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    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Madri assassine: cosa sta accadendo?


    IL FATTO
    www.avvenire.it

    Dopo gli ultimi choccanti episodi, il famoso psichiatra analizza un fenomeno inquietante: «A volte responsabile è la depressione post partum Ma aumentano i casi di donne sane di mente che uccidono davanti alle difficoltà poste dall’accudire il loro bambino»

    Madri assassine

    Andreoli: sempre più infanticidi ombre su una civiltà in declino «Siamo davanti a persone che lucidamente sopprimono la propria creatura per ottenere dei vantaggi, per eliminare quell’ostacolo che il figlio rappresenta rispetto alle loro abitudini»
    «Questi crimini tra il 1993 e il 2003 sono cresciuti del 41% rispetto al decennio precedente, all’interno del numero complessivo degli omicidi che è invece rimasto invariato»

    Di Marina Corradi



    A leggere i giornali, sembra che succeda più spesso. Ci sono intanto i neonati ritrovati nei cassonetti, fagotti già immobili o che piangono ancora. Non abbandonati, ma chiusi in un sacco di plastica da chi li ha appena messi al mondo. Poi, spesso da angoli di provincia, da cittadine tranquille di cui ignoravi il nome, vengono ogni tanto storie di maternità sovvertite: figli buttati in una roggia, soffocati da madri non si sa se folli, eppure fino al giorno prima apparentemente normali. E in quei paesi - le porte chiuse, la gente sbigottita - si tace, o si parla, come sperando, di rapinatori assassini, che nessuno però ha mai visto.

    Allo psichiatra Vittorino Andreoli abbiamo chiesto se c'è, e qual è, un male oscuro comune dietro a certi titoli - che cominciano a parere troppi. «L'aumento degli infanticidi - risponde Andreoli - è un dato reale: nel decennio 1993-2003 in Italia sono cresciuti del 41% rispetto al decennio precedente, all'interno del numero complessivo degli omicidi che è invece rimasto sostanzialmente invariato». Un aumento impressionante. Ma perché? Già, per quale motivo una donna uccide il suo bambino. Ancora dieci anni fa in criminologia dominava, su questo argomento, un principio di derivazione lombrosiana.

    Lombroso affermava, in generale, che se un individuo fino a quel momento sano un giorno uccide significa che quell'uomo è mentalmente degenerato. Circa l'infanticidio, il "corollario" lombrosiano era che una donna che uccide il figlio non è più madre, è un "lusus naturae", uno scherzo maligno della natura. E non è vero? È vero che la condizione biologica e l'assetto ormonale della donna che ha da poco partorito la dispongono a essere più paziente, più capace di accudire, naturalmente incline a difendere la prole, come accade, è ben noto, anche fra gli animali. Noi dunque siamo da questa eredità lombrosiana condizionati per cui, quando una madre uccide, si pensa che certamente debba avere "qualcosa di storto" , che la sua mente l'abbia tradita. E questo invece non è sempre vero? No, non sempre. Ci sono, certo, gli infanticidi da depressione post partum, depressioni a volte non curate da medici che hanno dimenticato che un malato lasciato a se stesso può anche uccidere. Ma assistiamo oggi al crescere inquietante di un altro, diverso tipo di infanticidi: quelli di donne sane di mente, che uccidono davanti alle difficoltà poste dall'accudire il bambino. Dunque, lucidamente, per ottenere dei vantaggi, per eliminare quell'ostacolo che il figlio rappresenta.

    Ricordo il caso di una giovane donna, qualche anno fa, che soppresse il suo bambino di pochi mesi e con la complicità della madre ne occultò il corpo. Da quando era nato, spiegò poi, litigava con il marito, non si poteva più uscire la sera, né andare in vacanza come prima. Era stato un omicidio a freddo, come altri raccontati dalle cronache, che definirei infanticidi dell'ignoranza e della stupidità: perché queste donne, per cui provo pena, non immaginano quale terribile peso si porteranno dietro per tutta la vita. Accade spesso che si ammalino dopo, in carcere, di depressione, per l'incapacità di sostenere il ricordo di ciò che hanno fatto. Ma per quale ragione un aumento di casi di queste proporzioni? Esistono oggi condizioni familiari e sociali che favoriscono l'esplosione della tragedia.

    Mi capita di osservare come molte giovani coppie entrino in crisi proprio con l'arrivo di un figlio, e anche fino alla separazione. Lui si lamenta di non essere più al centro dell'attenzione, lei soffre nel sentirsi imbruttita e appesantita. Entrambi non possono più uscire come prima, o prendere il primo volo scontato per una vacanza last minute. È chiaro che un bambino cambia fortemente il legame di coppia, ed è un cambiamento molto bello. Ma se quel bambino non è nato prima anche nei pensieri, non è stato atteso e immaginato, e i suoi genitori sono abituati a vivere solo nel presente - ecco, invece quel loro figlio è il futuro, per la prima volta, ma un futuro faticoso e ingombrante. E quella piccola famiglia sta chiusa in casa, sola, perché i nuovi "moduli abitativi" sono di 60 metri quadri, altrimenti neanche col mutuo li si riesce a pagare. E in 60 metri c'è poco spazio per il figlio, figuriamoci per una nonna che ti dia una mano. Sono case sterili quelle dei nuovi condomini, case non pensate perché un uomo e una donna con i loro figli vi possano vivere. Chiusi dentro lui, lei, il bambino, e nessun altro. E spesso con stipendi da sterilità quasi obbligata. Come si fa a vivere con ottocento euro al mese? E anche se sono un po' di più, come si fa a vivere con poco, dentro una cultura per cui farsi la lampada abbronzante e vestirsi alla moda è un dovere? E nei 60 metri quadri, con pochi soldi, sole davanti alla tv accesa, sognando, si può cominciare a guardare al proprio figlio neonato come a un ostacolo? È possibile.

    C'è una cultura, un modo di stare insieme, di costruire le case, di pensare la vita, che può spingere a guardare a un bambino come a un oggetto. Si allunga una mano e lo si prende, la si apre e lo si butta via. Non posso dire se la madre di Casatenovo sia sana di mente, ma ammetto che, da quanto leggo, alcuni particolari della premeditazione mi inquietano - quella mano la si può premere sulla testa di un neonato nell'acqua, fino a lasciarci l'impronta. E se ci pensi rimani senza fiato, lei sa com'è piccola e delicata la testa di un bambino di cinque mesi? Proprio per questo viene da pensare a quello che lei chiama "lusus naturae", a un tradimento della natura materna, un buio, un vuoto. Quello che lei dice, donne che lucidamente si liberano di un "ostacolo", è difficile da accettare. Ciò che sta accadendo è che la biologia, ciò che finora abbiamo chiamato "legge di natura", sembra come sopraffatta da una cultura dominante.

    Una studiosa come Margaret Mahler ha scritto saggi fondamentali sull'attaccamento simbiotico fra la m adre e il bambino nei primi tre anni di vita. Qualcosa di viscerale, per cui la madre avverte il figlio come parte di se stessa; qualcosa di legato al codice genetico in funzione della sopravvivenza della specie, per cui una donna "deve" accudire e proteggere il figlio piccolo, allo stesso modo in cui i merli nel nido sull'albero davanti a casa mia badano ai loro piccoli. Ma, ecco, fra i merli questo comportamento è immodificabile. Mentre un aumento del 41% degli infanticidi in 10 anni - in molti casi compiuti lucidamente - mi fa pensare a una cultura che con i suoi modelli riesce a stravolgere quella che chiamavamo legge di natura. Se è così, costituisce il segnale di qualcosa di drammatico.

    Secondo me, infatti, siamo in un momento storico drammatico. Nell'evidente inarrestabile declino di una civiltà ingolfata nei suoi insostenibili consumi. Obbligati a continuare a comprare automobili e cellulari per non innescare la spirale della disoccupazione a catena, ma - parlo da laico, come i lettori di Avvenire sanno - senza un senso alle nostre giornate. Occorre un nuovo umanesimo - laico, cristiano, o laico e cristiano, insomma occorre ritrovare un senso. Perché quando accade che vengano uccisi dei bambini - i bambini sono di tutti, non dei loro genitori - si produce, assurdamente, un dolore che sarebbe evitabile. Un dolore devastante e becero, insensato; e il segno, insieme, che si è perso senso e voglia di vivere. Che si comincia a perdere l'essenziale.

    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

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  2. #2
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Vi riporto il commento che ha riportato una iscritta da noi nel nostro forum su MSN che è anche medico.......
    la ritengo una bella meditazione sui fatti....

    Fraternamente Caterina LD

    *****************************
    Da: Luce Inviato: 04/06/2005 11.15
    Sia lodato Gesù Cristo!

    Quanto riportato nel 3d è una triste realtà e purtroppo in aumento.
    Il vero problema dimora in questa mentalità che conduce la persona ad un individualismo sproporzionato alla realtà che l'uomo è chiamato a vivere, cioè, la comunità, la società.
    Più l'uomo diventerà individualista e più la società ne risentirà venendo meno la sua qualità che nasce proprio dalla componente essenziale che è fatta dalla comunità.

    La donna una volta, non poco meno di 50 anni or sono, sapeva chiaramente quale fosse il suo ruolo, e sapeva bene quanto la famiglia dipendesse da lei insieme all'uomo. La donna era così capace di sacrificare il proprio individualismo a vantaggio della famiglia, la piccola cellula della società, o come diceva Giovanni Paolo II: la piccola Chiesa domestica.
    Lo stesso faceva l'uomo, perchè vedeva in quella donna veramente il cuore della casa, anche l'uomo in tal senso sapeva adattarsi ad un menage che in tutti modi mandava avanti come priorità la famiglia, tutto si faceva per la famiglia.

    Oggi una certa mentalità laicista ha infettato la famiglia con questo individualismo che è dilagato ovunque, anche nella Chiesa, anche nella politica assistiamo quasi ad un ritorno di piccoli "imperatori" dentro coalizioni ideologiche, piccoli "ras" ovunque che tendono imporre il personale individualismo: un esempio lo è Berlusconi, come lo è Prodi che dicendosi cattolico, interviene però per far esaltare il suo individualismo in quel aberrante concetto del "cattolico adulto".
    Non si è mai adulti!

    In tutto questo vento di follia, a pagare sono le donne perchè vi è un paradosso: pur essendo il ceto forte della società, in realtà diventa il più debole proprio se perde di vista il suo essere cuore della società (da lei nascono i futuri cittadini del mondo), più la donna avanzerà nel suo individualismo, più tristemente si alzeranno queste statistiche di madri assassine.
    E' iniziato tutto con l'aborto, ritenere che la donna avesse il diritto di togliere la vita al proprio figlio, ha innescato una degenerazione dei ruoli e della centralità stessa dell'uomo: ognun per sè, non più una comunità, non più una società, ma ognuno con il suo individualismo, ognuno con i suoi diritti.
    Ma i doveri?
    I doveri diventano relativi, diventano secondari, diventano utilitaristici: se mi conviene bene, se non mi conviene non è un mio problema, qualcun altro ci penserà.

    L'uomo dal canto suo, scientificamente ritenuto "cacciatore" resisterà ancora per un poco, ma il suo dramma sta emergendo: l'omosessualità.
    Nella maggior parte dei casi l'attuale omosessuale lo è per cultura, si, lo è perchè è respinto dalla donna, è scattato un rifiuto dell'uomo di ritenersi "un giocattolo" da prendere e lasciare. Ragazzi di tre Licei in Germania, Austria e Belgio, di età compresa fra i 17/18 anni, dopo un sondaggio, ha fatto risultare che il 77% di loro "non si fida della fedeltà della donna, teme la sua crescente mascolinità e sono proiettati ad un interesse verso donne di età compresa fra i 20 e i 25 anni perchè le ritengono più mature, e più sicure dopo aver superato quel periodo dell'adolescienza che ritengono a ragione il più critico".
    Il 68% ritiene che credono ancora nel matrimonio, ma non credono nella resistenza della donna.

    Lo stesso test proposto alle ragazze dei medesimi licei citati sostengono, il 65% " che i ragazzi della loro età sono troppo mammoni, non li ritengono maturi, e quelli maturi pretendono di tirare su troppo presto una famiglia..."

    Questi dati fanno emergere chiaramente un rifiuto dall'età adolescenziale della donna, di pensare correttamente alla realtà di una famiglia. Prevale un individualismo volto al divertimento, all'emancipazione femminile per la quale, l'arrivo di un figlio "non programmato", stravolgerebbe ogni equilibrio.

    L'uomo non essendo più capace di far fronte alla situazione tende ad abbandonare la donna a sè stessa, di tutte queste notizie che sentiamo, se facciamo un pò di attenzione, i mariti o i conviventi restano ai bordi dei fatti, restano al margine, quasi a dirci come infatti ci dicono "non mi sono mai accorto di questa depressione che mia moglia, la mia compagna stava attraversando, non almeno fino a questo livello!"

    Quando sentiamo di donne di 18 anni che avendo partorito fin anche in casa senza che nessuno si fosse accorto della situazione, fa emergere tutta la follia dell'individualismo che stiamo vivendo: è impossibile che una madre attenta e aperta alla famiglia non si accorga dello stato interessante di nove mesi della propria figlia che gli vive in casa, questa è pura follia.

    Perdonare?
    Ritengo che sia il passo obbligatorio per far rivivere questo contesto di socializzazione a partire dal nucleo familiare.
    Mi sembra che in questi giorni il card. Bertoni di Genova, abbia scritto una Lettera sul perdono coniugale, soprattutto in riferimento ai tradimenti.
    Indubbiamente questo è difficile ma è difficile solo perchè siamo stati cresciuti da circa 50 in questo individualismo che non permette all'altro di poterci ferire in qualche modo.
    Il perdono è invece alla base di una società civile che intende crescere e prendersi cura dei ceti più deboli.
    Un coniuge che tradisce non va messo a morte, ma va perdonato con una nuova cultura della vita che si contrapponga alla cultura della morte già ben descritta da Giovanni Paolo II.
    Non va espulso con il cartellino rosso, a meno che non parliamo di casi gravi, il perdono coniugale va riscoperto, per dare modo alla donna di capire che il suo ruolo è importante in quanto socialmente importante e non come individualismo.
    Lo stesso vale capovolgendo il coniuge colpevole, se lo è la donna.
    Occorre riscoprire e rivivere quei valori coniugali del Vangelo che si esprimono partendo proprio dalla comprensione reciproca e dal perdonarsi a vicenda.

    Una donna che uccide il proprio figlio lo fa con il consenso di questa società che ci appare oggi più che mai come impazzita. Siamo tutti responsabili, inutile puntare quel dito come a dire: io non ho mai fatto nulla del genere! Lo abbiamo fatto nel momento in cui abbiamo detto "io non ho", perchè chi è senza peccato, scagli per primo la pietra!
    Se i coniugi vivessero di questo monito cristiano, scomparirebbe questa follia e la società ritornerebbe a respirare con i suoi due polmoni: l'uomo e la donna, due diversità complementari dalla quale nasce e si sviluppa l'umanità.

    ...e sempre sia lodato!
    Rosalba.
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  3. #3
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    Antò.......nun me ragionare a pile.........se è per questo l'omosessualità, l'omicidio e il resto è sempre esistito, ma come avanzi?

    il problema di fondo che io colgo da questa risposta è L'INDIVIDUALISMO........che sta emergendo come nucleo portante di questa società........

    Non c'è cosa peggiore che stravolgere i testi degli altri.......
    le banalità che probabilmente riscontri sono le citazioni del Vangelo....ma questo che per te è banale......è quanto di più vero invece sta emergendo..... e lo dimostra il fatto che ciò che hai tentato di contestare, non l'hai suffragato da nessun supporto di dialogo che ponesse ARGOMENTI DI RISCONTRI.........
    In sostanza.....hai risposto tanto per dire che non eri d'accordo.punto.......

    Buona domenica amico........

    Fraternamente Caterina LD
    Fraternamente Caterina
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  4. #4
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    Originally posted by antonio
    non confondere quel che scrivi per il Vangelo su...e le pesudo-spiegazioni antropologice contenute in qeulla lettera..


    acqua .......acqua Antò..nun ce stai proprio
    Fraternamente Caterina
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