso avrebbe avuto nelle masse popolari e in tutti i manifestanti.
Gli ultras partecipano a moltissime iniziative, ma mai collettivamente, mai con autonome posizioni e spesso sembra che ognuno di noi non abbia vita né idee.
Il già presente R.A.I. di Terni, è un esempio di come si deve uscire dalle curve e sviluppare la coscienza, e se gli stadi dunque, sono luoghi di aggregazione sociale, sono anticamente delle piazze e come tali vanno rispettate.
4) Rendere visibile la propria adesione
Come spiegato, molti concetti espressi in questo progetto, non rappresentano per molti, niente di nuovo.
Concretizzando però tutti questi pensieri in un progetto scritto, si vuole porre di fronte ad una scelta obbligatoria ogni aderente, così facendo le parole non si disperderanno nell’aria, e i fatti dovranno sostituire le parole.
Ogni curva che aderirà a questo progetto, dovrà rendere visibile la propria adesione, realizzando un piccolo striscione che porterà la sigla F.R.U. e la frase "RISPETTO PER I COMPAGNI".

Le B.A.L. livornesi costituiscono la punta di diamante delle tifoserie di sinistra in Italia. Fra queste ultime si annoverano quelle che sostengono le seguenti squadre: Ancona, Ternana, Bologna (Forever Ultras), Atalanta (Brigate), Perugia (Armata Rossa, Ingrifati), Venezia, solo per citare le più note. Sono noti casi di esponenti dei centri sociali che, a dispetto del loro disinteresse per il calcio, si sono recati a sostenere i loro compagni in partite a rischio di scontri con ultras di destra. I livornesi sono conosciuti nel mondo del tifo per essere dei "politici". Più di un ultras li ha insultati rimproverandogli di preferire, negli scontri, la polizia ai tifosi avversari. Le B.A.L. si sono fatte notare per aver contestato i carabinieri in occasione del minuto di silenzio in onore dei militari uccisi a Nassirya, hanno preso le distanze anche da Rifondazione Comunista, esponendo un cartello che inneggiava alle foibe. I membri della tifoseria livornese asseriscono di essere "ultras 7 giorni su 7 e comunisti 8 giorni su sette." Anche la violenza comune che, con vandalismi e piccoli furti, accompagna sempre le imprese degli hooligan nostrani, acquista agli occhi dei tifosi estremisti un'altra valenza: i furti diventano espropri proletari (non è giusto, dice un ultras del Livorno, che una società abbia il monopolio dell'autostrada e imponga prezzi che sono il doppio della norma), gli scontri con la polizia o con ultras di destra assumono i connotati della lotta politica. Il seguito di questi gruppi di tifosi politicizzati è notevole. Il 29 novembre 2003, a Livorno, le B.A.L. hanno manifestato contro la "repressione". Il corteo, formato da 500-600 persone (un numero considerevole, tenuto conto dell'alta probabilità che si fossero verificati incidenti anche gravi), ha attraversato tutto il centro ed è arrivato fino allo stadio, che è stato occupato tutta la notte con un concerto della Banda Bassotti coadiuvata da 57100 (un gruppo locale). Tanto l'estremismo di sinistra (è accaduto anche al raduno R.A.I. di Vigne di Narni) quanto quello di destra (sono frequenti i raduni sotto forma di concerti di skin e neonazisti, specie nei paesi di lingua tedesca e del Nord Europa) fanno uso di eventi musicali per intessere rapporti e fare proselitismo. È singolare che il binomio musica e politica sia un modello universalmente adottato. La possibilità che i tifosi estremisti di sinistra riescano ad organizzare o a partecipare a dei veri e propri nuclei di lotta clandestina, facendo un salto qualitativo, non può essere esclusa. Certo non sarebbe per loro facile, considerato che il solo fatto di essere sempre sugli spalti li espone costantemente all'attenzione vigile e al controllo continuo degli organi di polizia. È molto più probabile che essi si ritrovino coinvolti in disordini di piazza, del tipo di quelli che hanno accompagnato il G8 a Genova, piuttosto che entrino a far parte di cellule terroriste vere e proprie.

L'estremismo di destra ha contaminato gran parte delle curve italiane. Se negli anni settanta gli stadi erano per la maggior parte rossi, con un esigua presenza di elementi neofascisti, ora la situazione è sostanzialmente cambiata. Un osservatore superficiale potrebbe dedurre che la politica, nel mondo ultras, è un elemento secondario. Si potrebbe affermare che la sottocultura ultras, con il suo corredo valoriale, si è riprodotta tanto in un clima di estremismo di sinistra che in uno di destra, con conseguente sostanziale marginalità del fattore politico. In realtà le cose non stanno propriamente in questi termini. L'adesione ai valori della destra non è superficiale né casuale. C'è una contiguità fra l'universo valoriale, il sentire di una banda ultras e le ideologie della estrema destra. In entrambi i casi assumono massima importanza la forza fisica, la determinazione, il coraggio, l'intransigenza, la disposizione all'azione, lo spirito di sacrificio, la fedeltà incondizionata al gruppo. Il cameratismo che si sviluppa fra aderenti di una formazione militante sottoposta a frequenti prove dispone lo spirito del giovane, se già da prima non vi è orientato, a riconoscersi nei cosiddetti valori dell'estrema destra.

Anche la xenofobia ed il razzismo non sono fra gli ultras di estrema destra solo elementi di facciata, simboli da utilizzare impropriamente nel contesto del tifo calcistico. Le banane lanciate in campo ai giocatori di colore, le aggressioni agli immigrati, i cori e gli striscioni razzisti, la contestazione ai dirigenti delle società che intendono acquistare giocatori di colore o che indicono tornei con squadre ebraiche (vedi i casi del Verona e della Lazio), sono qualcosa di più di un semplice atteggiamento tra il provocatorio ed il folkloristico.

La crisi delle fedi e dei valori, la diffusa mancanza di impegno nel sociale producono alienazione, sradicamento e frustrazione. L’edonismo e il consumismo appaiono una risposta efficace al senso di vuoto. I nuovi ultras del ricambio generazionale sono diversi dai precedenti. Sono giovani che non hanno valori ma che non riescono neanche ad arricchirsi. La conseguenza di entrambe queste due forme di deprivazione è che essi non possiedono una propria identità. Tale realtà li distruggerebbe. Per resistere devono corazzarsi e lo fanno trovando un nemico. È il nemico che conferisce una nuova identità, compattandoli, a gruppi sociali disaggregati. Il nemico può essere lo straniero o il tifoso avversario. Ecco perché questi giovani sono veramente violenti e xenofobi ed ecco la ragione per cui le suggestioni dell'estrema destra fanno oggi tanto presa sui giovani.

Spesso i tifosi di gruppi ultras di destra fanno anche parte di organizzazioni neofasciste. La loro militanza li porta ad impegnarsi su entrambi i fronti. Essi alternano, senza soluzione di continuità, gli atti di violenza contro tifoserie rivali, non necessariamente politicizzate, a scontri ed aggressioni contro avversari politici (estremisti di sinistra e giovani dei centri sociali). La penetrazione negli stadi di formazioni politiche neofasciste del tipo di Forza Nuova è dimostrata dal tempismo con cui sono apparsi, nelle curve degli ultras della Juve e in quelle occupate dagli ultras della Roma, striscioni contro il Vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini, in relazione alle sue recenti esternazioni sulla vicenda delle leggi razziali e sull'olocausto. Capi curva direttamente legati a Forza Nuova hanno garantito di poter indirizzare un cospicuo flusso di voti verso quel partito (sia esso guidato o meno dall'onorevole Mussolini) che si rifaccia espressamente all'ideologia neofascista.

La presenza di elementi della delinquenza comune nelle curve può formare, insieme agli attivisti di estrema destra, una miscela altamente esplosiva. I neofascisti hanno la possibilità di trarre dai delinquenti comuni il know how e la rete di rapporti indispensabili per imprimere alla lotta politica una svolta qualitativa. Armi, documenti falsi, sistemi per procurarsi illegalmente danaro o coperture divengono potenzialmente accessibili e fruibili grazie ai contatti attivati in curva, È apparsa su Repubblica del 14 ottobre 2003 la notizia di una banda di rapinatori formata da malavitosi e ultras di Roma e Lazio. Non sono rari i casi di fuorilegge che frequentano lo stadio, specie nelle grandi città o in quelle in cui la delinquenza e l'illegalità sono più diffuse (Napoli).

Calcio moderno e mentalità ultras

Ciò che ricorre più spesso, sia nei discorsi fra ultras, sia nei forum sui siti di tifosi, è la condanna del calcio moderno nonché il richiamo alla mentalità ultras. Per mentalità ultras si intende, in senso lato, l'insieme delle norme e dei valori condivisi dagli appartenenti a questa subcultura. Cerchiamo di definire meglio i tratti di tale "mentalità". Secondo quanto testualmente scrive un tifoso il 16 novembre 2003 su un sito internet, non è ultras "chi diserta gli impegni e le trasferte, chi collabora con la digos, chi fa affari con il tifo (merchandising, gestioni di bar, parcheggi) chi si spreca a scrivere su internet".

Nell'opinione diffusa dei tifosi, il vero ultras è quello che per seguire la squadra non esita ad impegnare tutto il suo tempo libero, che trascorre le notti insonne per tornare dalle trasferte, che paga di tasca sua anche per il materiale delle coreografie. Il vero ultras è naturalmente anche quello che non si tira indietro se c'è da menar le mani, sia con i supporter rivali, sia con le forze dell'ordine. La violenza viene considerata dai protagonisti un fatto normale, un elemento scontato del loro universo valoriale. La essenzialità della violenza è testimoniata anche dal fatto che non si vede mai, allo stadio, uno striscione che la condanni in modo esplicito.

In sostanza, gli ultras si sentono l'ultimo baluardo a difesa di un mondo, quello del calcio tradizionale, entrato nelle mire dei grandi magnati e destinato a svuotarsi dei propri significati, a causa di una gestione capitalistica e manageriale che non lascia spazio all'anima né ai valori di cui il mondo ultras è diretta espressione. La tesi sostenuta dai tifosi più accesi è che vi sia, da parte delle istituzioni, la precisa volontà di debellare gli ultras dopo averli, grazie ad una stampa compiacente, screditati e criminalizzati.

Essi sono comunque consapevoli di rappresentare una delle principali forme di aggregazione giovanile nel Paese e di essere portatori anche di valori positivi. Si legge in una autobiografia "Ho avuto la fortuna di conoscere altri ragazzi del nostro mitico gruppo. Grazie a loro ho imparato il significato di parole come rispetto ed amicizia, che ciascuno interpreta a modo suo ma che alcune persone sono in grado di esprimere in modo diverso da tutti gli altri... Eravamo riusciti a creare una mentalità ultras all'interno del gruppo, cementata dall'amicizia e dalla lealtà reciproca" (74) e ancora "Trovate forse solidarietà ed amicizia nel vostro tennis club o nella vostra discoteca alla moda? Ve lo dico io: in quei posti non le troverete mai" (75).

Gli ultras sono consapevoli di essere antisistema, ed hanno da sempre considerato lo stadio come zona franca. Le curve, nell'immaginario ultras, sono il condensato di una mentalità giovanile ribelle, una delle poche realtà in grado di esprimere ancora valori non-allineati. Così si spiega il motto "ultras per sempre". Esso rimanda ad un modo di essere "altro", diverso dalla conformità richiesta da una società ipertecnologica che produce, a detta degli interessati, una continua sensazione di mancanza di libertà. Gli stadi vengono considerati dagli ultras come degli spazi vuoti in cui vigono norme differenti ed in cui si può liberamente esercitare la propria volontà creatrice. Parte della violenza origina anche da questa consapevolezza e l'opposizione che gli ultras manifestano nei confronti del calcio moderno ne è una diretta conseguenza. I rapporti con le società e con i calciatori sono quanto meno conflittuali. Le contestazioni si possono definire all'ordine del giorno e non sono pochi i casi in cui i tifosi hanno creato disordini per far scattare sanzioni a carico delle società. Si registrano sempre più spesso aggressioni ai calciatori, accusati di essere mercenari, senza alcun attaccamento ai colori sociali. Spesso i presidenti di società vengono fatti oggetto di minacce (vedi Cellino, del Cagliari e, recentemente Naldi, del Napoli). Gli ultras si scagliano contro le pay-tv e contro i progetti di riammodernamento degli stadi. Secondo un tifoso, che bene riassume le convinzioni della categoria, le pay-tv sono responsabili dello sfalsamento del calendario, e dunque contribuirebbero in modo sostanziale all'eliminazione del mondo ultras, rendendo le trasferte difficoltose se non impossibili nei giorni feriali. Il calo degli spettatori nelle serie maggiori è direttamente imputabile a Sky e Gioco Calcio. Nelle serie minori sono numerosi i tifosi che preferiscono vedere a casa una partita di A o B lasciando ampi vuoti negli stadi di provincia. In sintesi, secondo gli ultras, "presidenti mercenari e pay tv sono legati a doppio filo per ovvi motivi di interesse.

Il calcio moderno, attento soprattutto agli aspetti economici e a quelli della sicurezza (ad essi strettamente connessi), sta cercando di trasformare il tifoso in semplice consumatore di eventi sportivi. Lo stadio, da ara deputata allo svolgimento di un'attività dal carattere sacrale (secondo J. Huizinga la sacralità dello sport era un tratto distintivo della civiltà ellenica; lo stesso Desmond Morris rinviene nel calcio molti aspetti di un rituale religioso), diventa, nei futuri progetti degli architetti, un polo multifunzionale con ristoranti, negozi, alberghi, sale per conferenze. Gli ultras guardano con apprensione a queste trasformazioni che rischiano di privarli degli spazi su cui fino ad ora avevano accampato pretese di incondizionata sovranità. La causa delle violenze non direttamente riconducibili alla logica oppositiva di bande rivali è in larga misura imputabile a questi cambiamenti. Gli ultras dicono che li si vuole cancellare; dal loro linguaggio crudo e offensivo trapela l'angoscia per un mondo che rischia di scomparire.

La tecnologia e l'intelligence hanno il compito di guidare il trapasso da un tifo violento ad un tifo sereno, dove le famiglie al completo, adulti e bambini, saranno protagoniste della festa del calcio.

NOTE
(1) K. LORENZ, Il cosiddetto male, trad. it., Il Saggiatore, Milano, 1981, p. 39.
(2) Op. cit., p. 43
(3) Op. cit., p. 59
(4) Op. cit.. p. 73
(5) Op. cit., p. 79
(6) Op. cit., p. 99
(7) Op. cit., p. 126
(8) Op. cit., p. 283
(9) Ibidem
(10) Ibidem
(11) Op. cit., p. 300
(12) Ibidem
(13) Op. cit., p. 301
(14) Op. cit., p. 307
(15) Op. cit., p. 308
(16) Op. cit., p. 309
(17) DESMOND MORRIS, L’uomo e i suoi gesti, trad. it., Mondadori, Milano, 1977, p. 305
(18) DESMOND MORRIS, La tribù del calcio, trad. it., Mondadori, Milano, 1981, p. 10
(19) Ibidem
(20) Ibidem
(21) Ibidem
(22) DESMOND MORRIS, L’uomo e i suoi gesti, cit., p. 305
(23) DESMOND MORRIS, La tribù del calcio, cit., p. 17
(24) Op. cit., p. 18
(25) Op. cit., p. 263
(26) Ibidem
(27) Ibidem
(28) Op. cit., p. 260
(29) Op. cit., p. 261
(30) P. MARSH, E. ROSSER, R. HARRE', Le regole del disordine, Trad. it., Giuffrè, Milano, 1984, p. 122
(31) Op. cit., p. 86
(32) Op. cit., p. 135
(33) Op. cit., p. 138
(34) Op. cit., p. 24
(35) Ibidem
(36) Op. cit., p. 138
(37) Op. cit., p. 112
(38) Ibidem
(39) Ibidem
(40) Op. cit., p. 113
(41) Op. cit., p. 138
(42) Op. cit., p. 139
(43) Op. cit., p. 123
(44) Op. cit., p. 169
(45) Ibidem
(46) Op. cit., p. 170
(47) NORBERT ELIAS, ERIC DUNNING, Sport ed aggressività, trad. it. Il Mulino, Bologna, 1989, p. 290
(48) Op. cit., p. 298
(49) Ibidem
(50) Ibidem
(51) Op. cit., p. 301
(52) Op. cit., p. 291
(53) Op. cit., p. 308
(54) Op. cit., p. 337
(55) Op. cit., p. 133
(56) Op. cit., p. 29
(57) Op. cit., p. 46
(58) Op. cit., p. 49
(59) Op. cit., p. 60
(60) Op. cit., p. 55
(61) Op. cit., p. 61
(62) Op. cit., p. 68
(63) ALESSANDRO DAL LAGO, Descrizione di una battaglia, i rituali del calcio, Il Mulino, Bologna, 2001, pp. 8-9.
(64) Op. cit., p. 47
(65) Op. cit., p. 48
(66) Op. cit., pp. 12-13
(67) ANTONIO ROVERSI, Calcio, tifo e violenza, il teppismo calcistico in Italia, Il Mulino, Bologna, p. 44
(68) G. ARMSTRONG, R. HARRIS, Football hooliganism, theory and evidence, in The Sociological Rewiew, n. 3, 1991
(69) A. ROVERSI, Calcio, tifo e violenza, cit., p.74
(70) VALERIO MARCHI, Ultras, le sottoculture giovanili della curva, Ed. Koinè, Roma, 1993, p. 110
(71) Tratto dalla relazione introduttiva al progetto di legge
(72) Le regole comuni finora condivise da tutti i gruppi ultras hanno impedito ai tifosi-teppisti, nella maggior parte dei casi, di far ricorso ad armi proprie negli scontri. La pericolosità di quegli individui o di quelle formazioni hooligan che mettono in dubbio la validità di tali regole è palese. Le forze dell'ordine e l'intelligence dovrebbero tempestivamente intervenire nei confronti di questi gruppi, al fine di evitare temibili trasformazioni nella qualità della violenza
(73) Tratto dalle memorie di un ultras in ANDREA ARENA, lo ultras padrone del pallone, Eretica, Roma, 2001
(74) Tratto dalle memorie di due ultras della Juventus, SEVE E CLAUDIO, Il gruppo; gli ultras juventini raccontano la loro vera storia, Tecno Grafica, Torino,. 1999
(75) ANDREA ARENA, Lo ultras padrone del pallone, cit. p. 64