Il Dubbio
Cambiare gli italiani (è arrivato il momento)
di PIERO OSTELLINO
R ischiamo di farci due illusioni. Prima: che il Paese cambi, solo cambiando governo (illusione di centrosinistra). Seconda: che si esca dalla crisi, solo con qualche misura economica (illusione di centrodestra). Della necessità di riformare il sistema politico, che penalizza la governabilità, e quello elettorale, che frammenta il quadro politico, è già stato scritto. Di liberalizzare le professioni e privatizzare certi servizi, anche. Ma non basta. Occorre cambiare «i modi d’essere collettivi», pubblici e privati. «Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani», aveva detto Massimo D’Azeglio dopo l’Unità. Beh, se è consentito il paradosso, è venuto il momento. La forma dello Stato. Centralistica. Incentiva, da parte delle amministrazioni locali, la domanda al governo nazionale di assistenzialismo e ne disincentiva la propensione al buongoverno. Occorre creare un sistema «federale competitivo» che metta in concorrenza fra loro le amministrazioni locali sotto il profilo dell’«offerta pubblica di servizi» (compresi i meccanismi fiscali di prelievo e di imposizione). Gli eventuali (e solo temporanei) correttivi perequativi devono essere collegati a parametri di efficienza.
P ubblica amministrazione. Idem. È irrazionale la gestione del personale. L’assunzione al Sud, il trasferimento al Nord e il ritorno al Sud, dopo pochi anni, alimentano il clientelismo politico, deprofessionalizzano e deresponsabilizzano l’impiego pubblico. Occorre ridurre il personale dipendente dall’amministrazione centrale e decentralizzarne l’utilizzo nella logica del «federalismo competitivo».
Università e ricerca. Idem. L’attuale sistema «napoleonico» e burocratico condanna l’università all’invecchiamento culturale e mortifica la ricerca. Se non si impone ai docenti, una volta in cattedra (per restarci), un minimo di produzione scientifica e il monitoraggio dei risultati raggiunti con l’insegnamento, non c’è ricerca pura. Se non si incoraggiano le università a cercare sul mercato, e l’industria a fornire (e offrire) finanziamenti alla bisogna, non c’è ricerca applicata. Occorre introdurre mercato e concorrenza - che sono le condizioni necessarie della meritocrazia - nella scuola e nell’università.
Relazioni industriali. Idem. Le rappresentanze nazionali degli imprenditori (Confindustria) e dei lavoratori (Confederazioni generali) producono due effetti distorsivi: 1) neocorporativismo (la concertazione e la contrattazione a tre - imprenditori, lavoratori, governo - invece che fra i primi due); 2) contratti collettivi nazionali (contro il principio «regole diverse per casi diversi»). Occorre pervenire a una forma di federalismo anche nelle relazioni industriali, sciogliendo la Confindustria e le Confederazioni, decentrando le rappresentanze, la concertazione e la contrattazione per dipartimenti industriali. È senza senso che l’industria delocalizzi all’estero e non nelle nostre zone depresse perché non può agganciare la contrattazione sui livelli salariali alle condizioni locali.
S istema creditizio. Idem. Autarchico, poco trasparente, non incline a «scommettere» sull’innovazione, non di rado colluso col potere politico, complice di un capitalismo in declino, ha contribuito, attraverso il credito elargito con criteri familistici, alla nascita delle «società di capitale senza capitali», cioè senza rischio di impresa e a danno del risparmio (non tutelato). Occorre internazionalizzarne la cultura, incentivarne la funzione propulsiva dello sviluppo capitalistico, mettendolo al servizio del risparmiatore e dell’impresa (quella vera).
Alzi la mano chi, nel mondo politico e nella società civile, se la sente di raccogliere queste piccole «provocazioni» intellettuali.
Nessuno?




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